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Anna Von Hausswolff – The Miraculous

Data di Uscita: 13/11/2015

Anna Von Hausswolff – The Miraculous

La voce della scomparsa della piccola Anne si diffuse in poche ore. Tutti in paese si mobilitarono alla sua ricerca. Dieci anni. Lunghi capelli biondi che le coprivano la schiena. Occhi azzurri come un ghiacciaio in primavera. Presenza sfuggevole. Ermetica. Era uscita per giocare in giardino. Ai bordi della foresta. Come faceva sempre. Ma quando i genitori la chiamarono a gran voce perché la cena era in tavola non rispose. Fu allora che si accorsero che Anne era sparita. Qualche giro di telefonate. Risposta negativa dopo risposta negativa la paura crebbe. Un presentimento nefasto calò su tutti. Velocemente. Come una notte invernale in queste terre che al sorgere del sole immediatamente si volgono dall’altra parte. Ricordo che risposi io al telefono. Riconobbi subito la voce della madre di Anne. Ma non feci caso all’ansia che grondava al bordo delle frasi. Pure io avevo dieci anni. Risposi che no. Anne non l’avevo vista quel pomeriggio. Quindi passai il telefono a mia madre e tornai ai miei giochi. Se ci ripenso ora quelle poche parole che mi disse me le ricordo disperate. In lacrime. Ma sono convinta che fu invece un dialogo composto. Dignitoso. Il ricordo di quella scena però è per me indissolubilmente legato all’epilogo di quella vicenda. Anne infatti non venne mai ritrovata. Né lei né il suo corpo. Quella sera io assieme ad altri bambini fummo portati a casa del nonno di Anne che non potendo più camminare bene si era offerto di ospitarci per la notte permettendo così ai nostri genitori di partecipare alla ricerche. Il nonno di Anne era un vecchio nodoso. Radi capelli bianchi e labbra sottili. Gli occhi del colore dello stesso ghiacciaio riflesso negli occhi della nipote. Uno sguardo assente e lontano. Come estraniato da quel mondo. Come se venisse da un passato remoto in cui la Storia e le storie sono mescolate e indistingubili. Quella notte non riuscii a dormire. Ero la più grande tra quei bambini ed ero probabilmente l’unica che riusciva a cogliere l’allarme che c’era nell’aria. Avevo intuito che Anne era in pericolo. Che le era successo qualcosa. Che si era persa. Che la foresta era un luogo spaventoso la notte. Non so che ora fosse quando mi alzai per bere un bicchiere di latte caldo e miele. Era la pozione di mio padre per curare i sonni inquieti. Trovai il nonno di Anne davanti ai tizzoni ormai esausti nel caminetto. Sembrava stessero agonizzando proprio per il gelo dello suardo che si posava su di loro. La mia presenza pochi passi dietro di lui fu avvertita dopo qualche secondo. Mi chiese se ci fosse qualcosa che non andava con una voce greve ma terribilmente calda. Gli chiesi se potessi avere del latte caldo col miele. Mi sorrise e andammo in cucina. Mentre il latte si scaldava nel pentolino sul fuoco mi chiese come mai non riuscissi a dormire. Probabilmente era il suo modo di indagare quanto ci stessi capendo di quello che stava accadendo. Gli dissi che ero preoccupata per Anne. Che la foresta è spaventosa col buio. Non so quanto quelle preoccupazioni fossero davvero mie o se fosse solo un riflesso delle emozioni che avevo intuito si fossero insidiate nella testa degli adulti. Gli dissi anche che io non credevo agli spiriti. Ma che comunque ne avevo paura. Il suo silenzio mi sorprese. Annuì. E non capii se era un modo per dirmi che la mia era una reazione normale o se stesse in realtà annuendo a sé stesso per confermare le sue supposizioni sul mio stato d’animo. O forse per dirmi che facevo bene a non credere agli spiriti ma ad averne comunque timore. Quando il latte fu pronto lo versò in una tazza nella quale aveva messo un abbondante cucchiaio di miele. Quindi me la porse e ci andammo a sedere di fronte al caminetto. Fui sorpresa del calore che gli sparuti tizzoni emettevano. Mentre bevevo gli chiesi se lui ci fosse mai stato nella foresta di notte. Non rispose subito. Come se pensasse a cosa fosse lecito raccontare ad una bambina di dieci anni. Poi cominciò a parlare. Mi disse come spesso la foresta diventi una stanza chiusa per chi si inerpica lungo pendii scoscesi. Come gli alberi alti a coprire il cielo formino a volte pareti insormontabili per i pensieri. E come questi rimangano raccolti attorno alla testa che li ha partoriti. E’ a quel punto che si infiltrano nei sogni. Tra memorie di storie appartenute ad altri tempi. Tra fotografie dai colori sgranati scattate all’alba della propria ragione. Era ancora un ragazzo quando durante una camminata si perse. Vagando senza meta alla ricerca della strada di casa si ritrovò là dove la foresta incontra il mare. Una piccolissima radura affacciata sull’acqua immobile. Nonostante il vento soffiasse senza sosta e sembrava portare con sé canti lontani. Passò la notte lì. Sospeso tra la paura e la quiete che quel posto emanava. Mentre il pensiero di casa sembrava sempre più lontano e inutile. La totale assenza di altri esseri umani era una musica dolce. Rasserenante e spaventosa al tempo stesso. E l’acqua scura lo attraeva a sé. Profonda. Magnetica. No. Disse. Le sirene e gli spiriti non esistono. Ma a volte pare di sentirli raccontare storie di lontananza e ritorni inaspettati. Di morti violente e amori logoranti. Di sangue e vischio. Di magia e cruda realtà. Di vagabondaggi senza fine e contemplazione. Non dormì. Eppure il giorno dopo quando il sole era già alto sopra l’orizzonte si svegliò. E come se avesse ripreso coscienza trovò la lucidità di incamminarsi nel bosco fitto e di ritrovare il sentiero che lo condusse a casa. Il latte l’avevo solo assaggiato. Come rapita dalle parole dell’uomo mi dimenticai di avere la tazza tra le mani. Quando concluse la storia il latte era ormai tiepido. E i tizzoni nel caminetto ormai spenti. Nessuno dei due disse più una parola. L’idea che Anne avesse potuto trovarsi in quella radura al confine tra la foresta ed il mare suscitava in me emozioni contrapposte che però coesistevano e non si contraddicevano. Forse venne attratta dai canti delle sirene. Forse volle diventare protagonista di una delle storie portate dal vento. O forse trovò che la pace terribile di quei posti si confaceva al ghiaccio dei suoi occhi. O ancora. Forse diventò una di quelle sirene che cantano nelle notti illuminate dalle luci del nord.

Pietro Liuzzo Scorpo

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