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Top Ten 2015 – Filippo Righetto

1. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Data di Uscita: 31/03/2015

La informai delle mie intenzioni per il pomeriggio ed ottenni la reazione che mi aspettavo. Mantenne lo sguardo basso quando si offrì di accompagnarmi al cimitero. Per me era poco più di un rituale dovuto, dettato dalla necessità di non apparire agli altri, ma soprattutto a me stesso, un ingrato. In realtà non mi piaceva camminare per i sentieri in ghiaia, tra cipressi e volti in bianco e nero, date e fiori secchi. E poi la fede l’avevo persa parecchio tempo fa, non avevo niente da dire e nessuno da pregare di fronte a quel pezzo di marmo freddo e liscio. Avevo imparato però a prendermi quei brevi minuti in piedi di fronte al suo volto ovale, che mi osservava con un sorriso appena accennato e sicuramente forzato, per ripensare ai momenti passati assieme che vale ancora la pena ricordare. Nonostante tutto. Per lei invece era diverso. Sapevo bene l’affetto sincero e incondizionato che aveva provato nei confronti di mia madre, e sapevo bene che quando mi trovavo al paese si vergognava ad andare al camposanto da sola. Si sentiva in dovere di chiedermi il permesso. Non me l’aveva mai detto, né aveva cercato di farmelo capire in alcun modo, ma sapevo che non voleva rivestire un ruolo che pensava non le appartenesse e che invece sarebbe stato naturalmente, per genetica e convenzioni sociali, il mio. A me non importava. Ma nemmeno io le dissi mai nulla, né cercai di farglielo capire in alcun modo. Mi prestavo a quel teatrino, convinto che sarebbe stato meglio per entrambi. Così le dissi che quel pomeriggio sarei andato a far visita alla tomba di mia madre, e lei, sollevata di non dovermi chiedere nulla, si propose di accompagnarmi. La aspettai davanti casa sua e non si fece attendere. Tenevo in mano un mazzo di fiori e la guardai con curiosità e affetto mentre percorreva il vialetto che dalla porta di casa conduceva fino al piccolo cancello in ferro battuto. Indossava un vestito leggero dalle fantasie floreali, decisamente fuori moda, che le stava magnificamente. Appena mi arrivò di fronte soppesò i fiori con lo sguardo e sorrise appena, senza mai incrociare i miei occhi. A chi ci avesse visto in quel momento, saremmo potuti sembrare una coppia di liceali al primo appuntamento, torturati dalla timidezza e dal desiderio, guidati in ogni movimento dall’imbarazzo e da un’idea ingenua di amore romantico. Ma chiunque ci avesse visto in quel momento, sarebbe stato in errore. Quei fiori non erano per lei. Lo sapevamo entrambi. E quel leggero imbarazzo tra noi c’era sempre stato, forse per una mancanza di definizione del nostro rapporto. Un rapporto dai contorni sfocati, dal tratto sfumato tra l’amicizia, l’amore fraterno e qualcos’altro e un desiderio sommesso per il quale nessuno dei due provava un vero interesse. Come fosse un dato di fatto da sempre saputo, per sempre taciuto, al quale non aveva senso dare alcuna importanza. Mentre camminavamo rimanemmo in silenzio. Con la coda dell’occhio seguii le pieghe del vestito che cascava gentile lungo i suoi fianchi e poi giù per la gonna, che finiva giusto sopra il ginocchio. Le gambe sottili erano belle nonostante qualche livido e qualche vecchia cicatrice. Quando il mio sguardo arrivò ai piedi, per un istante rimasi spiazzato nel vedere che indossava delle scarpe di tela bianche e non delle pantofole. Si muoveva con sicurezza, con agio e la confidenza di chi sentiva il paese un’estensione della propria casa, come se quelle strade altro non fossero che corridoi scoperti sui quali avrebbe potuto camminare in accappatoio, e nessuno se ne sarebbe sorpreso. Incrociammo lungo il cammino la signora che abitava dall’altra parte della nostra strada. Una donna insipida mai stata giovane, neppure nei miei ricordi più remoti. Nonostante