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Archive for dicembre, 2015

Top Ten 2015 – Giulia Matteagi

1. Floating Points – Elaenia

Data di Uscita: 06/11/2015

Le mani impolverate di magnesite stringono il legno.

Una brezza sottile lambisce il mio corpo, lo avvolge come se mi desse l’incoraggiamento di cui ho bisogno. Come un allenatore che massaggia accuratamente ogni muscolo dell’atleta un attimo prima dello sforzo che si è imposto di eseguire.

Davanti a me una strada infinita, un rasoio che riassume la vita, che giustifica il mio corpo, le mie forme e la mia essenza. Non mi guardo i piedi e rimango immobile.

Riesco a scorgere il primo sole senza avvertirne il calore, faccio un respiro profondo e muovo il primo passo. Un momento che dura un’esistenza.

Sulla corda tutto il corpo trema, oscilla con una forza incredibile anche se da sotto non si direbbe. Il secondo passo è il più difficile ma lo eseguo con tranquillità.

Ora sono in corsa sul filo, non vedo l’arrivo e se avessi la possibilità di voltarmi indietro non vedrei nemmeno più il punto di partenza. Sono sospeso su di un cavo tra due grattacieli e dall’altra parte un abbraccio atteso da chissà quanto.

Il movimento è automatico eppure calcolato al millimetro, il tempo una variabile che non rientra nell’equazione.

La stretta delle mani sull’asta è diventata improvvisamente meno forte e i muscoli bruciano, sono al limite. La corda finisce ed io esaurisco il mio discorso. Ora la guardo negli occhi, in silenzio, in attesa di responso.

Non sono un funambolo ma un uomo che si è appena dichiarato.

Maurizio Narciso

2. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Jamie xx - In Colour

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

3. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

4. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

5. Squarepusher – Damogen Furies

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

6. Holly Herndon – Platform

Data di Uscita: 18/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Holly Herndon - Platform

Holly sedeva in un affollatissimo caffè di Shibuya col Mac aperto e incandescente da ore, stava lavorando a qualcosa di suo e come accadeva ogni volta era riuscita senza troppi sforzi ad alienarsi. Non capiva bene a che altezza dal suolo si trovasse, il caos dei livelli sovrapposti di rotaie serpeggianti, strade a percorrenza veloci e edifici accessibili a più quote le aveva sparpagliato troppe alternative dinnanzi, ma ora sembrava non preoccuparsi più di ciò, anzi ne godeva soddisfatta. D’altra parte stava cercando questo, una texture urbana di estrema complessità, sulla quale proiettare le sue ambiziose visioni. Uscita da una delle più grosse stazioni di Tokyo, i suoi lunghi capelli color Aperol si erano ben presto mimetizzati nel variopinto patchwork del Giappone del cosplay, laddove le persone prive di identità reale potevano agilmente eccedere in numero rispetto a quelle genuine e le maschere proliferavano a dismisura. Gli uomini d’affari, soldatini incravattati e composti, sfrecciavano spediti con sguardi bassi, la cartella di pelle sotto il braccio e lo smartphone infocato infilato in tasca, gli auricolari costantemente addosso che vomitavano cifre e ordini impazziti, poi come topi ridiscendevano negli inferi dei sotterranei dove auto di lusso o ascensori per mezzi pubblici di nuova generazione erano in attesa.
Holly stava a un passo dalla realizzazione di un enorme progetto, aveva lavorato sodo per anni sfruttando la propensione a qualsiasi percorso di vita, come le era stato chiaramente illustrato anche dagli insegnanti al momento del commiato dalla scuola dell’obbligo, “puoi intraprendere qualsiasi strada ragazza, il successo ti accompagnerà ovunque” – le era stato sentenziato senza alcun tentennamento. All’indomani di una distante fase della crescita in cui le venne spontaneo ripiegarsi su se stessa e cedere alle lusinghe dell’introspezione e a sonorità cupe, accantonati gli influssi della techno e della Sehnsucht avvinghiate al bianco e nero di una Berlino oramai relegata al passato, si era ripromessa di allontanarsi temporaneamente dalla sua San Francisco per gettare le sementi dappertutto, con generosità e le mani piene di concime virtuale. “La Piattaforma”, la chiamava in questo modo. Fu così che girò gli States, in una solitudine mai realmente tale grazie alla rete di connessioni che stava intessendo con ostinata intraprendenza abbattendo confini geografici in estrema scioltezza; a bordo di aerei o di bus fendenti praterie o deserti sconfinati, raggiungere lo struggimento di Los Angeles o le vertiginose vette di New York era semplice. Qualche giornata spesa tra brainstorming in uffici di vetro, sperimentazioni dal sapore di celluloide ed elettronica e ritiro in meditazione, questa era la prassi, poi si partiva di nuovo; in particolare, il raccoglimento era essenziale. Nella luce naturale dell’alba, una spiaggia appartata o un terrazzo sul tetto di qualche grattacielo, sollevato da terra e dal mondo di disordine e flussi, metabolizzava i traguardi intermedi e predisponeva l’animo per spingersi oltre, dentro e fuori se stessa. Ingurgitava stimoli più disparati, come una macedonia di frutta bene assortita, in cui musica classica contemporanea si mescolava armoniosamente con arte d’avanguardia, astrazioni, pop patinato e informatica del futuro. Aveva fatto tappa tra i verdissimi boschi svizzeri a misurarsi con la commistione di suoni sintetici ad alta definizione, luccicanti come l’acciaio cromato, ed era tornata all’ombra della cara Fernsehturm per dissertare sulle tecnologie e sugli aspetti ambivalenti e complementari nel rapporto uomo/macchina. Intrecci di affinità elettive erano il succo di limone che legava le primizie ed esaltava ogni aspetto, ogni inclinazione gustativa. E Holly ne era ben conscia, mentre rielaborava in ritiro i risultati, ascoltava infinite volte le registrazioni delle conversazioni e dei rumori intercettati, ascoltava e premeva pause e poi di nuovo play, ascoltava e frantumava in minuscoli pezzi le chiacchiere e le digressioni, i suoni, poi ci giocava come fossero nucleotidi da combinare per ottenere sequenze di DNA sempre differenti. Capitava di comporre suggestioni che sembravano non arrivare da nessuna parte, come succedeva da bambini col gioco del telefono senza fili, poi si allargava l’origami tagliuzzato e si meravigliava della complessità affascinante prodotta. Un taglia e cuci estremizzato, che metteva insieme, con la caparbietà di una sartoria cinese, musica politica arte e filosofia. I professori delle scuole superiori sarebbero stati orgogliosi di lei, Holly, che senza accorgersene stava assecondando la sua naturale inclinazione a spingere il suo indubbio talento lungo direzioni tentacolari.
Inserita nel quadro a tinte forti di quel caffè di Shibuya, la ragazza ultimava la sua ricerca in un estraniamento esemplare, eppure appariva parte attiva in quell’enorme quadro dinamico. Aveva già pronto il concept per il packaging del progetto, era necessario confezionarlo con uno stile adeguato da rappresentare esso stesso un valido biglietto da visita, e la scelta cadde quasi automaticamente su un ritratto di sé in hd, un rosso vivido e un grigio lucido metallico che intrecciandosi in una rete geometrica ma priva di spigoli vivi in parte la celava e in parte la scopriva completamente, incentrando l’attenzione su quell’occhio del colore di un lago alpino fisso verso un punto invisibile, fiero e sicuro del messaggio che sarebbe andato a sostenere con fermezza. Il corriere espresso sarebbe sopraggiunto soltanto mezz’ora dopo, il tempo necessario per prestare di nuovo attenzione a se stessa attraverso delle avveniristiche cuffie di ultima generazione e sincerarsi, se ce ne fosse ancora bisogno, dell’esito finale. La sua voce percorreva le tracce in un’ordinata confusione di gospel, gorgheggi, parti recitate e altre addirittura parlate, uno pseudo hip hop high-tech; la musica fondeva le accelerazioni e i rallentamenti di ritmi sincopati e totalmente digitalizzati, per addentrarsi di tanto in tanto in qualche spiazzante parentesi di matrice organica o decollare in aperture verso il domani. Holly era compiaciuta, soddisfatta, mentre riponeva il laptop nello zaino e inforcava lo stesso sulle spalle, scendendo di corsa le scale con in mano il pacco da dare in consegna; un cerimoniale già vissuto e privo di convenevoli, scarne raccomandazioni e una brusca rotazione del capo per stornare lo sguardo inquisitore del corriere, prima di scomparire tra la folla ed esserne inghiottita del tutto.

Federica Giaccani

7. Romare – Projections

Data di Uscita: 23/02/2015

Romare - Projections

Un paesino qualsiasi della costa est dell’America settentrionale – zona New York, per intenderci – una giornata di Luglio da caldo equatoriale nel quartiere più nero dei neri.
Era la più “mamy” di tutto il ghetto, pensò Holly mentre la madre armeggiava con un grosso blocco di ghiaccio all’interno della sala da pranzo. Come le fosse venuta l’idea di portare un blocco di ghiaccio all’interno di quella piccola sala da pranzo non era dato saperlo, ma la signora Markinflow ne sapeva una più di satana e in questo momento persino lo stesso satana avrebbe sentito freddo. Holly se ne stava in intimo e canottiera e piegava e riguardava la sua gonna a balze, controllò la camicetta, preparò calzini colorati e ricontrollò per l’ultima volta lo stato perfetto delle sue scarpe nere: anche qui la Mamy ne sapeva una più del diavolo, erano vecchie scarpe da bowling riadattate e rese elegantissime, non se ne sarebbe accorto nessuno.
Le 7 e 55, Holly cominciò a vestirsi con calma, poi si dedicò ai bigodini e a una perfetta cotonatura, magari William l’avrebbe vista e, beh, non sarebbe mai uscita di casa stropicciata. Varcò l’uscio con passo deciso, evitando accuratamente i fanciulli già neri e sporchi di strada che armeggiavano con l’idrante pronti per creare anche per oggi il loro parco acquatico e raggiunse l’autobus.
Il vecchio signor Brown resident della fermata dell’autobus da giorni lontani rimase di sasso:
“ Signore altissimo dei cieli padre dell’universo che dio ti abbia in gloria Holly”.

 “Salve signor Brown”

 “Madre dei cieli che governa l’universo dove vai così vestita?”

“ A un appuntamento signor Brown”

 “Figlia di dio nemica di satana, sei caduta nelle grinfie del demonio? dové è William ?”

“ No signor brown sto andando giù in città, ho un colloquio al mall per la gelateria”

 “Ma signore onnipotente padre di Abramo scrittore della Bibbia ma sono 20 km”
“ Ha ragione signor Brown ma dobbiamo mangiare e la Mamy non lavora da qualche tempo”.

“ Che dio ti copra di spirito santo piccola Holly e ti faccia percorrere quei km sotto la sua protezione, volando come una farfalla senza caldo né sete per tutti i giorni dell’Universo !”

 Arrivò l’autobus e Holly ci salì ridendo e sollevata, le benedizioni del signor Brown non avevano mai fatto male a nessuno e forse l’avrebbero aiutata. Entrò al mall e poi nell’ufficio del personale, attese il suo turno e quando il direttore gli chiese di parlare e di dargli due motivi per assumerla, Holly si levò una scarpa e la mise sopra la scrivania del direttore:
Vede signor Foodman queste non sono scarpe normali sono scarpe da bowling e mi fanno male, ma hanno vinto tante gare quando mio padre ci manteneva con questo stupido sport. Sono state la nostra ragione di vita e continuano ad esserlo e per quanto male facciano tornano utili e mi hanno portato qui, per continuare il loro ruolo dare speranza e un pancake a me e mia madre. E non importa quante vesciche mi verranno e non importa quanto il mio piede soffrirà, loro non mi abbandoneranno e impareranno con me ogni mossa per fare il gelato più buono del mondo.
Il signor Foodman era stupefatto, non aveva esperienza, non aveva forse nemmeno mai assaggiato la sua famosa Chococup, ma l’avrebbe imparata a fare poi parló:
“Sono 20 miglia tutti i giorni e se perdi l’autobus e arrivi in ritardo non ti pagherò, ma se come dici tu, non hai paura di camminare e nemmeno hai paura di quelle scarpe allora torna domani e imparerai a fare la Chococup”.
A Holly batteva forte il cuore “Chococup Chococup”, il nome era ancora più dolce del gusto, ne avrebbe fatte migliaia e alla millesima ne avrebbe portata una fino al signor Brown. Era una donna felice mentre sull’autobus guardava le scarpe che ancora erano perfettamente lucide come lucido era il sogno appena realizzato.

Mirko Perozzi

8. Godblesscomputers – Plush and Safe

Data di Uscita: 12/05/2015

Godblesscomputers - Plush and Safe

“Io mi sentivo forte, io ero il più invidiato e stavo bene, e chi si lamentava…” la puntina corre sul disco preferito di mio padre, quello che ricevetti in dono per il mio trentesimo compleanno. Lo conosco a memoria, eppure oggi quelle sue parole assumono un significato assai diverso, parlano di me, della mia storia d’amore che non sono riuscito a salvare.

Anche io mi sentivo forte, mi sentivo al sicuro. Eravamo una coppia, ogni incomprensione sarebbe stata superata con il tempo. Avevo torto. Adoravo la sua allegra tristezza, la sua forza di volontà, la sua sensibilità fuori dal comune. Eravamo il centro dell’universo. Eravamo perfetti. Mentre giro il vinile mi ritrovo a parlare al passato di una storia che nella mia testa e nel mio cuore poteva essere declinata solo al futuro.

L’interlocutore sono io, un me stesso impassibile che da settimane mi fissa senza dire una parola. Lo ritrovo nello specchio la mattina, è accanto a me mentre faccio colazione e mi fa ombra mentre produco nuova musica. Credo rappresenti il mio senso di colpa per non aver fatto abbastanza, o forse solo il rimpianto di ciò che è stato.

Ogni giorni riesco a farlo allontanare un po’ di più da me, ora si trova nella stanza accanto, ma non mi basta! Voglio farlo sparire dall’orizzonte ovvero accettare la separazione. L’arte e l’amore sono due facce della stessa medaglia, ho dedicato tutto me stesso a questo binomio; adesso quello che rimane è la musica, la mia musica, che riempie entrambe le facciate.

Mi volto per riporre il vinile nella sua tasca e lo vedo, lì sull’uscio di casa. Allora mi infilo di corsa le scarpe e provo ad avvicinarmi. Lui indietreggia ad ogni mio movimento, un mio passo in avanti sono due suoi all’indietro. Allora inizio a correre e lui fa lo stesso, la rampa delle scale è un percorso che sembra infinito. Poi all’improvviso il sole abbagliante.

Mi stropiccio gli occhi e non lo vedo più. Una leggera brezza marina mi fa trasalire: il ricordo di lei, bellissima, a piedi nudi sulla spiaggia d’inverno. Ma ecco che lui riappare in lontananza, lo vedo sull’altro lato della strada, dove inizia la spiaggia. Faccio un respiro profondo e proseguo la corsa, anche il suo corpo scatta all’indietro fino a quando non inizia ad immergersi in acqua.

Piango ma proseguo la folle corsa, mi sfilo i vestiti e mi tuffo: inizio a nuotare senza nemmeno vedere dove, a perdifiato. Mi fermo solo quando il cuore è ormai un tamburo battente nella mia cassa toracica. Il sole è alto e la spiaggia dietro di me lontana. Riesco a scorgere il profilo di un peschereccio al largo, so che lui è lì, sul ponte della nave, rivolto verso di me.

E’ lì che voglio che rimanga! Mentre riguadagno la spiaggia non mi volto indietro, so che è rimasto alla deriva, da qualche parte lontano da me.

Maurizio Narciso

9. Purity Ring – Another Eternity

Data di Uscita: 03/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Purity Ring - Another Eternity

All’inizio era la Luna.
La vedevo lassù, che arrivava a piccoli spicchi oppure in tutta la sua voluttuosa rotondità. Mi ero impegnato in attente osservazioni notturne (quando la notte è più scura la Luna è più vicina) e di certo l’avevo studiata davvero bene; era fatta di latte e formaggio, ne ero sicuro: in certe notti di mezza stagione, quando il freddo pungente non anestetizzava ancora il naso e il profumo di fiori nell’aria si faceva meno intenso, sentivo distintamente il suo odore muffettato. Sì, la Luna era un grosso tomino sospeso nel cielo, ed io dovevo trovare il modo di raggiungerla. L’idea mi venne in una notte di plenilunio: mi sembrava talmente vicina da essere a portata di razzo. Doveva essere un razzo molto potente e ben costruito, perché non si poteva correre il rischio di rimanere a piedi a metà strada; bisognava senza dubbio progettarlo con massima precisione, e assemblarlo con assoluta perizia. Non potevo fare tutto da solo, così pensai di farmi aiutare dall’unica persona di cui potessi davvero fidarmi: la mia migliore amica Gaya; la conoscevo praticamente da sempre, era una bambina sveglia e intelligente e mi avrebbe certamente aiutato, così una sera che venne a casa mia le parlai del razzo.

– La Luna?
– Sì.
– Ma perché proprio la Luna?
– Beh, l’ho studiata molto approfonditamente e mi sembra logico andare a verificare di persona che le mie considerazioni siano corrette.
– E la Cina? L’hai mai studiata la Cina?
– No.
– La Cina è molto più interessante della Luna. In Cina ci sono i cinesi, che sono un mucchio di persone. Sulla Luna non c’è nessuno.
– Ma io la Luna la osservo quasi ogni notte, e sembra quasi magica e illumina tutto con una luce bianca come il burro e io non sono mai stato su una cosa tanto luminosa.
– In Cina c’è la Grande Muraglia. Un muro lunghissimo, si vede perfino dalla Luna!
– Puoi venire con me sulla Luna e guardarti la Grande Muraglia da lì allora.
– Non ha forse più senso andare in Cina, a vedere la Grande Muraglia?
– Non so molto sulla Cina.
– Ci sono i cinesi. E la Grande Muraglia.
Gaya mi aveva convinto con poche acute osservazioni che dovevo concentrarmi meglio sui corpi terrestri, ed era ora che lasciassi stare le mie disquisizioni su quelli celesti. Avrei certamente trovato il modo per arrivare sino in Cina, un giorno o l’altro, ma prima dovevo osservarla. Si trattava di ricominciare a studiare qualcosa che non conoscevo, come le prime volte con la Luna… la grande burrosa Luna.

Studiai la Cina per pomeriggi interi.
Ci avevano inventato l’arte pirotecnica, cioè gli spettacoli con i fuochi d’artificio; ricordavo quelli che avevo visto io in certe notti d’estate, mi avevano fatto pensare alle stelle che si allontanavano tra loro a gran velocità, come nei primi tempi dell’universo quando c’erano le esplosioni cosmiche. Cominciavo a pensare che forse, quando all’inizio tutto era in un punto, quel punto altro non potesse essere che una particella di polvere pirica, e da qualche parte in quell’unico punto primordiale doveva essersi innescata una scintilla, e da quel primo corpuscolo era esploso l’universo. Mi ero applicato con molta dedizione alle mie osservazioni sulle origini del cosmo, anche se non erano vere e proprie osservazioni poiché, di fatto, non avevo potuto osservare granchè; mi ero reso presto conto, però, che non sarebbe stata cosa facile trovare elementi a favore (o sfavore) della mia tesi: non sapevo dove trovare indizi sulla nascita del mondo.
Raccontai le mie intuizioni a Gaya. Mi fece notare come fosse fuori di logica pensare che una cosa infinita come l’universo potesse aver avuto un inizio. Gaya diceva che le cose che hanno un inizio hanno anche una fine ma l’infinito una fine non ce l’ha, quindi di certo non poteva esserci un inizio.
Mi suggerì piuttosto di dedicarmi ai vulcani: attraverso i crateri si può arrivare al centro della terra e lì c’erano roccia fusa e metalli liquefatti, che erano di certo cose molto interessanti.

Era fuori di dubbio: avrei trovato la maniera per raggiungere il Nucleo Terrestre.

Giulia Matteagi

10. Montoya – Iwa

Data di Uscita: 09/06/2015

Montoya - Iwa

Da piccolo lo facevo sempre.

Camminare con passo svelto lungo una strada lastricata di mattonelle senza toccare alcun bordo, saltellando tra una piastrella e l’altra con l’agilità di una tigre; o perlomeno è questa la forma immaginaria che assumevo nel gioco serissimo che ingaggiavo con il mio io umano.

Il rituale nel tempo si è trasformato. C’era un momento nella mia adolescenza in cui mi piaceva assumere un passo del tutto naturale ma rispettare quella stessa regola: non toccare nessun confine tra una mattonella e l’altra, naturalmente senza farsi accorgere dalle persone che avevo intorno.

Poi si cresce, ma certe sfide non si dimenticano. Ora produco musica e, quasi inconsapevolmente, continuo ad applicare regole eccentriche al mio modus operandi. Si tratta sempre di equilibrismi, di misurare gli elementi in modo certosino, ma senza darlo a vedere più di tanto.

Mi piace il suono naturale del violino ma anche la musica fatta con le macchine; le sinfonie classiche e la manipolazione dei suoni ambientali, ma più di tutto adoro la spiritualità di certe produzioni etno-jazz. Non volevo rinunciare a nulla, ecco quindi una vecchia sfida riattualizzata,fare finta che i confini non esistano!

Il mio ultimo disco è pronto per la stampa. Manca solo il processo di masterizzazione per la sua distribuzione fisica, ma gli mp3 circolano selvaggi nella rete già da un po’. Tra poco mi recherò all’agenzia per consegnare il demo e quindi dare finalmente una dignità materiale alle mie produzioni.

Sono emozionato e ritardo consapevolmente l’uscita di casa, sono seduto in salotto e mi godo l’ascolto integrale dei miei 30 minuti di musica: è un tempo lunghissimo, è un tempo brevissimo. Anche questa è stata una sfida, registrare molte idee nel giusto spazio.

Finito l’ascolto faccio un respiro e mi butto in strada, direzione la società di mastering. Il passo è veloce, sempre più veloce, diventa improvvisamente una corsa. Arrivo col fiatone al viale di ingresso, ma non rallento. C’è un percorso in mattoncini da attraversare, non tocco alcun confine: oramai mi viene naturale!

Maurizio Narciso

Top Ten 2015 – Giulia Delli Santi

1. Algiers – Algiers

Data di Uscita: 02/06/2015

Apostasia

E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli
Apocalisse , Giovanni 5.1

Qualche tempo fa, ho fatto un sogno strano.
Ero solo e camminavo in un campo. No, non parlo di un prato, non c’erano fiori dalle sfumature incoraggianti, l’ambiente era tutt’altro che familiare. Credo fosse una piantagione di mais, difficile a dirsi. I fusti erano completamente secchi e le efflorescenze, accartocciate su loro stesse, erano del tutto imbrunite. Anche il terreno era disidratato: ad ogni passo si sollevava una gran polvere che inibiva respiri profondi. Provavo a ricordare l’ultima pioggia ma, che bizzarria, non ne avevo affatto memoria.
Qualche metro oltre la direzione che avevo percorso, vidi gli ultimi arbusti e, superati questi, il panorama si fece tetro e desolante. Il cielo si andava scurendo all’orizzonte e, dopo aver messo a fuoco il punto più lontano che il mio occhio riusciva a raggiungere, vidi chiaramente l’arrivo di una tempesta. Non ebbi sufficiente tempo per immaginare con lucidità gli scenari che avrei potuto affontare a quel punto, chè la tempesta era a pochi metri di distanza. La visione era resa effervescente da luci improvvise e il suono, in un primo momento lontano come una cosa dimenticata, prese a crescere in intensità. Quel suono predicava fallimenti e la sua eco raccontava di mondi in rovina.

Il primo cavaliere s’introdusse. Il suo cavallo era bianco, vigoroso, e il soldato senza volto sulla sua schiena, tra le mani reggeva un arco. Scese e mi venne incontro. M’invitò a prendere l’arco e la corona che aveva in testa, poi disse: “Questo è l’arco del vincitore pronto a sostenere la battaglia e la corona che sancisce l’accordo, è quanto necessitano gli uomini per la loro guerra spirituale”.
A seguirlo un secondo cavallo nervoso e dal manto cremisi come l’indecenza. Anche in questo caso, chi lo guidava, scese e mi diede una spada: “Colui che impugnerà questa lama ha il compito di togliere la pace dalla terra. Egli ha il potere di duplicare l’opera affinché ogni uomo possa uccidere suo fratello”.
Un altro fante reggeva con una mano le redini dello stallone nero tormento. Dall’altra mano pendeva una bilancia e dopo essersi fatto largo tra le polveri sussurrò la sua profezia. “Ci sarà una carestia. Questa non sarà certo ragione di perdita ma naturalmente darà motivo di angoscia e decadenza”.
L’ultimo che si fece avanti cavalcava un animale pallido come il grano appassito che avevo lasciato alle mie spalle. “Da oggi il tuo nome sarà Morte. Hai lo scopo di portare l’umanità al patibolo con la spada, con la fame e con tutte le fiere dalla terra” e soffiò un vapore caldo che respirai con intensa bramosia.

E’ stata l’ultima volta che ho sognato, non riesco più a dormire. Da quel momento sono tormentato dalle voci degli assassinati per aver operato nel nome di Dio e queste si fanno sempre più forti. No, non chiedevano triviale vendetta, ma pietà per i loro carnefici. E invocavano giustizia, secondo l’esempio del buon pastore.
Il sesto sigillo è stato schiuso e da allora mi aggiro per le terre desolate del sogno e da allora continuo a cacciare le mie vittime. E quando si avverte il forte tremore provenire dal basso e il sole comincia a scurirsi e il pallore della Luna assume i connotati del sangue, io posso vedervi. Visiterò ogni montagna, ogni isola e farò cadere tutte le vite al suolo come un albero scosso che cede i suoi frutti immaturi, così da poter adempiere al mio incarico e tornare libero. Le vostre lacrime non saranno sufficienti a placare l’ira dell’agnello.
La storia umana non proseguirà all’infinito.
Prima o poi troverò ognuno di voi.

Giulia Delli Santi

2. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

Kendrick Lamar - To Pimp a Butterfly

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

3. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

4. Viet Cong – Viet Cong

Data di Uscita: 20/01/2015

Viet Cong – Viet Cong

La nebbia, ormai, è calata anche in città. In tempi che oggi abbiamo dimenticato, il fenomeno sarebbe stato considerato inusuale. Il traffico è solo un ricordo ora che il frutto post-industriale ha lasciato spazio al disuso. I palazzi grigi e macchiati dal particolato, i vetri delle finestre infranti, i lampioni che emanano una luce debole e tremolante per un retaggio energetico di cui in pochi hanno memoria, sono il nuovo epitaffio dell’abbandono. Sull’ambiente troneggia fiera la marcia andante dei freddi meccanismi, sebbene orfani di braccia indigenti, ancora in azione ad ostentare illusori frammenti d’umanità lacerata.

Sentì l’urgenza di sbrigarsi prima che facesse buio e, dopo una breve sosta per riprendere fiato, accelerò il passo. Mancava ancora un isolato. Intanto la nebbia scendeva ed il terzo piano degli edifici che incontrava lungo il suo percorso, già toccava il cielo e si confondeva con esso risultando in una mescolanza lugubre che odorava di romantica decadenza. Doveva fare in fretta.
Fu quando svoltò l’angolo che la vide, in mezzo alla carreggiata, immobile, che la fissava. Uno sguardo sfumato tra la sfida e la curiosità. Le gambe si fermarono e si ritrovarono una di fronte all’altra. Quando era bambina, prima che tutto andasse in frantumi, aveva avuto modo di compiacersi di qualche vecchio film western, e quella scena da resa dei conti la faceva sentire un’insperata, inattesa, protagonista. Non riusciva a capire se poteva dire soddisfatte le aspettative che aveva riposto nell’imprevisto ritrovamento: un biglietto nella tasca del cappotto che le chiedeva di essere presente a quell’appuntamento. La confusione prese ad aumentare. Solo loro due, nel silenzio più assoluto, in mezzo alla strada, lo sguardo fisso l’una sull’altra e un leggero movimento d’aria che spostava le rosse chiome ad entrambe. Poi la sorpresa lasciò spazio al disorientamento. Che diamine ci faceva una volpe in mezzo alla strada?

Stava seduta sulle zampe posteriori, le zampe anteriori invece erano tesi pilastri di un tempio elevato ad una divinità pagana che esige rispetto per concedere grazia. Gli occhi spalancati ed immobili erano pregni di misticismo, come i rosoni di un’antica chiesa illuminati da un sole calante, ammirati dal buio di una desolata navata. Sacralità selvatica, da riverire e temere, esacerbata dal grigiore mefitico di un deludente progresso che aveva fatto terra bruciata delle sue origini ancestrali.

La mano nascosta nella tasca del cappotto si strinse sul biglietto. Strinse forte, fino a quando il dolore non la fece riprendere dallo smarrimento. Estese lo sguardo oltre la figura singolare e si rese conto d’essere di fronte ad un enorme edificio dismesso. Non aveva nulla di particolarmente diverso dalle solite strutture che si potevano vedere in città, ma sentì forte il bisogno di entrare. Guardò l’orologio istigatore. Raccolse tutto il coraggio che aveva e decise fosse giunto il momento di dare luce al caso. S’incamminò verso l’ingresso e simulò disinteresse quando si rese conto che dall’animale, che aveva preso a venirle dietro, provenivano dei rumori meccanici, come di pistoni. Una volta dentro notò che l’unica strada percorribile erano le scale che conducevano al piano sotterraneo. Respirò a fondo e cominciò a scendere. Il percorso era obbligato e la condusse ad una stanza. La volpe sempre dietro di lei. Quel posto era inquietante. Qualcuno aveva trasformato quello scantinato in un laboratorio. Nella penombra scorse resti di tentativi falliti, carcasse di animali che non avevano resistito ad innesti di elementi artificiali. Avvertì dei passi lungo il corridoio.

Passi stanchi lungo il corridoio. Macchie d’olio sul camice e occhiali spessi. Il gemito di ossa doloranti, sospiri di frustrazione per tanti anni senza risultati, che sul suo corpo avevano compiuto quello che l’età non aveva avuto il tempo di portare a termine. Ma ora finalmente avrebbe potuto riposarsi. Uno sguardo nuovo si posò sull’orologio. Era giunto il tempo. L’omeostasi si era consacrata nel prototipo centotrentasette. Il tecno-archetipo aveva preso vita e il sacrificio che avrebbe decretato l’avvento di una nuova era, stava per compiersi.

Lei non lo sapeva, non poteva saperlo. Ma lì si sarebbe compiuto il suo destino. Destino determinato da una mano vecchia e delirante, sporca d’olio e guidata da occhi stanchi nascosti dietro degli occhiali spessi. Una mano che aveva fatto scivolare nella tasca del suo giubbotto un biglietto con un orario ed un luogo. Lei non lo sapeva perché fosse lì. Quindi si rivolse alla creatura che immobile la osservava, come se si aspettasse che fosse lei ad andarle incontro. Chi sei?

A passo ora timoroso continuava ad avanzare. Il sacrificio si stava compiendo. Il sacrificio che avrebbe saziato il primo appetito della sua creazione, del suo regalo al mondo, del suo nuovo dio. Dell’Entità superiore nelle fattezze di volpe. Si avvicinò alla porta del laboratorio e poté sentire urla strozzate nel sangue. Quindi si inginocchiò.

Avevamo bisogno di un dio. L’avevamo creato in passato. E poi l’abbiamo ucciso, accecati dagli avanzamenti delle nostre futili tecniche, e per poco quel vuoto esistenziale non ci ha risucchiati nel nulla eterno. Abbiamo visto con terrore la nostra fine e ancora lottiamo per la nostra sopravvivenza. Ma non faremo la fine del mondo che abbiamo creato, scomparso nella nebbia della storia. Perché, come in passato, abbiamo creato un dio. Ma questa volta avevamo le conoscenze per renderlo immortale.

La nebbia ha coperto ogni cosa. Ha fatto scomparire il mondo. Non è rimasto più niente da poter ammirare, neppure il carcame di quello che, in tempi che abbiamo dimenticato, sarebbe stata considerata civiltà. Il grigio sospeso è il nuovo comune denominatore che azzera tutto, che cancella gli errori, che crea il nulla dal quale si potrà plasmare nuovamente il mondo.

Giulia Delli Santi & Pietro Liuzzo Scorpo

5. Oneohtrix Point Never – Garden of Delete

Data di Uscita: 13/11/2015

Oneohtrix Point Never - Garden of Delete

Gli anni Novanta erano da poco iniziati e i mostri stavano lentamente scalzando i cartoni animati e le favole rassicuranti nella scala di priorità e interesse di una bambina di dieci anni, poco più poco meno. Aveva anche affinato l’astuzia per raggirare senza troppi sforzi i controlli di una coppia di genitori preoccupati dagli influssi malevoli del tubo catodico, sempre solerti nel verificare che il telecomando fosse nascosto ai piani alti della libreria, una volta sintonizzatisi nelle frequenze dedicate all’intrattenimento per ragazzi. Comincia per tutti in quel periodo la tentazione alla trasgressione, e la nostra Abby non fu risparmiata dal goloso binomio splendore/terrore. Aveva velocemente preso dimestichezza nell’impilare libri sulla sedia per andarsi a riprendere lo scettro del comando della tv dopo essersi assicurata che i suoi fossero intenti a fare altro di là; aveva stretto complice alleanza con il ragazzino della villetta accanto, un patto siglato in alfabeto muto, incollati ai vetri e ai vapori di finestre prospicienti, per trasformare un’amicizia agli albori in un pretesto per vedersi e condividere giochi (e strappi alle regole). L’unione fa la forza, recita da sempre un proverbio. Quello che non sapevano, né Mike – questo era il nome del mocciosetto – né Abby, era che soltanto due case oltre le loro, là dove la via curvava e diventava sentiero sterrato verso un piccolo parco urbano, viveva un giovane talmente strano e inquietante da poter fare accapponare la pelle anche a Freddy Krueger. Si diceva che soffrisse di schizofrenia, proprio per questo era tanto imprevedibile quanto pericoloso; i primi episodi raccapriccianti ricollegavano a lui il ritrovamento di piccoli animali sgozzati tra le strade del quartiere e scritte sinistre intagliate nei tronchi degli alberi o dipinte con vernice in un paio di serrande basculanti. Abitava da solo, era stato isolato dalla comunità per ovvie ragioni ma sembrava non curarsene: il suo mondo, retto a cavallo tra lucide macchinazioni e follie degne del più temibile degli psicopatici, era a sé stante e si autoalimentava di continuo. Col tempo la situazione degenerò, uno di quegli epiloghi prevedibili dinnanzi a un curriculum che lasciava poco spazio alla redenzione; tuttavia – e stiamo ormai parlando dei mesi tra questo e lo scorso secolo, la nostra giovane coppia di amichetti divenuti ventenni aveva avuto più di un’occasione per scontrarsi con l’orrore reale e accantonare i palliativi cinematografici. Come la volta in cui, poco prima che il pazzo fosse rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ritenuta l’unica soluzione plausibile dopo l’incendio volontario della propria dimora, Abby e Mike si trovavano a fare jogging nel parco quando furono attratti da urla e rumori assordanti che provenivano da quella casa da cui, tutti lo dicevano, ci si doveva tenere alla larga. Le finestre erano serrate a doppia mandata, ciononostante vibrazioni sferraglianti e voci infernali oltrepassavano muri e vetrate, dirompenti, vomitando in strada e tra gli alberi scenari paranoici di pura alienazione. Inutile dire che il quartiere tornò a respirare dopo l’internamento, ma il ricordo permase vivido in ciascuno man mano che il lavoro prendeva il posto dell’università e si affacciavano all’orizzonte matrimoni e convivenze, soprattutto quando la cronaca narrata dai giornali si tingeva di nero gettando i riflettori su fatti agghiaccianti e umane tragedie che avrebbero potuto essere terribilmente più vicini.

Il 2015, il presente. Un artista in città, un palcoscenico minimale come un parallelepipedo di cemento lasciato a vista e un parterre rettangolare, pareti rivestite di locandine di tour passati e futuri, illuminazione scarsa, quel poco che basta per discernere i lineamenti della persona che capita accanto, un faro come laser proiettato su laptop e console. Abby aveva regalato il biglietto d’ingresso alla sua fidanzata per compleanno un mese prima, ora sono entrambe appoggiate al muro a scorrere istantanee dallo schermo di un iphone che rischiara le loro bocche schiuse in un fare concentrato; Mike fa la fila al gabinetto, anche lui ha il telefono in mano per leggere recensioni sulle recenti esibizioni dell’artista, Oneohtrix Point Never, ma per comodità è sempre stato OPN. Quello che segue è un tripudio di cacofonia estrema, stridori e graffi che fanno fischiare le orecchie e gridare per l’insofferenza, ma come accade spesso quando si spinge al limite il gradiente dell’osceno, si finisce per esserne travolti, rapiti, assuefatti e, in ultimo stadio, ammaliati. Perché di colpo entrano in soccorso pause e aperture melodiche come buffetti sulla guancia, occhiolini scherzosi per dimostrare che la partita l’ha in mano lui, e dispone di tutte le carte da giocare al momento opportuno. Ti spiazza e ti seduce, quando il match sembra essere sul filo del rasoio ecco che cala l’asso dell’industrial e la coppia di donne istintivamente chiude gli occhi per assorbire la botta. Un calderone a primo impatto repellente, ma a un ascolto approfondito ogni pezzo s’incastra al posto giusto e ne esce una creatura ibrida, con le sfumature che attingono dalla linea del tempo, dalla nascita dei nostri ragazzi ad ora. OPN appare calato in un universo di pace interiore a dispetto delle ritmiche da crisi epilettiche che lancia come dardi infocati al pubblico trepidante, si mescolano voci sovrapposte ai suoni che passano dai martelli della techno all’evanescenza di synth sporchi e freddissimi, e ancora a un’ipotetica colonna sonora di film dell’orrore, tra scannatoi e mostri liquidi. Quando la musica si spegne rimangono i respiri affannati e quella leggera vertigine nel riprendere le redini di una serata normale, in fin dei conti. Delete.
S’incrociano all’uscita del locale, Mike e Abby. Lui sorseggia birra mentre chiacchiera animatamente col suo gruppo di amici procedendo lentamente all’indietro, lei è stretta nell’abbraccio dell’altra donna, più alta e robusta, le bisbiglia qualcosa all’orecchio e sorridono complici. Mike urta Abby, basta un’occhiata per riconoscersi e sciogliere la tensione scaturita dallo spintone; quella strana luce sbieca che balena nei loro sguardi mentre simultaneamente si voltano verso il palco ora vuoto è un silenzioso segnale d’intesa, di empatia, di comprensione: è la stessa che impregnò di affascinato terrore i loro volti nel parco, di ritorno dalla corsa mattutina, una quindicina d’anni addietro.

Ma non era stato rinchiuso?

Federica Giaccani

6. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

7. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

8. Mount Eerie – Sauna

Data di Uscita: 03/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mount Eerie - Sauna

So I make coffee while
looking out the window
and notice that I can’t
remember when
or if
I woke up.

