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Top Ten 2015 – Federica Giaccani

1. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

2. Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

3. Drake – If You’re Reading This It’s Too Late

Data di Uscita: 12/02/2015

Drake - If You're Reading This It's Too Late

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi arrivare, scese da una lunghissima macchina scura sganciando un grosso rotolo di verdoni all’autista prima di spedirlo via, lontano, in una notte senza stelle. Così tanti soldi tutti assieme non li avevo mai visti, e mai li avrei visti più in vita mia. Si fece lasciare qui, nella solitudine del deserto californiano a pochi chilometri da Blythe, poco più in là l’Arizona. Spirava uno strano vento che presagiva pioggia, cosa insolita per un posto come questo poco avvezzo all’acqua, semmai tormentato dalla siccità. Nessun avventore al bancone, avevo deciso di uscire a farmi prendere a schiaffi dalle raffiche mentre chattavo con Sean e TJ su WhatsApp: non si erano ancora ripresi dai bagordi della notte precedente, la festa per i miei diciannove anni, la tequila arrivata dal vicino Messico e le ragazze ubriache. I postumi mi stavano complicando le cose qui al lavoro, ma dovevo a tutti costi rigare dritto, d’altra parte mi pagavano bene per i servizi notturni, non potevo correre il rischio di ritrovarmi col culo per terra senza uno straccio di occupazione. Una Red Bull e qualche sigaretta in faccia alla luna potevano salvarmi, d’altra parte ero da solo, fatta eccezione per quella coppia di altissime palme all’imbocco del vialetto, e le pompe di benzina a riposo, di fronte a questo blocco prefabbricato di colore giallo, chiamato pretenziosamente “Tavola Calda”.
Invece arrivò lui, a innestarsi quale alieno in una cornice direi surreale; l’auto dalla quale scese si dileguò a grande velocità fino a perdersi sull’orizzonte destro, il ragazzo si girò guardingo, come a sincerarsi che nessuno lo avesse pedinato, si sistemò il cappuccio della felpa sul capo e, mani in tasca, entrò sfilandomi accanto. Spensi velocemente la Lucky Strike accesa solo un attimo prima, lo seguii all’interno per adempiere i miei compiti al bancone del bar, con una certa curiosità. Ordinò un anonimo cappuccino prima di sedersi al tavolino davanti al finestrone che dà sul piazzale, dove trascorse la notte annotando chissà cosa in un’agenda tascabile; di tanto in tanto lanciava lo sguardo tra gli arbusti del deserto, ma forse nemmeno lui sapeva cosa stava cercando.
Dopo quella notte tornò altre volte, da solo, con una vecchia utilitaria dai parafanghi consumati. Non riuscì mai a dismettere l’espressione marcatamente inquieta dal volto, nonostante la progressiva confidenza che si stava prendendo con me, tra reciproci racconti di vita nella vastità di questa California silenziosa e inabitata. In seguito mi rivelò che si sentiva braccato, dai fantasmi di una notorietà arrivata dirompente sebbene la sua giovane età e le invidie di chi gli contendeva la piazza. Difficile dargli torto, pur essendo il suo mondo distante anni luce dal mio, fatto di rinunce e sacrifici per raccattare qualche soldo in più. Era famoso quindi, era un rapper ma aveva il viso pulito e privo di quell’alone di temerarietà dato da cicatrici e sguardi torvi. Era famoso e naturalmente autocompiaciuto, tuttavia mi regalò la sua fiducia con una spontaneità disarmante, la stessa con la quale aveva cominciato a rivolgermi domande o a sputare fuori frasi sconnesse per dar voce all’irrequietezza interiore, mentre fumavamo insieme sotto la tettoia della stazione di servizio.

“Shit’s just crazy man, the whole energy out here is just changing, you know. It’s just getting dark, man, quick” / “I’m drinking more. I’m smoking more. We’re out here staying up so late that it’s early, like fuck. I’m not losing it though; I’m just venting. I’m not worried. It’s already too late for these guys, trust me. I’m just more worried about myself. You know? I just gotta come home.”