le sue parole non aggiungessero niente di nuovo a quel piccolo mondo racchiuso tra poche case, una piazza e la chiesa, ne dispensava sempre in abbondanza e mi ritrovavo a sorriderle e ad annuire per pura cortesia. Guardò alla mia compagna di camminata con una certa pietà e mi riferì della sua bontà d’animo e di come fosse cara a recarsi tutte le settimane a prendersi cura del roccioso ricordo di mia madre. Sentii il suo bisogno di scappare ma prima che potesse muovere un solo passo la afferrai con dolcezza e decisione per il braccio. A quel mio tocco lei si rilassò e non si mosse, decise di rimanere al mio fianco. Ora era il mio turno. La donna riprese guardandomi piena di compassione, riportando a galla per l’ennesima volta lo stesso ricordo. Di come io arrivai appena seppi la notizia che non sarebbe mancato poi molto ad un ultimo saluto, mentre mio fratello non fece in tempo. E via con la citazione del vangelo che faceva delle capacità atletiche di due apostoli una questione d’amore. Poco importava che io mi trovassi a poche ore di macchina da lì mentre mio fratello, via per lavoro, dovette prendere un volo intercontinentale. Nulla poteva rovinarle il piacere di citare la parola di Dio e fare la ruffiana. Quando ebbe finito con quelle chiacchiere la salutammo in maniera garbata e continuammo a camminare nel sole primaverile, respirando i pollini che galleggiavano in aria. Il cimitero era ai confini del paese, ma lo raggiungemmo in fretta e mi sentii confortato dalle dimensioni ridotte di quella realtà che mi era un tempo appartenuta. Giunti di fronte alla lapide mi fermai e mi sentii tremendamente impacciato. Lei invece si muoveva come fosse nel proprio soggiorno. Quello sulla sinistra prima che il corridoio, che cominciava in qualche punto imprecisato tra il suo cortile e la piazza, diventasse la strada che conduce fuori, lontano, via per sempre da lì. Quella strada che io avevo imboccato parecchi anni addietro. Raccolse i fiori secchi all’interno del vaso e li gettò a terra, con l’annafiatoio cosparse d’acqua la tomba per pulirla dalla polvere e dal terriccio. Risultò subito nuovamente lucida e liscia. Quindi prese i fiori freschi che tenevo in mano e li pose nel vaso premurandosi di versare loro l’acqua necessaria. Fu allora che si mise in silenzio al mio fianco, si fece il segno della croce e chiuse gli occhi raccogliendosi in preghiera. Io rimasi a scrutare il suo viso prendendo coscienza dell’evoluzione di quei lineamenti che avevo imparato a conoscere fin dall’infanzia. Me la ricordavo correre nel nostro giardino, scappando dalle urla ubriache di suo padre e dal pianto disperato di sua madre. Correva tra le braccia di mia madre la quale, senza dire una parola, la portava in casa per asciugarle le lacrime e abbracciarla come non aveva mai fatto con me e mio fratello che, non abituati a tali dimostrazioni d’affetto, continuavamo a vivere le nostre facili esistenze ignari di qualsiasi emozione, estranei a qualsiasi mancanza, disinteressati a ciò che alcuni dicevano ci sarebbe stato dovuto. Poi, col tempo, imparai a conoscerla e crescemmo assieme, sopravvivendo alla scuola, ai lavori estivi, alla morte di suo padre, a tutto il bourbon che si beveva mia madre. Sopravvivemmo a tutto. Io e lei. E ciononostante continuava a percorrere il nostro giardino e a rifugiarsi in quella figura materna che a me rimaneva estranea. Ma non c’era nessuna colpa da dare e nessuna colpa da addossarsi. Eravamo fatti così. Bastava esserne conscienti. A questo pensai in quei brevi minuti in cui lei concluse la sua preghiera. Il volto ovale di mia madre ci guardava sospeso tra severità, un velo di malinconia e l’incapacità di comunicarci adeguatamente i propri sentimenti. Accettando una sfida con me stesso ricambiai il suo sguardo, affrancandomi così dai sensi di colpa, perdonandoci tutto quello che non ci eravamo mai recriminati.