Ancora sveglio. Di nuovo sveglio. Il vapore vortica. Riflette il pallore della neve. Si tinge del chiarore dei tizzoni ardenti. Lo avvolge e turbina silenziosamente. Si aggrappa al corpo nudo e nervoso. E poi lo abbandona. Bagnando la pelle di vaghi ricordi. Il calore sussurra del vuoto che c’è fuori. Di un mondo rimasto silenziosamente ad osservare quel cosmo raccolto tra poche assi di legno. Di un tempo speso a rincorrere la luce in grado di impressionare su un negativo mai soddisfatto la sua idea di estetica. La sua visione delle cose. La luce che potesse adagiarsi lieve tra le forme dei suoi pensieri. Senza disturbare il suo sonno. Senza incrinare la sua veglia. La luce che silenziosamente sfila tra le dita. E come il vapore. Non può essere afferrata. Dice. Parlami. Parlami ancora di come hai vinto la gravità diventando impalpabile nuvola. E quello risponde. Raccontami di come sei arrivato fin qui. Dimmi ciò che ti manca. Il vapore lo avvolge come una coperta. Insegnami come afferrarti. E la mia mano sarà dolce.
Fuori dalla finestra la neve cade orizzontale. Ed è solo un’ombra contro il cielo che ha perso ormai da parecchi chilometri qualsiasi tonalità di blu. Perpetuamente illuminato da una mattina che non trova più la sua conclusione. E il rito del caffè si ripete senza ormai una logica. Senza alcun sollievo. Osserva fuori dalla finestra il momento che ancora non è maturo. Si intrecciano le betulle. Mimetizzandosi e confondendosi tra loro. Come fili in un arazzo senza via di fuga dal bianco. Come nastro di Möbius.
Apre gli occhi. Si guarda attorno come se non si aspettasse di non trovare nulla di strano. Con gli occhi inquisitori di chi non riesce a fidarsi dei propri sensi. Eppure tutto sembra al proprio posto. Se solo trovasse la lampada. Sotto quel soffitto leggero di nuvole. Sorvolato da aerei bagnati di pioggia. E’ notte. Non è possibile. E’ un altro sogno.
Il tempo scorre uguale a sé stesso. Come un serpente che si mangia la coda. Era giunto fin lì da chissà dove. Da chissà quando. Rincorrendo il sole oltre ogni orizzonte. Fino a che non l’aveva ritrovato stanco a riposare su queste lande sterminate. Senza fine e senza niente. Sperando in un attimo di perfezione da poter catturare allo scoccare dell’otturatore. Ma ad ora solo un vuoto opprimente mai sazio di sé. E l’immagine del nulla asseconda il mondo che non si può vedere. Dovrebbe scorrere l’orizzonte a ritroso per ritrovare qualcosa di perduto. Raccoglie la macchina fotografica e decide di incamminarsi per le strade non segnate che conducono a quella catapecchia. Ancora una volta a caccia. Dice. Parlami. Parlami ancora di quanto questa neve ti è mancata. Di quanto hai sofferto la lontananza. Parlami. E poi lasciami andare.
Stacco. Nuovamente con gli occhi aperti. Ancora quelle ombre. Ancora quell’allungarsi sul pavimento impolverato. Sale la rabbia. Sale la frustrazione. Quanto ancora deve aspettare? Quanto ancora per avere una risposta? Manca. Sì. Manca. Qualcosa.
Un muro d’acqua s’infrange sulla porta. Ed entra. Trascinando con sé la scarsa mobilia. Il fiume nella stanza lo circonda. Da dove viene? Che fine ha fatto la neve? Che fino ho fatto io? Lacera la nebbia. Prima di uscire. Aspetta. Raccontami ancora degli oceani che non hai ancora visitato. Raccontami ancora di come le loro onde ti abbiano accolto anche se non avevano mai visto il tuo volto. E poi non lasciarmi ancora qui. Trascinami via. Perché sono ancora in grado di piangere. E le mie lacrime ti ricorderanno gli abbracci marini. E saremo un tutt’uno. Lontano da casa.
Stacco. Un momento di lucidità. Osserva le foto attaccate al muro. Tutti i tentativi falliti di illuminare i propri pensieri. Frammenti sbagliati di vita non vissuta. Dando sempre le spalle alla propria meta. Inseguendo lo zenith camminando all’indietro. Una finestra in frantumi su un passato dubbio. Che segna i passi compiuti ma ormai dimenticati. La luce perfetta. E’ per questo che si trova lì.
La porta vibra. Riverbera. Qualcosa vuole uscire. Svelto accatasta ciò che trova. Sperando di bloccare quegli incubi. Come erano arrivati fin lì? L’avevano inseguito. L’avevano trovato seguendo le molliche di pane che aveva lasciato ai piedi delle panchine sulle quali si era seduto a sfamare i passeri. L’avevano osservato ritrarre insoddisfatto raggi luminosi sfuggenti. No. Gli incubi no. Tratti di carboncino già gli aggrottano le sopracciglia. Scompigliano i capelli. Grovigli confusi sospesi a mezz’aria. Voci passate. A salutare. Si tappa le orecchie. Prende fiato. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Nell’attesa di un evento che sembra non giungere mai si impara ad apprezzare il silenzio. Ripensa con fatica a tutte quelle frasi insipide. Ripensa a tutti i dialoghi nei quali si è sentito solo. Tutti i discorsi che gli hanno lasciato un vuoto dentro che solo quel vapore denso e penetrante può riempire. Dice. Parlami. Parlami ancora di quando hai perso la parola. E quello risponde. Raccontami dei segreti che racchiude il ghiaccio. E di quando tutto scivola via. E rimane solo il nudo mondo. Dice. No. Lasciami in pace. Non c’è niente. Sotto il ghiaccio non c’è niente. Né il mondo. Né le parole per descriverlo. E quello risponde. Non dirò più nulla. Dice. Va bene. Ma resta qui ancora un po’.
Stacco. Dice. Pensavo ci fossimo detti addio. Pensavo mi avreste finalmente lasciato in pace. Almeno qui. Mentre attendo che la luce si mostri per ciò che è. Pensavo che non sareste nuovamente tornati a bussare alla mia porta. Quelli rispondono. Ci hai portato tu. Ci hai trascinato qui contro la nostra volontà. E ti lamenti pure della nostra presenza. Dice. Non è così. Che ne sapete voi? E quelli lo apostrofano. Noi siamo quello che tu non vorresti sapere. Ma noi sappiamo. E sai anche tu. Dice. Io non voglio. No. Le botte. No. Gli abbandoni. E la fame. No. Lasciatemi in pace. E quelli rincarano. Quando hai alzato il pugno e l’hai calato forte sul suo volto. Quando l’hai abbandonata perché non riuscivi a perdonarti. Quando. Dice. Dove sei? Parlami. Parlami ancora. Ma il vapore non dice nulla. Si accoccola però al suo fianco. E lo avvolge. Mentre i fantasmi continuano a passare attraverso tutte le barriere che inutilmente cerca di erigere.
Proprio questo. Finalmente. La macchina scatta. E si imprime già pregustando sali d’argento e acidi. Questo momento. Questo momento è arrivato. La cosa lo riempie di gioia. Euforia. Finalmente ora può dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo. Questo. Proprio questo. Di nuovo. La macchina scatta. Finalmente ora può riposarsi. Apre gli occhi. Un’altra volta. E la luce è ancora lì. Perfetta. Sempre lei. Questo è il momento. Questo. Scatta. Dice. Per favore. Ora posso dormire? E quello se ne sta zitto. Apre gli occhi. Questo. E’ questo il momento. Scatta. E vuole solo dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Di nuovo sveglio. Ancora sveglio. Scorre gli occhi sulla stanza. E incrocia lo specchio. Il volto è smunto. I capelli bianchi. Il corpo nudo e sottile. Nervoso. Gli occhi scavati. Le costole in rilievo. Da quanto è lì non se lo ricorda. Come se ancora avesse senso lo scorrere del tempo. Come se avesse ancora una logica. Una direzione preferenziale. Pure lì. Eppure il suo corpo sembra segnare questa direzione in maniera inequivocabile. Se solo si fosse ricordato di cosa significava essere vecchi. Se solo si fosse rassegnato all’idea di aver valicato l’ultimo orizzonte. Se solo si fosse accorto che altro non rimane da fare che sperare nella notte per riprendere una rincorsa senza fine. Parlami. Parlami ancora. Non volevo trattarti male. Per favore. Parlami ancora. E quello risponde. Raccontami di chi sei. Perché io non ti conosco. Dice. Parlami. Parlami ancora. Parlami di me.

Pietro Liuzzo Scorpo

9. Everything Everything – Get To Heaven

Data di Uscita: 22/06/2015

Everything Everything - Get To Heaven

Everything Everything era il nome di un bar molesto, dall’odore ostentato di stivali in pelle di pitone. In una posizione centrale, ma distante dai nostri modi quanto può esserlo il bordo esterno della Galassia in quei film dove la Luna è un pallone bucherellato di cartapesta. Frequentato da ladri di sobrietà, assassini della grammatica e tartarughe lobotomizzate. Non fare tanto il figo, al quarto drink sei esattamente come loro. La barista, lei si, ne valeva la pena, anche se non sapevi se era più ammaliata dal tuo fascino o dal tuo fegato. Si pagava gli studi in scienze infermieristiche, poverina, non potevi non aiutarla svuotando ripetutamente quel bicchiere. Questo è per Anatomia I. Questo per Biologia Applicata. Solitamente i brindisi, verso fine serata, si concludevano con esami dal nome improbabile come Filocologia o Darwin frocio!, quest’ultimo ripetuto a coro coinvolgendo tutti i presenti. Quella sera le “Scale per il Paradiso” erano gremite. Così venivano chiamati lì dentro quei gradini che portavano alla stanza dove un improvvisato DJ armato di penna USB e tanto cattivo gusto raschiava le orecchie dei presenti con frequenze annaspate e hit che potevi ascoltare tra le porte automatiche di un centro commerciale. Tu ballavi sulle scale, o forse eri in mezzo alla pista. Probabilmente eri in un locale distante migliaia di chilometri da lì, ed il tuo riflesso aveva viaggiato tutta la notte, specchiandosi vicolo dopo vicolo su nomi di persone, identità miste, pistole automatiche usate come vasi porta fiori. Fantasma o no, mi avvicinai a te sorridendo. Sapevo di non avere bisogno di chiedere il permesso. La mano destra nascosta nella tasca del giubbotto, nella sinistra uno dei miei drink preferiti, E tu cosa ci fai qui. Indossavi dei jeans grigio piombo, degli stivaletti che di pavimenti come quello ne avevano visti un bel po’, e una canottiera nera che metteva in risalto un corpo tonico e vivace. Tu mi prendesti la testa tra le mani e dopo un po’ la agitasti come se fosse una palla otto a cui chiedere tutte le risposte del mondo. Nel mentre parlavi: sentirti era impossibile, capirti fu immediato. Io continuavo a sorridere, Ok. Mi baciasti senza scoprire il mio nome ma conoscendomi più di chi sa anche il secondo terzo e quarto.
La mattina dopo mi risvegliai con gli stessi vestiti addosso, una ferita sulla gamba, ed un foglietto stropicciato nella mano. Piazza dell’Amor Imperfetto, 9.13. Era quattro ore fa. Feci i bagagli infilando in una sacca la prima manciata di vestiti che trovai nei cassetti della mia camera, e dopo meno di 3 minuti da quando avevo letto il messaggio che avrebbe cambiato, migliorato, la mia vita, ero per strada. Eri appena arrivata, il tuo respiro affannato lo confermava. Sulla fronte avevi scritto l’indirizzo della piazza, insieme ai segni di un morso. Una mia vecchia abitudine. Già ti vedevo alzarti dal letto vestita solamente di pochi ricordi confusi, per poi sgranare gli occhi davanti ad uno specchio alla scoperta di quella promessa scritta con inchiostro sbavato sul tuo volto. Così hai una cugina a Salonicco da presentarmi. Avevamo entrambi abbastanza soldi per partire, e poco altro. Dovrò prostituirmi. Anche io.
Partiamo.
Non facemmo nemmeno in tempo a salire sul traghetto. Avevamo in mano i biglietti per la traversata e nient’altro quando degli amici sconosciuti ci raggiunsero guidando una macchina rubata alla routine. I bagagli li avevamo volutamente dimenticati nel luogo del nostro incontro, erano una lapide illuminata da una luce al neon blu, sulla quale ballare e cantare in rima.
Siamo partiti attraversando una terra di guerre e divisioni, un gruppo sgangherato pronto a stringere tutto questo in un abbraccio, esposto quanto le vele di una barca durante un nubifragio. Per gli altri eravamo John e Jane Doe: non volevamo essere ricordati per quello che altri avevano deciso per noi, ma per quello che avevamo scoperto il giorno prima.
Il gruppo si compose e si ricompose molte volte, senza mai sfaldarsi. Sul lago di Ohrid si unì a noi una ragazza, che sarebbe diventata mia moglie solo otto mesi dopo.
Arrivammo ai bordi della Penisola Calcidica, sapendo di non aver raggiunto la destinazione, ma solo una delle tante. Bandiere bianche e nere alle finestre di case dai colori lontani da quelli nazionali, passavamo le giornate in spiaggia tra acqua limpida e archi di roccia sui quali io e gli altri superstiti ci arrampicavamo.
Quella notte salimmo da soli in cima alla città vecchia, spogliandoci di tutto tranne che dei nostri sorrisi più unici e sinceri. Ci prostituimmo l’uno con l’altro su pietre dalla storia intensa e su erba appena nata, senza aver bisogno di vendere o comprare nulla.
La mattina ti trovai già sveglia, come sempre. Eri seduta sul bordo della roccaforte in rovina, le gambe a penzoloni mostrate alla città sottostante. Guardavi il mare e le navi che partivano dal porto. Non avevo bisogno di vederti per sapere che stavi sorridendo.
Quanto è lontano il Vietnam?

Filippo Righetto

10. Godspeed You! Black Emperor – ‘Asunder, Sweet and Other Distress’

Data di Uscita: 31/03/2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Asunder, Sweet and Other Distress'

Seduto allo scrittoio accanto alla finestra, è da un numero imprecisato di ore che cerco di mettere ordine alle mie memorie confuse, che mi sfuggono di mano intrecciandosi in una sequenza tutt’altro che verosimile, giocando a nascondersi per i sentieri impervi del tempo, con la spavalderia di chi sa di poter eccedere in furbizia o anche solo in prestanza fisica, contro l’avversario. Sono in attesa, congelo istanti e immagini aspettando di sentirti spalancare la porta alle mie spalle da un momento all’altro, trascinandomi nell’ampia corte dell’ingresso per sfidarmi, come abbiamo pattuito a seguito di ricerche reciproche, per mettere finalmente a tacere ogni diverbio e contrasto che ha contraddistinto questo morboso rapporto di dipendenza e rancore, sin dall’infanzia. Mi preme soltanto lasciare per iscritti i miei pensieri, ché magari in futuro qualcuno potrebbe leggere della logica in questo gesto a prima vista folle; ma siamo cresciuti con le armi e le armi ci hanno vissuto addosso in questo affanno di vita, non siamo stati mai educati alle mezze misure per negoziare soluzioni.
Scosto la tenda e vedo la brughiera invadere la visuale e la stanza, mica come quando muovevo i primi passi in una campagna americana con le pecore a pochi metri da casa e quell’intimità tipica delle cose semplici. I nostri padri ci avevano impartito una formazione rigorosa, il gregge e la natura andavano accuditi e rispettati, le prede andavano invece cacciate per ragioni di difesa personale e approvvigionamento, secondo l’antica e ancora cara usanza dei nostri avi. Al raggiungimento della maturità ricordo ancora il grosso pacco regalo contenente il mio primo fucile, non fu una sorpresa giacché nascesti un paio di anni prima di me e la cerimonia d’iniziazione all’età adulta la avevo già vista da spettatore. Ciononostante, l’emozione mi fece tremare le mani e la voce mentre ringraziavo con lo sguardo dritto a quello di papà, severo, e il contatto con la lunga canna fredda e l’impugnatura mi fecero trasalire. Fu una giornata epica, di rincorse concitate nella radura, di sali scendi in cui il respiro ansante mi martellava le tempie e gli occhi famelici trapassavano siepi e alberi alla disperata ricerca di una grossa preda da esibire come trofeo. Era obbligo morale uscirne vincitori, mio padre doveva essere fiero di me e io meritevole di una responsabilità così importante come la maturità. Di contro, la tua smania di primeggiare ad ogni costo mi costringeva a retrocedere e a lasciarti talvolta il passo, quando ti piazzavi davanti a un appetibile bersaglio per farlo tuo o mi scansavi all’improvviso nel tentativo di dissuadermi dal premere il grilletto. Avrei dovuto già capirlo al tempo, non avremmo avuto vita semplice insieme. E ora, mentre ti aspetto, in bilico tra il timore e l’ardente desiderio di giungere finalmente a un epilogo, mi tornano a galla chiarissime quelle immagini invecchiate, ancor più nitide e precise di tante altre più recenti affastellate senza cronologia. Seduto allo scrittoio, procedo nella scrittura, mentre riempio il silenzio ingigantito dall’alto soffitto con della musica solenne come le nostre giovani cavalcate, in cui archi e batteria si dividono la gloria, in un tripudio che incede di vaga memoria psichedelica. Scorre il tempo e tu stai tardando; mi chiedo se alla fine della fiera abbia scelto la resa, pur sapendo che non è mai appartenuta alla tua natura. Riaffiorano lugubri memorie di morte, il decesso improvviso di tua moglie e la fuga altrettanto imprevista della mia; né tu né io sapemmo spendere parole di accorato cordoglio, di empatia verso l’altro. Una finta patina di circostanza avvolse queste perdite con freddo distacco, e in segreto era come se la vita ci sottoponesse una corsa ad ostacoli, una staffetta, in cui perfino la più triste e sciagurata sventura dell’uno non poteva che essere considerata una forma di vantaggio per l’altro. Provai vergogna in questa tacita ammissione; per liberarmene, in vista di un’eventuale vicina caduta definitiva, preferisco confessare tali ignobili debolezze su carta, la mano procede spedita ormai senza incespicare. Le note diventano gravi e la melodia viene meno, un drone sinistro gracchia come metafora di mancata redenzione, si innestano distorsioni via via crescenti e un climax di tensione su ideali carboni ardenti prepara il campo all’incontro finale. Disillusione, malinconica lucidità, nervi tesi e rumori scomposti.
Avverto la tua presenza al piano di sotto, le suole delle scarpe che gravemente salgono i gradoni in marmo e accarezzo la canna del fucile; il grilletto è in disuso da diversi anni, ma sento ancora l’inconfondibile odore di polvere da sparo, profumo di ordinanza nella mia famiglia come quello dei biscotti al burro della domenica. La porta si apre e la tua figura disegna una sagoma austera in controluce, una rapida intesa con gli occhi e abbandono le carte sullo scrittoio per seguirti in silenzio. Non una parola mentre prendiamo posizione uno di fronte all’altro, dalla finestra lasciata spalancata prorompe un crescendo in marcia, inquieto come i nostri animi. Appoggio il calcio sulla spalla, pronto per prendere la mira in questo duello tanto assurdo quanto fondato. I giri di chitarra, in un loop furioso, fomentano la tensione, poi arriva quell’istante che entrambi conosciamo, in cui più nulla conta e si trattiene il fiato. Gli spari e l’oblio.

Epica come una scena dipinta da Paolo Uccello, in un tripudio post-rock al galoppo verso vette assolute, lo scontro decreta inaspettatamente morte contemporanea. Due corpi giacciono scomposti, un quadro lirico e drammatico su uno sfondo in dissolvenza al sapore di cornamuse. Il sangue macchia in rivoli il selciato di bianca ghiaia e scorre veloce, si ricongiunge in un’unica pozza, a formare quell’unione fraterna che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare tale.

Federica Giaccani

Top Ten 2015 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Data di Uscita: 31/03/2015

La informai delle mie intenzioni per il pomeriggio ed ottenni la reazione che mi aspettavo. Mantenne lo sguardo basso quando si offrì di accompagnarmi al cimitero. Per me era poco più di un rituale dovuto, dettato dalla necessità di non apparire agli altri, ma soprattutto a me stesso, un ingrato. In realtà non mi piaceva camminare per i sentieri in ghiaia, tra cipressi e volti in bianco e nero, date e fiori secchi. E poi la fede l’avevo persa parecchio tempo fa, non avevo niente da dire e nessuno da pregare di fronte a quel pezzo di marmo freddo e liscio. Avevo imparato però a prendermi quei brevi minuti in piedi di fronte al suo volto ovale, che mi osservava con un sorriso appena accennato e sicuramente forzato, per ripensare ai momenti passati assieme che vale ancora la pena ricordare. Nonostante tutto. Per lei invece era diverso. Sapevo bene l’affetto sincero e incondizionato che aveva provato nei confronti di mia madre, e sapevo bene che quando mi trovavo al paese si vergognava ad andare al camposanto da sola. Si sentiva in dovere di chiedermi il permesso. Non me l’aveva mai detto, né aveva cercato di farmelo capire in alcun modo, ma sapevo che non voleva rivestire un ruolo che pensava non le appartenesse e che invece sarebbe stato naturalmente, per genetica e convenzioni sociali, il mio. A me non importava. Ma nemmeno io le dissi mai nulla, né cercai di farglielo capire in alcun modo. Mi prestavo a quel teatrino, convinto che sarebbe stato meglio per entrambi. Così le dissi che quel pomeriggio sarei andato a far visita alla tomba di mia madre, e lei, sollevata di non dovermi chiedere nulla, si propose di accompagnarmi. La aspettai davanti casa sua e non si fece attendere. Tenevo in mano un mazzo di fiori e la guardai con curiosità e affetto mentre percorreva il vialetto che dalla porta di casa conduceva fino al piccolo cancello in ferro battuto. Indossava un vestito leggero dalle fantasie floreali, decisamente fuori moda, che le stava magnificamente. Appena mi arrivò di fronte soppesò i fiori con lo sguardo e sorrise appena, senza mai incrociare i miei occhi. A chi ci avesse visto in quel momento, saremmo potuti sembrare una coppia di liceali al primo appuntamento, torturati dalla timidezza e dal desiderio, guidati in ogni movimento dall’imbarazzo e da un’idea ingenua di amore romantico. Ma chiunque ci avesse visto in quel momento, sarebbe stato in errore. Quei fiori non erano per lei. Lo sapevamo entrambi. E quel leggero imbarazzo tra noi c’era sempre stato, forse per una mancanza di definizione del nostro rapporto. Un rapporto dai contorni sfocati, dal tratto sfumato tra l’amicizia, l’amore fraterno e qualcos’altro e un desiderio sommesso per il quale nessuno dei due provava un vero interesse. Come fosse un dato di fatto da sempre saputo, per sempre taciuto, al quale non aveva senso dare alcuna importanza. Mentre camminavamo rimanemmo in silenzio. Con la coda dell’occhio seguii le pieghe del vestito che cascava gentile lungo i suoi fianchi e poi giù per la gonna, che finiva giusto sopra il ginocchio. Le gambe sottili erano belle nonostante qualche livido e qualche vecchia cicatrice. Quando il mio sguardo arrivò ai piedi, per un istante rimasi spiazzato nel vedere che indossava delle scarpe di tela bianche e non delle pantofole. Si muoveva con sicurezza, con agio e la confidenza di chi sentiva il paese un’estensione della propria casa, come se quelle strade altro non fossero che corridoi scoperti sui quali avrebbe potuto camminare in accappatoio, e nessuno se ne sarebbe sorpreso. Incrociammo lungo il cammino la signora che abitava dall’altra parte della nostra strada. Una donna insipida mai stata giovane, neppure nei miei ricordi più remoti. Nonostante le sue parole non aggiungessero niente di nuovo a quel piccolo mondo racchiuso tra poche case, una piazza e la chiesa, ne dispensava sempre in abbondanza e mi ritrovavo a sorriderle e ad annuire per pura cortesia. Guardò alla mia compagna di camminata con una certa pietà e mi riferì della sua bontà d’animo e di come fosse cara a recarsi tutte le settimane a prendersi cura del roccioso ricordo di mia madre. Sentii il suo bisogno di scappare ma prima che potesse muovere un solo passo la afferrai con dolcezza e decisione per il braccio. A quel mio tocco lei si rilassò e non si mosse, decise di rimanere al mio fianco. Ora era il mio turno. La donna riprese guardandomi piena di compassione, riportando a galla per l’ennesima volta lo stesso ricordo. Di come io arrivai appena seppi la notizia che non sarebbe mancato poi molto ad un ultimo saluto, mentre mio fratello non fece in tempo. E via con la citazione del vangelo che faceva delle capacità atletiche di due apostoli una questione d’amore. Poco importava che io mi trovassi a poche ore di macchina da lì mentre mio fratello, via per lavoro, dovette prendere un volo intercontinentale. Nulla poteva rovinarle il piacere di citare la parola di Dio e fare la ruffiana. Quando ebbe finito con quelle chiacchiere la salutammo in maniera garbata e continuammo a camminare nel sole primaverile, respirando i pollini che galleggiavano in aria. Il cimitero era ai confini del paese, ma lo raggiungemmo in fretta e mi sentii confortato dalle dimensioni ridotte di quella realtà che mi era un tempo appartenuta. Giunti di fronte alla lapide mi fermai e mi sentii tremendamente impacciato. Lei invece si muoveva come fosse nel proprio soggiorno. Quello sulla sinistra prima che il corridoio, che cominciava in qualche punto imprecisato tra il suo cortile e la piazza, diventasse la strada che conduce fuori, lontano, via per sempre da lì. Quella strada che io avevo imboccato parecchi anni addietro. Raccolse i fiori secchi all’interno del vaso e li gettò a terra, con l’annafiatoio cosparse d’acqua la tomba per pulirla dalla polvere e dal terriccio. Risultò subito nuovamente lucida e liscia. Quindi prese i fiori freschi che tenevo in mano e li pose nel vaso premurandosi di versare loro l’acqua necessaria. Fu allora che si mise in silenzio al mio fianco, si fece il segno della croce e chiuse gli occhi raccogliendosi in preghiera. Io rimasi a scrutare il suo viso prendendo coscienza dell’evoluzione di quei lineamenti che avevo imparato a conoscere fin dall’infanzia. Me la ricordavo correre nel nostro giardino, scappando dalle urla ubriache di suo padre e dal pianto disperato di sua madre. Correva tra le braccia di mia madre la quale, senza dire una parola, la portava in casa per asciugarle le lacrime e abbracciarla come non aveva mai fatto con me e mio fratello che, non abituati a tali dimostrazioni d’affetto, continuavamo a vivere le nostre facili esistenze ignari di qualsiasi emozione, estranei a qualsiasi mancanza, disinteressati a ciò che alcuni dicevano ci sarebbe stato dovuto. Poi, col tempo, imparai a conoscerla e crescemmo assieme, sopravvivendo alla scuola, ai lavori estivi, alla morte di suo padre, a tutto il bourbon che si beveva mia madre. Sopravvivemmo a tutto. Io e lei. E ciononostante continuava a percorrere il nostro giardino e a rifugiarsi in quella figura materna che a me rimaneva estranea. Ma non c’era nessuna colpa da dare e nessuna colpa da addossarsi. Eravamo fatti così. Bastava esserne conscienti. A questo pensai in quei brevi minuti in cui lei concluse la sua preghiera. Il volto ovale di mia madre ci guardava sospeso tra severità, un velo di malinconia e l’incapacità di comunicarci adeguatamente i propri sentimenti. Accettando una sfida con me stesso ricambiai il suo sguardo, affrancandomi così dai sensi di colpa, perdonandoci tutto quello che non ci eravamo mai recriminati.

Pietro Liuzzo Scorpo

2. Algiers – Algiers

Data di Uscita: 02/06/2015

Algiers - Algiers

Apostasia

E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli
Apocalisse , Giovanni 5.1

Qualche tempo fa, ho fatto un sogno strano.
Ero solo e camminavo in un campo. No, non parlo di un prato, non c’erano fiori dalle sfumature incoraggianti, l’ambiente era tutt’altro che familiare. Credo fosse una piantagione di mais, difficile a dirsi. I fusti erano completamente secchi e le efflorescenze, accartocciate su loro stesse, erano del tutto imbrunite. Anche il terreno era disidratato: ad ogni passo si sollevava una gran polvere che inibiva respiri profondi. Provavo a ricordare l’ultima pioggia ma, che bizzarria, non ne avevo affatto memoria.
Qualche metro oltre la direzione che avevo percorso, vidi gli ultimi arbusti e, superati questi, il panorama si fece tetro e desolante. Il cielo si andava scurendo all’orizzonte e, dopo aver messo a fuoco il punto più lontano che il mio occhio riusciva a raggiungere, vidi chiaramente l’arrivo di una tempesta. Non ebbi sufficiente tempo per immaginare con lucidità gli scenari che avrei potuto affontare a quel punto, chè la tempesta era a pochi metri di distanza. La visione era resa effervescente da luci improvvise e il suono, in un primo momento lontano come una cosa dimenticata, prese a crescere in intensità. Quel suono predicava fallimenti e la sua eco raccontava di mondi in rovina.

Il primo cavaliere s’introdusse. Il suo cavallo era bianco, vigoroso, e il soldato senza volto sulla sua schiena, tra le mani reggeva un arco. Scese e mi venne incontro. M’invitò a prendere l’arco e la corona che aveva in testa, poi disse: “Questo è l’arco del vincitore pronto a sostenere la battaglia e la corona che sancisce l’accordo, è quanto necessitano gli uomini per la loro guerra spirituale”.
A seguirlo un secondo cavallo nervoso e dal manto cremisi come l’indecenza. Anche in questo caso, chi lo guidava, scese e mi diede una spada: “Colui che impugnerà questa lama ha il compito di togliere la pace dalla terra. Egli ha il potere di duplicare l’opera affinché ogni uomo possa uccidere suo fratello”.
Un altro fante reggeva con una mano le redini dello stallone nero tormento. Dall’altra mano pendeva una bilancia e dopo essersi fatto largo tra le polveri sussurrò la sua profezia. “Ci sarà una carestia. Questa non sarà certo ragione di perdita ma naturalmente darà motivo di angoscia e decadenza”.
L’ultimo che si fece avanti cavalcava un animale pallido come il grano appassito che avevo lasciato alle mie spalle. “Da oggi il tuo nome sarà Morte. Hai lo scopo di portare l’umanità al patibolo con la spada, con la fame e con tutte le fiere dalla terra” e soffiò un vapore caldo che respirai con intensa bramosia.

E’ stata l’ultima volta che ho sognato, non riesco più a dormire. Da quel momento sono tormentato dalle voci degli assassinati per aver operato nel nome di Dio e queste si fanno sempre più forti. No, non chiedevano triviale vendetta, ma pietà per i loro carnefici. E invocavano giustizia, secondo l’esempio del buon pastore.
Il sesto sigillo è stato schiuso e da allora mi aggiro per le terre desolate del sogno e da allora continuo a cacciare le mie vittime. E quando si avverte il forte tremore provenire dal basso e il sole comincia a scurirsi e il pallore della Luna assume i connotati del sangue, io posso vedervi. Visiterò ogni montagna, ogni isola e farò cadere tutte le vite al suolo come un albero scosso che cede i suoi frutti immaturi, così da poter adempiere al mio incarico e tornare libero. Le vostre lacrime non saranno sufficienti a placare l’ira dell’agnello.
La storia umana non proseguirà all’infinito.
Prima o poi troverò ognuno di voi.

Giulia Delli Santi

3. Robin Bacior – Water Dreams

Data di Uscita: 13/01/2015

Robin Bacior – Water Dreams

Quando la nave attraccò sentì il vuoto esplodergli nel petto. Con tutta probabilità nessuno attorno a lui se ne accorse in quel momento. Né alcuno sentì nulla. Però se uno guardasse con attenzione le fotografie apparse sui giornali il giorno seguente al suo arrivo nel nuovo mondo potrebbe intuirlo. Ai margini di quel bianco e nero se ne può scorgere il volto sbiadito e disorientato. I sensi ancora in alto mare. La giacca logorata dalla salsedine. Nella cui tasca era conservata una lettera con poche righe d’augurio per una buona traversata ed un disegno approssimativo delle strade che avrebbe calpestato di lì a poco. Una mappa incerta che lo avrebbe condotto ad un’economica sistemazione provvisoria nell’attesa di trovare lavoro ed un alloggio che in futuro avrebbe chiamato casa. Quella sensazione di vuoto non se ne andò nemmeno quando si incamminò lungo la scaletta. E restò lì. Deflagrata nell’indifferente caciara di un’esaltazione collettiva costellata di sogni e ambizioni. Restò lì pure quando prese ad incamminarsi per il pontile. In mezzo alla ressa che si sarebbe poi diluita tra le strade sconosciute della grande città di cui poteva scorgeva i palazzi oltre berretti e i canti festanti. E’ difficile descrivere la sensazione che si prova in quei momenti se non la si è vissuta. Da fuori pare di osservare un fiume a testa in giù. Che dal mare risale verso terra per poi tuffarsi in un oceano di ben altra natura. Ecco. Lui si trovava in quel fiume riflesso in uno specchio. Ve lo state figurando? E’ un salmone nuovo al mondo che sale per le rapide e i meandri e seguendo la corrente si tufferà nell’oceano. E poi da lì. Buona fortuna. Ché l’oceano da qualunque prospettiva lo si guardi rimane sterminato. Allo specchio o a testa in giù. Sterminato. Ed accoglie corsi d’acqua di qualsiasi provenienza. E parla tutte le lingue. Ed è di ogni colore. E’ bianco come la spuma delle onde che si infrangono sulle alte scogliere irlandesi. E’ nero come le profondità abissali solcate dalle navi provenienti dall’Africa in tempi non troppo remoti. E’ grigio come quando la mattina presto le imbarcazioni dei pescatori siciliani scivolano verso la terraferma. Se ne accorse subito mentre cercava di seguire quello scarabocchio che aveva conservato nella tasca della giacca per tutto il viaggio. Era una mappa che però lo disorientava. Tracciata da un cartografo con la labirintite. Disegnata da un pirata annoiato dalla bonaccia che non ha mai sepolto un tesoro. Si ritrovò ben presto perso a vagare alla ricerca di un approdo di fortuna. Lo trovò dopo qualche ora. Era una locanda abbastanza economica con un letto disponibile in una grande camerata condivisa. Si distese subito sul letto e chiuse gli occhi. Non riusciva però ad addormentarsi. Quel vuoto che sentiva tra lo stomaco ed il petto era un peso opprimente. Cercò di non pensarci. Aguzzò tutti i suoi sensi per prendere coscienza di ciò che lo circondava. Come se volesse a provare a sé stesso di essere reale. L’odore di polvere. Le lenzuola rigide. Il vociare proveniente dalla strada. I fischi delle navi in partenza in lontananza. Poi notò delle note di pianoforte nascoste tra le pieghe dei rumori della notte. Sembravano entrare in punta dei piedi nella stanza. Ovattati. E piano piano tutto il resto passò in secondo piano. Poi si affacciarono le note di un violoncello. I fischi delle navi. Il vociare indistinto. Le lenzuola. La polvere. Vennero presto relegati in un angolo della veglia. Quelle note sembravano provenire da un mondo sommerso. Cominciarono a scorrere sulla sua pelle. Sciolsero i muscoli. Scivolarono sulle palpebre pesanti. E poi scesero come acqua di sorgente tra lo stomaco ed il petto. C’era solo la musica e nient’altro. Il respiro si fece regolare. Come la risacca su ciottoli lucidi. Tutto diventò così cristallino da poter ammirare la propria ombra sul fondale. E sorvolò rovine di città sommerse. Navi scomparse con la stiva ricolma di tesori. Faglie oceaniche che allontanano i continenti sì che l’acqua che ne bagna le sponde sia la loro unica congiunzione. Quindi la corrente lo riportò al suo letto. L’odore di salsedine entrava dalla finestra. La luce dell’alba guidava il ritorno dei pescatori verso casa.

4. Anna Von Hausswolff – The Miraculous

Data di Uscita: 13/11/2015

Anna Von Hausswolff – The Miraculous

La voce della scomparsa della piccola Anne si diffuse in poche ore. Tutti in paese si mobilitarono alla sua ricerca. Dieci anni. Lunghi capelli biondi che le coprivano la schiena. Occhi azzurri come un ghiacciaio in primavera. Presenza sfuggevole. Ermetica. Era uscita per giocare in giardino. Ai bordi della foresta. Come faceva sempre. Ma quando i genitori la chiamarono a gran voce perché la cena era in tavola non rispose. Fu allora che si accorsero che Anne era sparita. Qualche giro di telefonate. Risposta negativa dopo risposta negativa la paura crebbe. Un presentimento nefasto calò su tutti. Velocemente. Come una notte invernale in queste terre che al sorgere del sole immediatamente si volgono dall’altra parte. Ricordo che risposi io al telefono. Riconobbi subito la voce della madre di Anne. Ma non feci caso all’ansia che grondava al bordo delle frasi. Pure io avevo dieci anni. Risposi che no. Anne non l’avevo vista quel pomeriggio. Quindi passai il telefono a mia madre e tornai ai miei giochi. Se ci ripenso ora quelle poche parole che mi disse me le ricordo disperate. In lacrime. Ma sono convinta che fu invece un dialogo composto. Dignitoso. Il ricordo di quella scena però è per me indissolubilmente legato all’epilogo di quella vicenda. Anne infatti non venne mai ritrovata. Né lei né il suo corpo. Quella sera io assieme ad altri bambini fummo portati a casa del nonno di Anne che non potendo più camminare bene si era offerto di ospitarci per la notte permettendo così ai nostri genitori di partecipare alla ricerche. Il nonno di Anne era un vecchio nodoso. Radi capelli bianchi e labbra sottili. Gli occhi del colore dello stesso ghiacciaio riflesso negli occhi della nipote. Uno sguardo assente e lontano. Come estraniato da quel mondo. Come se venisse da un passato remoto in cui la Storia e le storie sono mescolate e indistingubili. Quella notte non riuscii a dormire. Ero la più grande tra quei bambini ed ero probabilmente l’unica che riusciva a cogliere l’allarme che c’era nell’aria. Avevo intuito che Anne era in pericolo. Che le era successo qualcosa. Che si era persa. Che la foresta era un luogo spaventoso la notte. Non so che ora fosse quando mi alzai per bere un bicchiere di latte caldo e miele. Era la pozione di mio padre per curare i sonni inquieti. Trovai il nonno di Anne davanti ai tizzoni ormai esausti nel caminetto. Sembrava stessero agonizzando proprio per il gelo dello suardo che si posava su di loro. La mia presenza pochi passi dietro di lui fu avvertita dopo qualche secondo. Mi chiese se ci fosse qualcosa che non andava con una voce greve ma terribilmente calda. Gli chiesi se potessi avere del latte caldo col miele. Mi sorrise e andammo in cucina. Mentre il latte si scaldava nel pentolino sul fuoco mi chiese come mai non riuscissi a dormire. Probabilmente era il suo modo di indagare quanto ci stessi capendo di quello che stava accadendo. Gli dissi che ero preoccupata per Anne. Che la foresta è spaventosa col buio. Non so quanto quelle preoccupazioni fossero davvero mie o se fosse solo un riflesso delle emozioni che avevo intuito si fossero insidiate nella testa degli adulti. Gli dissi anche che io non credevo agli spiriti. Ma che comunque ne avevo paura. Il suo silenzio mi sorprese. Annuì. E non capii se era un modo per dirmi che la mia era una reazione normale o se stesse in realtà annuendo a sé stesso per confermare le sue supposizioni sul mio stato d’animo. O forse per dirmi che facevo bene a non credere agli spiriti ma ad averne comunque timore. Quando il latte fu pronto lo versò in una tazza nella quale aveva messo un abbondante cucchiaio di miele. Quindi me la porse e ci andammo a sedere di fronte al caminetto. Fui sorpresa del calore che gli sparuti tizzoni emettevano. Mentre bevevo gli chiesi se lui ci fosse mai stato nella foresta di notte. Non rispose subito. Come se pensasse a cosa fosse lecito raccontare ad una bambina di dieci anni. Poi cominciò a parlare. Mi disse come spesso la foresta diventi una stanza chiusa per chi si inerpica lungo pendii scoscesi. Come gli alberi alti a coprire il cielo formino a volte pareti insormontabili per i pensieri. E come questi rimangano raccolti attorno alla testa che li ha partoriti. E’ a quel punto che si infiltrano nei sogni. Tra memorie di storie appartenute ad altri tempi. Tra fotografie dai colori sgranati scattate all’alba della propria ragione. Era ancora un ragazzo quando durante una camminata si perse. Vagando senza meta alla ricerca della strada di casa si ritrovò là dove la foresta incontra il mare. Una piccolissima radura affacciata sull’acqua immobile. Nonostante il vento soffiasse senza sosta e sembrava portare con sé canti lontani. Passò la notte lì. Sospeso tra la paura e la quiete che quel posto emanava. Mentre il pensiero di casa sembrava sempre più lontano e inutile. La totale assenza di altri esseri umani era una musica dolce. Rasserenante e spaventosa al tempo stesso. E l’acqua scura lo attraeva a sé. Profonda. Magnetica. No. Disse. Le sirene e gli spiriti non esistono. Ma a volte pare di sentirli raccontare storie di lontananza e ritorni inaspettati. Di morti violente e amori logoranti. Di sangue e vischio. Di magia e cruda realtà. Di vagabondaggi senza fine e contemplazione. Non dormì. Eppure il giorno dopo quando il sole era già alto sopra l’orizzonte si svegliò. E come se avesse ripreso coscienza trovò la lucidità di incamminarsi nel bosco fitto e di ritrovare il sentiero che lo condusse a casa. Il latte l’avevo solo assaggiato. Come rapita dalle parole dell’uomo mi dimenticai di avere la tazza tra le mani. Quando concluse la storia il latte era ormai tiepido. E i tizzoni nel caminetto ormai spenti. Nessuno dei due disse più una parola. L’idea che Anne avesse potuto trovarsi in quella radura al confine tra la foresta ed il mare suscitava in me emozioni contrapposte che però coesistevano e non si contraddicevano. Forse venne attratta dai canti delle sirene. Forse volle diventare protagonista di una delle storie portate dal vento. O forse trovò che la pace terribile di quei posti si confaceva al ghiaccio dei suoi occhi. O ancora. Forse diventò una di quelle sirene che cantano nelle notti illuminate dalle luci del nord.