Casa era quella che aveva lasciato a Toronto una volta che divenne “qualcuno”, casa è quella in cui io torno ogni due o tre mesi per riabbracciare la mia famiglia e accumulare il calore necessario a non sentire freddo nel vuoto di questo posto di confine. Durante le notti in cui ci tenevamo compagnia, con un bancone spartano come linea di separazione, mi disegnò chiare immagini innevate, la sua infanzia in un Canada dagli inverni tremendamente rigidi da intiepidire sulla strada con gli amici di sempre o tra le mura della propria cameretta a emulare idoli dell’hip hop, gli stessi che poi si sarebbero tramutati in rivali. Le lunghissime partite a basket nelle corti in cemento tra un palazzo e l’altro non erano così diverse dalle mie, gli stessi pantaloncini sudati su gambe esili, le mamme alla finestra ad ammonirci perentorie ché avremmo saltato la cena se non fossimo rincasati, le sonore risate e tutti i futuri possibili davanti. Sembrava che si allentasse la tensione sulla scia dei ricordi spensierati, ma la leggerezza durava poco e un’ombra tornava ben presto ad abbassargli lo sguardo.
Un paio di mesi fa eravamo intenti a disquisire su soldi e donne che gravitavano nell’ambiente rapper, sulle armi, le telefonate anonime e tutto ciò che metaforicamente diveniva ai suoi occhi una minaccia, quando un ubriaco piombò nel locale piazzandosi al bar, sullo sgabello di fianco al suo. Non la piantava di biascicare fesserie e ordinare drinks, e non potevo non accontentarlo; il ragazzo si alzò di scatto facendomi segno col capo che mi avrebbe atteso fuori. Il punto esatto, quello che preferiva, apriva una drammatica vista sul deserto desolato, e il vento spirava anomalo come la notte del primo incontro; quando mi smarcai dal disturbatore non c’era già più, era sparito nell’oscurità. Mi aveva lasciato un foglio bianco incastrato nella pompa di benzina più vicina: “If you’re reading this it’s too late”, recitava una scritta irregolare col pennarello nero.
Il negozio di vinili era meta di pellegrinaggio con i miei amici sin dal mio trasferimento in California, ma stamattina sfogliando i dischi non mi sarei mai aspettato di ritrovare la stessa grafia scura su fondo bianco a recitare le parole del biglietto, sulla copertina di un album. Drake era svanito tra le folate in mezzo al nulla ma non era un addio. Nel mio giorno libero la stanza dove vivo è inondata di luce; mi perdo a guardare dalla finestra la strada e la sabbia mentre la musica fluisce pezzo dopo pezzo, e parla con estrema franchezza delle paure e dei tormenti che già conoscevo. Una sequenza di spari, degli squilli insistenti e un numero disconnesso, costante malinconia di fondo su ritmiche scarne o complesse ma costantemente profonde, su cui s’innestano storie di pistole, di fama e successo, delusioni disillusioni e ansia da prestazione, inquietudine inestirpabile perfino a Miami, tra un party e l’altro. La parabola si conclude a New York City, un tardo pomeriggio, in un sommario e lucido bilancio esistenziale. E gli States sono sconfinati, ma semmai tornerà a farmi visita, il cappuccino lo offrirò io.

Federica Giaccani

4. Verdena – Endkadenz Vol.1 / Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

5. Port-Royal – Where Are You Now

Data di Uscita: 02/10/2015

Port-Royal - Where Are You Now

Cemento dissestato a terra, trivellato dal tempo e dall’incuria, e arbusti stecchiti che s’issano come antenne dalle crepe. Un luna park che senz’altro aveva visto giorni migliori, una via di mezzo sbilenca tra Pripyat e Coney Island a ben guardare più vicino alla prima che alla seconda; tuttavia è aperto e la ruota panoramica gira, gli autoscontri cozzano l’uno contro l’altro con gommosi rimbalzi, l’aria sa di caramello, di sigarette, di qualcosa di tossico. Lo spaesamento va a braccetto con la fascinazione.
In stazione mi hanno dato questo biglietto, ora che lo sgualcisco con le dita in un mio tipico fare nervoso mi accorgo che il campo nel quale avrebbero dovuto stampare il nome della destinazione è rimasto in bianco. C’era un unico binario e il treno stava sopraggiungendo in quell’istante, salire al volo è stata un’azione istintiva, mosso dal terrore di rimanere impantanato in un punto svuotato di prospettive. Il viaggio era una debole scusa per reagire all’impasse, per dimostrare di poter rompere una stasi con il minimo sforzo; la realtà dei fatti narra di foreste tutte uguali che correvano al mio fianco, fulminate dai miei occhi fissi su di loro mentre la mente vagava in avanti e indietro nel tempo. Movimenti con risultante pari a zero, tant’è che arrivare qui equivale a conservare la medesima posizione. Un vecchio un giorno mi confidò che solo ai sognatori è concesso di spostarsi senza meta definita, deduco quindi di aver seduto nella carrozza dei visionari.