Pietro Liuzzo Scorpo

2. Ballaké Sissoko & Vincent Ségal – Musique de Nuit

Data di Uscita: 04/09/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ballaké Sissoko & Vincent Ségal - Musique de Nuit

Il vantaggio della musica è di essere solo per l’orecchio, di essere un corpo danzante negli spazi stretti dell’udito che portano al largo pensiero. Sono dei significanti, delle creature spettrali e oniriche che vengono fuori da corpi vibranti, e che solo come secondo lavoro portano significato.

Ballaké Sissoko & Vincent Segal sfuggono dall’ormai manieristica musica del Mali, non per fare il solito noioso “nord incontra sud, est incontra ovest, invasore incontra invaso” ma per unire i suoni di due strumenti profondi in un amalgama di onde che scuotono la notte da un tetto.
Un giorno mi illudevo di giocare a basket in un campetto e un ragazzo africano mi chiese se poteva fare qualche tiro con me. Era un veterinario trasferitosi prima in Francia e poi in Italia, dove fa l’operaio. Narrazione e retorica a parte, mi parlò di un musicista maliano che ascoltai per caso dal vivo qualche mese dopo. Mettendo da parte pure il caso, riuscì a capire che il mio problema era la concentrazione, e infatti rimettendomi la mente nella mente riuscii a batterlo ai tiri – ma non riesco a battere gli altri acciacchi della pigrizia che hanno seminato un campo di mine dove sono cresciuti dei graziosi mostri –. La mancanza di concentrazione è pura pigrizia mentale e non si combatte con la piaga di quei prodotti che vengono chiamati “integratori alimentari”, ma con l’esercizio della volontà. Il problema (direi il “dramma” se fossi più tragico) è che quando si è intelligenti si usano le migliori strategie nichiliste per ovviare al problema della carenza di volontà e si giunge a grandi ragionamenti ontologici per dimostrare la tautologica inutilità delle azioni. È solo pigrizia.
Arrivo al punto e abbandono la schiuma dei significati: quando si suona scompare ogni cosa. È la stessa fascinazione che si provava nell’antichità quando il libro non esisteva ancora (o non era ancora diffuso) e la parola poetica era appunto parola, e come la musica era esclusivamente per l’orecchio, così come in quel teatro dove Shakespeare poeta è costretto a usare il corpo degli attori per far arrivare la sua voce al mondo. Per questo un certo tipo di musica conserva in qualche crepaccio l’appiglio che fa salire in cima a una montagna altissima. La musica sotto al suo volto coperto si può ancora – follemente – mostrare sacra, anche dopo la morte di Dio. È evocativa, come la poesia di un certo genere, e non espressiva. Così, come il tuono evoca un dio nella parola, nella musica l’evocazione è totale, le onde sonore formano smisurate lingue in grado di leccare qualsiasi bellezza, anche la più alta.
Quando nella solitudine assoluta si posa la guancia sulla chitarra e si sentono le vibrazioni nel volto, quando si annienta il mondo in un suono, si sta scacciando la morte o la si sta eccitando a tal punto da farla entrare in trance fino a prenderla a schiaffi. La tristezza non è triste, la felicità non è felice, perché tutto semplicemente è, è nell’onda sonora che scuote i nervi e fa portare ai neuroni una borsa di luce carica di un profondo, invisibile e indicibile godimento.
Violoncello e kora si uniscono per trasmettere quel godimento nella caverna del nostro orecchio che finisce nel mare. Dal tetto di una casa di Bamako si spande lo stellato delirio della musica nella notte, dove questa farneticazione matematica parte dalla vibrazione della corda per arrivare al movimento di chissà quale astro danzante pronto a coglierla.