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Chelsea Wolfe – Abyss

Data di Uscita: 07/08/2015

Chelsea Wolfe – Abyss

Il cielo è piatto e grigio. Si allunga tra i palazzi, dall’orizzonte mai così vicino, a questa finestra dalla quale è possibile ammirare il nulla che si replica all’infinito. Ancora e ancora. E quando cala la sera, allora si tinge di nero come volesse nascondersi alla vista. Come se il buio potesse mascherare tale pochezza. La notte inghiotte le nostre vite. Tutte. Le impasta a quel vuoto ed al dipanarsi delle tenebre le rende alla catena di montaggio. Sì che un altro giorno possa cominciare. Copia carbone del precedente. Matrice consumata del successivo. Che cosa ci resta dei giorni passati a coltivare la terra? Il fumo scuro che si alza dalle ciminiere non è che la manifestazione dei tempi che sono cambiati. Si leva al cielo come le nostre anime. Di noi che per rimanere al passo della storia abbandonammo la zappa in favore del silicio. Dei cristalli liquidi e dell’automazione. Abbandonammo i nostri istinti e le nostre conoscenze stagionali e meteoropatiche ai piedi di una natura cadaverica. Ci vestimmo di dieci ore lavorative poco pagate. E non possiamo più tornare indietro perché ci infarciscono di ambizioni non nostre e desideri e illusioni di una vita sempre in divenire ma che non può cambiare. Che cosa ci resta del sogno del mondo nuovo che ci era stato promesso? La frustrazione ed il senso di colpa per aver vanificato il sacrificio dei nostri genitori. O forse nulla si è ancora compiuto, e siamo noi a doverci sacrificare per chi verrà dopo. Ma noi? A noi chi ci pensa? Rinchiusi in cubicoli di cemento claustrofobici, sui quali non batte mai il sole. Divisi da pochi centimetri di cartongesso. Separati dal silenzio alienante di un lavoro che non concede nulla a fine giornata. Il vuoto dentro colmato dal piscio che abbiamo dovuto trattenere per ore nell’attesa di un cane da guardia che ci accompagni al cesso. A noi chi ci pensa? Voi che ci elemosinate una pisciata? Voi che avete il controllo del nostro tempo e ci lasciate le briciole del vostro spazio? Vorremmo scappare. Ma ci avete legato per sempre alla mancanza di alternative. Possedete i nostri corpi. Abusate delle nostre menti. Raccogliamo quelle poche parole che ci rimangono su pezzi di carta che speriamo possano uscire da qui. A differenza di noi. Ma ci manca l’odore del fango, ora una vaga immagine in lontananza. Ci manca pregare per la pioggia. Ci manca il sogno della città. Il sogno di avere le stesse prospettive di tutti. A volte, quando ritorniamo mesti, trascinando esausti i piedi, alle nostre stanze, il desiderio di morire è il nostro unico compagno. Ci sediamo con lui ad osservare l’insensato scorrere delle ore. Discorriamo dei nostri propositi. Del futuro. Lui ascolta paziente e, quando comprende che ancora serbiamo speranza, saluta garbatamente e se ne va. E’ solo un arrivederci. Sa che ci rivedremo presto. A noi chi ci pensa? Noi che siamo ingranaggi e niente più. Noi che siamo la forza che muove la produzione infinita per i consumi che ci illudono di vivere in una libertà che non abbiamo mai davvero chiesto. Ridateci i tramonti che ci avete sottratto. Ne conserveremo l’odore per tutte le sere in cui non potremo fare a meno di vivere. Ridateci un orizzonte che valga la pena ammirare. I brividi si imprimeranno sulla nostra pelle e ci ricorderemo, nelle poche notti in cui condivideremo il letto con il silenzio di qualcun altro, che c’è altro al di là dei confini che ci avete costruito intorno. Ridateci le parole che non riusciamo più a trovare. Ne serberemo il gusto per quei giorni di cui non sappiamo che farci. A noi chi ci pensa? Chi ci consola in questa notte in cui fuori dalla finestra piovono poeti?

Pietro Liuzzo Scorpo

6. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

7. Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

8. Viet Cong – Viet Cong

Data di Uscita: 20/01/2015

Viet Cong – Viet Cong

La nebbia, ormai, è calata anche in città. In tempi che oggi abbiamo dimenticato, il fenomeno sarebbe stato considerato inusuale. Il traffico è solo un ricordo ora che il frutto post-industriale ha lasciato spazio al disuso. I palazzi grigi e macchiati dal particolato, i vetri delle finestre infranti, i lampioni che emanano una luce debole e tremolante per un retaggio energetico di cui in pochi hanno memoria, sono il nuovo epitaffio dell’abbandono. Sull’ambiente troneggia fiera la marcia andante dei freddi meccanismi, sebbene orfani di braccia indigenti, ancora in azione ad ostentare illusori frammenti d’umanità lacerata.

Sentì l’urgenza di sbrigarsi prima che facesse buio e, dopo una breve sosta per riprendere fiato, accelerò il passo. Mancava ancora un isolato. Intanto la nebbia scendeva ed il terzo piano degli edifici che incontrava lungo il suo percorso, già toccava il cielo e si confondeva con esso risultando in una mescolanza lugubre che odorava di romantica decadenza. Doveva fare in fretta.
Fu quando svoltò l’angolo che la vide, in mezzo alla carreggiata, immobile, che la fissava. Uno sguardo sfumato tra la sfida e la curiosità. Le gambe si fermarono e si ritrovarono una di fronte all’altra. Quando era bambina, prima che tutto andasse in frantumi, aveva avuto modo di compiacersi di qualche vecchio film western, e quella scena da resa dei conti la faceva sentire un’insperata, inattesa, protagonista. Non riusciva a capire se poteva dire soddisfatte le aspettative che aveva riposto nell’imprevisto ritrovamento: un biglietto nella tasca del cappotto che le chiedeva di essere presente a quell’appuntamento. La confusione prese ad aumentare. Solo loro due, nel silenzio più assoluto, in mezzo alla strada, lo sguardo fisso l’una sull’altra e un leggero movimento d’aria che spostava le rosse chiome ad entrambe. Poi la sorpresa lasciò spazio al disorientamento. Che diamine ci faceva una volpe in mezzo alla strada?

Stava seduta sulle zampe posteriori, le zampe anteriori invece erano tesi pilastri di un tempio elevato ad una divinità pagana che esige rispetto per concedere grazia. Gli occhi spalancati ed immobili erano pregni di misticismo, come i rosoni di un’antica chiesa illuminati da un sole calante, ammirati dal buio di una desolata navata. Sacralità selvatica, da riverire e temere, esacerbata dal grigiore mefitico di un deludente progresso che aveva fatto terra bruciata delle sue origini ancestrali.

La mano nascosta nella tasca del cappotto si strinse sul biglietto. Strinse forte, fino a quando il dolore non la fece riprendere dallo smarrimento. Estese lo sguardo oltre la figura singolare e si rese conto d’essere di fronte ad un enorme edificio dismesso. Non aveva nulla di particolarmente diverso dalle solite strutture che si potevano vedere in città, ma sentì forte il bisogno di entrare. Guardò l’orologio istigatore. Raccolse tutto il coraggio che aveva e decise fosse giunto il momento di dare luce al caso. S’incamminò verso l’ingresso e simulò disinteresse quando si rese conto che dall’animale, che aveva preso a venirle dietro, provenivano dei rumori meccanici, come di pistoni. Una volta dentro notò che l’unica strada percorribile erano le scale che conducevano al piano sotterraneo. Respirò a fondo e cominciò a scendere. Il percorso era obbligato e la condusse ad una stanza. La volpe sempre dietro di lei. Quel posto era inquietante. Qualcuno aveva trasformato quello scantinato in un laboratorio. Nella penombra scorse resti di tentativi falliti, carcasse di animali che non avevano resistito ad innesti di elementi artificiali. Avvertì dei passi lungo il corridoio.

Passi stanchi lungo il corridoio. Macchie d’olio sul camice e occhiali spessi. Il gemito di ossa doloranti, sospiri di frustrazione per tanti anni senza risultati, che sul suo corpo avevano compiuto quello che l’età non aveva avuto il tempo di portare a termine. Ma ora finalmente avrebbe potuto riposarsi. Uno sguardo nuovo si posò sull’orologio. Era giunto il tempo. L’omeostasi si era consacrata nel prototipo centotrentasette. Il tecno-archetipo aveva preso vita e il sacrificio che avrebbe decretato l’avvento di una nuova era, stava per compiersi.

Lei non lo sapeva, non poteva saperlo. Ma lì si sarebbe compiuto il suo destino. Destino determinato da una mano vecchia e delirante, sporca d’olio e guidata da occhi stanchi nascosti dietro degli occhiali spessi. Una mano che aveva fatto scivolare nella tasca del suo giubbotto un biglietto con un orario ed un luogo. Lei non lo sapeva perché fosse lì. Quindi si rivolse alla creatura che immobile la osservava, come se si aspettasse che fosse lei ad andarle incontro. Chi sei?

A passo ora timoroso continuava ad avanzare. Il sacrificio si stava compiendo. Il sacrificio che avrebbe saziato il primo appetito della sua creazione, del suo regalo al mondo, del suo nuovo dio. Dell’Entità superiore nelle fattezze di volpe. Si avvicinò alla porta del laboratorio e poté sentire urla strozzate nel sangue. Quindi si inginocchiò.

Avevamo bisogno di un dio. L’avevamo creato in passato. E poi l’abbiamo ucciso, accecati dagli avanzamenti delle nostre futili tecniche, e per poco quel vuoto esistenziale non ci ha risucchiati nel nulla eterno. Abbiamo visto con terrore la nostra fine e ancora lottiamo per la nostra sopravvivenza. Ma non faremo la fine del mondo che abbiamo creato, scomparso nella nebbia della storia. Perché, come in passato, abbiamo creato un dio. Ma questa volta avevamo le conoscenze per renderlo immortale.

La nebbia ha coperto ogni cosa. Ha fatto scomparire il mondo. Non è rimasto più niente da poter ammirare, neppure il carcame di quello che, in tempi che abbiamo dimenticato, sarebbe stata considerata civiltà. Il grigio sospeso è il nuovo comune denominatore che azzera tutto, che cancella gli errori, che crea il nulla dal quale si potrà plasmare nuovamente il mondo.

Giulia Delli Santi & Pietro Liuzzo Scorpo

9. Mount Eerie – Sauna

Data di Uscita: 03/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mount Eerie - Sauna

So I make coffee while
looking out the window
and notice that I can’t
remember when
or if
I woke up.

Ancora sveglio. Di nuovo sveglio. Il vapore vortica. Riflette il pallore della neve. Si tinge del chiarore dei tizzoni ardenti. Lo avvolge e turbina silenziosamente. Si aggrappa al corpo nudo e nervoso. E poi lo abbandona. Bagnando la pelle di vaghi ricordi. Il calore sussurra del vuoto che c’è fuori. Di un mondo rimasto silenziosamente ad osservare quel cosmo raccolto tra poche assi di legno. Di un tempo speso a rincorrere la luce in grado di impressionare su un negativo mai soddisfatto la sua idea di estetica. La sua visione delle cose. La luce che potesse adagiarsi lieve tra le forme dei suoi pensieri. Senza disturbare il suo sonno. Senza incrinare la sua veglia. La luce che silenziosamente sfila tra le dita. E come il vapore. Non può essere afferrata. Dice. Parlami. Parlami ancora di come hai vinto la gravità diventando impalpabile nuvola. E quello risponde. Raccontami di come sei arrivato fin qui. Dimmi ciò che ti manca. Il vapore lo avvolge come una coperta. Insegnami come afferrarti. E la mia mano sarà dolce.
Fuori dalla finestra la neve cade orizzontale. Ed è solo un’ombra contro il cielo che ha perso ormai da parecchi chilometri qualsiasi tonalità di blu. Perpetuamente illuminato da una mattina che non trova più la sua conclusione. E il rito del caffè si ripete senza ormai una logica. Senza alcun sollievo. Osserva fuori dalla finestra il momento che ancora non è maturo. Si intrecciano le betulle. Mimetizzandosi e confondendosi tra loro. Come fili in un arazzo senza via di fuga dal bianco. Come nastro di Möbius.
Apre gli occhi. Si guarda attorno come se non si aspettasse di non trovare nulla di strano. Con gli occhi inquisitori di chi non riesce a fidarsi dei propri sensi. Eppure tutto sembra al proprio posto. Se solo trovasse la lampada. Sotto quel soffitto leggero di nuvole. Sorvolato da aerei bagnati di pioggia. E’ notte. Non è possibile. E’ un altro sogno.
Il tempo scorre uguale a sé stesso. Come un serpente che si mangia la coda. Era giunto fin lì da chissà dove. Da chissà quando. Rincorrendo il sole oltre ogni orizzonte. Fino a che non l’aveva ritrovato stanco a riposare su queste lande sterminate. Senza fine e senza niente. Sperando in un attimo di perfezione da poter catturare allo scoccare dell’otturatore. Ma ad ora solo un vuoto opprimente mai sazio di sé. E l’immagine del nulla asseconda il mondo che non si può vedere. Dovrebbe scorrere l’orizzonte a ritroso per ritrovare qualcosa di perduto. Raccoglie la macchina fotografica e decide di incamminarsi per le strade non segnate che conducono a quella catapecchia. Ancora una volta a caccia. Dice. Parlami. Parlami ancora di quanto questa neve ti è mancata. Di quanto hai sofferto la lontananza. Parlami. E poi lasciami andare.
Stacco. Nuovamente con gli occhi aperti. Ancora quelle ombre. Ancora quell’allungarsi sul pavimento impolverato. Sale la rabbia. Sale la frustrazione. Quanto ancora deve aspettare? Quanto ancora per avere una risposta? Manca. Sì. Manca. Qualcosa.
Un muro d’acqua s’infrange sulla porta. Ed entra. Trascinando con sé la scarsa mobilia. Il fiume nella stanza lo circonda. Da dove viene? Che fine ha fatto la neve? Che fino ho fatto io? Lacera la nebbia. Prima di uscire. Aspetta. Raccontami ancora degli oceani che non hai ancora visitato. Raccontami ancora di come le loro onde ti abbiano accolto anche se non avevano mai visto il tuo volto. E poi non lasciarmi ancora qui. Trascinami via. Perché sono ancora in grado di piangere. E le mie lacrime ti ricorderanno gli abbracci marini. E saremo un tutt’uno. Lontano da casa.
Stacco. Un momento di lucidità. Osserva le foto attaccate al muro. Tutti i tentativi falliti di illuminare i propri pensieri. Frammenti sbagliati di vita non vissuta. Dando sempre le spalle alla propria meta. Inseguendo lo zenith camminando all’indietro. Una finestra in frantumi su un passato dubbio. Che segna i passi compiuti ma ormai dimenticati. La luce perfetta. E’ per questo che si trova lì.
La porta vibra. Riverbera. Qualcosa vuole uscire. Svelto accatasta ciò che trova. Sperando di bloccare quegli incubi. Come erano arrivati fin lì? L’avevano inseguito. L’avevano trovato seguendo le molliche di pane che aveva lasciato ai piedi delle panchine sulle quali si era seduto a sfamare i passeri. L’avevano osservato ritrarre insoddisfatto raggi luminosi sfuggenti. No. Gli incubi no. Tratti di carboncino già gli aggrottano le sopracciglia. Scompigliano i capelli. Grovigli confusi sospesi a mezz’aria. Voci passate. A salutare. Si tappa le orecchie. Prende fiato. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Nell’attesa di un evento che sembra non giungere mai si impara ad apprezzare il silenzio. Ripensa con fatica a tutte quelle frasi insipide. Ripensa a tutti i dialoghi nei quali si è sentito solo. Tutti i discorsi che gli hanno lasciato un vuoto dentro che solo quel vapore denso e penetrante può riempire. Dice. Parlami. Parlami ancora di quando hai perso la parola. E quello risponde. Raccontami dei segreti che racchiude il ghiaccio. E di quando tutto scivola via. E rimane solo il nudo mondo. Dice. No. Lasciami in pace. Non c’è niente. Sotto il ghiaccio non c’è niente. Né il mondo. Né le parole per descriverlo. E quello risponde. Non dirò più nulla. Dice. Va bene. Ma resta qui ancora un po’.
Stacco. Dice. Pensavo ci fossimo detti addio. Pensavo mi avreste finalmente lasciato in pace. Almeno qui. Mentre attendo che la luce si mostri per ciò che è. Pensavo che non sareste nuovamente tornati a bussare alla mia porta. Quelli rispondono. Ci hai portato tu. Ci hai trascinato qui contro la nostra volontà. E ti lamenti pure della nostra presenza. Dice. Non è così. Che ne sapete voi? E quelli lo apostrofano. Noi siamo quello che tu non vorresti sapere. Ma noi sappiamo. E sai anche tu. Dice. Io non voglio. No. Le botte. No. Gli abbandoni. E la fame. No. Lasciatemi in pace. E quelli rincarano. Quando hai alzato il pugno e l’hai calato forte sul suo volto. Quando l’hai abbandonata perché non riuscivi a perdonarti. Quando. Dice. Dove sei? Parlami. Parlami ancora. Ma il vapore non dice nulla. Si accoccola però al suo fianco. E lo avvolge. Mentre i fantasmi continuano a passare attraverso tutte le barriere che inutilmente cerca di erigere.
Proprio questo. Finalmente. La macchina scatta. E si imprime già pregustando sali d’argento e acidi. Questo momento. Questo momento è arrivato. La cosa lo riempie di gioia. Euforia. Finalmente ora può dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo. Questo. Proprio questo. Di nuovo. La macchina scatta. Finalmente ora può riposarsi. Apre gli occhi. Un’altra volta. E la luce è ancora lì. Perfetta. Sempre lei. Questo è il momento. Questo. Scatta. Dice. Per favore. Ora posso dormire? E quello se ne sta zitto. Apre gli occhi. Questo. E’ questo il momento. Scatta. E vuole solo dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Di nuovo sveglio. Ancora sveglio. Scorre gli occhi sulla stanza. E incrocia lo specchio. Il volto è smunto. I capelli bianchi. Il corpo nudo e sottile. Nervoso. Gli occhi scavati. Le costole in rilievo. Da quanto è lì non se lo ricorda. Come se ancora avesse senso lo scorrere del tempo. Come se avesse ancora una logica. Una direzione preferenziale. Pure lì. Eppure il suo corpo sembra segnare questa direzione in maniera inequivocabile. Se solo si fosse ricordato di cosa significava essere vecchi. Se solo si fosse rassegnato all’idea di aver valicato l’ultimo orizzonte. Se solo si fosse accorto che altro non rimane da fare che sperare nella notte per riprendere una rincorsa senza fine. Parlami. Parlami ancora. Non volevo trattarti male. Per favore. Parlami ancora. E quello risponde. Raccontami di chi sei. Perché io non ti conosco. Dice. Parlami. Parlami ancora. Parlami di me.

Pietro Liuzzo Scorpo

10. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

Top Ten 2015 – Alessandro Ferri

1. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

2. Prurient – Frozen Niagara Falls

Data di Uscita: 12/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Prurient - Frozen Niagara Falls

Ahmed si era trasferito da poco a New York e nessuno sapeva della sua esistenza a parte i compagni di stanza, tutti combattenti dello stato islamico. Il suo spazio vitale era disadorno, vi era lo stretto indispensabile e ogni indicazione per pregare.
Con il termine qibla si indica la direzione a cui si deve rivolgere il proprio viso durante la Ṣalāt, cioè la preghiera. Il punto esatto sarebbe quello mediano tra l’angolo nord della Pietra Nera e la mizāb, trovarsi a così tanti chilometri dall’Arabia Saudita non era il maggiore dei problemi. Lui rimaneva per ore in posizione.
L’ideale del gruppo di cui aveva faceva parte non accettava mezze misure, come quello Junayman che in passato assediò La Mecca per cercare un ritorno alle origini dell’Islam ed al ripudio più totale dell’Occidente.
Il progettare qualcosa di grande nel suolo americano fu un’idea del Califfo presente in Iraq, l’utopia non ha limiti e alcuni esponenti di spicco riuscirono ad entrare tranquillamente in un’America dormiente.
Ahmed veniva da una famiglia yemenita ricchissima e dopo l’inquadramento nella madrasa locale New York lo scosse nel profondo, la fede ed il rigorismo entrarono in una serie di labirinti metropolitani.
In una città dove i bordi culturali si mischiano quasi spontaneamente l’empatia sembra regalata agli angoli delle strade. Quando usciva nelle vie brulicanti di persone la reazione era di repulsione totale ad un’esperienza all’apparenza piacevole, Ahmed viveva all’interno del suo diamante nero che però progressivamente veniva screziato dall’ambiente. Pulsioni sessuali, luci, alcool sibilavano promesse di estasi e la paralisi identitaria arrivò una volta accortosi che in certe serate passate in preghiera avrebbe voluto essere un’altra persona. Gli altri attorno a lui – forgiati dai combattimenti tra le vie di Raqqa – lo riportarono sulla retta via e la paura di non essere all’altezza si trasformò rapidamente in una forte convinzione ricordando le lezioni tra i banchi di scuola. Il Corano e le mille diverse inflessioni con cui veniva salmodiato dai vari cantori sono un richiamo più convincente di qualsiasi altro rumore o distrazione. Il gruppo e la capacità di ritrovare il senso reale dell’utopia, la forza di Dio che fa superare le barriere di un jihad portato avanti nella restrizione di una città tentacolare.
Il suicidio visto come ultimo passaggio, un raschiare che si fa sempre più forte fino al silenzio più totale. A deflagrazione avvenuta, la perdita di una vita umana sarà ripagata dalla sensazione di essersi avvicinati ad un modello antico e forse meno lontano dopo il sacrificio. Lo studio di qualche obiettivo sensibile proseguiva senza sosta e le ore passate nei sopralluoghi divenivano l’unico momento in cui vedere la luce del sole. La circospezione per non farsi intercettare acuiva ogni rumore di una New York piena di problemi banali, ma che aveva con l’eliminazione del Patriot Act dimenticato con gioia l’ansia del terrorismo islamico, aggettivo da utilizzare con circospezione per non incappare in qualche accusa di islamofobia.
Quando passava per una delle tante zone verdi presenti alcune ragazze intente a fare jogging gli sorridevano mentre veloci scorrevano oltre. Il suo sdegno per gli shorts troppo succinti, il trucco ecc. ecc. era velato da un sorriso beffardo che virava al malinconico per un mondo così stabile rispetto al suo Yemen. Gli insegnamenti per assorbire ogni energia nella Jihad facevano il loro effetto, ma dinnanzi a tanta rigogliosa ricchezza non riusciva ad essere totalmente indifferente. Solo nelle ore a ricevere ordini, pregare e guardare cartine della città trovava pace; il guscio jihadista reggeva e la frizione con l’ambiente crebbe diventano combustibile naturale per una rabbia. Con un’emozione tanto forte addosso, ben canalizzata dai più esperti, aveva dimenticato tutto ed era pronto. L’ultima ricognizione era basata sul pedinamento di un misero operatore che aveva il compito di aprire un museo famoso, sede dell’attentato proprio nel giorno di massima affluenza. Sarebbe stato un assedio lunghissimo, chiuso con una serie di esplosioni a catena: un piano devastante.
Novanta minuti al seguito, camminando una decina di metri dietro il guardiano, da vero controllore. Una persona che non dava nell’occhio, però proprio per questo marcare un uomo di mezza età stempiato che vaga per New York in attesa di rincasare risultava difficile.
Stempiato, con l’attaccatura dei capelli a V non curata o camuffata da nessuna piccola frangia laterale; una camicia a scacchi comprata al discount dove si vendono anche gli alimentari, scarpe nere troppo massicce per la stagione calda e pantaloni di tela lunghi a coprire quasi interamente le calzature. Il suo passo era veloce nonostante il caldo e al netto delle prime impressioni, spesso non veritiere, l’incedere era sofferto e dilaniato dall’afa. Da South Manhattan arrivarono con il battello fino a Staten Island e mentre i turisti osservavano lo stagliarsi di Manhattan all’orizzonte loro proseguirono il cammino. Qui dalla chiusura della grandissima discarica l’edilizia popolare ospitava la maggior parte – comunque in misura minore rispetto agli altri distretti – della popolazione di origine italiana, ispano-americana o di colore che sia. Gli ampi spazi verdi garantivano tuttavia un respiro maggiore, Ahmed pensò per un attimo che non sarebbe stato male vivere in quel luogo. La deviazione mentale durò qualche secondo, quando il controllato fece una tappa in un punto specifico ed inatteso: lì dove il picco massimo della montagna di rifiuti aveva superato l’altezza della Statua della Libertà. La discarica venne riaperta ad hoc per lo smaltimento delle macerie delle Torri Gemelle, Ahmed era a conoscenza di tutto ciò. Un fremito di fanatismo scuoteva il suo corpo e lo sguardo guizzava a destra e sinistra rivedendo gli aerei che si conficcavano nelle costruzioni come immense zecche nelle gambe di un gigante.
La riqualificazione a più grande zona verde di New York non era completa e in un angolo i rumori attiravano l’attenzione. L’ansia saliva visto che lì, davanti ad un ragazzo in piedi vestito di nero, le persone erano pochissime e distese. Il controllato si coricò a terra con gli altri e dagli strumenti rialzati rispetto al piano terra partirono suoni infernali. Su di un piccolo schermo scorrevano parole intermittenti che a fatica si facevano spazio tra le interferenze. “Christ Among The Broken Glass” dove una chitarra stanca si andava ad unire alla desolazione più nera, gli intervalli sintetici sporcavano ulteriormente una traiettoria grezza chiusa dai sussurri.
“Myth Of Building Bridges” con l’ingresso di un sintetizzatore montante tra vapori grigi industriali e il rumore di detriti che vengono spremuti e compattati. Il rumore di una ruspa per spaccare le rocce riproposto da questo inquietanti artista che visto dalla prospettiva del terreno pareva ancora più alto. A metà si ergeva “Greenpoint” dove la chitarra acustica virava in un mondo di mezzo abitato da spettri e aghi sporchi di sangue. Ahmed si trovava tra il disgustato e l’affascinato, nell’esperienza della discarica si amalgamava la sensazione che lo aveva pervaso dal suo arrivo. Le difese della fede si abbassarono, calarono a picco. Il resto era un susseguirsi di grida mortifere, synth ossessivi, giri di chitarra furiosi e riferimenti alla città, alla morte ed al suicidio. Tutto gli parlava in una lingua ora facile da comprendere, la fede ritornò forte come durante le letture coraniche di Khaled al-Qahtani. L’oscurità ed il califfo nero stavano per avvicinarsi, il momento della gloria configurato proprio dove l’Occidente cercava invano di annullare il ricordo dei propri infiniti rifiuti.
Si decise a credere che Dio aveva reso possibile l’esibizione, era tutto un messaggio di Allah e colmo di forza non raccontò nulla ai compagni. Il mattino dopo l’anti terrorismo americano entrò nel loro appartamento e nella colluttazione, poi virata in sparatoria, morirono tutti al grido di Allah Akbar.

Alessandro Ferri

3. Drake – If You’re Reading This It’s Too Late

Data di Uscita: 12/02/2015

Drake - If You're Reading This It's Too Late

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi arrivare, scese da una lunghissima macchina scura sganciando un grosso rotolo di verdoni all’autista prima di spedirlo via, lontano, in una notte senza stelle. Così tanti soldi tutti assieme non li avevo mai visti, e mai li avrei visti più in vita mia. Si fece lasciare qui, nella solitudine del deserto californiano a pochi chilometri da Blythe, poco più in là l’Arizona. Spirava uno strano vento che presagiva pioggia, cosa insolita per un posto come questo poco avvezzo all’acqua, semmai tormentato dalla siccità. Nessun avventore al bancone, avevo deciso di uscire a farmi prendere a schiaffi dalle raffiche mentre chattavo con Sean e TJ su WhatsApp: non si erano ancora ripresi dai bagordi della notte precedente, la festa per i miei diciannove anni, la tequila arrivata dal vicino Messico e le ragazze ubriache. I postumi mi stavano complicando le cose qui al lavoro, ma dovevo a tutti costi rigare dritto, d’altra parte mi pagavano bene per i servizi notturni, non potevo correre il rischio di ritrovarmi col culo per terra senza uno straccio di occupazione. Una Red Bull e qualche sigaretta in faccia alla luna potevano salvarmi, d’altra parte ero da solo, fatta eccezione per quella coppia di altissime palme all’imbocco del vialetto, e le pompe di benzina a riposo, di fronte a questo blocco prefabbricato di colore giallo, chiamato pretenziosamente “Tavola Calda”.
Invece arrivò lui, a innestarsi quale alieno in una cornice direi surreale; l’auto dalla quale scese si dileguò a grande velocità fino a perdersi sull’orizzonte destro, il ragazzo si girò guardingo, come a sincerarsi che nessuno lo avesse pedinato, si sistemò il cappuccio della felpa sul capo e, mani in tasca, entrò sfilandomi accanto. Spensi velocemente la Lucky Strike accesa solo un attimo prima, lo seguii all’interno per adempiere i miei compiti al bancone del bar, con una certa curiosità. Ordinò un anonimo cappuccino prima di sedersi al tavolino davanti al finestrone che dà sul piazzale, dove trascorse la notte annotando chissà cosa in un’agenda tascabile; di tanto in tanto lanciava lo sguardo tra gli arbusti del deserto, ma forse nemmeno lui sapeva cosa stava cercando.
Dopo quella notte tornò altre volte, da solo, con una vecchia utilitaria dai parafanghi consumati. Non riuscì mai a dismettere l’espressione marcatamente inquieta dal volto, nonostante la progressiva confidenza che si stava prendendo con me, tra reciproci racconti di vita nella vastità di questa California silenziosa e inabitata. In seguito mi rivelò che si sentiva braccato, dai fantasmi di una notorietà arrivata dirompente sebbene la sua giovane età e le invidie di chi gli contendeva la piazza. Difficile dargli torto, pur essendo il suo mondo distante anni luce dal mio, fatto di rinunce e sacrifici per raccattare qualche soldo in più. Era famoso quindi, era un rapper ma aveva il viso pulito e privo di quell’alone di temerarietà dato da cicatrici e sguardi torvi. Era famoso e naturalmente autocompiaciuto, tuttavia mi regalò la sua fiducia con una spontaneità disarmante, la stessa con la quale aveva cominciato a rivolgermi domande o a sputare fuori frasi sconnesse per dar voce all’irrequietezza interiore, mentre fumavamo insieme sotto la tettoia della stazione di servizio.

“Shit’s just crazy man, the whole energy out here is just changing, you know. It’s just getting dark, man, quick” / “I’m drinking more. I’m smoking more. We’re out here staying up so late that it’s early, like fuck. I’m not losing it though; I’m just venting. I’m not worried. It’s already too late for these guys, trust me. I’m just more worried about myself. You know? I just gotta come home.”

Casa era quella che aveva lasciato a Toronto una volta che divenne “qualcuno”, casa è quella in cui io torno ogni due o tre mesi per riabbracciare la mia famiglia e accumulare il calore necessario a non sentire freddo nel vuoto di questo posto di confine. Durante le notti in cui ci tenevamo compagnia, con un bancone spartano come linea di separazione, mi disegnò chiare immagini innevate, la sua infanzia in un Canada dagli inverni tremendamente rigidi da intiepidire sulla strada con gli amici di sempre o tra le mura della propria cameretta a emulare idoli dell’hip hop, gli stessi che poi si sarebbero tramutati in rivali. Le lunghissime partite a basket nelle corti in cemento tra un palazzo e l’altro non erano così diverse dalle mie, gli stessi pantaloncini sudati su gambe esili, le mamme alla finestra ad ammonirci perentorie ché avremmo saltato la cena se non fossimo rincasati, le sonore risate e tutti i futuri possibili davanti. Sembrava che si allentasse la tensione sulla scia dei ricordi spensierati, ma la leggerezza durava poco e un’ombra tornava ben presto ad abbassargli lo sguardo.
Un paio di mesi fa eravamo intenti a disquisire su soldi e donne che gravitavano nell’ambiente rapper, sulle armi, le telefonate anonime e tutto ciò che metaforicamente diveniva ai suoi occhi una minaccia, quando un ubriaco piombò nel locale piazzandosi al bar, sullo sgabello di fianco al suo. Non la piantava di biascicare fesserie e ordinare drinks, e non potevo non accontentarlo; il ragazzo si alzò di scatto facendomi segno col capo che mi avrebbe atteso fuori. Il punto esatto, quello che preferiva, apriva una drammatica vista sul deserto desolato, e il vento spirava anomalo come la notte del primo incontro; quando mi smarcai dal disturbatore non c’era già più, era sparito nell’oscurità. Mi aveva lasciato un foglio bianco incastrato nella pompa di benzina più vicina: “If you’re reading this it’s too late”, recitava una scritta irregolare col pennarello nero.
Il negozio di vinili era meta di pellegrinaggio con i miei amici sin dal mio trasferimento in California, ma stamattina sfogliando i dischi non mi sarei mai aspettato di ritrovare la stessa grafia scura su fondo bianco a recitare le parole del biglietto, sulla copertina di un album. Drake era svanito tra le folate in mezzo al nulla ma non era un addio. Nel mio giorno libero la stanza dove vivo è inondata di luce; mi perdo a guardare dalla finestra la strada e la sabbia mentre la musica fluisce pezzo dopo pezzo, e parla con estrema franchezza delle paure e dei tormenti che già conoscevo. Una sequenza di spari, degli squilli insistenti e un numero disconnesso, costante malinconia di fondo su ritmiche scarne o complesse ma costantemente profonde, su cui s’innestano storie di pistole, di fama e successo, delusioni disillusioni e ansia da prestazione, inquietudine inestirpabile perfino a Miami, tra un party e l’altro. La parabola si conclude a New York City, un tardo pomeriggio, in un sommario e lucido bilancio esistenziale. E gli States sono sconfinati, ma semmai tornerà a farmi visita, il cappuccino lo offrirò io.

Federica Giaccani

4. Port-Royal – Where Are You Now

Data di Uscita: 02/10/2015

Port-Royal - Where Are You Now

Cemento dissestato a terra, trivellato dal tempo e dall’incuria, e arbusti stecchiti che s’issano come antenne dalle crepe. Un luna park che senz’altro aveva visto giorni migliori, una via di mezzo sbilenca tra Pripyat e Coney Island a ben guardare più vicino alla prima che alla seconda; tuttavia è aperto e la ruota panoramica gira, gli autoscontri cozzano l’uno contro l’altro con gommosi rimbalzi, l’aria sa di caramello, di sigarette, di qualcosa di tossico. Lo spaesamento va a braccetto con la fascinazione.
In stazione mi hanno dato questo biglietto, ora che lo sgualcisco con le dita in un mio tipico fare nervoso mi accorgo che il campo nel quale avrebbero dovuto stampare il nome della destinazione è rimasto in bianco. C’era un unico binario e il treno stava sopraggiungendo in quell’istante, salire al volo è stata un’azione istintiva, mosso dal terrore di rimanere impantanato in un punto svuotato di prospettive. Il viaggio era una debole scusa per reagire all’impasse, per dimostrare di poter rompere una stasi con il minimo sforzo; la realtà dei fatti narra di foreste tutte uguali che correvano al mio fianco, fulminate dai miei occhi fissi su di loro mentre la mente vagava in avanti e indietro nel tempo. Movimenti con risultante pari a zero, tant’è che arrivare qui equivale a conservare la medesima posizione. Un vecchio un giorno mi confidò che solo ai sognatori è concesso di spostarsi senza meta definita, deduco quindi di aver seduto nella carrozza dei visionari.
Where are you now – me lo chiedi o me lo affermi?
Non lo sai tu e non lo so io, per questo adottiamo un ibrido tra asserzione e interrogativo. La consapevolezza mi ha condotto ad accettare la labilità come configurazione d’equilibrio, ché la vita insegna che le strutture isostatiche esistono sono nelle utopie. Tuttavia, non mi sono mai negato il gusto di perdermi nei miei desideri, e nel meraviglioso gioco delle infinite possibilità, soprattutto da quando ho annegato la paura di ballare nelle gelide acque del fiume Volga.
Non c’è da pagare per fare un giro ed elevarsi sopra le cime del bosco che abbraccia questa oasi di divertimento e malinconia, un giovane mingherlino mi appone un timbro sul polso come lasciapassare per issarsi e disegnare una mappa per scegliere un posto nel mondo; la geografia mi è sempre stata amica e una bussola per orientarmi è ciò che mi consola mentre gli ingranaggi cigolano e il tettino giallo limone ondeggia a un metro dalla mia testa. Vi sono altre persone e riconosco dal loro sguardo che sono state traghettate qui attorno dallo stesso scopo, la compagnia mi conforta e alleggerisce il peso. Quando mi avevi regalato la possibilità di scegliere un futuro tirando i dadi non mi aspettavo che avresti estratto dalla tasca un solido così multisfaccettato: sei facce sarebbero state insufficienti a cogliere le sfumature. E adesso che ho deciso di ubbidire alla mia natura e tracciarmi un percorso, fatto di riflessioni ma anche di leggerezza, datemi in mano una matita e fatemi apparecchiare gli strumenti per tradurre tutto in musica. Una combriccola si scatena accanto al pungiball ché l’Eurodance martella l’aria, bambinetti che si dimenano nei bomber troppo larghi per le loro spalle puerili, ma la gioia schizza dalle pupille come laser. La speranza.
Sono sempre stato in tutti i posti e da nessuna parte, anelare all’altrove più a Est che a Ovest mi ha messo in marcia da anni verso città e paesi dai nomi bizzarri, abitati da gente dall’incarnato pallido e dal cuore impavido. Sono morto al momento giusto, quando ho interrotto quell’insulsa battaglia interiore tra spettri contrastanti, alla spasmodica ricerca di un io univoco; ora, potermi riconoscere in una discoteca di periferia, madido di sudore sotto le luci stroboscopiche e la cassa che picchia a 4/4, non fa di me una persona diversa da quella che osserva dal tetto di un palazzone qualsiasi un tramonto freddo e tardivo, e si commuove. Ero a Bratislava in quel giorno lontano. Quell’altra volta ancora ascoltavo i Röyksopp provando un lieve imbarazzo per aver ceduto all’electropop, troppo commerciale per i palati dei saccenti criticoni, tanto lesti a puntare il dito quanto frigidi nel provare emozioni. Non è mai stato un mio problema, né tantomeno lo è adesso.
Il vento scuote le cime degli abeti oltre le montagne russe e le guance si arrossano per le temperature in picchiata col calare del sole e per la contentezza di spogliarmi, definitivamente, di tutte le costrizioni. Spogliarsi è abbandonarsi, e la resa è sempre in fondo una riappacificazione, anche quando comporta ammettere limiti, o sconfitte, o armistizi.
I’ve got this beautiful feeling, and it’s breaking my heart, it’s breaking my heart…
Stiamo danzando all’unisono eppure ciascuno racconta una propria storia, la mia parla d’incontri susseguitisi nel tempo e nello spazio, in cui il reale e il virtuale non collidevano ma si completavano a vicenda, in cui posso serenamente adoperare glaciali aperture ambient accanto a luccichii glitch, in cui la techno e la dance dialogano col post rock con estrema naturalezza attraverso melodie dense di vera vita.
Quando capito a Tallinn sento la cassa toracica vibrare in risonanza coi synth algidi che decollano in un climax teatrale, mi scateno in qualche club per poi destarmi al mattino a due passi da Paldiski e avvertire quella nostalgia assoluta che mi attanaglia ogni volta che piango guardando “Lilja 4-ever”.
Dopotutto, si tratta sempre di amore.
Spezzare, ricomporre, creare ancora. Il treno per tornare indietro è inspiegabilmente vuoto; una voce di donna con la delicatezza tipica di una calda carezza, tra liquidi arpeggi, rivela “we are floating like feathers in this place we made for us”. Siamo fragili, siamo ovunque e in nessun luogo. Un luna park in un apparente non-luogo, ma un occhio attento può in ogni caso riconoscercene un altro in una giornata autunnale sporcata dalla pioggia e dalla salsedine della costa, catturato in un’istantanea di alcuni anni addietro tra la scogliera e il mare inquieto come quest’animo, palazzi anni ’70 familiari e la litoranea, a poca distanza da Genova.

Federica Giaccani

5. RP Boo – Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

Data di Uscita: 29/06/2015

RP Boo - Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

“Cosa vuoi innovare in un mondo dove tutto è già stato innovato? Che speranze ha una società fondata sulla velocità, puntando sul rapido fagocitare la novità che diventa antica senza neppur aver fatto il suo corso?”

Fece una piccola pausa prima di ripartire con il suo discorso noioso. Nessuno ascoltava più, il gruppo pensava a ben altro. La direzione dei pensieri era opposta alle parole dell’oratore.

“Noi siamo neri, non c’è posto per noi ai vertici. I bianchi ci hanno reso schiavi, siamo ancora schiavi delle loro squallide tecnologie”.

Sì le tecnologie, pensavano anche a quello quindi forse un punto di contatto rimaneva. Il ritornello, la velocità, il loop e il frame del video rivisto mille volte; quel ballo frenetico richiedeva una discreta forma fisica. Avevano partecipato come spettatori alla dancebattle nel locale in fondo alla strada, l’energia ed i sorrisi occupavano la mente conquistando spazio rispetto alle fosche visioni del padre spirituale della comunità.

“Beat me” scandita tra sample femminili e drum machine: questo era il nuovo ritmo delle giornate. Imbevuto di vecchia teologia della repressione il vecchio non si accorse che le sue lezioni erano totalmente disertate, fatta eccezione per Mary, anziana vedova costantemente presente, per abitudine e non sicuramente per il messaggio.

“Rallentate il vostro ritmo giornaliero, satana vi vuole sempre più rapidi e voi dovete fare l’inverso”

Non funzionò nulla negli anni passati visti i risultati e la totale assenza di riflessione una volta scoperto questo footwork. Come mai altri neri riuscivano a trasporre la creatività e loro no? Nessuno si chiese nulla, neppure se fosse giusto gettarsi nell’accelerazione violenta.

La comunità simil religiosa del vecchio era poi carente di un altro ingrediente apprezzato: l’erba, così presente dall’altra parte. Le infinite raccomandazioni di allontanarsi dalla droga svanite in poche settimane.
La competenza nel ballo cresceva giorno dopo giorno, arrivarono a formarsi alcuni producer e tutti seguivano un altro guru.

Rp Boo garantiva tute Adidas, potenza di fuoco tra beat e parti vocale capaci di emozionare anche un ghiacciaio, ovviamente in via di scioglimento per la devastazione del mondo intero sotto l’effetto del global warming. La ghetto house rivisitata non è uno scherzo di qualche folle, stiamo parlando di evoluzione seria. La concezione del muoversi a ritmo prende le vie più disparate, tutte misurabili e debordanti nei loro effetti collaterali di gioia e sudore. Dalle parate di piazza, alle battaglie nel parco, dal fumare negli scantinati allo scopare nel vicolo cieco. La totale libertà si raggiunge esclusivamente in precisi schemi, la composizione apparentemente fastidiosa imprime un marchio inconfondibile.