Where are you now – me lo chiedi o me lo affermi?
Non lo sai tu e non lo so io, per questo adottiamo un ibrido tra asserzione e interrogativo. La consapevolezza mi ha condotto ad accettare la labilità come configurazione d’equilibrio, ché la vita insegna che le strutture isostatiche esistono sono nelle utopie. Tuttavia, non mi sono mai negato il gusto di perdermi nei miei desideri, e nel meraviglioso gioco delle infinite possibilità, soprattutto da quando ho annegato la paura di ballare nelle gelide acque del fiume Volga.
Non c’è da pagare per fare un giro ed elevarsi sopra le cime del bosco che abbraccia questa oasi di divertimento e malinconia, un giovane mingherlino mi appone un timbro sul polso come lasciapassare per issarsi e disegnare una mappa per scegliere un posto nel mondo; la geografia mi è sempre stata amica e una bussola per orientarmi è ciò che mi consola mentre gli ingranaggi cigolano e il tettino giallo limone ondeggia a un metro dalla mia testa. Vi sono altre persone e riconosco dal loro sguardo che sono state traghettate qui attorno dallo stesso scopo, la compagnia mi conforta e alleggerisce il peso. Quando mi avevi regalato la possibilità di scegliere un futuro tirando i dadi non mi aspettavo che avresti estratto dalla tasca un solido così multisfaccettato: sei facce sarebbero state insufficienti a cogliere le sfumature. E adesso che ho deciso di ubbidire alla mia natura e tracciarmi un percorso, fatto di riflessioni ma anche di leggerezza, datemi in mano una matita e fatemi apparecchiare gli strumenti per tradurre tutto in musica. Una combriccola si scatena accanto al pungiball ché l’Eurodance martella l’aria, bambinetti che si dimenano nei bomber troppo larghi per le loro spalle puerili, ma la gioia schizza dalle pupille come laser. La speranza.
Sono sempre stato in tutti i posti e da nessuna parte, anelare all’altrove più a Est che a Ovest mi ha messo in marcia da anni verso città e paesi dai nomi bizzarri, abitati da gente dall’incarnato pallido e dal cuore impavido. Sono morto al momento giusto, quando ho interrotto quell’insulsa battaglia interiore tra spettri contrastanti, alla spasmodica ricerca di un io univoco; ora, potermi riconoscere in una discoteca di periferia, madido di sudore sotto le luci stroboscopiche e la cassa che picchia a 4/4, non fa di me una persona diversa da quella che osserva dal tetto di un palazzone qualsiasi un tramonto freddo e tardivo, e si commuove. Ero a Bratislava in quel giorno lontano. Quell’altra volta ancora ascoltavo i Röyksopp provando un lieve imbarazzo per aver ceduto all’electropop, troppo commerciale per i palati dei saccenti criticoni, tanto lesti a puntare il dito quanto frigidi nel provare emozioni. Non è mai stato un mio problema, né tantomeno lo è adesso.
Il vento scuote le cime degli abeti oltre le montagne russe e le guance si arrossano per le temperature in picchiata col calare del sole e per la contentezza di spogliarmi, definitivamente, di tutte le costrizioni. Spogliarsi è abbandonarsi, e la resa è sempre in fondo una riappacificazione, anche quando comporta ammettere limiti, o sconfitte, o armistizi.
I’ve got this beautiful feeling, and it’s breaking my heart, it’s breaking my heart…
Stiamo danzando all’unisono eppure ciascuno racconta una propria storia, la mia parla d’incontri susseguitisi nel tempo e nello spazio, in cui il reale e il virtuale non collidevano ma si completavano a vicenda, in cui posso serenamente adoperare glaciali aperture ambient accanto a luccichii glitch, in cui la techno e la dance dialogano col post rock con estrema naturalezza attraverso melodie dense di vera vita.
Quando capito a Tallinn sento la cassa toracica vibrare in risonanza coi synth algidi che decollano in un climax teatrale, mi scateno in qualche club per poi destarmi al mattino a due passi da Paldiski e avvertire quella nostalgia assoluta che mi attanaglia ogni volta che piango guardando “Lilja 4-ever”.
Dopotutto, si tratta sempre di amore.
Spezzare, ricomporre, creare ancora. Il treno per tornare indietro è inspiegabilmente vuoto; una voce di donna con la delicatezza tipica di una calda carezza, tra liquidi arpeggi, rivela “we are floating like feathers in this place we made for us”. Siamo fragili, siamo ovunque e in nessun luogo. Un luna park in un apparente non-luogo, ma un occhio attento può in ogni caso riconoscercene un altro in una giornata autunnale sporcata dalla pioggia e dalla salsedine della costa, catturato in un’istantanea di alcuni anni addietro tra la scogliera e il mare inquieto come quest’animo, palazzi anni ’70 familiari e la litoranea, a poca distanza da Genova.