Marco Di Memmo

3. Slow Meadow – Slow Meadow

Data di Uscita: 21/08/2015

 Slow Meadow - Slow Meadow

Esiste il giusto inchiostro per ogni lettera, sapete?
Raccogliamo questa luccicante varietà cromatica in un taschino appoggiato sul nostro cuore, dimenticandoci spesso della sua esistenza. Ed allo stesso modo in cui ci ricordiamo di avere in tasca la chiave di un mistero solamente dopo aver sfiorato i freddi contorni del metallo con le dita, prendiamo coscienza di quelle penne colorate ogni volta che uno sguardo risveglia il sentimento che prima dormiva nel nostro petto.

Estraiamo dalla tasca della giacca il pastello dal colore blu cobalto, ogni volta che vogliamo parlare di un momento infinito.

Io, quando penso al blu, penso a quando ero bambino e alla salopette di quel colore con i bottoni gialli di plastica, che forse mio padre, o mio fratello, avevano indossato prima di me. Penso a quelle volte in cui venivo in bicicletta a casa tua, la mattina, prima che ti svegliassi. Per lasciarti un fiore azzurro sul davanzale. Perchè sapevo che avresti sorriso, anche se io non sarei stato lì per vederti. E mi bastava.

Giochiamo, tenendola tra le dita, con una penna ambrata dal colore giallo scuro, per intingerla nella carta bianca quando vogliamo scrivere di un momento passato. Per descrivere un ricordo dolce, da tenere in un cassetto.

Quell’anello con un cuore di resina che ti avevo regalato prima di partire, la stessa che ci cadeva addosso come pioggia in quel bosco di pini, e che io avevo conservato. Non c’erano insetti all’interno, o fiori, ma l’aria e la polvere ed il sole di quel giorno. E ti bastava.

Prendiamo in mano un pennarello grigio, quando vogliamo raccontare di un momento trasformato.

Quella volta che abbiamo aperto le finestre la mattina presto per poi essere cacciati indietro da un banco di nuvole grigie. Passammo ore e ore nel letto, immaginando una ninnananna che poteva fare tutto, tranne addormentare i nostri occhi.

Stringiamo tra i polpastrelli quell’unico, semplice, pennello dal manico bianco, quando vogliamo credere nella speranza, perché ci consente di scrivere su una pagina di colore nero.

Io, al colore bianco, preferisco l’inchiostro trasparente. Perchè mi consente di comunicare senza lasciare traccia, lasciando parlare solo le mie azioni, i miei gesti. Mi permette di scrivere nel modo più genuino possibile, senza preoccuparmi delle parole appena scritte. Per lasciare un segno intangibile delle cose che non posso scrivere. Di quelle di cui mi vergogno. Di quelle che non voglio ammettere. Di quelle così belle e felici che non esistono lettere che possano spiegarle.
Ci bastava.