Tutto ciò di cui avevamo bisogno, mentre il vecchio divenne cieco a seguito di una caduta dovuta all’animosità del suo ultimo discorso. Si era accorto che non c’era più nessuno.

Alessandro Ferri

6. William Basinski – Cascade

Data di Uscita: 28/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

William Basinski - Cascade

Some Traffic lights & Cascade Loops

Guardare le luci proiettate da tutti i tipi di fanali: di posizione a volte clamorosamente assenti per via di qualche urto, di stop per segnalare le continue frenate nel traffico sinuoso e frenetico, l’anabbagliante giallo che incita alla violenza le vetture altrui e il fendinebbia utilizzato come monito per alzare bandiera bianca. Le linee di transito totalmente intasate in un interesse utopico teso alla creazione di un qualche ordine fondato sul disordine stradale. Niente di psicologico, nessun rimando allo scompiglio personale di una vita che non prende ancora una piega decisa e risalta per mancanza di stimoli.
La volontà è slegata dal senso comune e l’osservazione di più monitor, che a loro volta riportano ingorghi da varie latitudini e longitudini, appare come un momento a sé stante dal resto. Una perversione così la iniziarono a chiamare i suoi familiari, sempre più lontani e sicuri che questo strano hobby togliesse a lui più del tempo dovuto. Avevano ragione loro, ma l’illusorietà di una società perfetta aveva preso il sopravvento. Gli studi universitari lo avevano deluso gettando nel discredito i suoi precedenti ideali, autodistrutti in un odio radicale per una classe di insegnanti che aveva totalmente smarrito ogni sorta di realismo richiudendosi in una bolla autoreferenziale destinata ad annegare il buon senso rimasto.
Demolire una certa forma mentis è tuttavia impossibile e così il materialismo storico ha cambiato pelle in un conglomerato di vie, autostrade, ponti e motel destinati a svelare chissà quale paradiso in terra. Sarebbe di certo arrivato – pensava dopo qualche mese – il momento in cui tutti sarebbero stati in grado di concepire il mondo attraverso la carica sessuale insita negli sciami di macchine. Nessun esoterismo albergava in lui e, anche se certe letture di Ballard influenzarono le tesi, la convinzione più profonda garantiva una conoscenza superiore e aperta a tutti in attesa di essere svelata. Velleità da Nostradamus erano lontane e così notte dopo notte i giorni passavano blandendo i propri occhi con periferie sovietiche senza vetture, alture del Colorado innevate e stracolme di camion e formicai sudamericani di Opel Corsa vecchio modello.
L’audio non interessava, per i suoi c’era altro ad accompagnarlo nel suo piano erano presenti loop infiniti abili a dilatarsi lungo tutta la durata degli appostamenti davanti ai numerosi schermi.
La sensazione di espansione però non rende bene l’idea, bisogna rivolgere i pensieri al fenomeno della disgregazione. Altra chimera lontana è quello che fa dei loop un corso praticamente infinito di istanti che si ripetono in una continuità nient’affatto artificiale. L’ultimo nastro capitato tra le mani si chiamava “Cascade” e la lucentezza dei fari notturni era solo lievemente attutita da un andamento stanco, l’ossessione che portava allo sfinimento per un orecchio non allenato. Serve in generale una particolare propensione all’ascolto per avvicinarsi ad evidenti forzature del sistema commerciale della musica pop in cui un refrain riconoscibile dà la forza a tutto il resto. Le variabili non sono dipendenti e una persona può trovare soddisfazione glorificando il proprio orecchio con vari generi. Comunque la fusione dei due martellanti assilli utopici si legava alla perfezione, era il traffico a parlare attuando un apparato di regole nascosto. Il rumore di fondo, ricomposto in continuazione ma all’apparenza identico, era una sorta di respiro. L’accompagnamento così diventava come l’ossigeno e le potenzialità dell’accoppiamento illuminavano la sua mente sempre più deformata dall’isolamento.
Le preoccupazioni attorno a lui svanivano durante le sedute al computer, la bellezza liberatoria in una stabilità come sempre illusoria. Gli altri erano in ansia, ma lui non si accorgeva più di nulla e cullato dall’immaginario di perfezioni assorbiva i loop in attesa della conclusione. Un finale che non arrivava mai, una disciplina rigorosa e un fremito di piacere immaginando la solitaria rincorsa attorno a rotatorie con aiuole lunari. Una fotografia di Richard Misrach a ricordare le vecchie passioni, stranamente connesse all’annullamento in corso.
C’è davvero un senso in tutto questo? È tempo di agire o è necessario aspettare tempi migliori consci che l’autostrada diventerà dorata?
Una strada bloccata con annessa coda infinita sulla SR 143 a Nord del Sky Harbor Blvd vicino a Phoenix, non c’era tempo per pensare. Fotografie e appunti con le prime impressioni presero il sopravvento sulla riflessione appena iniziata, mentre “Cascade” fluiva lenta.

Alessandro Ferri

7. Slum Village – Yes

Data di Uscita: 16/06/2015

Slum Village - Yes

“No man is greater than the legacy”

L’ultima missione del loro fallimentare gruppo editoriale era, a detta di molti, lo specchio del proprio non riuscire ad arricchirsi, una rappresentazione perfetta del prossimo sfratto.
Idea lucida e potenzialmente estenuante: una guida di tutti gli Antiques Mall presenti a Detroit, semplici dealers o negozi più strutturati da rintracciare per ridurre la storia di ognuno ricostruendo l’evoluzione di un tessuto sociale sfondato e ricreato più volte nel corso degli ultimi cent’anni.
Erano abituati a lavorare lì, subito dopo l’ultima bancarotta cittadina si licenziarono da un sito d’informazione parecchio seguito dalle giovani generazioni. Pagavano bene, ma il loro compito di intervistare ricchi adolescenti europei, venuti a Detroit per osservare i quartieri resi spettrali dalla crisi, divenne un supplizio.
Le rovine da sempre attirano l’attenzione di chi intende fondare un ordine secondo le ferree regole del piano regolatore, spacciato per alternativo e rivoluzionario. Gli spazi web e le riviste di base sfruttano il mercato e dunque offrono ad un’ampia platea disquisizioni sociologiche sui mali del mondo, storie narrate in maniera avvincente con paralleli forzati e volti esclusivamente ad aizzare la fiamma del controllo totale.
Non era questo il loro desiderio e probabilmente falliranno, ma una noiosa ricerca a tappeto nel campo dell’antiquariato si confà di più alla forma mentis scolpita nel tempo.
Anni di studio in cui la tragedia ed il trionfo si fondono spaziando tra musica, oggetti unici e battuti in qualche solitaria asta del più profondo Michigan, risultati sportivi e videogames vintage da ritrovare setacciando il paese da Est a Ovest.

La storia della città non ha apparenti segreti per la storiografia: popolazione ridotta rispetto al passato, ribaltone razziale tra antica prevalenza bianca e attuale predominio afroamericano. E poi criminalità ad ampio raggio dalla famiglia Zerilli alle baby gang, la nascita di un certo tipo di sound, i motori e i grandi laghi.

Qualcosa di nuovo si può davvero rintracciare nelle cose? Nella palla da bowling con cui sono stati abbattuti tot birilli, o nel numero unico del mensile immediatamente chiuso per l’intervista all’autista del bus che si era volutamente schiantato – uscendone come unico illeso – contro il muro di una banca.
Tutto proseguiva placido, dispersi a Flint, tra ricerche troppo complesse per cavarsela in una settimana: un paio di usurate Adidas indossate nel playground dietro casa da JaVale McGee e la volontà di rintracciare un trentacinquenne ora rinchiuso in qualche casa di cura del vicino Ohio. Il ragazzo negli anni del college era solito filmare le sue sessioni di gioco a SimCity2000 e i due volevano assolutamente il video in cui aveva risolto in un tempo record il tracollo economico della stessa Flint, presente nel gioco.

Dopo aver completato queste serie minori di ritrovamenti dedicarono anima e corpo al pezzo pregiato della ricerca, un tema usurato da sviscerare. Gli Slum Village, la morte di J Dilla e Baatin – conflitto vivente – e il fratello Illa J che dice “”His legacy is still growing”; ci misero anni solamente a decidersi di sfiorare l’argomento con il solito misto di cinismo cupo che aveva portato al licenziamento dalla rivista underground.
Le retrospettive e le magliette con J Dilla Changed My Life divenute ciclicamente preda di qualche ricercatore da strapazzo impegnato a scrivere i “10 modi di ascoltare J Dilla”, i “7 pensieri politici sviluppati dai beats dell’eroe” ecc. ecc.

Un argomento così soverchiante è tipicamente destinato a divenire una moda e la coppia si avvicinò di soppiatto, riducendo al massimo il rumore. Se ne parla così tanto perché a Detroit tale suono lo si ascolta dappertutto, anche nei negozi di antiquariato dove le storie speculano sulla muffa e sulle corse a casa stringendo l’oggetto tanto desiderato.
Si accorsero che ogni dealers aveva la sua traccia o il cimelio. Vi era chi lo custodiva proveniente dagli inizio del gruppo, subito dopo l’uscita dalla Pershing High School, e chi stropicciava davanti ai loro occhi un articolo di giornale con la recensione del “Villa Manifesto”.

E allora si decisero a seguire quel filone secondario, stabilendo come quartier generale un mall colmo di articoli dorati ed impolverati. Hakeem, il padrone del piccolo angolo tra la Fenkell Avenue e Quincy Street, era sordo e le poche persone che entravano lì dentro dovevano urlare per farsi ascoltare; con pochissimi eletti, non costantemente, usava un tono normale.
Il patto tra i due editori e il sessantenne afroamericano fu semplice ed immediato: lui raccontava storie sugli Slum Village, ma loro dovevano spolverare i gioielli, i lampadari e tutto il materiale presente. La collaborazione, ai fini di una eventuale pubblicazione, si rivelò infruttuosa perché Hakeem non si lamentava della loro lentezza – in fondo apprezzava la polvere – e il whisky scorreva a fiumi, così come i racconti.
Dal nome di battesimo Ssenepod – Dopeness capovolto – al primo contratto con la Barak/AM Records emergeva un filo conduttore che Rakeem paragonava al suo archivio dorato.
Diceva spesso più o meno così: “La bellezza di questa città riscuoterà sempre il successo della critica, ma noi qui conosciamo specialmente il dramma e il tracollo conseguente che si collega sempre ad esso. Puoi pulire quanto vuoi, la polvere tornerà a depositarsi, la leggenda deve essere un po’ dimenticata per rimanere tale. Le vicende incrociate di Jay Dee e degli Slum Village sono come questo strato di sporcizia, e se ci ferma in superficie non si vede niente. Il discrimine non è il fumo dei motori, il pulviscolo spiega più di mille cose”.
Pensarono subito di aver fatto centro visto che con il loro tesoro itinerante di oggetti, accatastati alla bell’e meglio, ricreavano continuamente gli acari di tale filtro.
Infine tra un bicchiere e l’altro, ormai avevano lasciato cadere lo straccio, ascoltarono in silenzio “Yes”. L’ultima fatica degli Slum Village, prodotta da J Dilla e Young RJ rimasto con T3, suonava come un grande classico in cui far ripiombare tutti i pensieri e i ricordi.
Rimanere senza parole è per tante persone alla base della tensione emotiva, lì dentro il silenzio rotto dai beats rappresentava anche una concentrazione speciale. Tutti ospiti del negozio – tra gli altri anche De la Soul, Bilal, Black Milk e chiaramente Illa J – che donano un pezzetto di anima, mentre le linee di basso si fanno sensuali ed il flow balzella agile tra strofe dal sapore vintage. Le percussioni, il piano unito ad una produzione lussuosa per ripiombare in un’era ricchissima.

Kamikaze tryna kill everybody speech | Yeah we hunger but our mind’s bout to feast | Read the signs of the times then the signs of the streets | Yo define what is peace | Can you tell a merchant selling wool to a sheep

Ovviamente non riuscirono a scrivere nulla, partirono semplicemente per un altro sobborgo portando il vinile di “Yes” nel borsone. A fine ascolto entrò un turista francese ed Hakeem riprese ad urlare infastidendo parecchio lo sventurato, non riuscirono mai a capire se era davvero sordo o faceva finta per non parlare con i tipi che non gli andavano a genio. Di certo avevano trovato un tetto sicuro sotto il quale riposare in caso di sfratto, la polvere non era mai stata un problema.

Alessandro Ferri

8. Alva Noto – Xerrox Vol.3

Data di Uscita: 06/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Alva Noto - Xerrox Vol.3

La torre di controllo galleggiava in un’aria lattiginosa, un bianco compatto quasi irreale, in alcuni punti la densità si diradava scoprendo i luccichii dei pannelli metallici di rivestimento di quel totem eretto con la pretesa di avere in pugno il comando, di essere infallibile, fiero nei suoi 100 metri di altezza. Sherdon si era appena fatto recapitare dal giovane galoppino di turno un grosso thermos di caffè e un paio di sandwiches di pane nero con le aringhe; era severamente vietato abbandonare la postazione per tutta la durata della missione, e l’adrenalina per l’imminente impresa unita alla borraccia d’acqua fresca tracannata per mitigare la scarsa salivazione ora premevano sulla vescica, sotto il ventre abbondante. Povero Sherdon, si era sudato la gavetta tra le fila dell’aviazione, un fisico non propriamente prestante lo aveva relegato nel gruppo delle eterne riserve mentre lui nutriva sogni di gloria e d’iperbolici progetti ad alcuni chilometri da terra. Nell’ombra di una carriera tutt’altro che da protagonista, aveva trascorso gli anni migliori perfezionando e limando i dettagli di una spedizione che custodiva in serbo fin dalla giovane età, quando tutto sembra a portata di mano e realizzabile con poco; non aveva osato confidare a nessuno i suoi piani, secondo la classica scaramanzia dei desideri esaudibili purché vengano taciuti, ma d’altra parte non era mai stato circondato da nutriti stuoli di amici, per cui il silenzio era venuto da sé, quasi automatico.
L’orizzonte era completamente annullato dalla spennellata di bianco solido che ricopriva il cielo, solo così si poteva fingere di raggiungere lo spazio senza essere distratti da intrichi di strade e case sottostanti, dai pendii delle colline e dalle grosse chiazze di vegetazione nelle valli. Chiunque al di fuori della torre di controllo l’avrebbe menata con quei concetti triti e banali dei viaggi interiori, ma Sherdon sapeva bene quale fosse la realtà dei fatti: aveva speso decenni in introspezione ed esistenzialismo spinto per poter elaborare successioni e particolari di quella personale peripezia. I giudizi altrui non avrebbero potuto scalfire alcuna certezza né infangare i suoi nobili e intimi propositi. Neanche la critica più feroce e cattiva, secondo cui si sarebbe accontentato di simulare un viaggio interstellare all’interno dell’atmosfera, lo avrebbe condizionato; in fin dei conti chi avrebbe disposto di mezzi e favori di convenienza per imbastire un vero e proprio lancio nello spazio?
Per ironia della sorte, l’occasione per illustrare ai colleghi gli intenti si presentò nella pacata e alcolica confusione della sua sobria festa di pensionamento; a dirla tutta non aveva già appeso al chiodo l’uniforme e il brevetto, mancava una misera manciata di giorni, ma Sherdon non era mai stato troppo attento e rigoroso nelle tempistiche. Complice il vino fruttato che era stato selezionato per l’aperitivo, le sue difese e timidezze si sciolsero man mano che girava impacciato tra i tavoli, e Mc Kenzie e Jordan – veri amici e capofila degli anziani insieme a lui – ci misero lo zampino adescandolo in una narrazione dalla quale non sarebbe stato ormai più possibile sgattaiolare via.
Il mattino era nebbioso, una coltre bianca anziché grigia che ovattava il contesto; il caro Sherdon aveva definitivamente terminato i suoi doveri tra le fila dell’aviazione, tuttavia gli consentirono l’accesso e l’utilizzo delle strumentazioni della torre di controllo giusto perché, proprio a causa delle condizioni meteorologiche avverse, nessun volo ufficiale sarebbe potuto decollare. La vescica premeva, è vero, ma il drone era pronto sulla pista di lancio e di lì a poco ogni fastidio fisico sarebbe stato messo in disparte senza alcuna forzatura. Il GPS funzionava perfettamente, ogni apparecchiatura era al suo posto.
Nell’isolamento, protetto da quelle mura e da quella vertiginosa altezza, Sherdon si sentiva al sicuro e libero di perdersi concretamente in quel viaggio che da anni metteva idealmente a punto tra bozzetti e considerazioni scritte su innumerevoli fogli; l’aeromobile si era alzato e fendeva sinuoso il candido manto umido che avvolgeva l’aria. Ignaro del perché, si era da sempre configurato lo spazio in una dimensione futura, distaccata dal presente da un immenso balzo temporale che annullava i colori e risucchiava cose e contorni in un quadro nuovo, un chiarore latteo dove le stelle luccicavano vicine e il drone sembrava danzarci assieme. Una galassia artificiale, non vi era alcun dubbio, ma il mezzo registrava e trasmetteva ogni minima delicata pulsazione e Sherdon l’assimilava nel suo rifugio in quota. Era sbalordito per quanto poco la sua immaginazione si era discostata dall’effettiva risposta che quel paesaggio rarefatto gli stava restituendo con una generosità sorprendente. Le strumentazioni riproducevano i suoni, nessun ronzio persistente o cacofonico alterava l’atmosfera in un’indeterminata sospensione. Il magma sonoro fluiva senza intoppi tra le intermittenze dei fasci luminosi che l’aeromobile incrociava nel percorso, stati d’animo di calma assoluta si alternavano con leggeri richiami ansiogeni ma più spesso con la voce della malinconia, una voce strana che dal futuro riusciva a riacciuffare ricordi ed episodi creduti reconditi nel passato. Un dialogo personale, frutto delle memorie e delle esperienze dello stesso Sherdon nel pianificare il tutto e farsi coinvolgere al momento. L’ambient riacquistava i suoi connotati primordiali: aperture gigantesche in spazi stellari evanescenti, soffici battiti di polpastrelli levigati e un loop quasi irriconoscibile, destrutturato e minimale, che faceva da costante in tutta la rotta. Minuziose variazioni come incursioni di melodie vere e proprie di sconfinata dolcezza o un vago frinire elettronico, o ancora un nastro avvolgibile sintetico che avviluppava traiettorie sfuggenti.
Sherdon si accarezzava la pancia con fare sornione, sognante e compiaciuto; un tenero sorriso sbucava fuori dalla folta barba, una reazione spontanea del bambino che non era mai sopito né superato in lui. Il drone stava rientrando alla base e il sogno di aver viaggiato nello spazio (e nel tempo) era stato coronato come nelle migliori fiabe d’infanzia. Ubriaco dallo spazio, si sentiva appagato e al contempo disorientato, era incredibile come fosse complessa una struttura all’apparenza così scarna; non sentiva nemmeno più lo stimolo di pisciare, continuava a gongolarsi da perfetto sentimentale. Dovettero irrompere bruscamente nella torre quando la nebbia si diradò scoprendo le morbide pendenze dei colli all’orizzonte: era ora di riprendere in mano il tabellone dei voli ufficiali e riportare il vecchio collega al presente.

“Lo spazio non è nero, è di colore bianco, e le stelle sono altri puntini bianchi che luccicano.
Maestra non so dire di più ma da grande ci andrò e poi le racconterò tutto.”
Jonathan Sherdon, anni 7
1962

Federica Giaccani

9. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

10. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

Go Dugong – Novanta

 27/11/2015

Sono sul “novanta” oppure nel mio studio?

Un odore acre mi fa trasalire eppure è solo nella mia mente. Zero pippe mentali, solo sana attitudine hip hop, in mezzo a talmente tanti campionamenti da diventarci pazzi.

Sono due anni ormai che cerco di completare un lavoro che sento mio più di ogni altra cosa fatta prima. Dovevo solo trovare la chiave di lettura, qualcosa che tenesse insieme tutti i pezzi e l’ho trovata finalmente: è Milano.

La Milano degli odori.

La Milano del raggae giamaicano.

La Milano dei sapori.

La Milano del bolero cubano.

La Milano dei colori.

La Milano del beat maliano.

La Milano dei sensi.

La Milano che casa non è.

La Milano che è jazz.

La Milano che ti fa sentire a casa.

Sono da mesi sul filobus dell’inconscio che attraversa tutti questi stati.

Maurizio Narciso

Top Ten 2015 – Maurizio Narciso

1. Oneohtrix Point Never – Garden of Delete

Data di Uscita: 13/11/2015

Gli anni Novanta erano da poco iniziati e i mostri stavano lentamente scalzando i cartoni animati e le favole rassicuranti nella scala di priorità e interesse di una bambina di dieci anni, poco più poco meno. Aveva anche affinato l’astuzia per raggirare senza troppi sforzi i controlli di una coppia di genitori preoccupati dagli influssi malevoli del tubo catodico, sempre solerti nel verificare che il telecomando fosse nascosto ai piani alti della libreria, una volta sintonizzatisi nelle frequenze dedicate all’intrattenimento per ragazzi. Comincia per tutti in quel periodo la tentazione alla trasgressione, e la nostra Abby non fu risparmiata dal goloso binomio splendore/terrore. Aveva velocemente preso dimestichezza nell’impilare libri sulla sedia per andarsi a riprendere lo scettro del comando della tv dopo essersi assicurata che i suoi fossero intenti a fare altro di là; aveva stretto complice alleanza con il ragazzino della villetta accanto, un patto siglato in alfabeto muto, incollati ai vetri e ai vapori di finestre prospicienti, per trasformare un’amicizia agli albori in un pretesto per vedersi e condividere giochi (e strappi alle regole). L’unione fa la forza, recita da sempre un proverbio. Quello che non sapevano, né Mike – questo era il nome del mocciosetto – né Abby, era che soltanto due case oltre le loro, là dove la via curvava e diventava sentiero sterrato verso un piccolo parco urbano, viveva un giovane talmente strano e inquietante da poter fare accapponare la pelle anche a Freddy Krueger. Si diceva che soffrisse di schizofrenia, proprio per questo era tanto imprevedibile quanto pericoloso; i primi episodi raccapriccianti ricollegavano a lui il ritrovamento di piccoli animali sgozzati tra le strade del quartiere e scritte sinistre intagliate nei tronchi degli alberi o dipinte con vernice in un paio di serrande basculanti. Abitava da solo, era stato isolato dalla comunità per ovvie ragioni ma sembrava non curarsene: il suo mondo, retto a cavallo tra lucide macchinazioni e follie degne del più temibile degli psicopatici, era a sé stante e si autoalimentava di continuo. Col tempo la situazione degenerò, uno di quegli epiloghi prevedibili dinnanzi a un curriculum che lasciava poco spazio alla redenzione; tuttavia – e stiamo ormai parlando dei mesi tra questo e lo scorso secolo, la nostra giovane coppia di amichetti divenuti ventenni aveva avuto più di un’occasione per scontrarsi con l’orrore reale e accantonare i palliativi cinematografici. Come la volta in cui, poco prima che il pazzo fosse rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ritenuta l’unica soluzione plausibile dopo l’incendio volontario della propria dimora, Abby e Mike si trovavano a fare jogging nel parco quando furono attratti da urla e rumori assordanti che provenivano da quella casa da cui, tutti lo dicevano, ci si doveva tenere alla larga. Le finestre erano serrate a doppia mandata, ciononostante vibrazioni sferraglianti e voci infernali oltrepassavano muri e vetrate, dirompenti, vomitando in strada e tra gli alberi scenari paranoici di pura alienazione. Inutile dire che il quartiere tornò a respirare dopo l’internamento, ma il ricordo permase vivido in ciascuno man mano che il lavoro prendeva il posto dell’università e si affacciavano all’orizzonte matrimoni e convivenze, soprattutto quando la cronaca narrata dai giornali si tingeva di nero gettando i riflettori su fatti agghiaccianti e umane tragedie che avrebbero potuto essere terribilmente più vicini.

Il 2015, il presente. Un artista in città, un palcoscenico minimale come un parallelepipedo di cemento lasciato a vista e un parterre rettangolare, pareti rivestite di locandine di tour passati e futuri, illuminazione scarsa, quel poco che basta per discernere i lineamenti della persona che capita accanto, un faro come laser proiettato su laptop e console. Abby aveva regalato il biglietto d’ingresso alla sua fidanzata per compleanno un mese prima, ora sono entrambe appoggiate al muro a scorrere istantanee dallo schermo di un iphone che rischiara le loro bocche schiuse in un fare concentrato; Mike fa la fila al gabinetto, anche lui ha il telefono in mano per leggere recensioni sulle recenti esibizioni dell’artista, Oneohtrix Point Never, ma per comodità è sempre stato OPN. Quello che segue è un tripudio di cacofonia estrema, stridori e graffi che fanno fischiare le orecchie e gridare per l’insofferenza, ma come accade spesso quando si spinge al limite il gradiente dell’osceno, si finisce per esserne travolti, rapiti, assuefatti e, in ultimo stadio, ammaliati. Perché di colpo entrano in soccorso pause e aperture melodiche come buffetti sulla guancia, occhiolini scherzosi per dimostrare che la partita l’ha in mano lui, e dispone di tutte le carte da giocare al momento opportuno. Ti spiazza e ti seduce, quando il match sembra essere sul filo del rasoio ecco che cala l’asso dell’industrial e la coppia di donne istintivamente chiude gli occhi per assorbire la botta. Un calderone a primo impatto repellente, ma a un ascolto approfondito ogni pezzo s’incastra al posto giusto e ne esce una creatura ibrida, con le sfumature che attingono dalla linea del tempo, dalla nascita dei nostri ragazzi ad ora. OPN appare calato in un universo di pace interiore a dispetto delle ritmiche da crisi epilettiche che lancia come dardi infocati al pubblico trepidante, si mescolano voci sovrapposte ai suoni che passano dai martelli della techno all’evanescenza di synth sporchi e freddissimi, e ancora a un’ipotetica colonna sonora di film dell’orrore, tra scannatoi e mostri liquidi. Quando la musica si spegne rimangono i respiri affannati e quella leggera vertigine nel riprendere le redini di una serata normale, in fin dei conti. Delete.
S’incrociano all’uscita del locale, Mike e Abby. Lui sorseggia birra mentre chiacchiera animatamente col suo gruppo di amici procedendo lentamente all’indietro, lei è stretta nell’abbraccio dell’altra donna, più alta e robusta, le bisbiglia qualcosa all’orecchio e sorridono complici. Mike urta Abby, basta un’occhiata per riconoscersi e sciogliere la tensione scaturita dallo spintone; quella strana luce sbieca che balena nei loro sguardi mentre simultaneamente si voltano verso il palco ora vuoto è un silenzioso segnale d’intesa, di empatia, di comprensione: è la stessa che impregnò di affascinato terrore i loro volti nel parco, di ritorno dalla corsa mattutina, una quindicina d’anni addietro.

Ma non era stato rinchiuso?

Federica Giaccani

2. Verdena – Endkadenz Vol.1 / Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

3. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

4. Squarepusher – Damogen Furies

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

5. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

6. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Jamie xx - In Colour

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

7. Floating Points – Elaenia

Data di Uscita: 06/11/2015

Floating Points - Elaenia

Le mani impolverate di magnesite stringono il legno.

Una brezza sottile lambisce il mio corpo, lo avvolge come se mi desse l’incoraggiamento di cui ho bisogno. Come un allenatore che massaggia accuratamente ogni muscolo dell’atleta un attimo prima dello sforzo che si è imposto di eseguire.

Davanti a me una strada infinita, un rasoio che riassume la vita, che giustifica il mio corpo, le mie forme e la mia essenza. Non mi guardo i piedi e rimango immobile.

Riesco a scorgere il primo sole senza avvertirne il calore, faccio un respiro profondo e muovo il primo passo. Un momento che dura un’esistenza.

Sulla corda tutto il corpo trema, oscilla con una forza incredibile anche se da sotto non si direbbe. Il secondo passo è il più difficile ma lo eseguo con tranquillità.

Ora sono in corsa sul filo, non vedo l’arrivo e se avessi la possibilità di voltarmi indietro non vedrei nemmeno più il punto di partenza. Sono sospeso su di un cavo tra due grattacieli e dall’altra parte un abbraccio atteso da chissà quanto.

Il movimento è automatico eppure calcolato al millimetro, il tempo una variabile che non rientra nell’equazione.

La stretta delle mani sull’asta è diventata improvvisamente meno forte e i muscoli bruciano, sono al limite. La corda finisce ed io esaurisco il mio discorso. Ora la guardo negli occhi, in silenzio, in attesa di responso.

Non sono un funambolo ma un uomo che si è appena dichiarato.

Maurizio Narciso

8. Teho Teardo – Le retour à la raison

Data di Uscita: 18/09/2015

Teho Teardo - Le retour à la raison

Teho Teardo

Io sono solo voce, tu invece solo azione.
Eppure la cosa più naturale di tutte è incontrarmi con te, in questo spazio immaginario che presto diverrà concreto, o almeno spero.
Sarò stridente, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sarò tenue, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sei il mio supereroe preferito, uomo raggio, quindi non pensare che la mia posizione sia comoda. Ma sento la necessità, oggi più che mai, di parlarti e di ascoltare quello che hai da dirmi. Sarò attento ad ogni tua smorfia, per darti i suoni che meriti.

Man Ray

Le mie immagini di violenti ma carezzevoli chiaroscuri mi fissano nette nella loro grana della carta fotografica, segnano il passo tra il Novecento e i giorni d’oggi ma non ti credere, anch’io sento addosso pressante la medesima responsabilità. Cos’ha da raccontare di nuovo un uomo d’altri tempi? La sua arte ha senso se contestualizzata, e un secolo dopo rischierei d’esser deriso perché in dono posso offrire nient’altro che un falso storico.
New York, Parigi, e i mille volti di autorevoli personalità da enciclopedia della vita.
Grossi pilastri della cultura in cemento armato e oniriche trasfigurazioni, a cui ho affidato i miei migliori ventagli di grigi luminosi, rispettosi ma irriverenti.
È tutta colpa della luce, è lei che gioca e io ne subisco il sortilegio nelle audaci sperimentazioni.
Ma nemmeno tu hai mai avuto timore di rischiare, ecco perché i miei cortometraggi di sguardi drammatici e movimenti risoluti non potevano parlare se non attraverso la tua voce ossessiva e magnetica.

Teho Teardo

Se tu solo potessi ascoltare i suoni dell’oggi, avresti di che sorridere. Ma non fraintendermi, non sono una persona che rimpiange il passato, piuttosto mi guardo intorno e trovo musicisti codardi che vengono trattati come intrepidi e invece i pochi realmente ardimentosi passare inosservati.
So bene che non tutto è per tutti, ma la sfida sta proprio in questo, scrivere una musica che sia soddisfacente per me ma allo stesso tempo entrare nelle case di un pubblico quanto più generale possibile, educare le orecchie pigre alla bellezza dei suoni. Che sollievo non dover rimarcare con te che per bellezza non intendo melodia e che un rumore può essere altrettanto attraente di una armonia.
Alcuni lì fuori, udendo questi ragionamenti a voce alta, mi additerebbero come saccente, ci crederesti? Ma sono un artigiano e non un intellettuale, proprio come te.
Quindi comprendi bene la necessità di un tuo ritorno. Le tue creazioni gridano ancora fortissimo. Sarò il megafono della tua visione.

Man Ray

Le tue parole mi stuzzicano, non lo nascondo. Proprio quando avevo imparato a fare pace con l’evidente esistenza di mondi paralleli impenetrabili tra loro. Ma le competizioni contro le consuetudini vincono qualsiasi tregua autoimposta e rispondo con ardore al tuo accorato appello.
Nelle mie pellicole le azioni si accavallano e generano loop annacquati da morbide sfocature. Rayografie come istantanee in successione non necessariamente temporale, in cui il simbolo è il fulcro e attorno ruota l’intera narrazione costruita nel limbo tra sogno e realtà. Le emozioni, per l’appunto. Ecco perché demando alle mie scarne ossidazioni il compito di illustrare desideri, di rappresentare storie convulse grazie ad accostamenti provocatori, grazie alla chimica.
Mi sbizzarrisco a modificare le focali, nitore e scene sbiadite solo apparentemente collidono, poi entrano in scena giochi di parole impressi su fondo nero, a scompigliare le carte e rendere ancora più labili le sicurezze dello spettatore. Sì, solo i tuoi voli pindarici in chiave musicale possono suonare altrettanto spiazzanti, tu che accarezzi e lusinghi archi e pianoforti, per poi schiaffeggiarli e stropicciarli il minuto dopo.
Mi sento pronto, e febbrile, per un ritorno ai fasti di un tempo.

Teardo e Ray

Il suono è in bianco e nero. Arriva diretto, addosso all’ascoltatore, ora gentile, ora dissonante, senza neanche il bisogno della controparte visiva che lo ha ispirato, perché è stata totalmente interiorizzata da Teho Teardo. Le visioni di Man Ray germinano nella mente dell’ascoltatore che quindi diventa anche spettatore. L’armoniarumore è complessa eppure godibile, agile fluttua nell’aria e s’insinua nei ricordi, nel modo delle colonne sonore, senza far rumore, facendone tantissimo.
E’ un matrimonio, di quelli impossibili da prevedere eppure così naturale: due artigiani si sono incontrati in uno spazio sovrannaturale eppure terreno, si sono divertiti, molto, e ora ci guardano da là, lontanissimo, con i loro ghigni di soddisfazione!

T.T.: “La stella di mare galleggia nel magma liquido e l’uomo e la donna sono vittime di un sortilegio, guarda i loro occhi terrorizzati dalla bellezza, senti i brividi del pubblico che non comprende perché una marcia funebre possa suonare così affascinante!”

M.R.: “Nel mio immaginario non ero stato ancora in grado di portare a compimento il dramma, per assurdo. Serviva questo climax, questo arpeggio ossessivo che susciterà più tormenti che rassicurazioni. Mi compiaccio amico mio!”

T.T.: “Possiamo nasconderci dietro questo sipario dove il tempo non ha consistenza e applaudire agli incontri
fortunati. Dall’altra parte un altro applauso scroscerà allo svanire dell’ultimo rintocco.”

M.R.: “Ti ringrazio per avermi convinto a vedere al di là di Montparnasse per una piacevole camminata tra simili. Altri ci avevano provato senza alcun successo, non erano quelli giusti. Ci incontreremo di nuovo in chissà quale dimensione, non è possibile recidere affinità elettive.”

Maurizio Narciso e Federica Giaccani

9. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

10. Montoya – Iwa

Data di Uscita: 09/06/2015

Montoya - Iwa

Da piccolo lo facevo sempre.

Camminare con passo svelto lungo una strada lastricata di mattonelle senza toccare alcun bordo, saltellando tra una piastrella e l’altra con l’agilità di una tigre; o perlomeno è questa la forma immaginaria che assumevo nel gioco serissimo che ingaggiavo con il mio io umano.

Il rituale nel tempo si è trasformato. C’era un momento nella mia adolescenza in cui mi piaceva assumere un passo del tutto naturale ma rispettare quella stessa regola: non toccare nessun confine tra una mattonella e l’altra, naturalmente senza farsi accorgere dalle persone che avevo intorno.

Poi si cresce, ma certe sfide non si dimenticano. Ora produco musica e, quasi inconsapevolmente, continuo ad applicare regole eccentriche al mio modus operandi. Si tratta sempre di equilibrismi, di misurare gli elementi in modo certosino, ma senza darlo a vedere più di tanto.

Mi piace il suono naturale del violino ma anche la musica fatta con le macchine; le sinfonie classiche e la manipolazione dei suoni ambientali, ma più di tutto adoro la spiritualità di certe produzioni etno-jazz. Non volevo rinunciare a nulla, ecco quindi una vecchia sfida riattualizzata,fare finta che i confini non esistano!

Il mio ultimo disco è pronto per la stampa. Manca solo il processo di masterizzazione per la sua distribuzione fisica, ma gli mp3 circolano selvaggi nella rete già da un po’. Tra poco mi recherò all’agenzia per consegnare il demo e quindi dare finalmente una dignità materiale alle mie produzioni.

Sono emozionato e ritardo consapevolmente l’uscita di casa, sono seduto in salotto e mi godo l’ascolto integrale dei miei 30 minuti di musica: è un tempo lunghissimo, è un tempo brevissimo. Anche questa è stata una sfida, registrare molte idee nel giusto spazio.

Finito l’ascolto faccio un respiro e mi butto in strada, direzione la società di mastering. Il passo è veloce, sempre più veloce, diventa improvvisamente una corsa. Arrivo col fiatone al viale di ingresso, ma non rallento. C’è un percorso in mattoncini da attraversare, non tocco alcun confine: oramai mi viene naturale!

Maurizio Narciso

Sascha Funke a Bologna, danke Pulsar

Sascha Funke è pronto a trasferire il proprio caratteristico suono Kompakt a Bologna, domani notte in Zona Roveri Music Factory.

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DeepChord – Ultraviolet Music

DeepChord - Ultraviolet Music

D.d.U. 27/11/2015

Dubito che esista ancora qualcuno che non si sia mai perso in un bosco, irretito dalle intermittenze delle lucciole d’inizio estate. Le felci aggrovigliate attorno alle caviglie, gli alberi dagli alti fusti a perdita d’occhio a confondere la percezione dello spazio. E quella musica, quel dub, la profondità degli abissi alcuni metri sopra le canoniche immersioni.
L’aria è liquida e pulsa come un cuore vivo, un muscolo umido e grondante come l’aria tra le fronde. Porto le cuffie alle orecchie per neutralizzare le palpitazioni ma sortiscono l’effetto contrario: altre persone sono ritte tra i tronchi infittendo la trama e si agitano all’unisono con me. La pressione del fluido è direttamente proporzionale alla superficie su cui insiste, infiniti cilindri umani e un vibrare globale che trasforma la danza in una nuova creazione, sotto melodie impercettibili ai più come luci di uno spettro fuori dalla banda visibile ma rigogliose e battenti, dall’odore esotico di miracolo.