Federica Giaccani

6. Chelsea Wolfe – Abyss

Data di Uscita: 07/08/2015

Chelsea Wolfe – Abyss

Il cielo è piatto e grigio. Si allunga tra i palazzi, dall’orizzonte mai così vicino, a questa finestra dalla quale è possibile ammirare il nulla che si replica all’infinito. Ancora e ancora. E quando cala la sera, allora si tinge di nero come volesse nascondersi alla vista. Come se il buio potesse mascherare tale pochezza. La notte inghiotte le nostre vite. Tutte. Le impasta a quel vuoto ed al dipanarsi delle tenebre le rende alla catena di montaggio. Sì che un altro giorno possa cominciare. Copia carbone del precedente. Matrice consumata del successivo. Che cosa ci resta dei giorni passati a coltivare la terra? Il fumo scuro che si alza dalle ciminiere non è che la manifestazione dei tempi che sono cambiati. Si leva al cielo come le nostre anime. Di noi che per rimanere al passo della storia abbandonammo la zappa in favore del silicio. Dei cristalli liquidi e dell’automazione. Abbandonammo i nostri istinti e le nostre conoscenze stagionali e meteoropatiche ai piedi di una natura cadaverica. Ci vestimmo di dieci ore lavorative poco pagate. E non possiamo più tornare indietro perché ci infarciscono di ambizioni non nostre e desideri e illusioni di una vita sempre in divenire ma che non può cambiare. Che cosa ci resta del sogno del mondo nuovo che ci era stato promesso? La frustrazione ed il senso di colpa per aver vanificato il sacrificio dei nostri genitori. O forse nulla si è ancora compiuto, e siamo noi a doverci sacrificare per chi verrà dopo. Ma noi? A noi chi ci pensa? Rinchiusi in cubicoli di cemento claustrofobici, sui quali non batte mai il sole. Divisi da pochi centimetri di cartongesso. Separati dal silenzio alienante di un lavoro che non concede nulla a fine giornata. Il vuoto dentro colmato dal piscio che abbiamo dovuto trattenere per ore nell’attesa di un cane da guardia che ci accompagni al cesso. A noi chi ci pensa? Voi che ci elemosinate una pisciata? Voi che avete il controllo del nostro tempo e ci lasciate le briciole del vostro spazio? Vorremmo scappare. Ma ci avete legato per sempre alla mancanza di alternative. Possedete i nostri corpi. Abusate delle nostre menti. Raccogliamo quelle poche parole che ci rimangono su pezzi di carta che speriamo possano uscire da qui. A differenza di noi. Ma ci manca l’odore del fango, ora una vaga immagine in lontananza. Ci manca pregare per la pioggia. Ci manca il sogno della città. Il sogno di avere le stesse prospettive di tutti. A volte, quando ritorniamo mesti, trascinando esausti i piedi, alle nostre stanze, il desiderio di morire è il nostro unico compagno. Ci sediamo con lui ad osservare l’insensato scorrere delle ore. Discorriamo dei nostri propositi. Del futuro. Lui ascolta paziente e, quando comprende che ancora serbiamo speranza, saluta garbatamente e se ne va. E’ solo un arrivederci. Sa che ci rivedremo presto. A noi chi ci pensa? Noi che siamo ingranaggi e niente più. Noi che siamo la forza che muove la produzione infinita per i consumi che ci illudono di vivere in una libertà che non abbiamo mai davvero chiesto. Ridateci i tramonti che ci avete sottratto. Ne conserveremo l’odore per tutte le sere in cui non potremo fare a meno di vivere. Ridateci un orizzonte che valga la pena ammirare. I brividi si imprimeranno sulla nostra pelle e ci ricorderemo, nelle poche notti in cui condivideremo il letto con il silenzio di qualcun altro, che c’è altro al di là dei confini che ci avete costruito intorno. Ridateci le parole che non riusciamo più a trovare. Ne serberemo il gusto per quei giorni di cui non sappiamo che farci. A noi chi ci pensa? Chi ci consola in questa notte in cui fuori dalla finestra piovono poeti?