Filippo Righetto

4. Verdena – Endkadenz Vol.1 / Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

5. Everything Everything – Get To Heaven

Data di Uscita: 22/06/2015

Everything Everything - Get To Heaven

Everything Everything era il nome di un bar molesto, dall’odore ostentato di stivali in pelle di pitone. In una posizione centrale, ma distante dai nostri modi quanto può esserlo il bordo esterno della Galassia in quei film dove la Luna è un pallone bucherellato di cartapesta. Frequentato da ladri di sobrietà, assassini della grammatica e tartarughe lobotomizzate. Non fare tanto il figo, al quarto drink sei esattamente come loro. La barista, lei si, ne valeva la pena, anche se non sapevi se era più ammaliata dal tuo fascino o dal tuo fegato. Si pagava gli studi in scienze infermieristiche, poverina, non potevi non aiutarla svuotando ripetutamente quel bicchiere. Questo è per Anatomia I. Questo per Biologia Applicata. Solitamente i brindisi, verso fine serata, si concludevano con esami dal nome improbabile come Filocologia o Darwin frocio!, quest’ultimo ripetuto a coro coinvolgendo tutti i presenti. Quella sera le “Scale per il Paradiso” erano gremite. Così venivano chiamati lì dentro quei gradini che portavano alla stanza dove un improvvisato DJ armato di penna USB e tanto cattivo gusto raschiava le orecchie dei presenti con frequenze annaspate e hit che potevi ascoltare tra le porte automatiche di un centro commerciale. Tu ballavi sulle scale, o forse eri in mezzo alla pista. Probabilmente eri in un locale distante migliaia di chilometri da lì, ed il tuo riflesso aveva viaggiato tutta la notte, specchiandosi vicolo dopo vicolo su nomi di persone, identità miste, pistole automatiche usate come vasi porta fiori. Fantasma o no, mi avvicinai a te sorridendo. Sapevo di non avere bisogno di chiedere il permesso. La mano destra nascosta nella tasca del giubbotto, nella sinistra uno dei miei drink preferiti, E tu cosa ci fai qui. Indossavi dei jeans grigio piombo, degli stivaletti che di pavimenti come quello ne avevano visti un bel po’, e una canottiera nera che metteva in risalto un corpo tonico e vivace. Tu mi prendesti la testa tra le mani e dopo un po’ la agitasti come se fosse una palla otto a cui chiedere tutte le risposte del mondo. Nel mentre parlavi: sentirti era impossibile, capirti fu immediato. Io continuavo a sorridere, Ok. Mi baciasti senza scoprire il mio nome ma conoscendomi più di chi sa anche il secondo terzo e quarto.
La mattina dopo mi risvegliai con gli stessi vestiti addosso, una ferita sulla gamba, ed un foglietto stropicciato nella mano. Piazza dell’Amor Imperfetto, 9.13. Era quattro ore fa. Feci i bagagli infilando in una sacca la prima manciata di vestiti che trovai nei cassetti della mia camera, e dopo meno di 3 minuti da quando avevo letto il messaggio che avrebbe cambiato, migliorato, la mia vita, ero per strada. Eri appena arrivata, il tuo respiro affannato lo confermava. Sulla fronte avevi scritto l’indirizzo della piazza, insieme ai segni di un morso. Una mia vecchia abitudine. Già ti vedevo alzarti dal letto vestita solamente di pochi ricordi confusi, per poi sgranare gli occhi davanti ad uno specchio alla scoperta di quella promessa scritta con inchiostro sbavato sul tuo volto. Così hai una cugina a Salonicco da presentarmi. Avevamo entrambi abbastanza soldi per partire, e poco altro. Dovrò prostituirmi. Anche io.
Partiamo.
Non facemmo nemmeno in tempo a salire sul traghetto. Avevamo in mano i biglietti per la traversata e nient’altro quando degli amici sconosciuti ci raggiunsero guidando una macchina rubata alla routine. I bagagli li avevamo volutamente dimenticati nel luogo del nostro incontro, erano una lapide illuminata da una luce al neon blu, sulla quale ballare e cantare in rima.
Siamo partiti attraversando una terra di guerre e divisioni, un gruppo sgangherato pronto a stringere tutto questo in un abbraccio, esposto quanto le vele di una barca durante un nubifragio. Per gli altri eravamo John e Jane Doe: non volevamo essere ricordati per quello che altri avevano deciso per noi, ma per quello che avevamo scoperto il giorno prima.
Il gruppo si compose e si ricompose molte volte, senza mai sfaldarsi. Sul lago di Ohrid si unì a noi una ragazza, che sarebbe diventata mia moglie solo otto mesi dopo.
Arrivammo ai bordi della Penisola Calcidica, sapendo di non aver raggiunto la destinazione, ma solo una delle tante. Bandiere bianche e nere alle finestre di case dai colori lontani da quelli nazionali, passavamo le giornate in spiaggia tra acqua limpida e archi di roccia sui quali io e gli altri superstiti ci arrampicavamo.
Quella notte salimmo da soli in cima alla città vecchia, spogliandoci di tutto tranne che dei nostri sorrisi più unici e sinceri. Ci prostituimmo l’uno con l’altro su pietre dalla storia intensa e su erba appena nata, senza aver bisogno di vendere o comprare nulla.
La mattina ti trovai già sveglia, come sempre. Eri seduta sul bordo della roccaforte in rovina, le gambe a penzoloni mostrate alla città sottostante. Guardavi il mare e le navi che partivano dal porto. Non avevo bisogno di vederti per sapere che stavi sorridendo.
Quanto è lontano il Vietnam?