Federica Giaccani

Top Ten 2015 – Filippo Redaelli

1. Grimes – Art Angels

Data di Uscita: 06/11/2015

Seguimi, ti porterò nel cuore della scena che ha riacceso le luci nel palazzo della creazione.
-Hai visto questo volto sulle copertine dei giornali di musica e sul web, non è così? Disse quella ragazza che vedete lì, gesticolando con le dita affusolate e in preda a una passione coinvolgente. Si voltò un secondo, tornò con un nastro e lo inserì in un mangianastri portatile. -E avete sentito anche questa voce da qualche parte, o mi sbaglio? I presenti annuirono a più riprese, chi sorpreso, chi mostrando entusiasmo, chi più assorto e concentrato. Sapevo a che copione stavo assistendo, anche se io e Claire non avevamo buttato giù su un foglio nessuna sceneggiatura. Guardai le pareti, una sensazione d’antico, le lunghe finestre dai vetri spessi che ci stavano riparando da una pioggia torrenziale, le candele profumate su alcuni davanzali a riscaldare più sensi e l’ambiente. Chiusi gli occhi un istante e le mie narici ringraziarono per quell’incontro con quelle terre inesplorate. Prima di riprendere i miei passi mi fermai accanto alla grande finestra che dava sugli alberi del cortile. Cercai di godermi al meglio quella percezione, i sapori, il passaggio lento e avvolgente della temperatura corporea dal freddo al tepore, reso possibile grazie alla vicinanza con le candele. Ripensai ai capelli di Claire ora sparsi e spettinati durante un salto, ora stretti e legati in una treccia spessa, come fossero il simbolo della sua arte, come colonna sonora di questa scena. Vidi alcuni quadri alle pareti, alcuni suoi, altri di suoi amici. Vagamente ispirati a fumetti giapponesi, sfondi dai toni fiabeschi ma con un tocco che può fare anche pensare alle megalopoli contemporanee. Cercavo di ricostruire mentalmente i punti salienti del processo creativo che ha portato a questo lavoro musicale. L’origine della sua volontà di dire qualcosa di così forte, la sua necessità di sgretolare muri e barriere troppo spessi e ottusi per stare in piedi. Un viaggio al centro dell’istinto e dell’istante primo della volontà e della necessità di creare, di provare a scuotere l’aria del mondo e provare a offrirgli la nostra grande piccola versione di una storia. La ricerca costante di chi noi siamo, una corsa che non si può fermare, genuina come un ruscello che va nella natura, come un treno che non cambia la sostanza del suo andare ma che ogni giorno baratta visioni e paesaggi interiori, ricordi e nuove emozioni. Un albero con le sue radici e il rinnovarsi continuo dei suoi rami. Gli occhi di Claire illuminati dalla luce di una candela, che poi è simbolo dell’arte che brucia dentro, occhi che, mentre il colore dei capelli muta in continuazione, non smettono mai di essere sé stessi, identici a sé stessi sempre. -Posso chiederti una cosa, le domando quando ricomparve davanti a me, senza ospiti al seguito. -Certo, mi fa. -Sono convinto che abbiamo in mente la stessa risposta. Comunque..Secondo te, da cosa si è generato tutto questo? Rimase in silenzio, costrinse anche gli occhi a farsi pensierosi. Guardò le candele vicino alla finestra, le spense una ad una. -Ecco, da qui. Non fu una sorpresa ritrovarsi avvolti nel buio.
A partire da una grande piccola scintilla poi tutto s’accese. A partire da quegli occhi e da quel sorriso che conoscevo così bene, che avevo visto così, sempre uguale, anche nelle foto di Claire da bambina in braccio a sua nonna, a partire da tutto questo ora siamo qui, nel mezzo di una città musicale straordinaria e sbalorditiva, l’orchestra che tutti stavamo cercando negli ultimi tempi, tutta qui, concentrata nello stesso luogo e nello stesso tempo, il ritorno di un primordiale bisogno d’armonia che possa filtrare in mezzo a tutto quello che è caos e che fa troppo rumore. -Ma qui ci sono tutti i dischi che stavo aspettando di ascoltare in questi mesi, mi ritrovo a dirle nel modo più genuino possibile. Le sorridono gli occhi, i capelli sono di non so più che colore, ma che importa? Canzone dopo canzone la posta si rialza, è una sfida lanciata a tutti gli altri grandi gruppi del nostro tempo. Forse solo da una prospettiva separata si poteva generare un lavoro del genere, grazie a queste finestre lunghe e alle candele sul davanzale, ai quadri appesi alle pareti di trecento diversi colori, grazie all’animo di un’aliena che a gambe incrociate guarda questo spazio da un altro pianeta, grazie a tutti gli strumenti che vedrò poi nella sala prove dove tutto ha avuto inizio e il buio ha incominciato a diradarsi, a lasciare spazio a una scintilla dopo l’altra, tanti di questi paesaggi visivi, affettivi e sonori. C’è anche il romanzo che probabilmente vorrei scrivere, nella capacità di essere organico di un lavoro che parte dal nulla, da un blackout, da un percorso che si morde la coda e che pian piano va a patti col proprio passato, presente e futuro, riaggiusta la propria essenza cercandone il cuore, e si perde nel mondo con la forza e la grazia di chi non contempla confini e si porta a casa la bellezza che trova. Tra tutti questi pensieri mi accorgo che non avevo notato, tra i presenti, due insolite figure sedute ai due estremi di un tavolo. Una donna sta cercando di catalogare le canzoni che ascolta tramite gli incastri che portano alla soluzione del cubo di Rubik, un uomo ha un mazzo di carte davanti a sé e cerca di tradurre in un sistema chiuso di combinazioni lo svolgersi dell’album. Nel mentre sfila alle nostre orecchie un’orchestra senza tempo, la chiave che disserra la serratura del buio, a cui s’accompagna la tenue luce di una voce primordiale, come appena nata. Le sue prime parole nel mondo sono significative: Oh, this music makes me cry. It sounds just like my soul. Il luogo indefinito da cui tutto è partito. L’intenzione pura che poi entra nel mondo, e fa attrito. E così decide di uscirne ancora più bella. Il desiderio, la conquista, l’abbandono. Vuoti e pieni. Questa continua tensione da accarezzare e consacrare. E un flusso costante che ci fa progredire. Scrollarsi di dosso etichette, pregiudizi, piedistalli, insulti. Alzare la posta, chiedere che non ci siano barriere, che si possa ascoltare, comprendere, creare, crescere. In che tempo viviamo? Vedo l’uomo delle carte tronfio di aver costruito un disegno, alza lo sguardo pieno di sé, guarda verso Claire, la sua mano immediatamente manda in confusione una carta dopo l’altra. La donna del cubo di Rubik sta ferma, ha deciso che ha già trovato la soluzione e non vuole scendere a patti. -Ma com’è possibile che ci siamo dimenticati di come la creazione non è altro che l’incontro tra due e più mondi paralleli? Claire suona alcune delle chitarre più rock degli ultimi anni tra beat trascinanti, ritornelli eterei ma upbeat, dichiarazioni d’amore alla melodia, delle note a un pianoforte, in altre parole, un atto d’amore alla libertà raggiunta nell’universo sonoro. Too good to be true, dice una canzone e i miei sensi ringraziano e si abbandonano alla musica. Poco dopo ritorna un tema centrale di tutto il lavoro e di questa serata, il rapporto tra l’artista e il suo pubblico. C’è tutto qui nelle liriche, sparso tra una canzone e l’altra. Amore per tempi passati, delusione per le incomprensioni, necessità di scrollarsi di dosso l’amarezza, gratitudine per chi segue con intelligenza il cammino che, come la vita, tutto un rettilineo uguale a sé stesso non è. L’unità è nella forza originaria delle intenzioni, in mezzo al movimento. Il luogo da dove tutto ha origine. Tu seduta sul pavimento della stanza. Il silenzio che circonda. Hai gli occhi chiusi, tendi le mani nel buio. Qualche nota inizia a fare capolino nella nebbia. Una, una, due, una ancora. Eccolo, lo scintillio che cercavi. Primo tassello della creazione. Forza da conservare tra le mani, da far crescere e poi da accompagnare. C’è ancora tempo per riflettere e per ballare, perdersi nella musica, la donna del cubo di Rubik si è alzata indispettita e ha gridato allo scandalo, non accetta che non si stia alle sue regole, l’uomo del mazzo di carte lo stesso, non troverà mai il suo ordine definitivo preconfezionato. So che la serata sta per chiudersi, preparo le copie degli album per chi vorrà acquistarle. Dentro c’è una lettera che Claire ha scritto per l’occasione, si chiama Life in the vivid dream e racconta del buio, della necessità di diradarlo, di fare luce, di come è dal nulla che nasce una nuova creazione, della magia originaria di tutto questo e della strada che fa. A momenti potrebbe scendermi una lacrima, e vedo avvicinarsi Claire. -Com’è andata? mi chiede. Ci abbracciamo. Le candele si spengono e si accende una scritta. “Beautiful”.

Filippo Redaelli

2. Wolf Alice – My Love Is Cool

Data di Uscita: 22/06/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Wolf Alice - My Love Is Cool

La solita strada non era più la stessa strada di sempre. Qui da queste parti d’inverno il cielo è bassissimo, grigio lana, ricoperto di fumo. Qui ad queste parti senti spesso parlare di giovani, dicono tutti molte stronzate. C’è un detto che è nato qui tra queste vie, tra questi incroci, tra queste case che guardano altre case. Il detto dice che se non scegli la chitarra ti ritroverai con una bottiglia in mano. Il giorno in cui ho conosciuto Ellie non ricordo se il cielo fosse particolarmente opaco, però mi ricordo che non pioveva, questo sì. Non sapevamo ancora che fare delle nostre vite, sfogliavamo le nostre passioni per non lasciarci travolgere dalle giornate. Stava per finire la scuola. Era quasi primavera. Guardammo uscire i bambini della Junior School dall’altro lato della strada. Dal nostro marciapiede due erano i posti che avevi a portata di mano. A destra un pub, a sinistra un negozio di dischi. E’ la nostra casa, la nostra realtà. Da qui Ellie guardò su, verso le finestre della scuola e immaginò alcuni dei suoi testi per le nostre prime canzoni. E’ una gioia indescrivibile essere riusciti a portarne alcune fino alla tracklist del nostro primo album. Tra poco arrivano anche gli altri del gruppo, l’uscita dell’album è una questione di una manciata di ore. Ellie sorride di gusto mostrando il suo dente canino, poi si fa più riflessiva e sembra un angioletto di quattordici anni che un po’ si vergogna ancora di parlare di ciò che la rende felice. Poco fa una ragazza le ha chiesto se poteva abbracciarla e farsi firmare il diario, poteva essere una vent’enne come noi o poco più giovane. Stiamo per entrare a prendere qualcosa al pub, c’è una parte all’esterno ma coperta piena di verde e con dei tavoli e delle panchine in legno antico che sono uno spettacolo. Che cosa ci facciamo qui oggi? Avete ragione, è giusto che voi lo sappiate. Oggi pomeriggio suoniamo alcune canzoni per il pubblico per accompagnare l’uscita del disco, stamattina ci siamo ritrovati a due passi da qui, a suonare e ad ascoltare le nostre canzoni, tutto ciò che la nostra testardaggine un po’ romantica e un po’ calcolata ci ha permesso, la possibilità di scrivere la nostra musica.

La solita strada in realtà era sempre sé stessa, sempre così. Movimentata dal suono di una chitarra elettrica tutto però partecipava un po’ di più della stessa atmosfera. Era una giornata qualunque che per qualche ora si è guardata allo specchio e riconosciuta con la sua giacca e il suo sorriso migliore, ho visto anche un vecchio professore della scuola affacciato alla finestra a guardare giù, battendo con le mani a tempo sul davanzale. Un’occhiata al manifesto con la copertina dell’album fuori dal negozio di dischi, un sorriso per l’abbraccio tra componenti del gruppo, Ellie al centro, e poi ecco le chitarre, loro che fanno ciao con la mano e si può incominciare. La sensazione da un anno a questa parte è che mancasse un gruppo del genere. Quanto ne avevamo bisogno, si sente dire tra il pubblico. Figuriamoci qui da queste parti. Di adolescenza, amicizia, sentimenti, paure, pagine di libri da incorniciare, sogni e testate contro alla parete però ne possono capire giovani e meno giovani di tutto il mondo. Oggi è il tempo di chi riesce a cantare di tutto quello che la realtà che ti circonda non ha e di quello che vorresti e di come tra tutto ci sia un equilibrio da cercare e ti si riempie il cuore se hai davanti a te una ragazza acqua e sapone che sente le stesse cose e che riesce a scrivere insieme al suo gruppo canzoni memorabili. Qualche gabbiano starà volando a bassa quota sul Tamigi, qualche chilometro più in là. Ellie si scosta i capelli dal viso con una mano mentre con l’altra accorda un attimo la chitarra. Accenna un sorriso. E’ quasi sera, è quell’ora di passaggio, non più giorno ma non ancora notte. I tavoli al pub saranno apparecchiati, leggermente si riesce a scorgere anche la luce del sole che tramonta.  La maggior parte di noi non abita qui, viene da poco lontano. Siamo a Londra ma per noi ogni giorno Londra è anche una conquista. Lo sguardo in su, di professori ora ce ne sono uno, due, tre in più, anche Mrs. Crown è arrivata ed ha aperto la finestra del suo studio.

Quel tempo si rivelò insieme di suoni, parole, soprattutto parole, immagini evocate, sorrisi, ah si soprattutto sorrisi, delusioni sospese, dibattiti inutili accantonati, discussioni taciute, sguardi d’intesa o d’amore ispirati. Da qualche parte e nello stesso istante qua.. il sole stava tramontando riflettendosi tra le lancette del Big Ben mentre Ellie sussurrava in un arpeggio di tenere i tuoi occhi luminosi su di lei, prima che non si disfi come la polvere, come la paura stessa, profonda sporca vasta come il peggior fondo marino, tieni i tuoi occhi come fari su di me, diceva, danzerò spazzando via il tempo marcio tra gli astri quando la luce fenderà la tenebra, come le luci dei lampioni nella notte e nella nebbia, percorrerò sentieri seguendo il dolce battito del cuore, ad altri lieve volterò le spalle, una scrollata di spalle, canterò.. Qualcuno starà guardando il sole scendere dando da mangiare agli scoiattoli di Hyde Park, Ellie e i  suoi cantano di amicizia, capelli spettinati e genuino divertimento, spensieratezza, vicinanza. Are you wild like me? Giusto qualche passo più in là sempre il Tamigi, il London Bridge, un altro tramonto che si fa accogliente sera, il ricordo del suo bacio più bello, il ricordo del pomeriggio in cui da irraggiungibile lei con una giravolta si era messa a passeggiare accanto a me, ogni gesto che si intreccia a comporre un mosaico che anche se disperso ora non fa più così strano. I could be your perfect girl, she sings.

And when we grow older
We’ll still be friends
We’ll still be lovers
We won’t fear the end

Poco più in là, dalle parti di Nottingh Hill, dove una volta usciti da una sala prove mangiammo per pranzo una crepes alla nocciola, la storia si ripete e un ragazzino imbraccia la sua chitarra elettrica e ricomincia la storia..One! Two! Three! Four! Five! Six! Seven! Gli piace quella ragazza ma non sa ancora dirle quanto è un sogno a parole, lei sorride perché crede che lui sia cool. Seduci la paura, falla indietreggiare, canta della tristezza, ridi, vedi quant’è misera, è come una piccola buia tetra città davanti ai tuoi occhi, senza orizzonti, l’incubo dell’impossibilità di giocarti la partita della vita con le tue carte..d’un tratto ti ricordi dove sta la tua meraviglia, i capelli raccolti in una coda di quella ragazza nella folla ti fanno sussultare di nuovo, ritrovi la via per la piazza centrale che credevi d’avere perso, ti ritornano in mente le parole di quella tua canzone. Go find something to eradicate this thoughts e sull’ansia che ti cancella le prospettive sul futuro e rende tutto spaesato ora ci scrivi un’altra canzone. Le chitarre, l’amore, l’amicizia, la musica. Le valigie sono ancora pronte, Americhe, Mondo, tutta l’Inghilterra, cieli cieli e cieli da accarezzare con la punta di un dito.

Su Londra Nord ora scende la notte, si accendono i lampioni, gli ultimi sorrisi, gli ultimi abbracci, le ultime fotografie si susseguono. I professori tornano a casa lieti e sorpresi della bella manciata di ore trascorsa, il disco viaggia per tutta la città verso altri negozi di dischi, verso gli aeroporti, le stazioni, i giardini, le camerette, i pub e le università. Le luci rimangono ancora un po’ accese, mentre i Wolf Alice mangiano e bevono qualcosa a due passi da dove hanno suonato, proprio lì alla destra del pub. La serata è scintillante, rilassata, lì tra il verde delle piante dell’esterno, sorrisi e scaramucce d’affetto e alcune piccole lanterne sopra ad una specie di pergolato, e la voce di Ellie che strimpella alla chitarra..

So teach me, teach me, teach me rock ‘n’ roll
My love bends rules
My love is cool
My love
la la la la
la la la la la

 

Filippo Redaelli

3. The Staves – If I Was

Data di Uscita: 23/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

The Staves - If I Was

Come il sole che sorge ogni giorno.

Era una delle solite serate cittadine di quel periodo, caratterizzata da molta fretta, corse su e giù per le strade per stare dietro agli impegni e, in aggiunta,le cicatrici di un amore travolgente e svanito troppo in fretta. Avevo i miei talismani, i miei angoli e i miei momenti di oasi. Era veramente da tanto tempo che non mettevo piede nel mondo della musica, sentivo nelle ultime settimane qualcosa nell’aria che lentamente mi stava comunicando qualcosa. Sensazioni, quell’aria più frizzante ed eccitante, riuscire ad intuire la possibilità di poter accedere a una concezione del tempo più rarefatta, accogliente, capace di aprire le porte ad un certo tipo di bellezza. Fu un amico musicista a chiamarmi qualche giorno prima, voleva sapere se, come mio solito, sarei stato al Black & White a mangiare e bere qualcosa e ascoltare buona musica. “Certamente, non manco mai. Specialmente di venerdì sera. Non rimarrai deluso, è come una casa”. La mia riposta dovette suonare grosso modo così. Beh, cosa c’è di strano, direte voi.. già. Cosa c’è di strano? Quella serata non fu una delle solite serate, uno dei soliti venerdì rilassanti e rigeneranti. Quella serata fu molto di più. Ricordo che rimasi letteralmente pietrificato con il mio bicchiere in mano dopo aver ascoltato per la prima volta le loro voci. Mi riferisco alle voci di tre ragazze, che poi scoprii essere sorelle. Di sasso rimasi. Completamente pietrificato da quella meraviglia. E poi..poi un sorriso spontaneo mi si stampò sul viso, guardai John incredulo, era una sensazione che non provavo da tempo così intensa. “Hai visto? Sono della mia regione, hanno anche suonato con Marie”. Queste tre sorelle, in semicerchio e in piedi al centro del palco, lunghi capelli scuri e visi puliti, cantavano armoniosamente sprigionando una bellezza che mi colpì dritto all’anima. Dopo ogni pausa il riascoltare quel canto sembrava un risveglio, una nuova alba. Come il sole che sorge ogni giorno, dissi a John, probabilmente. Ma non è tutto. Ci presentarono, parlammo di musica, di paesaggi e di canzoni fino a tarda ora, all’aperto, sotto le stelle. Qualche mese dopo ci ritrovammo per lavorare assieme. E’così naturale..spontaneo..Ah, quelle voci…

Siamo sempre più noi!

“Venite qui dai,un abbraccio tra sorelle”si sentì esclamare dopo che ascoltarono il risultato finale delle registrazioni. Ci furono degli istanti in cui nessuno dei ragazzi che stavano collaborando al disco si permise anche solo di chiedere il permesso per entrare nella stanza dove avvenne quell’ascolto. Tutto era lì, tutto nasceva da lì..con quanti ricordi, quanto tempo passato assieme..nella vita, in qualsiasi situazione quotidiana e nella musica, nel canto, sempre lì, in mezzo a una nota e ad un’altra, in assoluta e perfetta simbiosi. Si era creato qualcosa di raro e di prezioso durante le registrazioni dell’album. L’inverno stava scivolando sempre meno lentamente verso una splendida primavera e una canzone dopo l’altra si stava rivelando al mondo. Un passo dopo l’altro, dall’anima al canto, via fino agli strumenti, e poi gli incastri con le parole..”Sun!” Era febbraio, dopo qualche giornata di freddo e nuvolo tornò finalmente il sole. Le ragazze stavano cantando, una ad una corsero alla finestra per guardare fuori, poi presero le sciarpe e i cappotti per coprirsi meglio e spalancarono i vetri affacciandosi all’esterno. Un’aria freschissima e un tiepido calore solare entrarono in punta di piedi nella sala, loro cercavano di riscaldarsi il viso, altri preparavano caffè e respiravano a pieni polmoni la natura. “Eccola, è questa la fotografia di quel giorno! Guarda Emily sei tu!” indicavano le dita delle sorelle tra le tantissime polaroid che furono sparse su un vecchio tavolo in legno. “E qui stavamo completando Blood I Bled, guarda guarda si vede anche nei tuoi occhi la luce accecante del sole che invade tutte le cose e i pensieri, cercando di superare una ferita, avevi ragione, è proprio così il finale! Ah,e qui invece Steady, qui ancora Horizons, che meraviglia che è venuto il suo inizio..mi brillano gli occhi ogni volta.. Siamo sempre più noi..è bellissimo..è la musica che abbiamo sempre desiderato fare..”

Teeth White

Le percussioni incominciarono il loro incedere per sostenere la struttura della canzone che stavano per suonare, Jess passeggiando sul tappeto si sistemò la tracolla della chitarra e incominciò ad accennare la sua parte, tutto stava prendendo sempre più forma e le ragazze si stavano ritrovando a suonare tantissimo i loro strumenti, ancora di più che in passato, sempre più in controllo delle proprie voci sempre più in accordo, pian piano stava germogliando intorno al cantato un sottobosco sonoro molto raffinato, mai troppo invasivo, rami e foglie che si sviluppano secondo una natura ben levigata, ancora fresca, cesellata in ogni piccolo dettaglio. Camilla sorrise scostando i lunghissimi capelli da una parte del viso e con gli occhi abbassati quando paragonammo le qualità della loro nuova musica alle piante, agli alberi, al mondo della vegetazione e della natura in generale. Registrare e produrre musica con quelle atmosfere e basandosi su voci così genuine sottintendeva un amore per l’universo naturale sconfinato. In alcune canzoni ci ritrovammo a provare a riprodurre lunghe passeggiate per sentieri ancora in parte coperti da neve, corse per prati verdissimi, il fruscio delle foglie accarezzate dal vento. Detto ciò, la componente emotiva ed umana non poteva che emergere in egual, se non comunque maggiore, misura. E’ tratto intrinseco del loro modo di comunicare attraverso la musica, le note, le parole delle canzoni, le storie raccontate e gli orizzonti esplorati, gioiosi, rilassati o più sofferti e dolorosi, tendono naturalmente ad una sensazione di benessere..L’ho scritto in una lettera commossa alle ragazze, alla fine della creazione del disco, scrivendo come se stessi passeggiando tra le note di Teeth White, la canzone che meglio esprimeva in quel momento le mie emozioni..Cercavo in tutti i modi di trattenere quei sentimenti e quel clima che si crea intorno alla fine di un’esperienza splendida che ci ha arricchiti, come un viaggio. E’ un po’ come quello che succede quando ti rendi conto che ti piace una persona, e il suo modo di fare e di essere getta nuova luce su molti aspetti già conosciuti, rivelandone nuovi orizzonti, una nuova vita..e tu sei lì, di fianco, innamorato perso di lei e di questo modo di vivere..

Filippo Redaelli

4. Torres – Sprinter

Data di Uscita: 05/05/2015

Torres - Sprinter

Come i paesaggi che scorrono dal finestrino, come la visione d’insieme di una città che scintilla silenziosa nella notte, come l’ondeggiare calmo e regolare del mare di notte, luccicante tra le luci della baia e lo splendore lunare. Tu sei lì, a lato o di fronte, la testa leggermente reclinata o lo sguardo fisso davanti a te. Tu sei lì, tutto cambia ma l’animo, nel profondo, resta uguale..

Io esisto.
Io esisto e continuo a cercare.
Io esisto perché se tu cerchi non perdi la bussola.
Non posso fare altrimenti.
Così io esisto.
Cercando, è rimanere sempre sé stessi.
Restare fedeli a chi siamo sempre stati.

Hai un foglio di carta, una penna, una chitarra, ti senti in possesso delle chiavi di un qualche mistero e socchiudi gli occhi e sorridi. Com’è possibile, ho rincorso questo privilegio e ora lo tengo stretto al petto, lo trattengo nel mezzo della notte e ti prometto,non lo lascerò di certo sfiorire.
Ho qui davanti una parete bianca che a poco a poco si riempie degli anni passati, del presente e del futuro. Una cornice si disegna lato per lato, di legno, rompendo il silenzio. Dentro c’è una fotografia, prende forma una guancia,poi delle ciglia, la fronte, la pelle è chiara. Ecco gli occhi, il naso, un sorriso, lunghi capelli neri. Sono io, un po’ di anni fa. Dice lei. Un altro sorriso, più timido ancora mentre si scosta i capelli dal viso. Ecco comparire uno dopo l’altro gli scenari e gli oggetti sulla parete. Crescono i sentimenti,i dubbi, le paure, le gioie, le ferite, le promesse. Cambiano le espressioni, ma le intenzioni rimangono sempre le stesse. Come un po’ di tempo fa. Ad un angolo della stanza sta un amplificatore muto e al suo fianco c’è una torre di fogli di carta, note ed appunti di giorni, di vita. Ci sono gli orizzonti di Nashville che sanno d’infanzia, domeniche e adolescenza, c’è il coro della chiesa, la madre che la tiene per mano, la scuola, gli alberi, le canzoni country in ogni radio. Poi parte un video proiettato sul muro.. Un vialetto, la strada che scorre , le ruote di una bicicletta che girano.. Delle scarpe nere che camminano, la custodia di una chitarra acustica che si intravede. Le scarpe continuano, la custodia rimane a terra, dentro c’è la chitarra, una dissolvenza ci porta in una nuova scena.
Si sentono i piatti e il ritmo di una batteria in sottofondo,una voce femminile che sembra metterci l’anima nelle parole, una chitarra elettrica, pieni e vuoti,quiete ed esplosioni. Di fianco alla copertina di un vinile dei Nirvana appare la cover con sfondo bianco e figura in nero di una ragazza identica a quella della foto di prima nella cornice. E’ sempre lei, lei che ci sta guidando nella stanza. La musica continua, raggiunge latitudini impensabili per quella ragazzina che voleva solo guardare un po’ il mondo. Un aeroplano svetta nel cielo e rompe le nuvole, l’orizzonte si riempie di luci, ma non sono solo stelle. E’ New York, scoperta in una notte d’estate e ondeggiante come se fosse l’oceano, il mare. Il treno di una metropolitana sfreccia davanti ai suoi occhi, vede le vetrine dei negozi, la gente passeggiare, nuove amicizie nascere come fiori tra le rocce grazie alla musica. Lei scrive, pile di libri crescono tra corde di chitarra da buttare e poltrone, occhi che si incontrano e che possono scacciare il terrore. Perché il mare è nero e il mare è azzurro, a volte le mareggiate portano burrasca, lampi e troppi dubbi e cicatrici nella mente da attraversare. Non è una novità ed è così che è sempre stato e la capacità di fare fronte anche a questo non può che migliorare. E così lei canta, e accompagna con la voce il furore nel finale di una canzone. E così lei suona,e addomestica l’azzurro e la calma di una sera mite come se ci stesse portando in giro per le vie della città tra il brulichio dei lampioni, degli alberi verdi e dei bar, di un’aria che sa di promesse. La vedo commuoversi, la vedo crescere. La sento sicura, sempre più consapevole. Mentre scorre la storia le vedo comparire una scritta tatuata sull’avambraccio sinistro. Strange Mercy. Un altro dei vinili appesi alla parete. Sembra proprio tutto un grande viaggio, l’insieme sfumando e aggiungendo particolari alleggerisce gli incubi e gli abissi del cuore. Lei intanto taglia le maniche di una maglietta per farne una canottiera e mi spiega di come tutto questo mosaico, nei giorni peggiori, le sembra poter svanire di colpo, perdere consistenza, scomparire del tutto, e accentua con le mani il discorso. Rimane tutto vuoto, tutto. E’ un’illusione, ma come i sogni bisogna ascoltarla e allora finisce anche nelle canzoni per essere esplorata e addomesticata. Poi ricomincia a ricomporsi tutto, e tutto ritrova il suo posto nel cosmo. Sempre più a suo agio.
Mentre la saluto mi dice che deve tutto a quella chitarra elettrica sdraiata al centro del pavimento a guardare il soffitto e a guardare fuori dalla finestra la notte. Qui tra le note, i ricordi, la vita e i passanti
prendono forma splendide graffianti canzoni, splendide nuove rassicuranti canzoni per persone che cercano anime affini. In un pomeriggio qualunque di un gennaio di qualche anno fa in tanti al primo ascolto di Honey, la canzone con cui si è fatta conoscere al mondo, hanno pensato di trovarsi davanti ad un classico. Non immaginavamo fosse scritto da una ragazza nata nel 1991.
Qui è una di quelle notti in cui la musica è vita e vince comunque. Come guardando Nashville dal finestrino, come vedendo le luci scintillare sopra New York o l’oceano, il mare. Tra gli ultimi saluti mi accorgo che i suoi capelli stanno cambiando colore, è una conseguenza della creazione. Da scuri diventano biondi, di un biondo molto chiaro che scende a contrastare con i vestiti totalmente neri. Ma non è un cambiamento, il cuore rimane sempre lo stesso,ormai si sa. La chitarra elettrica è attaccata all’amplificatore e diventa rumore senza essere ancora nota.
Noi siamo qui, vedi? E con una mano sfiora la parete, tutte le immagini e i video e le storie della sua vita vanno avanti e indietro senza fermarsi, può scegliere lei a quale punto fermarsi o quale scena riprendere.
E’ tutto qui.
Un arpeggio di chitarra dà il via a una canzone.

Filippo Redaelli

5. Blur – The Magic Whip

Data di Uscita: 27/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Blur - The Magic Whip

Tra le insegne al neon degli sguardi si cercano, vengono intervallati da luce artificiale, la sfidano, riescono ad incontrarsi. Tra i grattacieli che sembrano non avere limite si apre il mare, infinito, bellissimo, è sempre mare.. Da un baracchino all’angolo della strada, tra le suonerie e le notifiche degli smartphone, arriva una canzone, come ad aprire un varco in un tempo che va secondo leggi differenti..Mentre i treni della metropolitana si fermano e ripartono tra una stazione e l’altra, il sussurro del piatto di una batteria s’insinua nel silenzio di una sala prove, cresce, viene accompagnato da suoni elettronici, poi rinforza il tutto il ritmo un tamburo..All’ora di pranzo e nel primo pomeriggio c’è sempre molto viavai per le vie della città ma la frenesia diminuisce, a passeggio alcune solitudini s’incrociano, sondano il terreno per un incontro, una possibile camminata a braccetto..Un altro ordine e poi forse si può fare una pausa, è il quadretto al ristorante take away là dall’altro lato della strada..c’è una radio bassissima in sottofondo, il ragazzo dietro al bancone si toglie per un attimo il cappellino e si strofina la fronte..Una dopo l’altra, una sopra l’altra, su e ancora su, fino a che punto del cielo? Le finestre, a volte vedi delle tende e a volte no, vetro affacciato sulle vite umane, storie intraviste e immaginate, quasi ti senti un esploratore dello spazio a quell’altezza, nella percezione della moltitudine..Un uomo inglese guarda verso un cartellone pubblicitario pop e, dopo essersi sistemato la giacchetta di jeans, estrae dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di sigarette e guarda verso tutte quelle immagini..C’è una coda fuori dal negozio di fumetti, arriva fin sul marciapiede, c’è anche una mostra di design nei paraggi..e giù nella sala prove si sfoglia privatamente, ognuno nella propria memoria, l’album dei ricordi di famiglia, guardandosi negli occhi come in un abbraccio continuato..La tracolla della chitarra è al suo posto, la maglietta a righe è nella storia ad Hyde Park e ritornerà presto, la Fred Perry lì, anche lei al suo posto, la penna scrive e scrive sul foglio e la vita si rivela dentro alla canzone, il cuore in mano, sul tavolo, o dove piace immaginarlo ad ognuno di voi, incredibilmente toccato, commosso..la Musica dal suo regno fa un occhiolino, il lavoro è andato a buon fine, ringrazia.
Uno,due, tre..e la mano sinistra compone il primo accordo al pianoforte, le luci dei grattacieli e i volti degli abitanti e dei turisti filtrano nella composizione e si confondono tra loro. E’ il tentativo di parlare direttamente dal cuore della città, della vita della metropoli. Una metropoli che è unica e tutte le altre metropoli. Allo stesso tempo. Un ragazzo esce di casa e decide di fare una passeggiata rilassante fino al lungomare, poco prima dell’ora di cena. Vuole ascoltare il vento per i successivi trenta minuti, magari insieme a qualche canzone, magari togliendosi una delle due cuffiette ogni tanto..e accogliere ciò che in quel momento può offrire lo scenario cittadino..una risata..una sirena..un saluto..un motore..musica soffocata dalle pareti di un locale..campanelli di biciclette..libri che vengono sfogliati..tintinnio di bicchieri di vetro.. Davanti agli occhi le possibilità sue e di centinaia e centinaia e centinaia di altre persone come lui..lì,tra i confini indefinibili delle nostre nuove città..dove sempre di più l’umano e il naturale tornano a cercarsi, a sfiorarsi, ad attrarsi, e comunque battono cuori come poesie o tamburi.. Questa musica è lì, al centro di questi movimenti, nel cuore che batte e che non si arrende di chi ha intravisto la bellezza e non smette di andare a riprendersela..Tra gli schermi che trasmettono vetrine sfondate e panchine in fiamme e gli occhi di una giovane ragazza straniera venuta da lontano e i suoi jeans neri tagliati sul ginocchio, tra la terrazza più alta del centro che ospita i bicchieri dei cocktail degli aperitivi e le fiamme degli accendini ad illuminare la sera da tanta altezza.. E sulla stessa terrazza, ora spoglia, in un’altra sera..solo gli strumenti di un gruppo musicale pronti a risuonare con la notte e le stelle, artificiali e non, ad accarezzare lo sguardo della luna, sempre la stessa, sempre così diversa, ad accorgersi che i ritorni accadono e hanno anche una loro grazia e che, in fondo, un tutt’uno è la storia che abbiamo da raccontare..Sembra di vederli luccicare quegli occhi nella notte..tra le note che si adagiano ed insinuano tra i rumori della città e tutte le sue vite intrecciate..Raccogli da terra il mio cuore di terracotta che non so più se è in pezzi o ancora intatto, so che da te sta per risvegliarsi il giorno mentre qui il cielo sta diventando blu tra le foglie degli alberi di ciliegio. Non vedo l’ora di stare con te.. Nello stesso istante in cui il ragazzo è uscito di casa per andare verso il lungomare, una ragazza si lega i capelli in una coda, prende il suo I-pod ed esce di casa..guardano la città..i loro corpi si sfiorano..premono il tasto play e ascoltano la stessa canzone.

Filippo Redaelli

6. Beach House – Thank Your Lucky Stars

Data di Uscita: 16/10/2015

Beach House - Thank Your Lucky Stars

Rebecca aveva tenuto in serbo il tubino di velluto nero per La Grande Occasione nell’armadio in mogano della stanza degli ospiti, tant’è che per fortuna iniziò a subodorare per tempo l’avvicinarsi dell’incontro e risparmiò a se stessa, ad Antoine e agli altri avventori del ristorante francese all’angolo tra la 65ma e Park Avenue l’imbarazzo dell’odore di lavanda mescolato alla naftalina.
Dal canto suo, nemmeno Antoine era rimasto immune dal trambusto interiore sollevato da quell’agognato appuntamento: la scelta del momento opportuno per porgere l’invito, le mani sudate strofinate sulla lana dei pantaloni, lo sguardo basso con la speranza che le irregolarità dell’asfalto gli suggerissero le parole migliori per assicurarsi un successo. Poi, come spesso accade, la semplicità di un gesto come un braccio attorno alla vita di lei, nell’atto di accompagnarla con delicatezza dal freddo della strada al tepore dell’ingresso di casa, uno sguardo in cui l’amore si vestiva prevalentemente di premura, sciolse con naturalezza ogni impaccio e la proposta sgorgò fluida. Altrettanto naturalmente venne accolta, con entusiasmo: gli occhi luccicanti di Rebecca non ammettevano menzogne.
Antoine si era messo in cammino con largo anticipo, con l’intento di far sbollire l’adrenalina tra i gelidi sentieri del Central Park. Il crepuscolo stava calando tra le fronde, i vivaci aranci e marroni andavano scurendosi passo dopo passo avvolti dalle ombre lunghe, mentre i lampioni si accendevano in una progressiva danza luminosa. Il cielo era terso, le costellazioni fissavano l’uomo dall’alto come numerosi occhi benevoli, da quell’infinita distanza avrebbero vegliato sulle sue mosse leggermente impacciate.
Rebecca, dal canto suo, era stata incastrata da un fastidioso turno lavorativo che avrebbe irrimediabilmente stretto i tempi; tanta cura per i dettagli ma all’ultimo si era arresa all’ufficio, alle scartoffie, a un cambio d’abiti d’emergenza nel bagno al ventesimo piano di quell’asettico open space, senza dubbio tutt’altro che pulito a fine giornata. Poco importava, una volta indossato il vestito e rinfrescato il trucco un nuovo sipario si sarebbe aperto e i registri contabili sarebbero spariti di fronte al taxi che attendeva in strada, tra le luci di New York sempre cariche di promesse.
Il ristorante era molto piccolo e i tavoli erano abbracciati dalla penombra per proteggere l’intimità degli avventori. Antoine era da poco arrivato e aspettava Rebecca a fianco all’ingresso, con una sigaretta tra le labbra. Il fumo si mischiava nell’aria al vapore caldo del respiro, ma quando lei scese dal taxi gli sembrò di sentirsi mancare il fiato. Dissimulando disinvoltura le andò incontro con un ampio sorriso, le cinse le spalle con un braccio aprendo la porta con la mano libera. La prenotazione previdente aveva loro garantito riservatezza in angolo del locale, le vetrate a tutt’altezza su ambo i lati, tuttavia, li scoprivano agli occhi dei passanti veloci e al flusso di auto nel crocevia contiguo. Nessuno dei due sembrava curarsene, la cornice era senza dubbio perfetta per siglare un tenero inizio all’interno della magia unica di quella metropoli brulicante di desideri e realizzazioni. Le bollicine dello champagne e un primo brindisi ammorbidirono i nervi un poco tesi e spezzarono gli indugi; dopodiché fu semplice per entrambi cedere alle chiacchiere a bassa voce tra sguardi intensi vicendevoli e le guance leggermente arrossate, per lo sbalzo termico e per le emozioni. Si sfiorarono le mani più volte scegliendo le portate dal menu, quei gesti dapprima esitanti guadagnavano dimestichezza col passare dei minuti e una musica soffice riempiva i silenzi con delicatezza, prendendosi lo spazio opportuno senza sovrastare le loro parole. Rebecca dopo un po’ nemmeno si accorse più del ricciolo che imperterrito le cadeva sulla fronte rovinando la precisione dello chignon ben tirato indietro, lo lasciò fare mentre rideva e sorrideva, rapita dall’intelligente ironia di Antoine che nel frattempo si era sbottonato il cardigan e si era abbandonato sullo schienale della sedia, col calice di vino in mano. Prima le zuppe, poi i formaggi e la carne, infine i dolci sontuosi e abbondanti; le canzoni scorrevano nei loro discorsi come miele, una voce femminile accarezzava e lambiva i riverberi, intrecciata alle sognanti melodie dal sapore di stelle e caramello. Se avessi potuto sbirciare la situazione da una finestra qualunque del palazzo di fronte, avrei detto che ogni tassello si trovava al posto giusto e nessuna sceneggiatura di nessun film avrebbe descritto in maniera più convincente lo sbocciare di un amore a Manhattan. L’aveva corteggiata per settimane, al bistrot ogni mattina la osservava tra le pagine di un quotidiano, poi passò a offrirle un cappuccino, quindi le rivolse qualche cortese battuta per stabilire un’intesa. Rebecca sembrava gradire ogni attenzione, col suo timido linguaggio corporeo comunicava un interesse contraccambiato, ma Antoine temeva di andare incontro a un rifiuto quella sera che si incrociarono per una casuale circostanza all’uscita della metropolitana e lui propose di scortarla fino a casa. Lì raccolse il coraggio e formulò l’invito, sorprendendo addirittura se stesso per essere riuscito ad assecondare l’istinto senza troppe remore.
Man mano il ristorante andava svuotandosi, ma le loro conversazioni non accennavano a scemare; la colonna sonora onirica, sfumata da scie evanescenti, impreziosiva anche i gesti più semplici. Erano rimasti solo loro, i camerieri riassettavano la sala quando Antoine si alzò e, con un elegante baciamano che profumava di classicismo ed eleganza senza tempo, attirò a sé la ragazza, in un lento ballo guancia a guancia, fino al completo svanire delle note.

Federica Giaccani

7. Beach House – Depression Cherry

Data di Uscita: 28/08/2015

Beach House - Depression Cherry

-Vuoi credere a tutto quello che sto per raccontarti? Ci sei dentro tu.
Così per rispondere hai sorriso, uno dei primi sorrisi in cui ho visto un’altra parte di te, magnifica e spontanea. Chissà cosa stavi facendo un’ora o qualche istante prima che ci incontrassimo, se fossi di fretta in ritardo o nervosa, serena, con o senza pensieri. A poco a poco il sole cercava di farsi largo tra alcune nuvolacce di un grigio strano, con qualche sprazzo d’amaranto quasi. Cosa sta succedendo in città? T’immagino morderti le labbra come stai facendo ora in mezzo alla folla della strada, mi sembra di vederti guardare all’insù senza chiederti troppo cosa potesse avere in serbo per te la giornata. Lì, mentre i tuoi denti lasciavano le labbra, probabilmente stavo seduto al tavolino di un bar, il giornale già letto e ripiegato a fianco della tazzina del caffè vuota e un libro aperto con le pagine per un attimo all’ingiù, contro la tovaglia, perché stavo rimettendo via il telefonino e dando un’altra occhiata fuori dalla vetrata. Non mi sbaglio di molto, molte mattine incominciavano e incominciano ancora così. L’universo giocò le sue carte, e tu spero sappia quanto le credo in ogni momento bellissime, nell’olimpo delle mani che ha giocato al mio tavolo. Un raggio di sole illuminò la pagina che stavo percorrendo con la vista, una calle via l’altra di Barcellona in cerca di vita, dammi ancora il vento e la luce che brilla negli occhi delle donne e degli uomini di un gran romanzo spagnolo per ascoltare il mondo come una canzone che va, leggera, come un peso gettato a mare, come la sensazione di casa. Come i sensi che si risvegliano perché credono di scorgere il miracolo, si destano meravigliati, riconoscono un suono, gli verrebbe da socchiudere gli occhi a godersi lo spettacolo del calore che pian piano riaccende la pelle. E poi? Quella passeggiata per la città appena sveglia alla mattina, accogliente, eppure timida, come la tua mano che si stropiccia gli occhi ancora assonnati tra le lenzuola, quell’aria di primavera carica di promesse. Non ci saremmo incontrati se ognuno dei due stesse esattamente sognando dell’altro. Come un fiore che spacca una roccia sei stata altro dai grattacieli, dalle discussioni inutili, dalle altre così piene d’orgoglio e superficialità, qualcosa che m’ha fatto all’istante dimenticare tantissime parole vuote, tutta questa necessità d’esibirsi, tutti brani che per fortuna alla radio qui non passano più. Abbracci il cuscino come ho abbracciato quest’avventura, come hai fatto anche tu, qualche cenno d’intesa, uno sguardo alla luna, un abbraccio stretto che sa d’infinto, il battito del cuore come una canzone che tenevi nascosta chissà in quale posto, io, tu. Ribaltare nessuna abitudine, solo sentirle meglio con uno sguardo in più, guardare fuori dalla finestra e decidere di guardare avanti sempre, ripensare ai giorni più fragili come al primo passo verso a una ricchezza, ché prima o poi se vuoi che la meraviglia brilli nei tuoi occhi, due o tre cazzotti con la realtà ti toccano per forza, prima o poi. Ti dicevo che Hemingway sosteneva che le sue opere fossero solo la punta dell’iceberg, quello che si vedeva, e che sotto il mare stava tutto il resto della storia, e a te piaceva pensare che tutto ha avuto un senso, e che la cima della montagna è l’attimo presente a cui abbandonarsi, a cui dare tutti se stessi, dopo aver scelto la finestra da cui affacciarci alla mattina per dare il buongiorno alla nostra vita. Ti rigiri su un fianco e i tuoi capelli sul tuo corpo sono l’universo, il primo caffè del mattino, sentirti accanto di notte, gli occhi con cui guardo verso il mare. Mi dico, ma hai visto come si può abitare la propria vita in modo gentile? Tutto quello che non conta e non deve contare più cacciamolo sotto all’iceberg, aspetta te lo disegno qui con la matita sul foglio di carta, vedi? Guardo e ascolto. Qui stiamo io, tu, noi ora, quassù. In una valigia immaginaria ci portiamo sempre dietro quello che da sempre ci occorre, in una casa sulla spiaggia tutto quello che ci rende migliori trova il suo spazio in continuazione, in un continuo adattamento. Che dici di tutto quello che ti ho raccontato? Ti ritrovi? Lo lego tra i miei pensieri così, disse e si legò i capelli in uno chignon. Stretto così, tra i più belli, come quello che avevi al ristorante quella magica sera. Tutto un quadro in cui mi ritrovavo, che amavo, come scendere a fare colazione, prendersi il tempo necessario, le canzoni che mi solleticano il viso e quelle che dicono che la vita è qualcosa di più.