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Beach House – Thank Your Lucky Stars

Data di Uscita: 16/10/2015

Beach House - Thank Your Lucky Stars

Rebecca aveva tenuto in serbo il tubino di velluto nero per La Grande Occasione nell’armadio in mogano della stanza degli ospiti, tant’è che per fortuna iniziò a subodorare per tempo l’avvicinarsi dell’incontro e risparmiò a se stessa, ad Antoine e agli altri avventori del ristorante francese all’angolo tra la 65ma e Park Avenue l’imbarazzo dell’odore di lavanda mescolato alla naftalina.
Dal canto suo, nemmeno Antoine era rimasto immune dal trambusto interiore sollevato da quell’agognato appuntamento: la scelta del momento opportuno per porgere l’invito, le mani sudate strofinate sulla lana dei pantaloni, lo sguardo basso con la speranza che le irregolarità dell’asfalto gli suggerissero le parole migliori per assicurarsi un successo. Poi, come spesso accade, la semplicità di un gesto come un braccio attorno alla vita di lei, nell’atto di accompagnarla con delicatezza dal freddo della strada al tepore dell’ingresso di casa, uno sguardo in cui l’amore si vestiva prevalentemente di premura, sciolse con naturalezza ogni impaccio e la proposta sgorgò fluida. Altrettanto naturalmente venne accolta, con entusiasmo: gli occhi luccicanti di Rebecca non ammettevano menzogne.
Antoine si era messo in cammino con largo anticipo, con l’intento di far sbollire l’adrenalina tra i gelidi sentieri del Central Park. Il crepuscolo stava calando tra le fronde, i vivaci aranci e marroni andavano scurendosi passo dopo passo avvolti dalle ombre lunghe, mentre i lampioni si accendevano in una progressiva danza luminosa. Il cielo era terso, le costellazioni fissavano l’uomo dall’alto come numerosi occhi benevoli, da quell’infinita distanza avrebbero vegliato sulle sue mosse leggermente impacciate.
Rebecca, dal canto suo, era stata incastrata da un fastidioso turno lavorativo che avrebbe irrimediabilmente stretto i tempi; tanta cura per i dettagli ma all’ultimo si era arresa all’ufficio, alle scartoffie, a un cambio d’abiti d’emergenza nel bagno al ventesimo piano di quell’asettico open space, senza dubbio tutt’altro che pulito a fine giornata. Poco importava, una volta indossato il vestito e rinfrescato il trucco un nuovo sipario si sarebbe aperto e i registri contabili sarebbero spariti di fronte al taxi che attendeva in strada, tra le luci di New York sempre cariche di promesse.
Il ristorante era molto piccolo e i tavoli erano abbracciati dalla penombra per proteggere l’intimità degli avventori. Antoine era da poco arrivato e aspettava Rebecca a fianco all’ingresso, con una sigaretta tra le labbra. Il fumo si mischiava nell’aria al vapore caldo del respiro, ma quando lei scese dal taxi gli sembrò di sentirsi mancare il fiato. Dissimulando disinvoltura le andò incontro con un ampio sorriso, le cinse le spalle con un braccio aprendo la porta con la mano libera. La prenotazione previdente aveva loro garantito riservatezza in angolo del locale, le vetrate a tutt’altezza su ambo i lati, tuttavia, li scoprivano agli occhi dei passanti veloci e al flusso di auto nel crocevia contiguo. Nessuno dei due sembrava curarsene, la cornice era senza dubbio perfetta per siglare un tenero inizio all’interno della magia unica di quella metropoli brulicante di desideri e realizzazioni. Le bollicine dello champagne e un primo brindisi ammorbidirono i nervi un poco tesi e spezzarono gli indugi; dopodiché fu semplice per entrambi cedere alle chiacchiere a bassa voce tra sguardi intensi vicendevoli e le guance leggermente arrossate, per lo sbalzo termico e per le emozioni. Si sfiorarono le mani più volte scegliendo le portate dal menu, quei gesti dapprima esitanti guadagnavano dimestichezza col passare dei minuti e una musica soffice riempiva i silenzi con delicatezza, prendendosi lo spazio opportuno senza sovrastare le loro parole. Rebecca dopo un po’ nemmeno si accorse più del ricciolo che imperterrito le cadeva sulla fronte rovinando la precisione dello chignon ben tirato indietro, lo lasciò fare mentre rideva e sorrideva, rapita dall’intelligente ironia di Antoine che nel frattempo si era sbottonato il cardigan e si era abbandonato sullo schienale della sedia, col calice di vino in mano. Prima le zuppe, poi i formaggi e la carne, infine i dolci sontuosi e abbondanti; le canzoni scorrevano nei loro discorsi come miele, una voce femminile accarezzava e lambiva i riverberi, intrecciata alle sognanti melodie dal sapore di stelle e caramello. Se avessi potuto sbirciare la situazione da una finestra qualunque del palazzo di fronte, avrei detto che ogni tassello si trovava al posto giusto e nessuna sceneggiatura di nessun film avrebbe descritto in maniera più convincente lo sbocciare di un amore a Manhattan. L’aveva corteggiata per settimane, al bistrot ogni mattina la osservava tra le pagine di un quotidiano, poi passò a offrirle un cappuccino, quindi le rivolse qualche cortese battuta per stabilire un’intesa. Rebecca sembrava gradire ogni attenzione, col suo timido linguaggio corporeo comunicava un interesse contraccambiato, ma Antoine temeva di andare incontro a un rifiuto quella sera che si incrociarono per una casuale circostanza all’uscita della metropolitana e lui propose di scortarla fino a casa. Lì raccolse il coraggio e formulò l’invito, sorprendendo addirittura se stesso per essere riuscito ad assecondare l’istinto senza troppe remore.
Man mano il ristorante andava svuotandosi, ma le loro conversazioni non accennavano a scemare; la colonna sonora onirica, sfumata da scie evanescenti, impreziosiva anche i gesti più semplici. Erano rimasti solo loro, i camerieri riassettavano la sala quando Antoine si alzò e, con un elegante baciamano che profumava di classicismo ed eleganza senza tempo, attirò a sé la ragazza, in un lento ballo guancia a guancia, fino al completo svanire delle note.