Filippo Righetto

6. Schmieds Puls – I Care a Little Less About Everything Now

Data di Uscita: 16/10/2015

Schmieds Puls - I Care a Little Less About Everything Now

Mi hanno invitata ad entrare. Sono scivolata sulla soglia, uno scivolio inaspettato, credevo che il piede fosse ben saldo a terra, e invece. Si sono avvicinate a me alcune persone, ne sentivo le voci, distanti e confuse, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi. C’è un timore quando chiudi gli occhi che prima di riaprirli ti porta in una stanza abbandonata, buia, con poche e piccole finestre da cui entrano spifferi d’aria, foglie secche, linee di luce, una luce stanca, autunnale. I wanna run away. Un corpo supino a terra, distante da tutto, eppure con un desiderio di correre altrove. Nell’impossibilità si è nascosta una presenza. I wanna run away. Il corpo giace. Mi hanno invitata ad entrare, ma sono scivolata sulla soglia.

Tre parole, tra un sussurro e un battito: piccoli passi possibili.

Sento qualcuno che afferra la mia mano, e così ricomincio a camminare. Il profumo di un’aria fresca, nuova, lo scricchiolìo delle foglie secche sotto ai piedi, e così il tuo pensiero come un seme che cresce, si innalza, irrobustisce il proprio tronco, e i rami, sempre più lunghi, e le foglie, i fiori, il profumo, primavera, estate, autunno, inverno.

I don’t feel anything anymore.

Accadde un’altra volta, ma con un invito a camminare. Una stanza sotto il cielo, senza porta, né pavimento. Una stanza senza una casa che la sorregga, una stanza esposta al pericolo, una stanza che protegge dal pericolo. Per proteggersi bisogna esporsi. Forse qualcuno l’ha già detto in passato, magari qualcuno che era stato in quella stanza.

Mi piacerebbe incontrarlo, vorrei che ci sedessimo a terra in quella stanza senza pavimento, vorrei che parlassimo, vorrei che mi raccontasse cosa ha provato quando è arrivato lì per la prima volta, se era solo, se c’era qualcuno con lui, se era stato invitato, accompagnato, o era arrivato lì casualmente.

You can go now.

Allora io gli racconterei che ero stata dapprima invitata ad entrare: entrai, ma il piede scivolò sulla soglia. Ho passato un periodo fuori dal tempo, un periodo in cui i giorni erano distanti tanto quanto le voci delle persone che mi erano attorno. Gli racconterei del vento, dello scricchiolìo delle foglie secche sotto ai piedi che mi permettevano di contare i passi e i giorni. Gli racconterei del buio della stanza, del seme-pensiero e della mano che afferra la mia e m’invita di nuovo a camminare.

- Dove vai?
– Vengo con te.

“Un giorno mi sono accorto che non mi importava più di nulla, e che tutto mi feriva a morte.”
– Baricco