Filippo Redaelli

8. Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

9. Waxahatchee – Ivy Tripp

Data di Uscita: 07/04/2015

Waxahatchee - Ivy Tripp

Umano e naturale, rami che si protendono e fotografie scattate di sfuggita ma meravigliosamente evocative, così vere.
Una canzone che s’insinua in piena giornata estiva, fa caldo, non troppo, il ritmo è la strada che scivola lenta e veloce, pare quasi un sogno, chiudi e apri gli occhi, buongiorno di nuovo mondo.
Un abbraccio può sciogliere un momento no o quella sensazione spiacevole, la rivincita come la musica sale, gentile, metti nella tasca dei pantaloni dei ricordi migliori, così parte subito un sorriso.
Un dito percorre il finestrino e pare di vedere tutto: la spiaggia, il cielo di casa, il cielo in viaggio, i tuoi occhi, i miei riflessi, il mare, l’estate che va, e che va, salsedine sulla pelle, un ritmo che tiene su, una danza, un bacio sulla spalla, il sole che scalpita, il mare che si confonde con l’orizzonte: splendido..
Un dito che gioca con lo stesso tasto sul pianoforte, da fuori, attraverso la finestra che da sul giardino, ti vedo al centro della stanza suonare. La nota riempie l’atmosfera, ora si sente libera di farlo, basta anche così, senza malumori, basta davvero così.
Puoi anche scrivere una canzone racchiusa in una sola nota e farle girare il mondo, vederla sconfiggere il vento e la tempesta, pian piano sentire una batteria che prende corpo, sorregge e si guarda in giro, come due sguardi s’incontrano inaspettatamente, il mondo gira, su il sole guarda, un cenno d’intesa: come una parola giusta al momento giusto, lieta sorpresa.
Occhiali da sole, ritmo che batte, spiaggia che scorre, sabbia che vola, il mare balla un valzer, andiamo e torniamo, ritmo che sbatte, sabbia tra i capelli, come trovare una canzone che s’incastri perfetta in mezzo a questo buon vento..
Resistere, navigare piano, saper fare ordine, vedere con altri occhi anche l’attracco al porto, scoprire un bar nelle vicinanze, guardarsi attorno e non temere la notte, riempirla di canzoni..
Di volti, di un volto solo, del mare, dei rami degli alberi, di parole, di ritmi, bassi, batterie, vestiti nuovi, vestiti vecchi riadattati, dischi di dieci anni fa, dischi fuori moda..
La puntina si ferma: lasci a terra la chitarra elettrica e prendi l’acustica in mano
Partono gli accordi: l’estate, il mare, casa, la voce
Meglio di così è difficile..
Partono gli accordi: la memoria, la luna, casa, in viaggio, una voce
Senti qua..
Un raggio di felicità così semplice?
Senti,
senti qua..

Filippo Redaelli

10. Peter Kernel – Thrill Addict

Data di Uscita: 19/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Peter Kernel - Thrill Addict

“You know when you do something that you know you shouldn’t do but you do anyways? And it turns out a mess so you say to yourself “I won’t do it again”, but after a while you do it again and again and again? This is Thrill Addict” (P.K.)

La casa circondariale aveva pareti spoglie, quel bianco freddo e perfetto da tinteggiatura recente, le luci al neon e corridoi tentacolari. Fuori il sole splendeva nel cielo terso e azzurro, la neve sulle cime delle montagne avvolte come una sciarpa soffice attorno al centro abitato riluceva sotto i tiepidi raggi, e appariva viva. Nora se ne stava seduta su una panca, con le ginocchia raccolte al petto e tutto il corpo addossato allo spigolo, come a sperare che i muri stessi potessero fagocitarla e risparmiarle quel calvario che solo una reclusione poteva provocarle. La larghissima felpa di quel giallo sbiadito amplificava l’impressione di mestizia che già di suo le aleggiava addosso; sotto aveva ancora il pigiama, così l’avevano sorpresa gli uomini della sicurezza quando si erano trovati nel mezzo di una battaglia domestica, i capelli arruffati e un cimitero di piatti in frantumi tra i piedi nudi.
Nico si trovava nell’ala opposta della struttura, in una realtà così piccola e talmente poco pericolosa non esisteva distinzione tra carcere maschile e femminile, bastava separare in due parti il medesimo complesso edilizio. Lo avevano strattonato fuori casa con ancora il pugno alzato, minaccioso, mentre l’altro brandiva con determinazione la prima padella che gli era capitata sotto mano. Scalzo anch’egli, e per giunta in mutande, gli avevano dato giusto il tempo di infilarsi un paio di jeans e delle ciabatte logore.
L’arresto poneva fine, almeno per la durata della detenzione, all’esasperazione del vicinato dopo mesi di ostica convivenza con questa coppia dagli eccessi facili. Le urla riversate in strada a qualsiasi ora del giorno e della notte, le fughe plateali e gli altrettanto plateali ritorni all’ovile, le porte sbattute e gli oggetti che volavano dalle finestre, fino a infrangersi al suolo – nelle migliori delle ipotesi – se non addirittura sulle automobili parcheggiate. Ne avevano avuto abbastanza, e finalmente sarebbe calata una notte serena e stellata, in silenzio.
Lo scorrere monotono del tempo dietro le sbarre costringeva Nico a Nora a rifugiarsi, entrambi, nei loro spazi casalinghi, nelle loro abitudini da liberi, nelle piccolissime cose che lì dentro si erano ingigantite come una smagliatura in una calza velata. Un sentimento viscerale li teneva insieme nonostante gli schiaffi e le brutte parole che potevano sfuggire da qualsiasi premuroso controllo; non erano tagliati per le mezze misure, l’amore assoluto comportava il prendere o lasciare senza negoziazioni, implicava gesti di cui pentirsi in un secondo momento, ma che prima o poi avrebbero senz’altro ripetuto, in recidivo disequilibrio carnale, allo stesso tempo annichilente e totalizzante. Malgrado le liti furibonde e le divergenze, non avrebbero mai rinunciato alla loro strampalata e bellissima unione. Segregati alle estremità del carcere, avevano iniziato a patire la reciproca assenza già dopo poche ore dall’allontanamento, e i giorni seguenti sembravano tutti troppo uguali, cadenzati da quei pasti disgustosi che consumavano con inerzia soltanto perché non avevano altro da fare; i loro corpi cambiavano nervosamente posizione di continuo, in una smania feroce, mentre la mente si aggrappava salda ai particolari del quotidiano, là fuori. Il bilocale in un sottotetto alle pendici del monte più alto della regione era rimasto a soqquadro dal momento dell’arresto, chissà se qualcuno si era preso il disturbo di andare, perlomeno, a chiudere le finestre. Nella solitudine coatta riusciva spontaneo tornare tra quegli spazi condivisi, tra i vinili accatastati nello scolapiatti in mezzo a coperchi di tutte le dimensioni, tra le piante grasse che avevano gradualmente conquistato ogni interstizio, tra le coperte e i panni da stirare lasciati a decantare per giorni sulla sedia a dondolo accanto al caminetto. Bastava poco per essere felici, azionare il giradischi con del rock dalle tinte intime e liberatorie, ordinare pizza o kebab da asporto, cantare, suonare il basso e la chitarra, fare l’amore. L’introspezione indotta dall’isolamento portava a sperimentare la terribile mancanza anche dei dettagli sgradevoli, delle ascelle pezzate di sudore, del disordine altrui che limitava la libertà del proprio, del soffritto di cipolla la mattina seguente una sbronza epica. Era come passare allo scanner ogni poro, ogni sussulto, ogni imperfezione. E tuttavia l’istantanea risultante era bella, era forte, era rock, era amore.
It’s not about being the best at anything, it’s about finding your own way”/ “It’s about screaming your heart out”
Non vi era altro da fare se non cercare una via di fuga. La soluzione assunse le sembianze della stretta cerchia di amici che andavano a far loro visita negli orari in cui era concesso: stabilirono un linguaggio in codice per trasferire informazioni e accordi da uno all’altra, e viceversa, attraverso i colloqui giornalieri. Per il resto, entrambi sprofondavano in uno stato di trance apparente mentre ascoltavano con le cuffie la musica che si erano fatti recapitare: la loro musica, il disco che Nora e Nico avevano deciso di comporre e suonare per smantellare la granitica incomunicabilità che spesso poi li spingeva verso gesti sconsiderati. Parlarsi attraverso il noise, con la chitarra che graffiava selvaggia e le voci dirompenti, scalfiva in modo deciso la patina delle difficoltà nell’aprirsi, superficie che si stratificava ad ogni confronto rigettato. Una vastissima varietà di ritmi simboleggiava i loro stati d’animo, il panico, le paure, gli affanni, come anche i momenti di ritrovato equilibrio; la reiterazione di suoni gettava luce sulle rispettive fissazioni, i riff e le percussioni scandivano con impeto un’intimità di chiaroscuri e una profondità passionale. Correvano e facevano piegamenti in quei miseri metriquadri delle celle, concentrandosi sulle mosse da compiere per non vanificare il piano. Non vi era altro da fare se non attuare la via di fuga.

Qualcuno disse che erano state rubate le chiavi alle sentinelle di guardia notturne, altri narrarono di griglie di protezione divelte, altri ancora di sonniferi somministrati alla sorveglianza interna ed esterna. Poco importa la verità, i timidi bagliori del mattino facevano vibrare la bianca coltre sulla corona delle montagne, sui pendii; il manto, intatto fino al comparire dell’alba, tradiva un ricongiungimento fatto di passi affondati dopo una corsa trafelata. Poi ecco il bacio, bagnato dalla brina cadente dalle fronde dei pini. Ci avrebbero riprovato di nuovo, mai avuti tentennamenti.

Federica Giaccani

Top Ten 2015 – Mirko Perozzi

1. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

2. Floating Points – Elaenia

Data di Uscita: 06/11/2015

Floating Points - Elaenia

Le mani impolverate di magnesite stringono il legno.

Una brezza sottile lambisce il mio corpo, lo avvolge come se mi desse l’incoraggiamento di cui ho bisogno. Come un allenatore che massaggia accuratamente ogni muscolo dell’atleta un attimo prima dello sforzo che si è imposto di eseguire.

Davanti a me una strada infinita, un rasoio che riassume la vita, che giustifica il mio corpo, le mie forme e la mia essenza. Non mi guardo i piedi e rimango immobile.

Riesco a scorgere il primo sole senza avvertirne il calore, faccio un respiro profondo e muovo il primo passo. Un momento che dura un’esistenza.

Sulla corda tutto il corpo trema, oscilla con una forza incredibile anche se da sotto non si direbbe. Il secondo passo è il più difficile ma lo eseguo con tranquillità.

Ora sono in corsa sul filo, non vedo l’arrivo e se avessi la possibilità di voltarmi indietro non vedrei nemmeno più il punto di partenza. Sono sospeso su di un cavo tra due grattacieli e dall’altra parte un abbraccio atteso da chissà quanto.

Il movimento è automatico eppure calcolato al millimetro, il tempo una variabile che non rientra nell’equazione.

La stretta delle mani sull’asta è diventata improvvisamente meno forte e i muscoli bruciano, sono al limite. La corda finisce ed io esaurisco il mio discorso. Ora la guardo negli occhi, in silenzio, in attesa di responso.

Non sono un funambolo ma un uomo che si è appena dichiarato.

Maurizio Narciso

3. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

4. Squarepusher – Damogen Furies

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

5. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

6. Godblesscomputers – Plush and Safe

Data di Uscita: 12/05/2015

Godblesscomputers - Plush and Safe

“Io mi sentivo forte, io ero il più invidiato e stavo bene, e chi si lamentava…” la puntina corre sul disco preferito di mio padre, quello che ricevetti in dono per il mio trentesimo compleanno. Lo conosco a memoria, eppure oggi quelle sue parole assumono un significato assai diverso, parlano di me, della mia storia d’amore che non sono riuscito a salvare.

Anche io mi sentivo forte, mi sentivo al sicuro. Eravamo una coppia, ogni incomprensione sarebbe stata superata con il tempo. Avevo torto. Adoravo la sua allegra tristezza, la sua forza di volontà, la sua sensibilità fuori dal comune. Eravamo il centro dell’universo. Eravamo perfetti. Mentre giro il vinile mi ritrovo a parlare al passato di una storia che nella mia testa e nel mio cuore poteva essere declinata solo al futuro.

L’interlocutore sono io, un me stesso impassibile che da settimane mi fissa senza dire una parola. Lo ritrovo nello specchio la mattina, è accanto a me mentre faccio colazione e mi fa ombra mentre produco nuova musica. Credo rappresenti il mio senso di colpa per non aver fatto abbastanza, o forse solo il rimpianto di ciò che è stato.

Ogni giorni riesco a farlo allontanare un po’ di più da me, ora si trova nella stanza accanto, ma non mi basta! Voglio farlo sparire dall’orizzonte ovvero accettare la separazione. L’arte e l’amore sono due facce della stessa medaglia, ho dedicato tutto me stesso a questo binomio; adesso quello che rimane è la musica, la mia musica, che riempie entrambe le facciate.

Mi volto per riporre il vinile nella sua tasca e lo vedo, lì sull’uscio di casa. Allora mi infilo di corsa le scarpe e provo ad avvicinarmi. Lui indietreggia ad ogni mio movimento, un mio passo in avanti sono due suoi all’indietro. Allora inizio a correre e lui fa lo stesso, la rampa delle scale è un percorso che sembra infinito. Poi all’improvviso il sole abbagliante.

Mi stropiccio gli occhi e non lo vedo più. Una leggera brezza marina mi fa trasalire: il ricordo di lei, bellissima, a piedi nudi sulla spiaggia d’inverno. Ma ecco che lui riappare in lontananza, lo vedo sull’altro lato della strada, dove inizia la spiaggia. Faccio un respiro profondo e proseguo la corsa, anche il suo corpo scatta all’indietro fino a quando non inizia ad immergersi in acqua.

Piango ma proseguo la folle corsa, mi sfilo i vestiti e mi tuffo: inizio a nuotare senza nemmeno vedere dove, a perdifiato. Mi fermo solo quando il cuore è ormai un tamburo battente nella mia cassa toracica. Il sole è alto e la spiaggia dietro di me lontana. Riesco a scorgere il profilo di un peschereccio al largo, so che lui è lì, sul ponte della nave, rivolto verso di me.

E’ lì che voglio che rimanga! Mentre riguadagno la spiaggia non mi volto indietro, so che è rimasto alla deriva, da qualche parte lontano da me.

Maurizio Narciso

7. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

8. Montoya – Iwa

Data di Uscita: 09/06/2015

Montoya - Iwa

Da piccolo lo facevo sempre.

Camminare con passo svelto lungo una strada lastricata di mattonelle senza toccare alcun bordo, saltellando tra una piastrella e l’altra con l’agilità di una tigre; o perlomeno è questa la forma immaginaria che assumevo nel gioco serissimo che ingaggiavo con il mio io umano.

Il rituale nel tempo si è trasformato. C’era un momento nella mia adolescenza in cui mi piaceva assumere un passo del tutto naturale ma rispettare quella stessa regola: non toccare nessun confine tra una mattonella e l’altra, naturalmente senza farsi accorgere dalle persone che avevo intorno.

Poi si cresce, ma certe sfide non si dimenticano. Ora produco musica e, quasi inconsapevolmente, continuo ad applicare regole eccentriche al mio modus operandi. Si tratta sempre di equilibrismi, di misurare gli elementi in modo certosino, ma senza darlo a vedere più di tanto.

Mi piace il suono naturale del violino ma anche la musica fatta con le macchine; le sinfonie classiche e la manipolazione dei suoni ambientali, ma più di tutto adoro la spiritualità di certe produzioni etno-jazz. Non volevo rinunciare a nulla, ecco quindi una vecchia sfida riattualizzata,fare finta che i confini non esistano!

Il mio ultimo disco è pronto per la stampa. Manca solo il processo di masterizzazione per la sua distribuzione fisica, ma gli mp3 circolano selvaggi nella rete già da un po’. Tra poco mi recherò all’agenzia per consegnare il demo e quindi dare finalmente una dignità materiale alle mie produzioni.

Sono emozionato e ritardo consapevolmente l’uscita di casa, sono seduto in salotto e mi godo l’ascolto integrale dei miei 30 minuti di musica: è un tempo lunghissimo, è un tempo brevissimo. Anche questa è stata una sfida, registrare molte idee nel giusto spazio.

Finito l’ascolto faccio un respiro e mi butto in strada, direzione la società di mastering. Il passo è veloce, sempre più veloce, diventa improvvisamente una corsa. Arrivo col fiatone al viale di ingresso, ma non rallento. C’è un percorso in mattoncini da attraversare, non tocco alcun confine: oramai mi viene naturale!

Maurizio Narciso

9. Go Dugong – Novanta

D.d.U. 27/11/2015

Sono sul novanta, oppure nel mio studio?

Un odore acre mi fa trasalire eppure è solo nella mia mente. Zero pippe mentali, solo sana attitudine hip hop, in mezzo a talmente tanti campionamenti da diventarci pazzi.

Sono due anni ormai che cerco di completare un lavoro che sento mio più di ogni altra cosa fatta prima. Dovevo solo trovare la chiave di lettura, qualcosa che tenesse insieme tutti i pezzi e l’ho trovata finalmente: è Milano.

La Milano degli odori.

La Milano del raggae giamaicano.

La Milano dei sapori.

La Milano del bolero cubano.

La Milano dei colori.

La Milano dal beat maliano

La Milano dei sensi.

La Milano che casa non è.
La Milano che è jazz.

La Milano che ti fa sentire a casa.

Sono da mesi sul filobus dell’inconscio che attraversa tutti questi stati.

Maurizio Narciso

10. Purity Ring – Another Eternity

Data di Uscita: 03/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Purity Ring - Another Eternity

All’inizio era la Luna.
La vedevo lassù, che arrivava a piccoli spicchi oppure in tutta la sua voluttuosa rotondità. Mi ero impegnato in attente osservazioni notturne (quando la notte è più scura la Luna è più vicina) e di certo l’avevo studiata davvero bene; era fatta di latte e formaggio, ne ero sicuro: in certe notti di mezza stagione, quando il freddo pungente non anestetizzava ancora il naso e il profumo di fiori nell’aria si faceva meno intenso, sentivo distintamente il suo odore muffettato. Sì, la Luna era un grosso tomino sospeso nel cielo, ed io dovevo trovare il modo di raggiungerla. L’idea mi venne in una notte di plenilunio: mi sembrava talmente vicina da essere a portata di razzo. Doveva essere un razzo molto potente e ben costruito, perché non si poteva correre il rischio di rimanere a piedi a metà strada; bisognava senza dubbio progettarlo con massima precisione, e assemblarlo con assoluta perizia. Non potevo fare tutto da solo, così pensai di farmi aiutare dall’unica persona di cui potessi davvero fidarmi: la mia migliore amica Gaya; la conoscevo praticamente da sempre, era una bambina sveglia e intelligente e mi avrebbe certamente aiutato, così una sera che venne a casa mia le parlai del razzo.

– La Luna?
– Sì.
– Ma perché proprio la Luna?
– Beh, l’ho studiata molto approfonditamente e mi sembra logico andare a verificare di persona che le mie considerazioni siano corrette.
– E la Cina? L’hai mai studiata la Cina?
– No.
– La Cina è molto più interessante della Luna. In Cina ci sono i cinesi, che sono un mucchio di persone. Sulla Luna non c’è nessuno.
– Ma io la Luna la osservo quasi ogni notte, e sembra quasi magica e illumina tutto con una luce bianca come il burro e io non sono mai stato su una cosa tanto luminosa.
– In Cina c’è la Grande Muraglia. Un muro lunghissimo, si vede perfino dalla Luna!
– Puoi venire con me sulla Luna e guardarti la Grande Muraglia da lì allora.
– Non ha forse più senso andare in Cina, a vedere la Grande Muraglia?
– Non so molto sulla Cina.
– Ci sono i cinesi. E la Grande Muraglia.
Gaya mi aveva convinto con poche acute osservazioni che dovevo concentrarmi meglio sui corpi terrestri, ed era ora che lasciassi stare le mie disquisizioni su quelli celesti. Avrei certamente trovato il modo per arrivare sino in Cina, un giorno o l’altro, ma prima dovevo osservarla. Si trattava di ricominciare a studiare qualcosa che non conoscevo, come le prime volte con la Luna… la grande burrosa Luna.

Studiai la Cina per pomeriggi interi.
Ci avevano inventato l’arte pirotecnica, cioè gli spettacoli con i fuochi d’artificio; ricordavo quelli che avevo visto io in certe notti d’estate, mi avevano fatto pensare alle stelle che si allontanavano tra loro a gran velocità, come nei primi tempi dell’universo quando c’erano le esplosioni cosmiche. Cominciavo a pensare che forse, quando all’inizio tutto era in un punto, quel punto altro non potesse essere che una particella di polvere pirica, e da qualche parte in quell’unico punto primordiale doveva essersi innescata una scintilla, e da quel primo corpuscolo era esploso l’universo. Mi ero applicato con molta dedizione alle mie osservazioni sulle origini del cosmo, anche se non erano vere e proprie osservazioni poiché, di fatto, non avevo potuto osservare granchè; mi ero reso presto conto, però, che non sarebbe stata cosa facile trovare elementi a favore (o sfavore) della mia tesi: non sapevo dove trovare indizi sulla nascita del mondo.
Raccontai le mie intuizioni a Gaya. Mi fece notare come fosse fuori di logica pensare che una cosa infinita come l’universo potesse aver avuto un inizio. Gaya diceva che le cose che hanno un inizio hanno anche una fine ma l’infinito una fine non ce l’ha, quindi di certo non poteva esserci un inizio.
Mi suggerì piuttosto di dedicarmi ai vulcani: attraverso i crateri si può arrivare al centro della terra e lì c’erano roccia fusa e metalli liquefatti, che erano di certo cose molto interessanti.

Era fuori di dubbio: avrei trovato la maniera per raggiungere il Nucleo Terrestre.

Giulia Matteagi

Top Ten 2015 – Filippo Righetto

1. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Data di Uscita: 31/03/2015

La informai delle mie intenzioni per il pomeriggio ed ottenni la reazione che mi aspettavo. Mantenne lo sguardo basso quando si offrì di accompagnarmi al cimitero. Per me era poco più di un rituale dovuto, dettato dalla necessità di non apparire agli altri, ma soprattutto a me stesso, un ingrato. In realtà non mi piaceva camminare per i sentieri in ghiaia, tra cipressi e volti in bianco e nero, date e fiori secchi. E poi la fede l’avevo persa parecchio tempo fa, non avevo niente da dire e nessuno da pregare di fronte a quel pezzo di marmo freddo e liscio. Avevo imparato però a prendermi quei brevi minuti in piedi di fronte al suo volto ovale, che mi osservava con un sorriso appena accennato e sicuramente forzato, per ripensare ai momenti passati assieme che vale ancora la pena ricordare. Nonostante tutto. Per lei invece era diverso. Sapevo bene l’affetto sincero e incondizionato che aveva provato nei confronti di mia madre, e sapevo bene che quando mi trovavo al paese si vergognava ad andare al camposanto da sola. Si sentiva in dovere di chiedermi il permesso. Non me l’aveva mai detto, né aveva cercato di farmelo capire in alcun modo, ma sapevo che non voleva rivestire un ruolo che pensava non le appartenesse e che invece sarebbe stato naturalmente, per genetica e convenzioni sociali, il mio. A me non importava. Ma nemmeno io le dissi mai nulla, né cercai di farglielo capire in alcun modo. Mi prestavo a quel teatrino, convinto che sarebbe stato meglio per entrambi. Così le dissi che quel pomeriggio sarei andato a far visita alla tomba di mia madre, e lei, sollevata di non dovermi chiedere nulla, si propose di accompagnarmi. La aspettai davanti casa sua e non si fece attendere. Tenevo in mano un mazzo di fiori e la guardai con curiosità e affetto mentre percorreva il vialetto che dalla porta di casa conduceva fino al piccolo cancello in ferro battuto. Indossava un vestito leggero dalle fantasie floreali, decisamente fuori moda, che le stava magnificamente. Appena mi arrivò di fronte soppesò i fiori con lo sguardo e sorrise appena, senza mai incrociare i miei occhi. A chi ci avesse visto in quel momento, saremmo potuti sembrare una coppia di liceali al primo appuntamento, torturati dalla timidezza e dal desiderio, guidati in ogni movimento dall’imbarazzo e da un’idea ingenua di amore romantico. Ma chiunque ci avesse visto in quel momento, sarebbe stato in errore. Quei fiori non erano per lei. Lo sapevamo entrambi. E quel leggero imbarazzo tra noi c’era sempre stato, forse per una mancanza di definizione del nostro rapporto. Un rapporto dai contorni sfocati, dal tratto sfumato tra l’amicizia, l’amore fraterno e qualcos’altro e un desiderio sommesso per il quale nessuno dei due provava un vero interesse. Come fosse un dato di fatto da sempre saputo, per sempre taciuto, al quale non aveva senso dare alcuna importanza. Mentre camminavamo rimanemmo in silenzio. Con la coda dell’occhio seguii le pieghe del vestito che cascava gentile lungo i suoi fianchi e poi giù per la gonna, che finiva giusto sopra il ginocchio. Le gambe sottili erano belle nonostante qualche livido e qualche vecchia cicatrice. Quando il mio sguardo arrivò ai piedi, per un istante rimasi spiazzato nel vedere che indossava delle scarpe di tela bianche e non delle pantofole. Si muoveva con sicurezza, con agio e la confidenza di chi sentiva il paese un’estensione della propria casa, come se quelle strade altro non fossero che corridoi scoperti sui quali avrebbe potuto camminare in accappatoio, e nessuno se ne sarebbe sorpreso. Incrociammo lungo il cammino la signora che abitava dall’altra parte della nostra strada. Una donna insipida mai stata giovane, neppure nei miei ricordi più remoti. Nonostante le sue parole non aggiungessero niente di nuovo a quel piccolo mondo racchiuso tra poche case, una piazza e la chiesa, ne dispensava sempre in abbondanza e mi ritrovavo a sorriderle e ad annuire per pura cortesia. Guardò alla mia compagna di camminata con una certa pietà e mi riferì della sua bontà d’animo e di come fosse cara a recarsi tutte le settimane a prendersi cura del roccioso ricordo di mia madre. Sentii il suo bisogno di scappare ma prima che potesse muovere un solo passo la afferrai con dolcezza e decisione per il braccio. A quel mio tocco lei si rilassò e non si mosse, decise di rimanere al mio fianco. Ora era il mio turno. La donna riprese guardandomi piena di compassione, riportando a galla per l’ennesima volta lo stesso ricordo. Di come io arrivai appena seppi la notizia che non sarebbe mancato poi molto ad un ultimo saluto, mentre mio fratello non fece in tempo. E via con la citazione del vangelo che faceva delle capacità atletiche di due apostoli una questione d’amore. Poco importava che io mi trovassi a poche ore di macchina da lì mentre mio fratello, via per lavoro, dovette prendere un volo intercontinentale. Nulla poteva rovinarle il piacere di citare la parola di Dio e fare la ruffiana. Quando ebbe finito con quelle chiacchiere la salutammo in maniera garbata e continuammo a camminare nel sole primaverile, respirando i pollini che galleggiavano in aria. Il cimitero era ai confini del paese, ma lo raggiungemmo in fretta e mi sentii confortato dalle dimensioni ridotte di quella realtà che mi era un tempo appartenuta. Giunti di fronte alla lapide mi fermai e mi sentii tremendamente impacciato. Lei invece si muoveva come fosse nel proprio soggiorno. Quello sulla sinistra prima che il corridoio, che cominciava in qualche punto imprecisato tra il suo cortile e la piazza, diventasse la strada che conduce fuori, lontano, via per sempre da lì. Quella strada che io avevo imboccato parecchi anni addietro. Raccolse i fiori secchi all’interno del vaso e li gettò a terra, con l’annafiatoio cosparse d’acqua la tomba per pulirla dalla polvere e dal terriccio. Risultò subito nuovamente lucida e liscia. Quindi prese i fiori freschi che tenevo in mano e li pose nel vaso premurandosi di versare loro l’acqua necessaria. Fu allora che si mise in silenzio al mio fianco, si fece il segno della croce e chiuse gli occhi raccogliendosi in preghiera. Io rimasi a scrutare il suo viso prendendo coscienza dell’evoluzione di quei lineamenti che avevo imparato a conoscere fin dall’infanzia. Me la ricordavo correre nel nostro giardino, scappando dalle urla ubriache di suo padre e dal pianto disperato di sua madre. Correva tra le braccia di mia madre la quale, senza dire una parola, la portava in casa per asciugarle le lacrime e abbracciarla come non aveva mai fatto con me e mio fratello che, non abituati a tali dimostrazioni d’affetto, continuavamo a vivere le nostre facili esistenze ignari di qualsiasi emozione, estranei a qualsiasi mancanza, disinteressati a ciò che alcuni dicevano ci sarebbe stato dovuto. Poi, col tempo, imparai a conoscerla e crescemmo assieme, sopravvivendo alla scuola, ai lavori estivi, alla morte di suo padre, a tutto il bourbon che si beveva mia madre. Sopravvivemmo a tutto. Io e lei. E ciononostante continuava a percorrere il nostro giardino e a rifugiarsi in quella figura materna che a me rimaneva estranea. Ma non c’era nessuna colpa da dare e nessuna colpa da addossarsi. Eravamo fatti così. Bastava esserne conscienti. A questo pensai in quei brevi minuti in cui lei concluse la sua preghiera. Il volto ovale di mia madre ci guardava sospeso tra severità, un velo di malinconia e l’incapacità di comunicarci adeguatamente i propri sentimenti. Accettando una sfida con me stesso ricambiai il suo sguardo, affrancandomi così dai sensi di colpa, perdonandoci tutto quello che non ci eravamo mai recriminati.

Pietro Liuzzo Scorpo

2. Ballaké Sissoko & Vincent Ségal – Musique de Nuit

Data di Uscita: 04/09/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ballaké Sissoko & Vincent Ségal - Musique de Nuit

Il vantaggio della musica è di essere solo per l’orecchio, di essere un corpo danzante negli spazi stretti dell’udito che portano al largo pensiero. Sono dei significanti, delle creature spettrali e oniriche che vengono fuori da corpi vibranti, e che solo come secondo lavoro portano significato.

Ballaké Sissoko & Vincent Segal sfuggono dall’ormai manieristica musica del Mali, non per fare il solito noioso “nord incontra sud, est incontra ovest, invasore incontra invaso” ma per unire i suoni di due strumenti profondi in un amalgama di onde che scuotono la notte da un tetto.
Un giorno mi illudevo di giocare a basket in un campetto e un ragazzo africano mi chiese se poteva fare qualche tiro con me. Era un veterinario trasferitosi prima in Francia e poi in Italia, dove fa l’operaio. Narrazione e retorica a parte, mi parlò di un musicista maliano che ascoltai per caso dal vivo qualche mese dopo. Mettendo da parte pure il caso, riuscì a capire che il mio problema era la concentrazione, e infatti rimettendomi la mente nella mente riuscii a batterlo ai tiri – ma non riesco a battere gli altri acciacchi della pigrizia che hanno seminato un campo di mine dove sono cresciuti dei graziosi mostri –. La mancanza di concentrazione è pura pigrizia mentale e non si combatte con la piaga di quei prodotti che vengono chiamati “integratori alimentari”, ma con l’esercizio della volontà. Il problema (direi il “dramma” se fossi più tragico) è che quando si è intelligenti si usano le migliori strategie nichiliste per ovviare al problema della carenza di volontà e si giunge a grandi ragionamenti ontologici per dimostrare la tautologica inutilità delle azioni. È solo pigrizia.
Arrivo al punto e abbandono la schiuma dei significati: quando si suona scompare ogni cosa. È la stessa fascinazione che si provava nell’antichità quando il libro non esisteva ancora (o non era ancora diffuso) e la parola poetica era appunto parola, e come la musica era esclusivamente per l’orecchio, così come in quel teatro dove Shakespeare poeta è costretto a usare il corpo degli attori per far arrivare la sua voce al mondo. Per questo un certo tipo di musica conserva in qualche crepaccio l’appiglio che fa salire in cima a una montagna altissima. La musica sotto al suo volto coperto si può ancora – follemente – mostrare sacra, anche dopo la morte di Dio. È evocativa, come la poesia di un certo genere, e non espressiva. Così, come il tuono evoca un dio nella parola, nella musica l’evocazione è totale, le onde sonore formano smisurate lingue in grado di leccare qualsiasi bellezza, anche la più alta.
Quando nella solitudine assoluta si posa la guancia sulla chitarra e si sentono le vibrazioni nel volto, quando si annienta il mondo in un suono, si sta scacciando la morte o la si sta eccitando a tal punto da farla entrare in trance fino a prenderla a schiaffi. La tristezza non è triste, la felicità non è felice, perché tutto semplicemente è, è nell’onda sonora che scuote i nervi e fa portare ai neuroni una borsa di luce carica di un profondo, invisibile e indicibile godimento.
Violoncello e kora si uniscono per trasmettere quel godimento nella caverna del nostro orecchio che finisce nel mare. Dal tetto di una casa di Bamako si spande lo stellato delirio della musica nella notte, dove questa farneticazione matematica parte dalla vibrazione della corda per arrivare al movimento di chissà quale astro danzante pronto a coglierla.

Marco Di Memmo

3. Slow Meadow – Slow Meadow

Data di Uscita: 21/08/2015

 Slow Meadow - Slow Meadow

Esiste il giusto inchiostro per ogni lettera, sapete?
Raccogliamo questa luccicante varietà cromatica in un taschino appoggiato sul nostro cuore, dimenticandoci spesso della sua esistenza. Ed allo stesso modo in cui ci ricordiamo di avere in tasca la chiave di un mistero solamente dopo aver sfiorato i freddi contorni del metallo con le dita, prendiamo coscienza di quelle penne colorate ogni volta che uno sguardo risveglia il sentimento che prima dormiva nel nostro petto.

Estraiamo dalla tasca della giacca il pastello dal colore blu cobalto, ogni volta che vogliamo parlare di un momento infinito.

Io, quando penso al blu, penso a quando ero bambino e alla salopette di quel colore con i bottoni gialli di plastica, che forse mio padre, o mio fratello, avevano indossato prima di me. Penso a quelle volte in cui venivo in bicicletta a casa tua, la mattina, prima che ti svegliassi. Per lasciarti un fiore azzurro sul davanzale. Perchè sapevo che avresti sorriso, anche se io non sarei stato lì per vederti. E mi bastava.

Giochiamo, tenendola tra le dita, con una penna ambrata dal colore giallo scuro, per intingerla nella carta bianca quando vogliamo scrivere di un momento passato. Per descrivere un ricordo dolce, da tenere in un cassetto.

Quell’anello con un cuore di resina che ti avevo regalato prima di partire, la stessa che ci cadeva addosso come pioggia in quel bosco di pini, e che io avevo conservato. Non c’erano insetti all’interno, o fiori, ma l’aria e la polvere ed il sole di quel giorno. E ti bastava.

Prendiamo in mano un pennarello grigio, quando vogliamo raccontare di un momento trasformato.

Quella volta che abbiamo aperto le finestre la mattina presto per poi essere cacciati indietro da un banco di nuvole grigie. Passammo ore e ore nel letto, immaginando una ninnananna che poteva fare tutto, tranne addormentare i nostri occhi.

Stringiamo tra i polpastrelli quell’unico, semplice, pennello dal manico bianco, quando vogliamo credere nella speranza, perché ci consente di scrivere su una pagina di colore nero.

Io, al colore bianco, preferisco l’inchiostro trasparente. Perchè mi consente di comunicare senza lasciare traccia, lasciando parlare solo le mie azioni, i miei gesti. Mi permette di scrivere nel modo più genuino possibile, senza preoccuparmi delle parole appena scritte. Per lasciare un segno intangibile delle cose che non posso scrivere. Di quelle di cui mi vergogno. Di quelle che non voglio ammettere. Di quelle così belle e felici che non esistono lettere che possano spiegarle.
Ci bastava.

Filippo Righetto

4. Verdena – Endkadenz Vol.1 / Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

5. Everything Everything – Get To Heaven

Data di Uscita: 22/06/2015

Everything Everything - Get To Heaven

Everything Everything era il nome di un bar molesto, dall’odore ostentato di stivali in pelle di pitone. In una posizione centrale, ma distante dai nostri modi quanto può esserlo il bordo esterno della Galassia in quei film dove la Luna è un pallone bucherellato di cartapesta. Frequentato da ladri di sobrietà, assassini della grammatica e tartarughe lobotomizzate. Non fare tanto il figo, al quarto drink sei esattamente come loro. La barista, lei si, ne valeva la pena, anche se non sapevi se era più ammaliata dal tuo fascino o dal tuo fegato. Si pagava gli studi in scienze infermieristiche, poverina, non potevi non aiutarla svuotando ripetutamente quel bicchiere. Questo è per Anatomia I. Questo per Biologia Applicata. Solitamente i brindisi, verso fine serata, si concludevano con esami dal nome improbabile come Filocologia o Darwin frocio!, quest’ultimo ripetuto a coro coinvolgendo tutti i presenti. Quella sera le “Scale per il Paradiso” erano gremite. Così venivano chiamati lì dentro quei gradini che portavano alla stanza dove un improvvisato DJ armato di penna USB e tanto cattivo gusto raschiava le orecchie dei presenti con frequenze annaspate e hit che potevi ascoltare tra le porte automatiche di un centro commerciale. Tu ballavi sulle scale, o forse eri in mezzo alla pista. Probabilmente eri in un locale distante migliaia di chilometri da lì, ed il tuo riflesso aveva viaggiato tutta la notte, specchiandosi vicolo dopo vicolo su nomi di persone, identità miste, pistole automatiche usate come vasi porta fiori. Fantasma o no, mi avvicinai a te sorridendo. Sapevo di non avere bisogno di chiedere il permesso. La mano destra nascosta nella tasca del giubbotto, nella sinistra uno dei miei drink preferiti, E tu cosa ci fai qui. Indossavi dei jeans grigio piombo, degli stivaletti che di pavimenti come quello ne avevano visti un bel po’, e una canottiera nera che metteva in risalto un corpo tonico e vivace. Tu mi prendesti la testa tra le mani e dopo un po’ la agitasti come se fosse una palla otto a cui chiedere tutte le risposte del mondo. Nel mentre parlavi: sentirti era impossibile, capirti fu immediato. Io continuavo a sorridere, Ok. Mi baciasti senza scoprire il mio nome ma conoscendomi più di chi sa anche il secondo terzo e quarto.
La mattina dopo mi risvegliai con gli stessi vestiti addosso, una ferita sulla gamba, ed un foglietto stropicciato nella mano. Piazza dell’Amor Imperfetto, 9.13. Era quattro ore fa. Feci i bagagli infilando in una sacca la prima manciata di vestiti che trovai nei cassetti della mia camera, e dopo meno di 3 minuti da quando avevo letto il messaggio che avrebbe cambiato, migliorato, la mia vita, ero per strada. Eri appena arrivata, il tuo respiro affannato lo confermava. Sulla fronte avevi scritto l’indirizzo della piazza, insieme ai segni di un morso. Una mia vecchia abitudine. Già ti vedevo alzarti dal letto vestita solamente di pochi ricordi confusi, per poi sgranare gli occhi davanti ad uno specchio alla scoperta di quella promessa scritta con inchiostro sbavato sul tuo volto. Così hai una cugina a Salonicco da presentarmi. Avevamo entrambi abbastanza soldi per partire, e poco altro. Dovrò prostituirmi. Anche io.
Partiamo.
Non facemmo nemmeno in tempo a salire sul traghetto. Avevamo in mano i biglietti per la traversata e nient’altro quando degli amici sconosciuti ci raggiunsero guidando una macchina rubata alla routine. I bagagli li avevamo volutamente dimenticati nel luogo del nostro incontro, erano una lapide illuminata da una luce al neon blu, sulla quale ballare e cantare in rima.
Siamo partiti attraversando una terra di guerre e divisioni, un gruppo sgangherato pronto a stringere tutto questo in un abbraccio, esposto quanto le vele di una barca durante un nubifragio. Per gli altri eravamo John e Jane Doe: non volevamo essere ricordati per quello che altri avevano deciso per noi, ma per quello che avevamo scoperto il giorno prima.
Il gruppo si compose e si ricompose molte volte, senza mai sfaldarsi. Sul lago di Ohrid si unì a noi una ragazza, che sarebbe diventata mia moglie solo otto mesi dopo.
Arrivammo ai bordi della Penisola Calcidica, sapendo di non aver raggiunto la destinazione, ma solo una delle tante. Bandiere bianche e nere alle finestre di case dai colori lontani da quelli nazionali, passavamo le giornate in spiaggia tra acqua limpida e archi di roccia sui quali io e gli altri superstiti ci arrampicavamo.
Quella notte salimmo da soli in cima alla città vecchia, spogliandoci di tutto tranne che dei nostri sorrisi più unici e sinceri. Ci prostituimmo l’uno con l’altro su pietre dalla storia intensa e su erba appena nata, senza aver bisogno di vendere o comprare nulla.
La mattina ti trovai già sveglia, come sempre. Eri seduta sul bordo della roccaforte in rovina, le gambe a penzoloni mostrate alla città sottostante. Guardavi il mare e le navi che partivano dal porto. Non avevo bisogno di vederti per sapere che stavi sorridendo.
Quanto è lontano il Vietnam?