Federica Giaccani

8. Godspeed You! Black Emperor – ‘Asunder, Sweet and Other Distress’

Data di Uscita: 31/03/2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Asunder, Sweet and Other Distress'

Seduto allo scrittoio accanto alla finestra, è da un numero imprecisato di ore che cerco di mettere ordine alle mie memorie confuse, che mi sfuggono di mano intrecciandosi in una sequenza tutt’altro che verosimile, giocando a nascondersi per i sentieri impervi del tempo, con la spavalderia di chi sa di poter eccedere in furbizia o anche solo in prestanza fisica, contro l’avversario. Sono in attesa, congelo istanti e immagini aspettando di sentirti spalancare la porta alle mie spalle da un momento all’altro, trascinandomi nell’ampia corte dell’ingresso per sfidarmi, come abbiamo pattuito a seguito di ricerche reciproche, per mettere finalmente a tacere ogni diverbio e contrasto che ha contraddistinto questo morboso rapporto di dipendenza e rancore, sin dall’infanzia. Mi preme soltanto lasciare per iscritti i miei pensieri, ché magari in futuro qualcuno potrebbe leggere della logica in questo gesto a prima vista folle; ma siamo cresciuti con le armi e le armi ci hanno vissuto addosso in questo affanno di vita, non siamo stati mai educati alle mezze misure per negoziare soluzioni.
Scosto la tenda e vedo la brughiera invadere la visuale e la stanza, mica come quando muovevo i primi passi in una campagna americana con le pecore a pochi metri da casa e quell’intimità tipica delle cose semplici. I nostri padri ci avevano impartito una formazione rigorosa, il gregge e la natura andavano accuditi e rispettati, le prede andavano invece cacciate per ragioni di difesa personale e approvvigionamento, secondo l’antica e ancora cara usanza dei nostri avi. Al raggiungimento della maturità ricordo ancora il grosso pacco regalo contenente il mio primo fucile, non fu una sorpresa giacché nascesti un paio di anni prima di me e la cerimonia d’iniziazione all’età adulta la avevo già vista da spettatore. Ciononostante, l’emozione mi fece tremare le mani e la voce mentre ringraziavo con lo sguardo dritto a quello di papà, severo, e il contatto con la lunga canna fredda e l’impugnatura mi fecero trasalire. Fu una giornata epica, di rincorse concitate nella radura, di sali scendi in cui il respiro ansante mi martellava le tempie e gli occhi famelici trapassavano siepi e alberi alla disperata ricerca di una grossa preda da esibire come trofeo. Era obbligo morale uscirne vincitori, mio padre doveva essere fiero di me e io meritevole di una responsabilità così importante come la maturità. Di contro, la tua smania di primeggiare ad ogni costo mi costringeva a retrocedere e a lasciarti talvolta il passo, quando ti piazzavi davanti a un appetibile bersaglio per farlo tuo o mi scansavi all’improvviso nel tentativo di dissuadermi dal premere il grilletto. Avrei dovuto già capirlo al tempo, non avremmo avuto vita semplice insieme. E ora, mentre ti aspetto, in bilico tra il timore e l’ardente desiderio di giungere finalmente a un epilogo, mi tornano a galla chiarissime quelle immagini invecchiate, ancor più nitide e precise di tante altre più recenti affastellate senza cronologia. Seduto allo scrittoio, procedo nella scrittura, mentre riempio il silenzio ingigantito dall’alto soffitto con della musica solenne come le nostre giovani cavalcate, in cui archi e batteria si dividono la gloria, in un tripudio che incede di vaga memoria psichedelica. Scorre il tempo e tu stai tardando; mi chiedo se alla fine della fiera abbia scelto la resa, pur sapendo che non è mai appartenuta alla tua natura. Riaffiorano lugubri memorie di morte, il decesso improvviso di tua moglie e la fuga altrettanto imprevista della mia; né tu né io sapemmo spendere parole di accorato cordoglio, di empatia verso l’altro. Una finta patina di circostanza avvolse queste perdite con freddo distacco, e in segreto era come se la vita ci sottoponesse una corsa ad ostacoli, una staffetta, in cui perfino la più triste e sciagurata sventura dell’uno non poteva che essere considerata una forma di vantaggio per l’altro. Provai vergogna in questa tacita ammissione; per liberarmene, in vista di un’eventuale vicina caduta definitiva, preferisco confessare tali ignobili debolezze su carta, la mano procede spedita ormai senza incespicare. Le note diventano gravi e la melodia viene meno, un drone sinistro gracchia come metafora di mancata redenzione, si innestano distorsioni via via crescenti e un climax di tensione su ideali carboni ardenti prepara il campo all’incontro finale. Disillusione, malinconica lucidità, nervi tesi e rumori scomposti.
Avverto la tua presenza al piano di sotto, le suole delle scarpe che gravemente salgono i gradoni in marmo e accarezzo la canna del fucile; il grilletto è in disuso da diversi anni, ma sento ancora l’inconfondibile odore di polvere da sparo, profumo di ordinanza nella mia famiglia come quello dei biscotti al burro della domenica. La porta si apre e la tua figura disegna una sagoma austera in controluce, una rapida intesa con gli occhi e abbandono le carte sullo scrittoio per seguirti in silenzio. Non una parola mentre prendiamo posizione uno di fronte all’altro, dalla finestra lasciata spalancata prorompe un crescendo in marcia, inquieto come i nostri animi. Appoggio il calcio sulla spalla, pronto per prendere la mira in questo duello tanto assurdo quanto fondato. I giri di chitarra, in un loop furioso, fomentano la tensione, poi arriva quell’istante che entrambi conosciamo, in cui più nulla conta e si trattiene il fiato. Gli spari e l’oblio.

Epica come una scena dipinta da Paolo Uccello, in un tripudio post-rock al galoppo verso vette assolute, lo scontro decreta inaspettatamente morte contemporanea. Due corpi giacciono scomposti, un quadro lirico e drammatico su uno sfondo in dissolvenza al sapore di cornamuse. Il sangue macchia in rivoli il selciato di bianca ghiaia e scorre veloce, si ricongiunge in un’unica pozza, a formare quell’unione fraterna che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare tale.

Federica Giaccani

9. Teho Teardo – Le retour à la raison

Data di Uscita: 18/09/2015

Teho Teardo - Le retour à la raison

Teho Teardo

Io sono solo voce, tu invece solo azione.
Eppure la cosa più naturale di tutte è incontrarmi con te, in questo spazio immaginario che presto diverrà concreto, o almeno spero.
Sarò stridente, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sarò tenue, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sei il mio supereroe preferito, uomo raggio, quindi non pensare che la mia posizione sia comoda. Ma sento la necessità, oggi più che mai, di parlarti e di ascoltare quello che hai da dirmi. Sarò attento ad ogni tua smorfia, per darti i suoni che meriti.

Man Ray

Le mie immagini di violenti ma carezzevoli chiaroscuri mi fissano nette nella loro grana della carta fotografica, segnano il passo tra il Novecento e i giorni d’oggi ma non ti credere, anch’io sento addosso pressante la medesima responsabilità. Cos’ha da raccontare di nuovo un uomo d’altri tempi? La sua arte ha senso se contestualizzata, e un secolo dopo rischierei d’esser deriso perché in dono posso offrire nient’altro che un falso storico.
New York, Parigi, e i mille volti di autorevoli personalità da enciclopedia della vita.
Grossi pilastri della cultura in cemento armato e oniriche trasfigurazioni, a cui ho affidato i miei migliori ventagli di grigi luminosi, rispettosi ma irriverenti.
È tutta colpa della luce, è lei che gioca e io ne subisco il sortilegio nelle audaci sperimentazioni.
Ma nemmeno tu hai mai avuto timore di rischiare, ecco perché i miei cortometraggi di sguardi drammatici e movimenti risoluti non potevano parlare se non attraverso la tua voce ossessiva e magnetica.