Valentina Loreto

7. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

8. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

9. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

10. Grimes – Art Angels

Data di Uscita: 06/11/2015

Grimes - Art Angels

Seguimi, ti porterò nel cuore della scena che ha riacceso le luci nel palazzo della creazione.
-Hai visto questo volto sulle copertine dei giornali di musica e sul web, non è così? Disse quella ragazza che vedete lì, gesticolando con le dita affusolate e in preda a una passione coinvolgente. Si voltò un secondo, tornò con un nastro e lo inserì in un mangianastri portatile. -E avete sentito anche questa voce da qualche parte, o mi sbaglio? I presenti annuirono a più riprese, chi sorpreso, chi mostrando entusiasmo, chi più assorto e concentrato. Sapevo a che copione stavo assistendo, anche se io e Claire non avevamo buttato giù su un foglio nessuna sceneggiatura. Guardai le pareti, una sensazione d’antico, le lunghe finestre dai vetri spessi che ci stavano riparando da una pioggia torrenziale, le candele profumate su alcuni davanzali a riscaldare più sensi e l’ambiente. Chiusi gli occhi un istante e le mie narici ringraziarono per quell’incontro con quelle terre inesplorate. Prima di riprendere i miei passi mi fermai accanto alla grande finestra che dava sugli alberi del cortile. Cercai di godermi al meglio quella percezione, i sapori, il passaggio lento e avvolgente della temperatura corporea dal freddo al tepore, reso possibile grazie alla vicinanza con le candele. Ripensai ai capelli di Claire ora sparsi e spettinati durante un salto, ora stretti e legati in una treccia spessa, come fossero il simbolo della sua arte, come colonna sonora di questa scena. Vidi alcuni quadri alle pareti, alcuni suoi, altri di suoi amici. Vagamente ispirati a fumetti giapponesi, sfondi dai toni fiabeschi ma con un tocco che può fare anche pensare alle megalopoli contemporanee. Cercavo di ricostruire mentalmente i punti salienti del processo creativo che ha portato a questo lavoro musicale. L’origine della sua volontà di dire qualcosa di così forte, la sua necessità di sgretolare muri e barriere troppo spessi e ottusi per stare in piedi. Un viaggio al centro dell’istinto e dell’istante primo della volontà e della necessità di creare, di provare a scuotere l’aria del mondo e provare a offrirgli la nostra grande piccola versione di una storia. La ricerca costante di chi noi siamo, una corsa che non si può fermare, genuina come un ruscello che va nella natura, come un treno che non cambia la sostanza del suo andare ma che ogni giorno baratta visioni e paesaggi interiori, ricordi e nuove emozioni. Un albero con le sue radici e il rinnovarsi continuo dei suoi rami. Gli occhi di Claire illuminati dalla luce di una candela, che poi è simbolo dell’arte che brucia dentro, occhi che, mentre il colore dei capelli muta in continuazione, non smettono mai di essere sé stessi, identici a sé stessi sempre. -Posso chiederti una cosa, le domando quando ricomparve davanti a me, senza ospiti al seguito. -Certo, mi fa. -Sono convinto che abbiamo in mente la stessa risposta. Comunque..Secondo te, da cosa si è generato tutto questo? Rimase in silenzio, costrinse anche gli occhi a farsi pensierosi. Guardò le candele vicino alla finestra, le spense una ad una. -Ecco, da qui. Non fu una sorpresa ritrovarsi avvolti nel buio.
A partire da una grande piccola scintilla poi tutto s’accese. A partire da quegli occhi e da quel sorriso che conoscevo così bene, che avevo visto così, sempre uguale, anche nelle foto di Claire da bambina in braccio a sua nonna, a partire da tutto questo ora siamo qui, nel mezzo di una città musicale straordinaria e sbalorditiva, l’orchestra che tutti stavamo cercando negli ultimi tempi, tutta qui, concentrata nello stesso luogo e nello stesso tempo, il ritorno di un primordiale bisogno d’armonia che possa filtrare in mezzo a tutto quello che è caos e che fa troppo rumore. -Ma qui ci sono tutti i dischi che stavo aspettando di ascoltare in questi mesi, mi ritrovo a dirle nel modo più genuino possibile. Le sorridono gli occhi, i capelli sono di non so più che colore, ma che importa? Canzone dopo canzone la posta si rialza, è una sfida lanciata a tutti gli altri grandi gruppi del nostro tempo. Forse solo da una prospettiva separata si poteva generare un lavoro del genere, grazie a queste finestre lunghe e alle candele sul davanzale, ai quadri