Filippo Righetto

6. Schmieds Puls – I Care a Little Less About Everything Now

Data di Uscita: 16/10/2015

Schmieds Puls - I Care a Little Less About Everything Now

Mi hanno invitata ad entrare. Sono scivolata sulla soglia, uno scivolio inaspettato, credevo che il piede fosse ben saldo a terra, e invece. Si sono avvicinate a me alcune persone, ne sentivo le voci, distanti e confuse, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi. C’è un timore quando chiudi gli occhi che prima di riaprirli ti porta in una stanza abbandonata, buia, con poche e piccole finestre da cui entrano spifferi d’aria, foglie secche, linee di luce, una luce stanca, autunnale. I wanna run away. Un corpo supino a terra, distante da tutto, eppure con un desiderio di correre altrove. Nell’impossibilità si è nascosta una presenza. I wanna run away. Il corpo giace. Mi hanno invitata ad entrare, ma sono scivolata sulla soglia.

Tre parole, tra un sussurro e un battito: piccoli passi possibili.

Sento qualcuno che afferra la mia mano, e così ricomincio a camminare. Il profumo di un’aria fresca, nuova, lo scricchiolìo delle foglie secche sotto ai piedi, e così il tuo pensiero come un seme che cresce, si innalza, irrobustisce il proprio tronco, e i rami, sempre più lunghi, e le foglie, i fiori, il profumo, primavera, estate, autunno, inverno.

I don’t feel anything anymore.

Accadde un’altra volta, ma con un invito a camminare. Una stanza sotto il cielo, senza porta, né pavimento. Una stanza senza una casa che la sorregga, una stanza esposta al pericolo, una stanza che protegge dal pericolo. Per proteggersi bisogna esporsi. Forse qualcuno l’ha già detto in passato, magari qualcuno che era stato in quella stanza.

Mi piacerebbe incontrarlo, vorrei che ci sedessimo a terra in quella stanza senza pavimento, vorrei che parlassimo, vorrei che mi raccontasse cosa ha provato quando è arrivato lì per la prima volta, se era solo, se c’era qualcuno con lui, se era stato invitato, accompagnato, o era arrivato lì casualmente.

You can go now.

Allora io gli racconterei che ero stata dapprima invitata ad entrare: entrai, ma il piede scivolò sulla soglia. Ho passato un periodo fuori dal tempo, un periodo in cui i giorni erano distanti tanto quanto le voci delle persone che mi erano attorno. Gli racconterei del vento, dello scricchiolìo delle foglie secche sotto ai piedi che mi permettevano di contare i passi e i giorni. Gli racconterei del buio della stanza, del seme-pensiero e della mano che afferra la mia e m’invita di nuovo a camminare.

- Dove vai?
– Vengo con te.

“Un giorno mi sono accorto che non mi importava più di nulla, e che tutto mi feriva a morte.”
– Baricco

Valentina Loreto

7. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

8. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

9. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

10. Grimes – Art Angels

Data di Uscita: 06/11/2015

Grimes - Art Angels

Seguimi, ti porterò nel cuore della scena che ha riacceso le luci nel palazzo della creazione.
-Hai visto questo volto sulle copertine dei giornali di musica e sul web, non è così? Disse quella ragazza che vedete lì, gesticolando con le dita affusolate e in preda a una passione coinvolgente. Si voltò un secondo, tornò con un nastro e lo inserì in un mangianastri portatile. -E avete sentito anche questa voce da qualche parte, o mi sbaglio? I presenti annuirono a più riprese, chi sorpreso, chi mostrando entusiasmo, chi più assorto e concentrato. Sapevo a che copione stavo assistendo, anche se io e Claire non avevamo buttato giù su un foglio nessuna sceneggiatura. Guardai le pareti, una sensazione d’antico, le lunghe finestre dai vetri spessi che ci stavano riparando da una pioggia torrenziale, le candele profumate su alcuni davanzali a riscaldare più sensi e l’ambiente. Chiusi gli occhi un istante e le mie narici ringraziarono per quell’incontro con quelle terre inesplorate. Prima di riprendere i miei passi mi fermai accanto alla grande finestra che dava sugli alberi del cortile. Cercai di godermi al meglio quella percezione, i sapori, il passaggio lento e avvolgente della temperatura corporea dal freddo al tepore, reso possibile grazie alla vicinanza con le candele. Ripensai ai capelli di Claire ora sparsi e spettinati durante un salto, ora stretti e legati in una treccia spessa, come fossero il simbolo della sua arte, come colonna sonora di questa scena. Vidi alcuni quadri alle pareti, alcuni suoi, altri di suoi amici. Vagamente ispirati a fumetti giapponesi, sfondi dai toni fiabeschi ma con un tocco che può fare anche pensare alle megalopoli contemporanee. Cercavo di ricostruire mentalmente i punti salienti del processo creativo che ha portato a questo lavoro musicale. L’origine della sua volontà di dire qualcosa di così forte, la sua necessità di sgretolare muri e barriere troppo spessi e ottusi per stare in piedi. Un viaggio al centro dell’istinto e dell’istante primo della volontà e della necessità di creare, di provare a scuotere l’aria del mondo e provare a offrirgli la nostra grande piccola versione di una storia. La ricerca costante di chi noi siamo, una corsa che non si può fermare, genuina come un ruscello che va nella natura, come un treno che non cambia la sostanza del suo andare ma che ogni giorno baratta visioni e paesaggi interiori, ricordi e nuove emozioni. Un albero con le sue radici e il rinnovarsi continuo dei suoi rami. Gli occhi di Claire illuminati dalla luce di una candela, che poi è simbolo dell’arte che brucia dentro, occhi che, mentre il colore dei capelli muta in continuazione, non smettono mai di essere sé stessi, identici a sé stessi sempre. -Posso chiederti una cosa, le domando quando ricomparve davanti a me, senza ospiti al seguito. -Certo, mi fa. -Sono convinto che abbiamo in mente la stessa risposta. Comunque..Secondo te, da cosa si è generato tutto questo? Rimase in silenzio, costrinse anche gli occhi a farsi pensierosi. Guardò le candele vicino alla finestra, le spense una ad una. -Ecco, da qui. Non fu una sorpresa ritrovarsi avvolti nel buio.
A partire da una grande piccola scintilla poi tutto s’accese. A partire da quegli occhi e da quel sorriso che conoscevo così bene, che avevo visto così, sempre uguale, anche nelle foto di Claire da bambina in braccio a sua nonna, a partire da tutto questo ora siamo qui, nel mezzo di una città musicale straordinaria e sbalorditiva, l’orchestra che tutti stavamo cercando negli ultimi tempi, tutta qui, concentrata nello stesso luogo e nello stesso tempo, il ritorno di un primordiale bisogno d’armonia che possa filtrare in mezzo a tutto quello che è caos e che fa troppo rumore. -Ma qui ci sono tutti i dischi che stavo aspettando di ascoltare in questi mesi, mi ritrovo a dirle nel modo più genuino possibile. Le sorridono gli occhi, i capelli sono di non so più che colore, ma che importa? Canzone dopo canzone la posta si rialza, è una sfida lanciata a tutti gli altri grandi gruppi del nostro tempo. Forse solo da una prospettiva separata si poteva generare un lavoro del genere, grazie a queste finestre lunghe e alle candele sul davanzale, ai quadri appesi alle pareti di trecento diversi colori, grazie all’animo di un’aliena che a gambe incrociate guarda questo spazio da un altro pianeta, grazie a tutti gli strumenti che vedrò poi nella sala prove dove tutto ha avuto inizio e il buio ha incominciato a diradarsi, a lasciare spazio a una scintilla dopo l’altra, tanti di questi paesaggi visivi, affettivi e sonori. C’è anche il romanzo che probabilmente vorrei scrivere, nella capacità di essere organico di un lavoro che parte dal nulla, da un blackout, da un percorso che si morde la coda e che pian piano va a patti col proprio passato, presente e futuro, riaggiusta la propria essenza cercandone il cuore, e si perde nel mondo con la forza e la grazia di chi non contempla confini e si porta a casa la bellezza che trova. Tra tutti questi pensieri mi accorgo che non avevo notato, tra i presenti, due insolite figure sedute ai due estremi di un tavolo. Una donna sta cercando di catalogare le canzoni che ascolta tramite gli incastri che portano alla soluzione del cubo di Rubik, un uomo ha un mazzo di carte davanti a sé e cerca di tradurre in un sistema chiuso di combinazioni lo svolgersi dell’album. Nel mentre sfila alle nostre orecchie un’orchestra senza tempo, la chiave che disserra la serratura del buio, a cui s’accompagna la tenue luce di una voce primordiale, come appena nata. Le sue prime parole nel mondo sono significative: Oh, this music makes me cry. It sounds just like my soul. Il luogo indefinito da cui tutto è partito. L’intenzione pura che poi entra nel mondo, e fa attrito. E così decide di uscirne ancora più bella. Il desiderio, la conquista, l’abbandono. Vuoti e pieni. Questa continua tensione da accarezzare e consacrare. E un flusso costante che ci fa progredire. Scrollarsi di dosso etichette, pregiudizi, piedistalli, insulti. Alzare la posta, chiedere che non ci siano barriere, che si possa ascoltare, comprendere, creare, crescere. In che tempo viviamo? Vedo l’uomo delle carte tronfio di aver costruito un disegno, alza lo sguardo pieno di sé, guarda verso Claire, la sua mano immediatamente manda in confusione una carta dopo l’altra. La donna del cubo di Rubik sta ferma, ha deciso che ha già trovato la soluzione e non vuole scendere a patti. -Ma com’è possibile che ci siamo dimenticati di come la creazione non è altro che l’incontro tra due e più mondi paralleli? Claire suona alcune delle chitarre più rock degli ultimi anni tra beat trascinanti, ritornelli eterei ma upbeat, dichiarazioni d’amore alla melodia, delle note a un pianoforte, in altre parole, un atto d’amore alla libertà raggiunta nell’universo sonoro. Too good to be true, dice una canzone e i miei sensi ringraziano e si abbandonano alla musica. Poco dopo ritorna un tema centrale di tutto il lavoro e di questa serata, il rapporto tra l’artista e il suo pubblico. C’è tutto qui nelle liriche, sparso tra una canzone e l’altra. Amore per tempi passati, delusione per le incomprensioni, necessità di scrollarsi di dosso l’amarezza, gratitudine per chi segue con intelligenza il cammino che, come la vita, tutto un rettilineo uguale a sé stesso non è. L’unità è nella forza originaria delle intenzioni, in mezzo al movimento. Il luogo da dove tutto ha origine. Tu seduta sul pavimento della stanza. Il silenzio che circonda. Hai gli occhi chiusi, tendi le mani nel buio. Qualche nota inizia a fare capolino nella nebbia. Una, una, due, una ancora. Eccolo, lo scintillio che cercavi. Primo tassello della creazione. Forza da conservare tra le mani, da far crescere e poi da accompagnare. C’è ancora tempo per riflettere e per ballare, perdersi nella musica, la donna del cubo di Rubik si è alzata indispettita e ha gridato allo scandalo, non accetta che non si stia alle sue regole, l’uomo del mazzo di carte lo stesso, non troverà mai il suo ordine definitivo preconfezionato. So che la serata sta per chiudersi, preparo le copie degli album per chi vorrà acquistarle. Dentro c’è una lettera che Claire ha scritto per l’occasione, si chiama Life in the vivid dream e racconta del buio, della necessità di diradarlo, di fare luce, di come è dal nulla che nasce una nuova creazione, della magia originaria di tutto questo e della strada che fa. A momenti potrebbe scendermi una lacrima, e vedo avvicinarsi Claire. -Com’è andata? mi chiede. Ci abbracciamo. Le candele si spengono e si accende una scritta. “Beautiful”.

Filippo Redaelli

Top Ten 2015 – Federica Giaccani

1. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

2. Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

3. Drake – If You’re Reading This It’s Too Late

Data di Uscita: 12/02/2015

Drake - If You're Reading This It's Too Late

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi arrivare, scese da una lunghissima macchina scura sganciando un grosso rotolo di verdoni all’autista prima di spedirlo via, lontano, in una notte senza stelle. Così tanti soldi tutti assieme non li avevo mai visti, e mai li avrei visti più in vita mia. Si fece lasciare qui, nella solitudine del deserto californiano a pochi chilometri da Blythe, poco più in là l’Arizona. Spirava uno strano vento che presagiva pioggia, cosa insolita per un posto come questo poco avvezzo all’acqua, semmai tormentato dalla siccità. Nessun avventore al bancone, avevo deciso di uscire a farmi prendere a schiaffi dalle raffiche mentre chattavo con Sean e TJ su WhatsApp: non si erano ancora ripresi dai bagordi della notte precedente, la festa per i miei diciannove anni, la tequila arrivata dal vicino Messico e le ragazze ubriache. I postumi mi stavano complicando le cose qui al lavoro, ma dovevo a tutti costi rigare dritto, d’altra parte mi pagavano bene per i servizi notturni, non potevo correre il rischio di ritrovarmi col culo per terra senza uno straccio di occupazione. Una Red Bull e qualche sigaretta in faccia alla luna potevano salvarmi, d’altra parte ero da solo, fatta eccezione per quella coppia di altissime palme all’imbocco del vialetto, e le pompe di benzina a riposo, di fronte a questo blocco prefabbricato di colore giallo, chiamato pretenziosamente “Tavola Calda”.
Invece arrivò lui, a innestarsi quale alieno in una cornice direi surreale; l’auto dalla quale scese si dileguò a grande velocità fino a perdersi sull’orizzonte destro, il ragazzo si girò guardingo, come a sincerarsi che nessuno lo avesse pedinato, si sistemò il cappuccio della felpa sul capo e, mani in tasca, entrò sfilandomi accanto. Spensi velocemente la Lucky Strike accesa solo un attimo prima, lo seguii all’interno per adempiere i miei compiti al bancone del bar, con una certa curiosità. Ordinò un anonimo cappuccino prima di sedersi al tavolino davanti al finestrone che dà sul piazzale, dove trascorse la notte annotando chissà cosa in un’agenda tascabile; di tanto in tanto lanciava lo sguardo tra gli arbusti del deserto, ma forse nemmeno lui sapeva cosa stava cercando.
Dopo quella notte tornò altre volte, da solo, con una vecchia utilitaria dai parafanghi consumati. Non riuscì mai a dismettere l’espressione marcatamente inquieta dal volto, nonostante la progressiva confidenza che si stava prendendo con me, tra reciproci racconti di vita nella vastità di questa California silenziosa e inabitata. In seguito mi rivelò che si sentiva braccato, dai fantasmi di una notorietà arrivata dirompente sebbene la sua giovane età e le invidie di chi gli contendeva la piazza. Difficile dargli torto, pur essendo il suo mondo distante anni luce dal mio, fatto di rinunce e sacrifici per raccattare qualche soldo in più. Era famoso quindi, era un rapper ma aveva il viso pulito e privo di quell’alone di temerarietà dato da cicatrici e sguardi torvi. Era famoso e naturalmente autocompiaciuto, tuttavia mi regalò la sua fiducia con una spontaneità disarmante, la stessa con la quale aveva cominciato a rivolgermi domande o a sputare fuori frasi sconnesse per dar voce all’irrequietezza interiore, mentre fumavamo insieme sotto la tettoia della stazione di servizio.

“Shit’s just crazy man, the whole energy out here is just changing, you know. It’s just getting dark, man, quick” / “I’m drinking more. I’m smoking more. We’re out here staying up so late that it’s early, like fuck. I’m not losing it though; I’m just venting. I’m not worried. It’s already too late for these guys, trust me. I’m just more worried about myself. You know? I just gotta come home.”

Casa era quella che aveva lasciato a Toronto una volta che divenne “qualcuno”, casa è quella in cui io torno ogni due o tre mesi per riabbracciare la mia famiglia e accumulare il calore necessario a non sentire freddo nel vuoto di questo posto di confine. Durante le notti in cui ci tenevamo compagnia, con un bancone spartano come linea di separazione, mi disegnò chiare immagini innevate, la sua infanzia in un Canada dagli inverni tremendamente rigidi da intiepidire sulla strada con gli amici di sempre o tra le mura della propria cameretta a emulare idoli dell’hip hop, gli stessi che poi si sarebbero tramutati in rivali. Le lunghissime partite a basket nelle corti in cemento tra un palazzo e l’altro non erano così diverse dalle mie, gli stessi pantaloncini sudati su gambe esili, le mamme alla finestra ad ammonirci perentorie ché avremmo saltato la cena se non fossimo rincasati, le sonore risate e tutti i futuri possibili davanti. Sembrava che si allentasse la tensione sulla scia dei ricordi spensierati, ma la leggerezza durava poco e un’ombra tornava ben presto ad abbassargli lo sguardo.
Un paio di mesi fa eravamo intenti a disquisire su soldi e donne che gravitavano nell’ambiente rapper, sulle armi, le telefonate anonime e tutto ciò che metaforicamente diveniva ai suoi occhi una minaccia, quando un ubriaco piombò nel locale piazzandosi al bar, sullo sgabello di fianco al suo. Non la piantava di biascicare fesserie e ordinare drinks, e non potevo non accontentarlo; il ragazzo si alzò di scatto facendomi segno col capo che mi avrebbe atteso fuori. Il punto esatto, quello che preferiva, apriva una drammatica vista sul deserto desolato, e il vento spirava anomalo come la notte del primo incontro; quando mi smarcai dal disturbatore non c’era già più, era sparito nell’oscurità. Mi aveva lasciato un foglio bianco incastrato nella pompa di benzina più vicina: “If you’re reading this it’s too late”, recitava una scritta irregolare col pennarello nero.
Il negozio di vinili era meta di pellegrinaggio con i miei amici sin dal mio trasferimento in California, ma stamattina sfogliando i dischi non mi sarei mai aspettato di ritrovare la stessa grafia scura su fondo bianco a recitare le parole del biglietto, sulla copertina di un album. Drake era svanito tra le folate in mezzo al nulla ma non era un addio. Nel mio giorno libero la stanza dove vivo è inondata di luce; mi perdo a guardare dalla finestra la strada e la sabbia mentre la musica fluisce pezzo dopo pezzo, e parla con estrema franchezza delle paure e dei tormenti che già conoscevo. Una sequenza di spari, degli squilli insistenti e un numero disconnesso, costante malinconia di fondo su ritmiche scarne o complesse ma costantemente profonde, su cui s’innestano storie di pistole, di fama e successo, delusioni disillusioni e ansia da prestazione, inquietudine inestirpabile perfino a Miami, tra un party e l’altro. La parabola si conclude a New York City, un tardo pomeriggio, in un sommario e lucido bilancio esistenziale. E gli States sono sconfinati, ma semmai tornerà a farmi visita, il cappuccino lo offrirò io.

Federica Giaccani

4. Verdena – Endkadenz Vol.1 / Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

5. Port-Royal – Where Are You Now

Data di Uscita: 02/10/2015

Port-Royal - Where Are You Now

Cemento dissestato a terra, trivellato dal tempo e dall’incuria, e arbusti stecchiti che s’issano come antenne dalle crepe. Un luna park che senz’altro aveva visto giorni migliori, una via di mezzo sbilenca tra Pripyat e Coney Island a ben guardare più vicino alla prima che alla seconda; tuttavia è aperto e la ruota panoramica gira, gli autoscontri cozzano l’uno contro l’altro con gommosi rimbalzi, l’aria sa di caramello, di sigarette, di qualcosa di tossico. Lo spaesamento va a braccetto con la fascinazione.
In stazione mi hanno dato questo biglietto, ora che lo sgualcisco con le dita in un mio tipico fare nervoso mi accorgo che il campo nel quale avrebbero dovuto stampare il nome della destinazione è rimasto in bianco. C’era un unico binario e il treno stava sopraggiungendo in quell’istante, salire al volo è stata un’azione istintiva, mosso dal terrore di rimanere impantanato in un punto svuotato di prospettive. Il viaggio era una debole scusa per reagire all’impasse, per dimostrare di poter rompere una stasi con il minimo sforzo; la realtà dei fatti narra di foreste tutte uguali che correvano al mio fianco, fulminate dai miei occhi fissi su di loro mentre la mente vagava in avanti e indietro nel tempo. Movimenti con risultante pari a zero, tant’è che arrivare qui equivale a conservare la medesima posizione. Un vecchio un giorno mi confidò che solo ai sognatori è concesso di spostarsi senza meta definita, deduco quindi di aver seduto nella carrozza dei visionari.
Where are you now – me lo chiedi o me lo affermi?
Non lo sai tu e non lo so io, per questo adottiamo un ibrido tra asserzione e interrogativo. La consapevolezza mi ha condotto ad accettare la labilità come configurazione d’equilibrio, ché la vita insegna che le strutture isostatiche esistono sono nelle utopie. Tuttavia, non mi sono mai negato il gusto di perdermi nei miei desideri, e nel meraviglioso gioco delle infinite possibilità, soprattutto da quando ho annegato la paura di ballare nelle gelide acque del fiume Volga.
Non c’è da pagare per fare un giro ed elevarsi sopra le cime del bosco che abbraccia questa oasi di divertimento e malinconia, un giovane mingherlino mi appone un timbro sul polso come lasciapassare per issarsi e disegnare una mappa per scegliere un posto nel mondo; la geografia mi è sempre stata amica e una bussola per orientarmi è ciò che mi consola mentre gli ingranaggi cigolano e il tettino giallo limone ondeggia a un metro dalla mia testa. Vi sono altre persone e riconosco dal loro sguardo che sono state traghettate qui attorno dallo stesso scopo, la compagnia mi conforta e alleggerisce il peso. Quando mi avevi regalato la possibilità di scegliere un futuro tirando i dadi non mi aspettavo che avresti estratto dalla tasca un solido così multisfaccettato: sei facce sarebbero state insufficienti a cogliere le sfumature. E adesso che ho deciso di ubbidire alla mia natura e tracciarmi un percorso, fatto di riflessioni ma anche di leggerezza, datemi in mano una matita e fatemi apparecchiare gli strumenti per tradurre tutto in musica. Una combriccola si scatena accanto al pungiball ché l’Eurodance martella l’aria, bambinetti che si dimenano nei bomber troppo larghi per le loro spalle puerili, ma la gioia schizza dalle pupille come laser. La speranza.
Sono sempre stato in tutti i posti e da nessuna parte, anelare all’altrove più a Est che a Ovest mi ha messo in marcia da anni verso città e paesi dai nomi bizzarri, abitati da gente dall’incarnato pallido e dal cuore impavido. Sono morto al momento giusto, quando ho interrotto quell’insulsa battaglia interiore tra spettri contrastanti, alla spasmodica ricerca di un io univoco; ora, potermi riconoscere in una discoteca di periferia, madido di sudore sotto le luci stroboscopiche e la cassa che picchia a 4/4, non fa di me una persona diversa da quella che osserva dal tetto di un palazzone qualsiasi un tramonto freddo e tardivo, e si commuove. Ero a Bratislava in quel giorno lontano. Quell’altra volta ancora ascoltavo i Röyksopp provando un lieve imbarazzo per aver ceduto all’electropop, troppo commerciale per i palati dei saccenti criticoni, tanto lesti a puntare il dito quanto frigidi nel provare emozioni. Non è mai stato un mio problema, né tantomeno lo è adesso.
Il vento scuote le cime degli abeti oltre le montagne russe e le guance si arrossano per le temperature in picchiata col calare del sole e per la contentezza di spogliarmi, definitivamente, di tutte le costrizioni. Spogliarsi è abbandonarsi, e la resa è sempre in fondo una riappacificazione, anche quando comporta ammettere limiti, o sconfitte, o armistizi.
I’ve got this beautiful feeling, and it’s breaking my heart, it’s breaking my heart…
Stiamo danzando all’unisono eppure ciascuno racconta una propria storia, la mia parla d’incontri susseguitisi nel tempo e nello spazio, in cui il reale e il virtuale non collidevano ma si completavano a vicenda, in cui posso serenamente adoperare glaciali aperture ambient accanto a luccichii glitch, in cui la techno e la dance dialogano col post rock con estrema naturalezza attraverso melodie dense di vera vita.
Quando capito a Tallinn sento la cassa toracica vibrare in risonanza coi synth algidi che decollano in un climax teatrale, mi scateno in qualche club per poi destarmi al mattino a due passi da Paldiski e avvertire quella nostalgia assoluta che mi attanaglia ogni volta che piango guardando “Lilja 4-ever”.
Dopotutto, si tratta sempre di amore.
Spezzare, ricomporre, creare ancora. Il treno per tornare indietro è inspiegabilmente vuoto; una voce di donna con la delicatezza tipica di una calda carezza, tra liquidi arpeggi, rivela “we are floating like feathers in this place we made for us”. Siamo fragili, siamo ovunque e in nessun luogo. Un luna park in un apparente non-luogo, ma un occhio attento può in ogni caso riconoscercene un altro in una giornata autunnale sporcata dalla pioggia e dalla salsedine della costa, catturato in un’istantanea di alcuni anni addietro tra la scogliera e il mare inquieto come quest’animo, palazzi anni ’70 familiari e la litoranea, a poca distanza da Genova.

Federica Giaccani

6. Chelsea Wolfe – Abyss

Data di Uscita: 07/08/2015

Chelsea Wolfe – Abyss

Il cielo è piatto e grigio. Si allunga tra i palazzi, dall’orizzonte mai così vicino, a questa finestra dalla quale è possibile ammirare il nulla che si replica all’infinito. Ancora e ancora. E quando cala la sera, allora si tinge di nero come volesse nascondersi alla vista. Come se il buio potesse mascherare tale pochezza. La notte inghiotte le nostre vite. Tutte. Le impasta a quel vuoto ed al dipanarsi delle tenebre le rende alla catena di montaggio. Sì che un altro giorno possa cominciare. Copia carbone del precedente. Matrice consumata del successivo. Che cosa ci resta dei giorni passati a coltivare la terra? Il fumo scuro che si alza dalle ciminiere non è che la manifestazione dei tempi che sono cambiati. Si leva al cielo come le nostre anime. Di noi che per rimanere al passo della storia abbandonammo la zappa in favore del silicio. Dei cristalli liquidi e dell’automazione. Abbandonammo i nostri istinti e le nostre conoscenze stagionali e meteoropatiche ai piedi di una natura cadaverica. Ci vestimmo di dieci ore lavorative poco pagate. E non possiamo più tornare indietro perché ci infarciscono di ambizioni non nostre e desideri e illusioni di una vita sempre in divenire ma che non può cambiare. Che cosa ci resta del sogno del mondo nuovo che ci era stato promesso? La frustrazione ed il senso di colpa per aver vanificato il sacrificio dei nostri genitori. O forse nulla si è ancora compiuto, e siamo noi a doverci sacrificare per chi verrà dopo. Ma noi? A noi chi ci pensa? Rinchiusi in cubicoli di cemento claustrofobici, sui quali non batte mai il sole. Divisi da pochi centimetri di cartongesso. Separati dal silenzio alienante di un lavoro che non concede nulla a fine giornata. Il vuoto dentro colmato dal piscio che abbiamo dovuto trattenere per ore nell’attesa di un cane da guardia che ci accompagni al cesso. A noi chi ci pensa? Voi che ci elemosinate una pisciata? Voi che avete il controllo del nostro tempo e ci lasciate le briciole del vostro spazio? Vorremmo scappare. Ma ci avete legato per sempre alla mancanza di alternative. Possedete i nostri corpi. Abusate delle nostre menti. Raccogliamo quelle poche parole che ci rimangono su pezzi di carta che speriamo possano uscire da qui. A differenza di noi. Ma ci manca l’odore del fango, ora una vaga immagine in lontananza. Ci manca pregare per la pioggia. Ci manca il sogno della città. Il sogno di avere le stesse prospettive di tutti. A volte, quando ritorniamo mesti, trascinando esausti i piedi, alle nostre stanze, il desiderio di morire è il nostro unico compagno. Ci sediamo con lui ad osservare l’insensato scorrere delle ore. Discorriamo dei nostri propositi. Del futuro. Lui ascolta paziente e, quando comprende che ancora serbiamo speranza, saluta garbatamente e se ne va. E’ solo un arrivederci. Sa che ci rivedremo presto. A noi chi ci pensa? Noi che siamo ingranaggi e niente più. Noi che siamo la forza che muove la produzione infinita per i consumi che ci illudono di vivere in una libertà che non abbiamo mai davvero chiesto. Ridateci i tramonti che ci avete sottratto. Ne conserveremo l’odore per tutte le sere in cui non potremo fare a meno di vivere. Ridateci un orizzonte che valga la pena ammirare. I brividi si imprimeranno sulla nostra pelle e ci ricorderemo, nelle poche notti in cui condivideremo il letto con il silenzio di qualcun altro, che c’è altro al di là dei confini che ci avete costruito intorno. Ridateci le parole che non riusciamo più a trovare. Ne serberemo il gusto per quei giorni di cui non sappiamo che farci. A noi chi ci pensa? Chi ci consola in questa notte in cui fuori dalla finestra piovono poeti?

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Beach House – Thank Your Lucky Stars

Data di Uscita: 16/10/2015

Beach House - Thank Your Lucky Stars

Rebecca aveva tenuto in serbo il tubino di velluto nero per La Grande Occasione nell’armadio in mogano della stanza degli ospiti, tant’è che per fortuna iniziò a subodorare per tempo l’avvicinarsi dell’incontro e risparmiò a se stessa, ad Antoine e agli altri avventori del ristorante francese all’angolo tra la 65ma e Park Avenue l’imbarazzo dell’odore di lavanda mescolato alla naftalina.
Dal canto suo, nemmeno Antoine era rimasto immune dal trambusto interiore sollevato da quell’agognato appuntamento: la scelta del momento opportuno per porgere l’invito, le mani sudate strofinate sulla lana dei pantaloni, lo sguardo basso con la speranza che le irregolarità dell’asfalto gli suggerissero le parole migliori per assicurarsi un successo. Poi, come spesso accade, la semplicità di un gesto come un braccio attorno alla vita di lei, nell’atto di accompagnarla con delicatezza dal freddo della strada al tepore dell’ingresso di casa, uno sguardo in cui l’amore si vestiva prevalentemente di premura, sciolse con naturalezza ogni impaccio e la proposta sgorgò fluida. Altrettanto naturalmente venne accolta, con entusiasmo: gli occhi luccicanti di Rebecca non ammettevano menzogne.
Antoine si era messo in cammino con largo anticipo, con l’intento di far sbollire l’adrenalina tra i gelidi sentieri del Central Park. Il crepuscolo stava calando tra le fronde, i vivaci aranci e marroni andavano scurendosi passo dopo passo avvolti dalle ombre lunghe, mentre i lampioni si accendevano in una progressiva danza luminosa. Il cielo era terso, le costellazioni fissavano l’uomo dall’alto come numerosi occhi benevoli, da quell’infinita distanza avrebbero vegliato sulle sue mosse leggermente impacciate.
Rebecca, dal canto suo, era stata incastrata da un fastidioso turno lavorativo che avrebbe irrimediabilmente stretto i tempi; tanta cura per i dettagli ma all’ultimo si era arresa all’ufficio, alle scartoffie, a un cambio d’abiti d’emergenza nel bagno al ventesimo piano di quell’asettico open space, senza dubbio tutt’altro che pulito a fine giornata. Poco importava, una volta indossato il vestito e rinfrescato il trucco un nuovo sipario si sarebbe aperto e i registri contabili sarebbero spariti di fronte al taxi che attendeva in strada, tra le luci di New York sempre cariche di promesse.
Il ristorante era molto piccolo e i tavoli erano abbracciati dalla penombra per proteggere l’intimità degli avventori. Antoine era da poco arrivato e aspettava Rebecca a fianco all’ingresso, con una sigaretta tra le labbra. Il fumo si mischiava nell’aria al vapore caldo del respiro, ma quando lei scese dal taxi gli sembrò di sentirsi mancare il fiato. Dissimulando disinvoltura le andò incontro con un ampio sorriso, le cinse le spalle con un braccio aprendo la porta con la mano libera. La prenotazione previdente aveva loro garantito riservatezza in angolo del locale, le vetrate a tutt’altezza su ambo i lati, tuttavia, li scoprivano agli occhi dei passanti veloci e al flusso di auto nel crocevia contiguo. Nessuno dei due sembrava curarsene, la cornice era senza dubbio perfetta per siglare un tenero inizio all’interno della magia unica di quella metropoli brulicante di desideri e realizzazioni. Le bollicine dello champagne e un primo brindisi ammorbidirono i nervi un poco tesi e spezzarono gli indugi; dopodiché fu semplice per entrambi cedere alle chiacchiere a bassa voce tra sguardi intensi vicendevoli e le guance leggermente arrossate, per lo sbalzo termico e per le emozioni. Si sfiorarono le mani più volte scegliendo le portate dal menu, quei gesti dapprima esitanti guadagnavano dimestichezza col passare dei minuti e una musica soffice riempiva i silenzi con delicatezza, prendendosi lo spazio opportuno senza sovrastare le loro parole. Rebecca dopo un po’ nemmeno si accorse più del ricciolo che imperterrito le cadeva sulla fronte rovinando la precisione dello chignon ben tirato indietro, lo lasciò fare mentre rideva e sorrideva, rapita dall’intelligente ironia di Antoine che nel frattempo si era sbottonato il cardigan e si era abbandonato sullo schienale della sedia, col calice di vino in mano. Prima le zuppe, poi i formaggi e la carne, infine i dolci sontuosi e abbondanti; le canzoni scorrevano nei loro discorsi come miele, una voce femminile accarezzava e lambiva i riverberi, intrecciata alle sognanti melodie dal sapore di stelle e caramello. Se avessi potuto sbirciare la situazione da una finestra qualunque del palazzo di fronte, avrei detto che ogni tassello si trovava al posto giusto e nessuna sceneggiatura di nessun film avrebbe descritto in maniera più convincente lo sbocciare di un amore a Manhattan. L’aveva corteggiata per settimane, al bistrot ogni mattina la osservava tra le pagine di un quotidiano, poi passò a offrirle un cappuccino, quindi le rivolse qualche cortese battuta per stabilire un’intesa. Rebecca sembrava gradire ogni attenzione, col suo timido linguaggio corporeo comunicava un interesse contraccambiato, ma Antoine temeva di andare incontro a un rifiuto quella sera che si incrociarono per una casuale circostanza all’uscita della metropolitana e lui propose di scortarla fino a casa. Lì raccolse il coraggio e formulò l’invito, sorprendendo addirittura se stesso per essere riuscito ad assecondare l’istinto senza troppe remore.
Man mano il ristorante andava svuotandosi, ma le loro conversazioni non accennavano a scemare; la colonna sonora onirica, sfumata da scie evanescenti, impreziosiva anche i gesti più semplici. Erano rimasti solo loro, i camerieri riassettavano la sala quando Antoine si alzò e, con un elegante baciamano che profumava di classicismo ed eleganza senza tempo, attirò a sé la ragazza, in un lento ballo guancia a guancia, fino al completo svanire delle note.

Federica Giaccani

8. Godspeed You! Black Emperor – ‘Asunder, Sweet and Other Distress’

Data di Uscita: 31/03/2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Asunder, Sweet and Other Distress'

Seduto allo scrittoio accanto alla finestra, è da un numero imprecisato di ore che cerco di mettere ordine alle mie memorie confuse, che mi sfuggono di mano intrecciandosi in una sequenza tutt’altro che verosimile, giocando a nascondersi per i sentieri impervi del tempo, con la spavalderia di chi sa di poter eccedere in furbizia o anche solo in prestanza fisica, contro l’avversario. Sono in attesa, congelo istanti e immagini aspettando di sentirti spalancare la porta alle mie spalle da un momento all’altro, trascinandomi nell’ampia corte dell’ingresso per sfidarmi, come abbiamo pattuito a seguito di ricerche reciproche, per mettere finalmente a tacere ogni diverbio e contrasto che ha contraddistinto questo morboso rapporto di dipendenza e rancore, sin dall’infanzia. Mi preme soltanto lasciare per iscritti i miei pensieri, ché magari in futuro qualcuno potrebbe leggere della logica in questo gesto a prima vista folle; ma siamo cresciuti con le armi e le armi ci hanno vissuto addosso in questo affanno di vita, non siamo stati mai educati alle mezze misure per negoziare soluzioni.
Scosto la tenda e vedo la brughiera invadere la visuale e la stanza, mica come quando muovevo i primi passi in una campagna americana con le pecore a pochi metri da casa e quell’intimità tipica delle cose semplici. I nostri padri ci avevano impartito una formazione rigorosa, il gregge e la natura andavano accuditi e rispettati, le prede andavano invece cacciate per ragioni di difesa personale e approvvigionamento, secondo l’antica e ancora cara usanza dei nostri avi. Al raggiungimento della maturità ricordo ancora il grosso pacco regalo contenente il mio primo fucile, non fu una sorpresa giacché nascesti un paio di anni prima di me e la cerimonia d’iniziazione all’età adulta la avevo già vista da spettatore. Ciononostante, l’emozione mi fece tremare le mani e la voce mentre ringraziavo con lo sguardo dritto a quello di papà, severo, e il contatto con la lunga canna fredda e l’impugnatura mi fecero trasalire. Fu una giornata epica, di rincorse concitate nella radura, di sali scendi in cui il respiro ansante mi martellava le tempie e gli occhi famelici trapassavano siepi e alberi alla disperata ricerca di una grossa preda da esibire come trofeo. Era obbligo morale uscirne vincitori, mio padre doveva essere fiero di me e io meritevole di una responsabilità così importante come la maturità. Di contro, la tua smania di primeggiare ad ogni costo mi costringeva a retrocedere e a lasciarti talvolta il passo, quando ti piazzavi davanti a un appetibile bersaglio per farlo tuo o mi scansavi all’improvviso nel tentativo di dissuadermi dal premere il grilletto. Avrei dovuto già capirlo al tempo, non avremmo avuto vita semplice insieme. E ora, mentre ti aspetto, in bilico tra il timore e l’ardente desiderio di giungere finalmente a un epilogo, mi tornano a galla chiarissime quelle immagini invecchiate, ancor più nitide e precise di tante altre più recenti affastellate senza cronologia. Seduto allo scrittoio, procedo nella scrittura, mentre riempio il silenzio ingigantito dall’alto soffitto con della musica solenne come le nostre giovani cavalcate, in cui archi e batteria si dividono la gloria, in un tripudio che incede di vaga memoria psichedelica. Scorre il tempo e tu stai tardando; mi chiedo se alla fine della fiera abbia scelto la resa, pur sapendo che non è mai appartenuta alla tua natura. Riaffiorano lugubri memorie di morte, il decesso improvviso di tua moglie e la fuga altrettanto imprevista della mia; né tu né io sapemmo spendere parole di accorato cordoglio, di empatia verso l’altro. Una finta patina di circostanza avvolse queste perdite con freddo distacco, e in segreto era come se la vita ci sottoponesse una corsa ad ostacoli, una staffetta, in cui perfino la più triste e sciagurata sventura dell’uno non poteva che essere considerata una forma di vantaggio per l’altro. Provai vergogna in questa tacita ammissione; per liberarmene, in vista di un’eventuale vicina caduta definitiva, preferisco confessare tali ignobili debolezze su carta, la mano procede spedita ormai senza incespicare. Le note diventano gravi e la melodia viene meno, un drone sinistro gracchia come metafora di mancata redenzione, si innestano distorsioni via via crescenti e un climax di tensione su ideali carboni ardenti prepara il campo all’incontro finale. Disillusione, malinconica lucidità, nervi tesi e rumori scomposti.
Avverto la tua presenza al piano di sotto, le suole delle scarpe che gravemente salgono i gradoni in marmo e accarezzo la canna del fucile; il grilletto è in disuso da diversi anni, ma sento ancora l’inconfondibile odore di polvere da sparo, profumo di ordinanza nella mia famiglia come quello dei biscotti al burro della domenica. La porta si apre e la tua figura disegna una sagoma austera in controluce, una rapida intesa con gli occhi e abbandono le carte sullo scrittoio per seguirti in silenzio. Non una parola mentre prendiamo posizione uno di fronte all’altro, dalla finestra lasciata spalancata prorompe un crescendo in marcia, inquieto come i nostri animi. Appoggio il calcio sulla spalla, pronto per prendere la mira in questo duello tanto assurdo quanto fondato. I giri di chitarra, in un loop furioso, fomentano la tensione, poi arriva quell’istante che entrambi conosciamo, in cui più nulla conta e si trattiene il fiato. Gli spari e l’oblio.