Teho Teardo

Se tu solo potessi ascoltare i suoni dell’oggi, avresti di che sorridere. Ma non fraintendermi, non sono una persona che rimpiange il passato, piuttosto mi guardo intorno e trovo musicisti codardi che vengono trattati come intrepidi e invece i pochi realmente ardimentosi passare inosservati.
So bene che non tutto è per tutti, ma la sfida sta proprio in questo, scrivere una musica che sia soddisfacente per me ma allo stesso tempo entrare nelle case di un pubblico quanto più generale possibile, educare le orecchie pigre alla bellezza dei suoni. Che sollievo non dover rimarcare con te che per bellezza non intendo melodia e che un rumore può essere altrettanto attraente di una armonia.
Alcuni lì fuori, udendo questi ragionamenti a voce alta, mi additerebbero come saccente, ci crederesti? Ma sono un artigiano e non un intellettuale, proprio come te.
Quindi comprendi bene la necessità di un tuo ritorno. Le tue creazioni gridano ancora fortissimo. Sarò il megafono della tua visione.

Man Ray

Le tue parole mi stuzzicano, non lo nascondo. Proprio quando avevo imparato a fare pace con l’evidente esistenza di mondi paralleli impenetrabili tra loro. Ma le competizioni contro le consuetudini vincono qualsiasi tregua autoimposta e rispondo con ardore al tuo accorato appello.
Nelle mie pellicole le azioni si accavallano e generano loop annacquati da morbide sfocature. Rayografie come istantanee in successione non necessariamente temporale, in cui il simbolo è il fulcro e attorno ruota l’intera narrazione costruita nel limbo tra sogno e realtà. Le emozioni, per l’appunto. Ecco perché demando alle mie scarne ossidazioni il compito di illustrare desideri, di rappresentare storie convulse grazie ad accostamenti provocatori, grazie alla chimica.
Mi sbizzarrisco a modificare le focali, nitore e scene sbiadite solo apparentemente collidono, poi entrano in scena giochi di parole impressi su fondo nero, a scompigliare le carte e rendere ancora più labili le sicurezze dello spettatore. Sì, solo i tuoi voli pindarici in chiave musicale possono suonare altrettanto spiazzanti, tu che accarezzi e lusinghi archi e pianoforti, per poi schiaffeggiarli e stropicciarli il minuto dopo.
Mi sento pronto, e febbrile, per un ritorno ai fasti di un tempo.

Teardo e Ray

Il suono è in bianco e nero. Arriva diretto, addosso all’ascoltatore, ora gentile, ora dissonante, senza neanche il bisogno della controparte visiva che lo ha ispirato, perché è stata totalmente interiorizzata da Teho Teardo. Le visioni di Man Ray germinano nella mente dell’ascoltatore che quindi diventa anche spettatore. L’armoniarumore è complessa eppure godibile, agile fluttua nell’aria e s’insinua nei ricordi, nel modo delle colonne sonore, senza far rumore, facendone tantissimo.
E’ un matrimonio, di quelli impossibili da prevedere eppure così naturale: due artigiani si sono incontrati in uno spazio sovrannaturale eppure terreno, si sono divertiti, molto, e ora ci guardano da là, lontanissimo, con i loro ghigni di soddisfazione!

T.T.: “La stella di mare galleggia nel magma liquido e l’uomo e la donna sono vittime di un sortilegio, guarda i loro occhi terrorizzati dalla bellezza, senti i brividi del pubblico che non comprende perché una marcia funebre possa suonare così affascinante!”

M.R.: “Nel mio immaginario non ero stato ancora in grado di portare a compimento il dramma, per assurdo. Serviva questo climax, questo arpeggio ossessivo che susciterà più tormenti che rassicurazioni. Mi compiaccio amico mio!”

T.T.: “Possiamo nasconderci dietro questo sipario dove il tempo non ha consistenza e applaudire agli incontri
fortunati. Dall’altra parte un altro applauso scroscerà allo svanire dell’ultimo rintocco.”

M.R.: “Ti ringrazio per avermi convinto a vedere al di là di Montparnasse per una piacevole camminata tra simili. Altri ci avevano provato senza alcun successo, non erano quelli giusti. Ci incontreremo di nuovo in chissà quale dimensione, non è possibile recidere affinità elettive.”