appesi alle pareti di trecento diversi colori, grazie all’animo di un’aliena che a gambe incrociate guarda questo spazio da un altro pianeta, grazie a tutti gli strumenti che vedrò poi nella sala prove dove tutto ha avuto inizio e il buio ha incominciato a diradarsi, a lasciare spazio a una scintilla dopo l’altra, tanti di questi paesaggi visivi, affettivi e sonori. C’è anche il romanzo che probabilmente vorrei scrivere, nella capacità di essere organico di un lavoro che parte dal nulla, da un blackout, da un percorso che si morde la coda e che pian piano va a patti col proprio passato, presente e futuro, riaggiusta la propria essenza cercandone il cuore, e si perde nel mondo con la forza e la grazia di chi non contempla confini e si porta a casa la bellezza che trova. Tra tutti questi pensieri mi accorgo che non avevo notato, tra i presenti, due insolite figure sedute ai due estremi di un tavolo. Una donna sta cercando di catalogare le canzoni che ascolta tramite gli incastri che portano alla soluzione del cubo di Rubik, un uomo ha un mazzo di carte davanti a sé e cerca di tradurre in un sistema chiuso di combinazioni lo svolgersi dell’album. Nel mentre sfila alle nostre orecchie un’orchestra senza tempo, la chiave che disserra la serratura del buio, a cui s’accompagna la tenue luce di una voce primordiale, come appena nata. Le sue prime parole nel mondo sono significative: Oh, this music makes me cry. It sounds just like my soul. Il luogo indefinito da cui tutto è partito. L’intenzione pura che poi entra nel mondo, e fa attrito. E così decide di uscirne ancora più bella. Il desiderio, la conquista, l’abbandono. Vuoti e pieni. Questa continua tensione da accarezzare e consacrare. E un flusso costante che ci fa progredire. Scrollarsi di dosso etichette, pregiudizi, piedistalli, insulti. Alzare la posta, chiedere che non ci siano barriere, che si possa ascoltare, comprendere, creare, crescere. In che tempo viviamo? Vedo l’uomo delle carte tronfio di aver costruito un disegno, alza lo sguardo pieno di sé, guarda verso Claire, la sua mano immediatamente manda in confusione una carta dopo l’altra. La donna del cubo di Rubik sta ferma, ha deciso che ha già trovato la soluzione e non vuole scendere a patti. -Ma com’è possibile che ci siamo dimenticati di come la creazione non è altro che l’incontro tra due e più mondi paralleli? Claire suona alcune delle chitarre più rock degli ultimi anni tra beat trascinanti, ritornelli eterei ma upbeat, dichiarazioni d’amore alla melodia, delle note a un pianoforte, in altre parole, un atto d’amore alla libertà raggiunta nell’universo sonoro. Too good to be true, dice una canzone e i miei sensi ringraziano e si abbandonano alla musica. Poco dopo ritorna un tema centrale di tutto il lavoro e di questa serata, il rapporto tra l’artista e il suo pubblico. C’è tutto qui nelle liriche, sparso tra una canzone e l’altra. Amore per tempi passati, delusione per le incomprensioni, necessità di scrollarsi di dosso l’amarezza, gratitudine per chi segue con intelligenza il cammino che, come la vita, tutto un rettilineo uguale a sé stesso non è. L’unità è nella forza originaria delle intenzioni, in mezzo al movimento. Il luogo da dove tutto ha origine. Tu seduta sul pavimento della stanza. Il silenzio che circonda. Hai gli occhi chiusi, tendi le mani nel buio. Qualche nota inizia a fare capolino nella nebbia. Una, una, due, una ancora. Eccolo, lo scintillio che cercavi. Primo tassello della creazione. Forza da conservare tra le mani, da far crescere e poi da accompagnare. C’è ancora tempo per riflettere e per ballare, perdersi nella musica, la donna del cubo di Rubik si è alzata indispettita e ha gridato allo scandalo, non accetta che non si stia alle sue regole, l’uomo del mazzo di carte lo stesso, non troverà mai il suo ordine definitivo preconfezionato. So che la serata sta per chiudersi, preparo le copie degli album per chi vorrà acquistarle. Dentro c’è una lettera che Claire ha scritto per l’occasione, si chiama Life in the vivid dream e racconta del buio, della necessità di diradarlo, di fare luce, di come è dal nulla che nasce una nuova creazione, della magia originaria di tutto questo e della strada che fa. A momenti potrebbe scendermi una lacrima, e vedo avvicinarsi Claire. -Com’è andata? mi chiede. Ci abbracciamo. Le candele si spengono e si accende una scritta. “Beautiful”.

Filippo Redaelli

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