Epica come una scena dipinta da Paolo Uccello, in un tripudio post-rock al galoppo verso vette assolute, lo scontro decreta inaspettatamente morte contemporanea. Due corpi giacciono scomposti, un quadro lirico e drammatico su uno sfondo in dissolvenza al sapore di cornamuse. Il sangue macchia in rivoli il selciato di bianca ghiaia e scorre veloce, si ricongiunge in un’unica pozza, a formare quell’unione fraterna che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare tale.

Federica Giaccani

9. Teho Teardo – Le retour à la raison

Data di Uscita: 18/09/2015

Teho Teardo - Le retour à la raison

Teho Teardo

Io sono solo voce, tu invece solo azione.
Eppure la cosa più naturale di tutte è incontrarmi con te, in questo spazio immaginario che presto diverrà concreto, o almeno spero.
Sarò stridente, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sarò tenue, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sei il mio supereroe preferito, uomo raggio, quindi non pensare che la mia posizione sia comoda. Ma sento la necessità, oggi più che mai, di parlarti e di ascoltare quello che hai da dirmi. Sarò attento ad ogni tua smorfia, per darti i suoni che meriti.

Man Ray

Le mie immagini di violenti ma carezzevoli chiaroscuri mi fissano nette nella loro grana della carta fotografica, segnano il passo tra il Novecento e i giorni d’oggi ma non ti credere, anch’io sento addosso pressante la medesima responsabilità. Cos’ha da raccontare di nuovo un uomo d’altri tempi? La sua arte ha senso se contestualizzata, e un secolo dopo rischierei d’esser deriso perché in dono posso offrire nient’altro che un falso storico.
New York, Parigi, e i mille volti di autorevoli personalità da enciclopedia della vita.
Grossi pilastri della cultura in cemento armato e oniriche trasfigurazioni, a cui ho affidato i miei migliori ventagli di grigi luminosi, rispettosi ma irriverenti.
È tutta colpa della luce, è lei che gioca e io ne subisco il sortilegio nelle audaci sperimentazioni.
Ma nemmeno tu hai mai avuto timore di rischiare, ecco perché i miei cortometraggi di sguardi drammatici e movimenti risoluti non potevano parlare se non attraverso la tua voce ossessiva e magnetica.

Teho Teardo

Se tu solo potessi ascoltare i suoni dell’oggi, avresti di che sorridere. Ma non fraintendermi, non sono una persona che rimpiange il passato, piuttosto mi guardo intorno e trovo musicisti codardi che vengono trattati come intrepidi e invece i pochi realmente ardimentosi passare inosservati.
So bene che non tutto è per tutti, ma la sfida sta proprio in questo, scrivere una musica che sia soddisfacente per me ma allo stesso tempo entrare nelle case di un pubblico quanto più generale possibile, educare le orecchie pigre alla bellezza dei suoni. Che sollievo non dover rimarcare con te che per bellezza non intendo melodia e che un rumore può essere altrettanto attraente di una armonia.
Alcuni lì fuori, udendo questi ragionamenti a voce alta, mi additerebbero come saccente, ci crederesti? Ma sono un artigiano e non un intellettuale, proprio come te.
Quindi comprendi bene la necessità di un tuo ritorno. Le tue creazioni gridano ancora fortissimo. Sarò il megafono della tua visione.

Man Ray

Le tue parole mi stuzzicano, non lo nascondo. Proprio quando avevo imparato a fare pace con l’evidente esistenza di mondi paralleli impenetrabili tra loro. Ma le competizioni contro le consuetudini vincono qualsiasi tregua autoimposta e rispondo con ardore al tuo accorato appello.
Nelle mie pellicole le azioni si accavallano e generano loop annacquati da morbide sfocature. Rayografie come istantanee in successione non necessariamente temporale, in cui il simbolo è il fulcro e attorno ruota l’intera narrazione costruita nel limbo tra sogno e realtà. Le emozioni, per l’appunto. Ecco perché demando alle mie scarne ossidazioni il compito di illustrare desideri, di rappresentare storie convulse grazie ad accostamenti provocatori, grazie alla chimica.
Mi sbizzarrisco a modificare le focali, nitore e scene sbiadite solo apparentemente collidono, poi entrano in scena giochi di parole impressi su fondo nero, a scompigliare le carte e rendere ancora più labili le sicurezze dello spettatore. Sì, solo i tuoi voli pindarici in chiave musicale possono suonare altrettanto spiazzanti, tu che accarezzi e lusinghi archi e pianoforti, per poi schiaffeggiarli e stropicciarli il minuto dopo.
Mi sento pronto, e febbrile, per un ritorno ai fasti di un tempo.

Teardo e Ray

Il suono è in bianco e nero. Arriva diretto, addosso all’ascoltatore, ora gentile, ora dissonante, senza neanche il bisogno della controparte visiva che lo ha ispirato, perché è stata totalmente interiorizzata da Teho Teardo. Le visioni di Man Ray germinano nella mente dell’ascoltatore che quindi diventa anche spettatore. L’armoniarumore è complessa eppure godibile, agile fluttua nell’aria e s’insinua nei ricordi, nel modo delle colonne sonore, senza far rumore, facendone tantissimo.
E’ un matrimonio, di quelli impossibili da prevedere eppure così naturale: due artigiani si sono incontrati in uno spazio sovrannaturale eppure terreno, si sono divertiti, molto, e ora ci guardano da là, lontanissimo, con i loro ghigni di soddisfazione!

T.T.: “La stella di mare galleggia nel magma liquido e l’uomo e la donna sono vittime di un sortilegio, guarda i loro occhi terrorizzati dalla bellezza, senti i brividi del pubblico che non comprende perché una marcia funebre possa suonare così affascinante!”

M.R.: “Nel mio immaginario non ero stato ancora in grado di portare a compimento il dramma, per assurdo. Serviva questo climax, questo arpeggio ossessivo che susciterà più tormenti che rassicurazioni. Mi compiaccio amico mio!”

T.T.: “Possiamo nasconderci dietro questo sipario dove il tempo non ha consistenza e applaudire agli incontri
fortunati. Dall’altra parte un altro applauso scroscerà allo svanire dell’ultimo rintocco.”

M.R.: “Ti ringrazio per avermi convinto a vedere al di là di Montparnasse per una piacevole camminata tra simili. Altri ci avevano provato senza alcun successo, non erano quelli giusti. Ci incontreremo di nuovo in chissà quale dimensione, non è possibile recidere affinità elettive.”

Maurizio Narciso e Federica Giaccani

10. Rafael Anton Irisarri – A Fragile Geography

Data di Uscita: 23/10/2015

Rafael Anton Irisarri - A Fragile Geography

Il pantografo era collegato a un processore, assieme ubbidivano agli ordini in formato GPS tracciando spezzate sul plastico; prima di allora il concetto di confine per me era sempre stato un assioma inconfutabile. Le mappe politiche, con colori pastello diversi per distinguere una nazione dall’altra e delle linee scure per separarle tra loro, avevo imparato a studiarle e a costruirci sopra dei viaggi immaginari a partire dalla certezza dei limiti; ogni atlante o mappamondo, sfogliato o ruotato tra le mani, parlava di valichi e barriere. Quel giorno scoprii la displuviale alpina e i suoi spostamenti nel corso del tempo, lo scioglimento di alcuni ghiacciai aveva reso labile la geografia finora assodata sfocando i margini tra Italia e Stati contigui. Evidentemente, accordi internazionali e geopolitica poco hanno potuto di fronte alla natura e alle sue dinamiche intrinseche, la transitorietà dei bordi ha frantumato un dogma granitico e accanto alla ricostruzione in scala del ghiacciaio del Similaun il pennino scorreva discostandosi un poco di volta in volta. I confini mobili.
Soltanto un anno dopo, nel tentativo fallimentare di superare un esame che avrebbe rimescolato le carte della mia vita, anche i famosi 4.810 metri di altitudine del Monte Bianco (cifra imparata a memoria sui banchi di scuola) iniziarono a tentennare: le precipitazioni e il vento modificano l’accumulo della neve in vetta, recentemente è andato perduto almeno un metro di quota. La geografia va sgretolandosi.
La cosa curiosa è che dobbiamo necessariamente assimilare e accettare tale precarietà anche in scala più ridotta. Difatti, dopo essermi persa tra i crinali delle Alpi, m’imbattei nelle sabbie di Israele, in cui il contesto urbano prendeva il posto degli spazi estremi inabitati. Enormi plotter tracciavano i segni di una pianificazione man mano più dettagliata, dal territorio all’edificio, poi tornavano sui loro passi cancellando tutto, come un deserto – per l’appunto – in cui le configurazioni mutano con una rapidità imprevedibile. A metafora di una situazione sociopolitica in bilico, le città israeliane subiscono trasformazioni anche pesanti per assecondare le ideologie che le promuovono, e la geografia stessa, anche in questo caso, è in balia di una profonda instabilità.
A quel punto mi tornò in mente il sempre caro Calvino, e le sue Città Invisibili nelle quali mi sono persa con fascinazione diverse volte; luoghi della mente più che del corpo, città-simbolo e frutto della fantasia, tuttavia dense di particolari tant’è che la tentazione di scambiarle per qualche centro urbano realmente esistente è tuttora forte. Calvino giocava con la nostra percezione, disegnando complesse geografie in cui esisteva tutto e il suo contrario, destabilizzando l’immagine concreta che abbiamo sempre avuto del mondo, rendendola sfuggente, provvisoria.
Quando mi capitò a tiro il nuovo lavoro di Rafael Anton Irisarri, mi sentii rinfrancata perché mi parve di trovarmi a casa, in quest’incertezza in cui siamo costretti a muoverci oggi, volenti o nolenti. La geografia di cui narra attraverso le sei tracce (più un EP come bonus) non è altro che la raffigurazione in musica della precarietà contemporanea, una trasposizione per analogia dalle scienze della terra alle scienze politiche e sociali, una sorta di urbanistica dei popoli e del pensiero. Lo smarrimento e lo status di tensione che mai accenna a smorzarsi, che l’artista collega al presente negli Stati Uniti, possono agilmente essere estesi a una condizione generale. La bellezza nel mondo appare violenta e crudele agli occhi di tutti, specie quando si scontra con le sconfitte, con le mancanze, coi fallimenti. Personalmente mi sono ritrovata a riflettere su questi dolorosi contrasti di recente, la fragilità del nostro tempo che sembra darti molto e poi toglierti tutto dalle mani senza preavviso, e le convenzioni che ti vorrebbero in una prestabilita e stabile collocazione, quand’essa purtroppo non esiste. La geografia è precaria, si spostano i confini, si cancellano quartieri e ci si muove in città che non sappiamo nemmeno fino a che punto esistono, se esistono; il disagio è inevitabile. Eppure, si anela alla bellezza. Per farci del male, ma anche del bene. Irisarri insiste col chiaroscuro, con immagini fuori fuoco come un occhio smarrito, con scenari impuri, dalla grana grossa. Poi spinge l’acceleratore al limite e lo supera, i droni e i climax toccano vette altissime: siamo sul Monte Bianco e la neve ci appanna la vista e ci assidera la pelle, siamo sul ghiacciaio del Similaun a cavallo tra Italia e Austria e le frontiere si spostano sotto i nostri piedi. Emotivamente l’impatto è talmente forte che i brividi salgono come provocati da un improvviso gelo alpino. Empire Systems. Il suono vibra e le melodie tratteggiano malinconie sconfinate, di mete irraggiungibili come le Città Invisibili; sono tocchi di una delicatezza commovente, come i riflessi nelle pozzanghere, i bordi cangianti nelle nubi, i vetri sporchi di un acquazzone appena concluso. Vivide istantanee, tuttavia rarefatte e mutevoli, quasi inconsistenti. Labili come le certezze. Hiatus | Persistence. Il disco sembra chiudersi sul vento che soffia nel deserto e cancella ogni traccia, in un loop di fare e disfare, oscuro; Irisarri sembra dirci che la consapevolezza deve pacificamente farci accettare le dinamiche della vita. Secretly Wishing For Rain. Infine arriva la pioggia, pesante e persistente, a inzuppare i vestiti e i passi in un cammino già impervio e faticoso; i droni insistono tetri e infiniti, chiudono l’orizzonte ad auspicabili rasserenamenti. Il pathos è tangibile, si trema d’inquietudine tra gli strati sonori, spessi o sottili all’occorrenza. Unsaid EP.
La riflessione si chiude mentre la musica gratta sulle gocce dense, e un sibilo di sottofondo allude a un prosieguo ideale. Il linguaggio è universale, la geografia talvolta è natura, è politica, suono, forma, e addirittura condizione interiore; la certezza è l’incertezza, in uno stupido gioco di parole, con la quale e nella quale siamo obbligati a convivere. È un tormento, ma anche un sollievo.

Federica Giaccani

Top Ten 2015 – Marco Di Memmo

1. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

2. Ballaké Sissoko & Vincent Ségal – Musique de Nuit

Data di Uscita: 04/09/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ballaké Sissoko & Vincent Ségal - Musique de Nuit

Il vantaggio della musica è di essere solo per l’orecchio, di essere un corpo danzante negli spazi stretti dell’udito che portano al largo pensiero. Sono dei significanti, delle creature spettrali e oniriche che vengono fuori da corpi vibranti, e che solo come secondo lavoro portano significato.

Ballaké Sissoko & Vincent Segal sfuggono dall’ormai manieristica musica del Mali, non per fare il solito noioso “nord incontra sud, est incontra ovest, invasore incontra invaso” ma per unire i suoni di due strumenti profondi in un amalgama di onde che scuotono la notte da un tetto.
Un giorno mi illudevo di giocare a basket in un campetto e un ragazzo africano mi chiese se poteva fare qualche tiro con me. Era un veterinario trasferitosi prima in Francia e poi in Italia, dove fa l’operaio. Narrazione e retorica a parte, mi parlò di un musicista maliano che ascoltai per caso dal vivo qualche mese dopo. Mettendo da parte pure il caso, riuscì a capire che il mio problema era la concentrazione, e infatti rimettendomi la mente nella mente riuscii a batterlo ai tiri – ma non riesco a battere gli altri acciacchi della pigrizia che hanno seminato un campo di mine dove sono cresciuti dei graziosi mostri –. La mancanza di concentrazione è pura pigrizia mentale e non si combatte con la piaga di quei prodotti che vengono chiamati “integratori alimentari”, ma con l’esercizio della volontà. Il problema (direi il “dramma” se fossi più tragico) è che quando si è intelligenti si usano le migliori strategie nichiliste per ovviare al problema della carenza di volontà e si giunge a grandi ragionamenti ontologici per dimostrare la tautologica inutilità delle azioni. È solo pigrizia.
Arrivo al punto e abbandono la schiuma dei significati: quando si suona scompare ogni cosa. È la stessa fascinazione che si provava nell’antichità quando il libro non esisteva ancora (o non era ancora diffuso) e la parola poetica era appunto parola, e come la musica era esclusivamente per l’orecchio, così come in quel teatro dove Shakespeare poeta è costretto a usare il corpo degli attori per far arrivare la sua voce al mondo. Per questo un certo tipo di musica conserva in qualche crepaccio l’appiglio che fa salire in cima a una montagna altissima. La musica sotto al suo volto coperto si può ancora – follemente – mostrare sacra, anche dopo la morte di Dio. È evocativa, come la poesia di un certo genere, e non espressiva. Così, come il tuono evoca un dio nella parola, nella musica l’evocazione è totale, le onde sonore formano smisurate lingue in grado di leccare qualsiasi bellezza, anche la più alta.
Quando nella solitudine assoluta si posa la guancia sulla chitarra e si sentono le vibrazioni nel volto, quando si annienta il mondo in un suono, si sta scacciando la morte o la si sta eccitando a tal punto da farla entrare in trance fino a prenderla a schiaffi. La tristezza non è triste, la felicità non è felice, perché tutto semplicemente è, è nell’onda sonora che scuote i nervi e fa portare ai neuroni una borsa di luce carica di un profondo, invisibile e indicibile godimento.
Violoncello e kora si uniscono per trasmettere quel godimento nella caverna del nostro orecchio che finisce nel mare. Dal tetto di una casa di Bamako si spande lo stellato delirio della musica nella notte, dove questa farneticazione matematica parte dalla vibrazione della corda per arrivare al movimento di chissà quale astro danzante pronto a coglierla.

Marco Di Memmo

3. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

Kendrick Lamar - To Pimp a Butterfly

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

4. This Is the Kit – Bashed Out

Data di Uscita: 07/04/2015

This Is the Kit - Bashed Out

“Non sarà la paura della pazzia a farci lasciare a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione”
André Breton

Kate suona tanti strumenti tra cui il banjo e le incomprensioni. Ha una voce per niente banale e nonostante sembra che non ci sia niente di nuovo sotto al sole il suo timbro vocale pare abbastanza originale, e volendo usare un aggettivo tanto caro ai rincoglioniti si può dire che sia “magico”. Non so cosa nella sua vita l’abbia battuta o sbattuta, né ho voglia di parlare di ciò che ha battuto, sbattuto o abbattuto me, quindi parlerò della schiuma della sua musica e delle sue parole.
[Spero di campare tanto a lungo da poter sputare sulle tombe di quelli che mi hanno fatto male – che l’abbiano fatto senza saperlo o no non fa differenza – e di chi ha riso di me – gettandomi nel ridicolo per non sentirsi stupido, inadeguato o davvero ridicolo, ma soprattutto spero di campare abbastanza a lungo per dirmi quanto sono stato stupido a scrivere cose del genere]
Scusatemi le interruzioni, ma c’è una parola magica che fa venir fuori il mio mister Hyde. È un tizio molto remarcabile, molto polaito, ed ama delirare [sono io che sto scrivendo, il mio Hyde, ha preso il controllo]
Smettiamola con le sperimentazioni e torniamo alla musica. Anche gli arrangiamenti sono molto originali e non viene affatto quella voglia di staccarsi il cervello, sezionarlo, e toglierci la parte che ci fa dire “mi pare di averlo già…”. Poi la title track [uso il corsivo per i nomi stranieri perché ho ancora un po’ di senso del pudore] è davvero molto bella, e l’aggettivo “bello”, al contrario di quanto dicono gli snob del teatro e delle altre arti in crisi, non sminuisce per niente, anzi rende quel sentimento di naturale gratitudine verso un certo tipo di bellezza. Le chitarre suonate in questo modo mi fanno venire voglia di ascoltare ancora musica nuova, pensando che qualcosa di bello e non “mi pare di averlo già…” si possa fare.
Lei, Kate, oltre ad essere molto brava ha una particolare bellezza-bruttezza, un’ambiguità estetica che mi attrae molto, e a vederla così pare che sia stata cresciuta da una pannocchia o da tre spighe di grano. Vorrei dormire con lei e sentirla suonare e cantare prima di andare a letto.
C’è qualche brano non molto originale, ma chi si aspetta la perfezione, la completezza, l’ideale, è un gran bel coglione. Saranno i colpi piccoli – che messi insieme fanno qualche colpo grande – e i colpi grandi che mi hanno convinto che della questione dell’Ideale non ci abbiamo capito ancora niente.
[C’è un fiume sassoso dove vorrei essere adesso e vorrei che fosse giorno e che il sole non scottasse e che migrassero le cicogne sulla mia testa. In quel posto mi sento come nel pollaio con mia nonna da piccolo, come con una pistola in mano, come nel cimitero di Père Lachaise]
Kate mangia abbastanza volentieri e il suo piatto preferito è l’arpeggio; i diesis però le danno molte vitamine e le sue lentiggini hanno bisogno di note alte per continuare a vivere.
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Marco Di Memmo

5. Rozi Plain – Friend

Data di Uscita: 04/05/2015

Rozi Plain - Friend

Quando ero vecchio mangiavo solo arance, ora che ho un quarto di secolo mangio solo pollo ruspante e insalata. La musica non mi ha salvato.
Rozi Plain è una ragazza e una brava cantante che mette la sua voce in pezzi fatti bene, con arrangiamenti abbastanza originali e orecchiabili: tutto nella norma insomma. Le parole per me contano di meno, ma è un parere tanto personale quanto inutile. Ha gli occhi chiari e a quanto pare ama giocare col green screen, con la sua faccia, ed è per questo che mi sembra una bambina. Ha la stessa bellezza inconsueta di Kate Stables, cioè un tipo di bellezza che sfugge ai superficiali cultori della bellezza classica, statuaria, ovvero delle “bistecche”. Rozi Plain è un pesce spada, quindi una scheggia di meraviglia nel groviglio estetico estatico estenuante del mare – e per mare intendiamo (per chi non riesca ad afferrare bene le metafore) anche la musica – e sembra saper nuotare bene. Vorrei tornare vecchio e felice per poter mangiare arance con lei – e sbrodolarmi e ridere e nuotare –. Mangerei pure del pollo con lei, ma temo che sia vegetariana.
La porterei nelle terre che voglio saltellare – concedetemi la libertà di “transitivare” e di “neologismicizzare” – e che voglio respirare, cioè la terra del ghiaccio che in realtà è verde e la terra verde che è in realtà la terra del ghiaccio. Berrei con lei delle grandi birre e giocherei a scacchi coi pinguini, dipingendo quadri astratti con linee a forma di costa islandese e costa groenlandese. Potremmo passare pure una settimana nelle Isole Fær Øer a pascolare pecore e cantare canzoni che parlano di cannoli cannoni e canadesi, ovviamente in lingue inventate e coi ritmi dei canti dei balenieri.
Tornando agli arrangiamenti, sono molto più importanti di quanto molti pensano. Sono come il sole che fa assimilare la vitamina D o la vitamina E che non fa ossidare gli acidi grassi polinsaturi. Chiaro, no? Gli arrangiamenti sono quello che di buono possiamo ricavare dal Barocco, sono come gli oggetti e i corpi veri nei quadri di Caravaggio, sono come dire la verità quando si ama qualcuno – per quanto l’amore rimanga “a dog from hell” – o almeno non mentire guardandolo negli occhi.
L’intuito mi sussurra alcune cose su Rozi che potrebbero sfiorare la chiacchiera: ama la solitudine ma sente d’improvviso una violenta voglia di allegria, di compagnia frenetica; è tra le poche persone che hanno capito la bellezza invernale del mare – che non è la bellezza del mare d’inverno – e mentre la capisce percepisce la sensazione dei ciottoli sotto alle scarpe; ed infine appoggia la guancia alla chitarra in quei momenti in cui nel petto c’è un solo uccellino posato su un cavo elettrico che fischietta dentro alla gabbia aperta della piacevole e straziante malinconia che la chitarra riesce a raccogliere ed assorbire nella sua cassa.
Se fossimo in Islanda in questo momento staremmo lanciando dei pesciolini appena pescati verso uccelli marini dal becco colorato.
Quando ero vecchio raccontavo ai miei nipoti una storiella: tra i fiori blu di un prato una bambina nata triste trovò la noce che conteneva la sua gioia; un bambino molto saggio le spiegò che il guscio di disperazione si spacca con la dimenticanza e con l’ubriachezza di un nuovo amore, non necessariamente verso una persona, ma anche verso le parole, le storie, i colori, le equazioni di cibi, la fisica pura, gli innesti, i semi ecc., così la bambina corse talmente tanto da dimenticare tutto quello che aveva vissuto e si fermò stremata davanti al mare e incominciò appassionatamente a cucinare il pesce e la gioia nella noce esplose e la bambina visse felice e contenta.

Marco Di Memmo

6. Blick Bassy – Akö

Data di Uscita: 15/05/2015

Blick Bassy - Akö

Tra le duecentosessanta lingue parlate in Camerun con felicità Blick Bassy canta in “Bassa” una vera e propria invocazione alla musica, mezzo di bellezza, di conoscenza, di scoperta. A Parigi si riesce a far incontrare la musica del Mali con la sofferente contentezza di Skip James, in una leggera armonia tra l’allegro e il trasognato, con un tocco vicino, una stretta che contiene anche nostalgia e distanza.

Gli arrangiamenti delicati vagano tra l’allegria e un’appena accennata malinconia, come in un arrivederci. Le diverse tecniche si incrociano bene dentro un tessuto multicolore che si adagia sulla pelle dando un sottilissimo piacere.

A cavallo di una zebra vengo a dirti addio, tracimante ancora della tua carne, intriso ancora del tuo spirito, ma ferito a morte, da te. Vengo a darti un bacio sulla guancia, trattenendo il leone che vorrebbe sbranare la tua bellezza piangendo disperatamente.
Su questa striata e indomabile bestia vengo a darti il mio addio, come un ultimo dono, come un ultimo calice di sangue che ti offro per lasciarti in vita tutto il tempo che quest’ultima ti concede, e che spero sia lungo e felice. Ti ho lasciato vagare per i miei deserti e per le mie vallate fertili, facendoti arrivare in cima a montagne dove credevo nessuno potesse arrivare. Ma tu con una picconata notturna hai spaccato quello che era un piccolo foro e l’hai fatto diventare un crepaccio orribile, che a forza di terremoti sto cercando di richiudere, ma il cui segno potrò riconoscere per tutta la vita.
Mi inchino a te, alla gioia che mi hai dato e che ora rimane come un’isola folle in mezzo a un fin troppo pensato mare di sofferenza.
Lascio a te la zebra per correre lontana, tu che in Africa sei stata concepita, insolita e unica, che però in un angolo buio della triste Europa ti sei resa comune. Nel fumo dei tuoi bei capelli si sciolga quella che è stata la nostra vanità, la tua indelicatezza nascosta, la mia palese ma mai così crudele. Nel loro fumo si sciolga la nostra stupidità, la mia frenata e colma di sensi di colpa, la tua sfrenata e priva di coscienza. Ce ne andiamo come pellegrini senza meta, io ricercando solo una voce che mi fu amante nel suo ritmo, la parola, mentre tu te ne vai lontana, non so più dove e spero lo sappia tu. È l’ultima volta che ti scrivo, l’ultima che ti canto, mentre ti allontani veloce a cavallo dell’animale da cui io sono venuto. Io vago a piedi, inseguendo forse un gufo o un’altra creatura meravigliosa, o forse solo la mia disperazione.
Le mie ossa si sono fatte cave, ho perso peso, mi sono cresciute le piume e la mia vista è accresciuta. Sbattendo le ali salgo in cielo, ma non so ancora quale sia la mia meta. È forse il profondo e silenzioso nord? Forse qualche distesa sotto l’equatore, nella pampa o nell’Antartide? O forse è questa città? O addirittura il bosco dal quale vengo?
Sbatto ancora più forte le ali e cerco di estinguermi, anche se solo per poco, nel luminoso dominio della parola.

Marco Di Memmo

7. Slow Meadow – Slow Meadow

Data di Uscita: 21/08/2015

 Slow Meadow - Slow Meadow

Esiste il giusto inchiostro per ogni lettera, sapete?
Raccogliamo questa luccicante varietà cromatica in un taschino appoggiato sul nostro cuore, dimenticandoci spesso della sua esistenza. Ed allo stesso modo in cui ci ricordiamo di avere in tasca la chiave di un mistero solamente dopo aver sfiorato i freddi contorni del metallo con le dita, prendiamo coscienza di quelle penne colorate ogni volta che uno sguardo risveglia il sentimento che prima dormiva nel nostro petto.

Estraiamo dalla tasca della giacca il pastello dal colore blu cobalto, ogni volta che vogliamo parlare di un momento infinito.

Io, quando penso al blu, penso a quando ero bambino e alla salopette di quel colore con i bottoni gialli di plastica, che forse mio padre, o mio fratello, avevano indossato prima di me. Penso a quelle volte in cui venivo in bicicletta a casa tua, la mattina, prima che ti svegliassi. Per lasciarti un fiore azzurro sul davanzale. Perchè sapevo che avresti sorriso, anche se io non sarei stato lì per vederti. E mi bastava.

Giochiamo, tenendola tra le dita, con una penna ambrata dal colore giallo scuro, per intingerla nella carta bianca quando vogliamo scrivere di un momento passato. Per descrivere un ricordo dolce, da tenere in un cassetto.

Quell’anello con un cuore di resina che ti avevo regalato prima di partire, la stessa che ci cadeva addosso come pioggia in quel bosco di pini, e che io avevo conservato. Non c’erano insetti all’interno, o fiori, ma l’aria e la polvere ed il sole di quel giorno. E ti bastava.

Prendiamo in mano un pennarello grigio, quando vogliamo raccontare di un momento trasformato.

Quella volta che abbiamo aperto le finestre la mattina presto per poi essere cacciati indietro da un banco di nuvole grigie. Passammo ore e ore nel letto, immaginando una ninnananna che poteva fare tutto, tranne addormentare i nostri occhi.

Stringiamo tra i polpastrelli quell’unico, semplice, pennello dal manico bianco, quando vogliamo credere nella speranza, perché ci consente di scrivere su una pagina di colore nero.

Io, al colore bianco, preferisco l’inchiostro trasparente. Perchè mi consente di comunicare senza lasciare traccia, lasciando parlare solo le mie azioni, i miei gesti. Mi permette di scrivere nel modo più genuino possibile, senza preoccuparmi delle parole appena scritte. Per lasciare un segno intangibile delle cose che non posso scrivere. Di quelle di cui mi vergogno. Di quelle che non voglio ammettere. Di quelle così belle e felici che non esistono lettere che possano spiegarle.
Ci bastava.

Filippo Righetto

8. José González – Vestiges & Claws

Data di Uscita: 17/02/2015

 

 

José González - Vestiges & Claws

Lo so che mi stai giudicando, è naturale, non preoccuparti, io non lo sto facendo con te. È normalissimo che mi giudichi un pazzo, un coglione, per essermi giocato tutti i miei risparmi su un cavallo. È il cavallo numero tre, bellissimo, nero, dovresti essere qui a vederlo. Sono rimasto uno dei pochi che vengono a scommettere all’ippodromo e poi si siedono sugli spalti per vedere la corsa. Ho sempre amato i cavalli, iniziando da quello che comprò mio zio quando io avevo appena sette anni. Mi ci fece salire su senza redini, senza niente, ed io lo cavalcai davanti agli occhi terrorizzati di mia madre che uscì fuori urlando. Mio zio era così, un anarchico, un vero libertario, ma non un incosciente: sapeva che avevo l’anima che si sarebbe appoggiata su un cavallo come un fiocco di neve fa sopra mille altri fiocchi come lui.
I fantini stanno per arrivare in postazione a cavallo di meravigliose creature, alcune drogate fino alla punta della coda. Il mio bellissimo tre, nero, porta un fantino vestito di rosso che pochissimi conoscono. Si chiama Toro, pensate che coincidenza, ed è figli di immigrati italiani. Ma lui è venuto qui in Svezia in condizioni migliori delle mie.
Un anno dopo l’episodio del cavallo, quando ormai ero in simbiosi con quell’animale, i miei genitori e mio zio mi portarono con loro, di fretta, terrorizzati, in una casa di gente come loro, ben vestita ma non ricca, anarchica, impaurita. Chiesi a mio zio se nel nuovo posto dove saremmo andati c’erano i cavalli e lui mi fece un cenno con la testa che interpretai come un sì. Da lì andammo in una grande regione di cui tutti parlavano con timore e con un po’ di romanticismo: era la Patagonia. Ma ci rimanemmo poco, presto ci imbarcammo, nascosti, su una nave che portava tonnellate di carne di manzo in Francia e in Svezia. Noi dovevamo sbarcare a Malmö.
Toro, Marco mi pare che si chiami, è già chino sul suo cavallo e sembra gli stia dicendo qualcosa nell’orecchio. È probabilmente l’unico cavallo non drogato, e io so che vincerà. Ho scommesso tutto quello che il sacrosanto welfare svedese mi ha fatto accumulare fino ad ora. Voi vi chiederete perché rischiare tutto quello che si ha, e io vi rispondo che non lo so, che in realtà ho sopportato migliaia di piccoli e grandi colpi che mi hanno fatto decidere di camminare sul ciglio che divide la vita dalla morte. Sono diventato un torero che affronta il toro senza picadores, senza ogni aiuto, a petto nudo. E non la temo, la bestia, la morte, so che per quanto io possa atterrarla sarà sempre lei ad avere l’ultima mossa, e so che vincerà.
Non siamo mai più tornati in Argentina, non so quale sia il motivo. Se vinco voglio tornare a correre a cavallo in quelle distese tanto grandi da sembrare il paradiso o l’inferno.
Sono partiti, e il favorito, il quattro, è scattato con una furia mostruoso, con gli occhi che spruzzano doping e decadenza; lo segue il secondo favorito, e solo alla terza posizione continua a correre, staccato dagli inseguitori, il mio meraviglioso tre. Io fischietto, mentre tutti gli invasati attorno a me scalpitano e bestemmiano. Vi pare assurdo che in Svezia ci siano degli ippodromi, ma è così che va il porco mondo.
Il quattro stacca tutti, ma il tre ha un moto di passione, e come se fosse il primo cavallo domato dall’essere umano, scatta verso quello che sarà il suo futuro di guerra, e balza verso il traguardo sorpassando il numero quattro che ingoia un chilo di terra. Nel cielo uno stormo di uccelli canta l’incanto insensato del mondo.
Ho vinto, dopo migliaia di sconfitte ho vinto.

Marco Di Memmo

9. Panda Bear – Panda Bear Meets the Grim Reaper

Data di Uscita: 13/01/2015

 

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Are you mad?
Yeah I’m mad.

Ancora a distanza di tempo quell’immagine mi si para davanti. E ancora a distanza di tempo mi meraviglio. Le lucciole se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria come indispettite dal mio stupore. E’ in quel momento che il mio pensiero si è rivolto indietro a cercare di nuovo il tuo volto. Mi confessasti piena di stupore di non averle mai viste prima. Le lucciole dico. La cosa ti riempì di gioia e mi strappasti un sorriso. Le lucciole se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria. Forse indispettite dal mio stupore. Io me ne stavo lì in piedi ad osservare quella nube in continua evoluzione che splendeva nel buio. Ho una retina facilmente impressionabile. Sì che l’oscurità non riconquistava mai per intero i miei occhi. Una pulsazione dietro l’altra. Sincronizzazione collettiva. Emergenza rituale di fantasie caotiche. Caleidoscopio inarrestabile. Intreccio inconcludente. Senza scopo alcuno se non l’intreccio in sé. Io me ne stavo lì. In piedi. A bocca aperta. Mentre lui se ne stava là. Continuando a suonare. E per la prima volta sentii le loro voci. Tutte assieme.

      Oggi è arrivato un nuovo paziente. Numero quaratatrè. E’ giovane. La faccia pulita. Una frangia di capelli scuri calata sugli occhi. Si è presentato in maniera educata ed ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste. Verrà sistemato nell’ala ovest. Non penso creerà problemi.
      Il nuovo paziente si è presentato nel mio ufficio la mattina presto. Mi ha chiesto gentilmente il permesso di poter lavorare il legno. Alla mia faccia stupita ha risposto di aver visto tutto l’occorrente di cui ha bisogno nel capanno dove il giardiniere ripone gli attrezzi e dove vengono sistemati i mobili ormai inutilizzabili. Devo sentire gli altri membri del Consiglio.
      Questa notte numero quarantatrè si è svegliato e ha cominciato a parlare. E’ il motivo per cui si trova qui. L’infermiere è venuto subito a chiamarmi. Quando sono arrivato l’ho trovato in silenzio. L’ho accompagnato in giardino per prendere dell’aria e per farlo tranquillizzare. Non ce n’era bisogno. Il paziente era calmo. Non era però il momento di comunicare lui che la sua richiesta aveva ricevuto risposta affermativa dal Consiglio.
      Il nuovo paziente si è recato questa mattina al capanno. Rimarrà sempre sotto la sorveglianza di due persone. Verrò chiamato immediatamente in caso di necessità. Ha cominciato ad osservare il materiale a sua disposizione. Bussava il legno e lo annusava. Lo sfiorava come per saggiarne la fragilità. Ha raccolto in un angolo alcuni pezzi e poi è tornato nella sala comune.

Ti piacerebbe qui. L’aria è pulita. Non si deve far caso ai cocci di bottiglia sopra i muri che circondano il giardino. La quiete pare qualcosa di palpabile sotto questi alberi. Le stagioni sono miti. E pure la pioggia non ha nulla di melanconico. Anzi. Proprio durante i temporali che lontano da qui potrebbero sembrare i più spaventosi ci ritroviamo tutti nella sala comune. Pazienti e personale. Solo lo scrosciare della pioggia è udibile. E i tuoni. Ma il ritmo caridaco rallenta. Come una macchina a vapore privata del carbone. Come un’altalena abbandonata per correre verso la cena. Poi. Una volta passato il temporale il cielo è più terso che mai.

      Gli infermieri mi hanno chiamato che erano circa le due del pomeriggio. Il paziente quarantatrè lavorava di gran lena mentre discuteva animatamente con suo padre. I dialoghi nella sua testa prendevano vita attraverso le sue stesse corde vocali. Sì che la sua voce ne era trasformata. Prima docile ed acuta nell’impersonare sé stesso. Quindi grave e autorevole nel ruolo paterno. Rivolgeva lui accuse subito mitigate dalla nostalgia. E quello rispondeva appellandosi alla caducità della vita umana. Nel frattempo armeggiava col la sega e con la pialla. Sciorinava preghiere e rimpianti. Si rispondeva pieno di compassione per sé stesso che ciò che è inevitabile si deve affrontare. Pure con la certezza di uscirne sconfitti.
      Numero quarantatrè lavora oramai senza sosta. Alla sera devo recarmi di persona e ordinargli di ritornare dentro l’istituto. Oggi l’ho ritrovato a discutere ancora come di fronte ad uno specchio. Ma non era il padre questa volta. Era un timbro dolce. Lo rincuorava. Lo rassicurava. Gli spiegava che il tempo è un’illusione che inganna chi ci crede. Accortosi della mia presenza si è voltato a fissare i miei occhi. Mi ha sorriso. E con una voce ancora diversa m’ha detto di non preoccuparmi. Presto tutto avrebbe ritrovato l’armonia mancante. Mi chiedo a cosa si riferisse.
      Mi sono recato al capanno. Il sole era calato oltre l’orizzonte da poco ché ancora dipingeva come un acquerello i controni delle colline all’orizzonte. Il paziente quarantatrè pare aver finito il suo lavoro. Nel capanno ho trovato un’elaborata costruzione in legno. Assolutamente incomprensibile. Eppure dall’apparente logica. Frutto di un ingegno deviato ma metodico. Tornato dentro l’istituto sono passato dalla sala comune. L’ho trovato intento a giocare a scacchi con un vecchio maestro dal tono severo ma compito. Mi sono chiesto se fosse un ricordo d’infanzia. Mi sono risposto che sì. Si trattava di un ricordo d’infanzia. Della mia.

Ci ritroveremmo a passeggiare per questi viottoli quando l’aria è più mite. Mi racconteresti di tutte le infinite storie che hai sentito nel tuo viaggio per raggiungermi. Ti perderesti in descrizioni elaborate del profumo dei fiori. E mi diresti di tutte le cose che potresti dipingere in un posto come questo. Io rimarrei in silenzio ad ascoltare tutto ciò che hai da dirmi. Assaporandone l’intonazione e le intenzioni. Cercando di interpetare i tuoi pensieri. Cercando di decifrare i miei.

      Oggi il paziente quarantatrè mi ha chiesto di poter portare nella sala comune la sua costruzione. L’ho lasciato fare senza porre domande. Sono sicuro che presto avrò le risposte che mi permetteranno di completare il quadro.

Mi confessasti piena di stupore di non averle mai viste prima. Le lucciole dico. Se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria. Sicuramente indispettite dal mio stupore. Il paziente quarantatrè se ne stava là. Continuando a suonare l’Arabesque di Debussy. Non lo sapevo. Non potevo saperlo che sapesse suonare il pianoforte così bene. Non l’aveva mai suonato durante tutta la sua permanenza. Suonava. E cantava. E quella che sembrava essere un’astratta scultura in legno vibrava e risuonava accarezzata dal suo cantare. E riproponeva tutte quelle voci che avevo sentito lui interpretare. Mentre le lucciole danzavano. Sincrone e splendenti. Sorrido. Ti piacerebbe qui.

Pietro Liuzzo Scorpo

10. Micheal Christmas – What a Weird Day

Micheal Christmas - What a Weird DayD.d.U. 23/10/2015

Ho in tasca un cubo nero, pietra nera, odio puro, carbonato, dado di morte, anti-sentenza. Ho preso un martello e ho spaccato l’orologio di casa, tornando bambino. Odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio. Un tempo ero sposato con la più casta puttana del mondo: si era prostituita una sola volta nella sua vita. Ora sono il meno santo dei santi, il meno folle dei folli, squartierato squartato squadrato rotondo solo nel tondo algoritmo degli occhi. Inseguendo la fama ho incontrato la fame, puntando al bene ho sparato a me stesso. Butto il dado, esce un lato nero, ovvio. Muoio.
Che strana giornata.

Marco Di Memmo