Maurizio Narciso e Federica Giaccani

10. Rafael Anton Irisarri – A Fragile Geography

Data di Uscita: 23/10/2015

Rafael Anton Irisarri - A Fragile Geography

Il pantografo era collegato a un processore, assieme ubbidivano agli ordini in formato GPS tracciando spezzate sul plastico; prima di allora il concetto di confine per me era sempre stato un assioma inconfutabile. Le mappe politiche, con colori pastello diversi per distinguere una nazione dall’altra e delle linee scure per separarle tra loro, avevo imparato a studiarle e a costruirci sopra dei viaggi immaginari a partire dalla certezza dei limiti; ogni atlante o mappamondo, sfogliato o ruotato tra le mani, parlava di valichi e barriere. Quel giorno scoprii la displuviale alpina e i suoi spostamenti nel corso del tempo, lo scioglimento di alcuni ghiacciai aveva reso labile la geografia finora assodata sfocando i margini tra Italia e Stati contigui. Evidentemente, accordi internazionali e geopolitica poco hanno potuto di fronte alla natura e alle sue dinamiche intrinseche, la transitorietà dei bordi ha frantumato un dogma granitico e accanto alla ricostruzione in scala del ghiacciaio del Similaun il pennino scorreva discostandosi un poco di volta in volta. I confini mobili.
Soltanto un anno dopo, nel tentativo fallimentare di superare un esame che avrebbe rimescolato le carte della mia vita, anche i famosi 4.810 metri di altitudine del Monte Bianco (cifra imparata a memoria sui banchi di scuola) iniziarono a tentennare: le precipitazioni e il vento modificano l’accumulo della neve in vetta, recentemente è andato perduto almeno un metro di quota. La geografia va sgretolandosi.
La cosa curiosa è che dobbiamo necessariamente assimilare e accettare tale precarietà anche in scala più ridotta. Difatti, dopo essermi persa tra i crinali delle Alpi, m’imbattei nelle sabbie di Israele, in cui il contesto urbano prendeva il posto degli spazi estremi inabitati. Enormi plotter tracciavano i segni di una pianificazione man mano più dettagliata, dal territorio all’edificio, poi tornavano sui loro passi cancellando tutto, come un deserto – per l’appunto – in cui le configurazioni mutano con una rapidità imprevedibile. A metafora di una situazione sociopolitica in bilico, le città israeliane subiscono trasformazioni anche pesanti per assecondare le ideologie che le promuovono, e la geografia stessa, anche in questo caso, è in balia di una profonda instabilità.
A quel punto mi tornò in mente il sempre caro Calvino, e le sue Città Invisibili nelle quali mi sono persa con fascinazione diverse volte; luoghi della mente più che del corpo, città-simbolo e frutto della fantasia, tuttavia dense di particolari tant’è che la tentazione di scambiarle per qualche centro urbano realmente esistente è tuttora forte. Calvino giocava con la nostra percezione, disegnando complesse geografie in cui esisteva tutto e il suo contrario, destabilizzando l’immagine concreta che abbiamo sempre avuto del mondo, rendendola sfuggente, provvisoria.
Quando mi capitò a tiro il nuovo lavoro di Rafael Anton Irisarri, mi sentii rinfrancata perché mi parve di trovarmi a casa, in quest’incertezza in cui siamo costretti a muoverci oggi, volenti o nolenti. La geografia di cui narra attraverso le sei tracce (più un EP come bonus) non è altro che la raffigurazione in musica della precarietà contemporanea, una trasposizione per analogia dalle scienze della terra alle scienze politiche e sociali, una sorta di urbanistica dei popoli e del pensiero. Lo smarrimento e lo status di tensione che mai accenna a smorzarsi, che l’artista collega al presente negli Stati Uniti, possono agilmente essere estesi a una condizione generale. La bellezza nel mondo appare violenta e crudele agli occhi di tutti, specie quando si scontra con le sconfitte, con le mancanze, coi fallimenti. Personalmente mi sono ritrovata a riflettere su questi dolorosi contrasti di recente, la fragilità del nostro tempo che sembra darti molto e poi toglierti tutto dalle mani senza preavviso, e le convenzioni che ti vorrebbero in una prestabilita e stabile collocazione, quand’essa purtroppo non esiste. La geografia è precaria, si spostano i confini, si cancellano quartieri e ci si muove in città che non sappiamo nemmeno fino a che punto esistono, se esistono; il disagio è inevitabile. Eppure, si anela alla bellezza. Per farci del male, ma anche del bene. Irisarri insiste col chiaroscuro, con immagini fuori fuoco come un occhio smarrito, con scenari impuri, dalla grana grossa. Poi spinge l’acceleratore al limite e lo supera, i droni e i climax toccano vette altissime: siamo sul Monte Bianco e la neve ci appanna la vista e ci assidera la pelle, siamo sul ghiacciaio del Similaun a cavallo tra Italia e Austria e le frontiere si spostano sotto i nostri piedi. Emotivamente l’impatto è talmente forte che i brividi salgono come provocati da un improvviso gelo alpino. Empire Systems. Il suono vibra e le melodie tratteggiano malinconie sconfinate, di mete irraggiungibili come le Città Invisibili; sono tocchi di una delicatezza commovente, come i riflessi nelle pozzanghere, i bordi cangianti nelle nubi, i vetri sporchi di un acquazzone appena concluso. Vivide istantanee, tuttavia rarefatte e mutevoli, quasi inconsistenti. Labili come le certezze. Hiatus | Persistence. Il disco sembra chiudersi sul vento che soffia nel deserto e cancella ogni traccia, in un loop di fare e disfare, oscuro; Irisarri sembra dirci che la consapevolezza deve pacificamente farci accettare le dinamiche della vita. Secretly Wishing For Rain. Infine arriva la pioggia, pesante e persistente, a inzuppare i vestiti e i passi in un cammino già impervio e faticoso; i droni insistono tetri e infiniti, chiudono l’orizzonte ad auspicabili rasserenamenti. Il pathos è tangibile, si trema d’inquietudine tra gli strati sonori, spessi o sottili all’occorrenza. Unsaid EP.
La riflessione si chiude mentre la musica gratta sulle gocce dense, e un sibilo di sottofondo allude a un prosieguo ideale. Il linguaggio è universale, la geografia talvolta è natura, è politica, suono, forma, e addirittura condizione interiore; la certezza è l’incertezza, in uno stupido gioco di parole, con la quale e nella quale siamo obbligati a convivere. È un tormento, ma anche un sollievo.

Federica Giaccani

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