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Verdena @ Velvet Club, Rimini (07/11/2015)

Verdena @ Velvet Club, Rimini (07-11-2015)

Vorrei spendere parole adeguate per dipingere con precisione, innanzitutto, il contesto di un concerto di cui sentirò rimbombare l’eco prepotente per molto, a dispetto degli altri rumori della quotidianità che giocoforza andranno sommandosi col trascorrere dei giorni; poi cambio idea, e torno sui miei passi. È perfetto il nero di una notte d’autunno, è perfetta un’autostrada così familiare da poter percorrere col pilota automatico in un’ora nemmeno, è perfetto un parcheggio in cui si sa già come e dove posteggiare la macchina, la consistenza del selciato sotto le scarpe. E poi le mani degli sconosciuti, quelle che t’imbrigliano il polso con un bracciale di carta, quelle che ti timbrano il dorso della mancina all’ingresso, quelle che ti allungano un gin lemon a dire il vero un po’ troppo leggerino ma tant’è – siamo soltanto a inizio serata.
Terzo incontro coi Verdena in un anno solare, fossi più giovane e chiassosa potrei essere scambiata per una groupie delle più irriducibili, ma voi che fareste? Due album freschi di uscita e non li vai ad ascoltare dal vivo quando puoi, dove puoi, subito? Beh, io sì. E molto probabilmente questo fa di me una groupie davvero, una che tiene stretto il senso critico oltre che il cuore, però. D’altra parte l’età acquisita a qualcosa deve pur servire. A scegliere una posizione rigorosamente defilata ed evitare la calca asfissiante, ad esempio.
I concerti più riusciti sono quelli ai quali si arriva depurati da ogni aspettativa, ma al contempo i concerti più riusciti sono quelli in cui l’artista in questione riesce a darti quello che il tuo inconscio in quel momento domanda, se non addirittura implora. Oggi i Verdena hanno chiaramente intenzioni bellicose, picchiare duro è l’imperativo. E io sono qui a porgere guance e quant’altro occorre per compiere appieno l’opera, gridando silenziosamente “Eccomi. Colpitemi. Bombardatemi.” C’è un tempo per le carezze e c’è un tempo per la lotta furibonda: sudore copioso e muscoli, nervi tesi e poi – finalmente – sciolti in una resa liberatoria. Libertà è la parola chiave da associare alla loro musica, ancora una volta; ho appena scritto la banalità del secolo ma alla fine chissenefrega, chi vuole prendersi la briga di processarmi per così poco? Una banalità sincera e priva di fronzoli è sempre meglio di qualsiasi disamina finta-intellettuale, specie se stiamo qui a parlare del trio bergamasco delle meraviglie.
L’idea di base del gruppo era rendere i due volumi di Endkadenz due creature autonome benché legate a doppio filo, due album separati e due tour distinti, in modo da valorizzarne le peculiarità e presentarli in tutta la loro essenza al pubblico; di fatto la pausa intercorsa tra la promozione live del primo e quella del secondo capitolo di questo lungo e complesso racconto si è quasi annullata, tra date recuperate in settembre e anteprime varie a inizio ottobre (come dimenticarsi i collegamenti da Bergamo con “Che tempo che fa” e le sterili polemiche dell’internet?). Concretamente però, il cambio di registro adottato in questa nuova avventura dal vivo denota piena coerenza con il lavoro in studio, e segna un solco netto e lucido rispetto al tour di primavera/estate dedicato al primo volume.
L’anello di congiunzione simbolico, e anche affettivamente tenero se vogliamo, è l’invocazione gettata là quasi per caso a Busetto tra le parole di “Cannibale” che apre lo spettacolo, al pari del loop alienante in cui quel nome faceva capolino tra le distorsioni della coda di “Funeralus”, chiusura dell’esibizione al Mamamia di Senigallia un paio di mesi fa e di tutto l’Endkadenz tour volume 1. Una parentesi scherzosa che subito rimanda alla libertà prima accennata, protagonista nelle forme più disparate lungo tutta la durata del live, di circa due ore (sì, la generosità è sempre prerogativa). I brani di Endkadenz volume 2 rispondono quasi tutti all’appello srotolando la scaletta: alcuni menano senza pietà ed è giusto così, come la doppietta di “Fuoco amico”, “Colle immane” che assesta pugni al ventre mentre ti ammalia con un ritmo avvolgente e addirittura ballabile, e la splendida “Caleido” – un tripudio di violenza tra graffi di chitarra e bastonate al limite del legale di una batteria impazzita, altri dipingono scenari più sognanti e ariosi, basti pensare all’intima “Identikit” con la voce di Alberto come fulcro indiscusso, attorno al quale si dipanano percussioni ed effetti luccicanti, o “Lady Hollywood” che si rimanda indubbiamente alle atmosfere di Endkadenz volume 1 pur non facendone parte, grazie ai cori sospesi di vaga memoria battistiana e l’alternarsi di pause e crescendo dalle tinte calde. Sull’incipit di “Nera visione” capita di vedere un accendino acceso alzato in aria, fiero baluardo di quell’emotività genuina ora spenta o perlomeno appannata dall’abitudine attuale agli smartphone, e viene da sorridere e gli farei volentieri compagnia se ne trovassi uno nelle mie tasche. “Dymo”, la mia preferita all’interno dell’ultimo lavoro, mi appaga nella sua rincorsa sonora fatta di saliscendi e melodie che si avvinghiano al cuore; le mani del pubblico cadenzano il tempo mentre la cavalcata riparte, “hai ragione, ragione”, la dissolvenza scema il frastuono e tutto esce pulito, azzeccato e privo di sbrodolature. Sicuramente rodare Endkadenz nel corso del 2015 ha permesso ai Verdena di superare le difficoltà iniziali nella resa dei suoni e sbrogliare la matassa di rumore poco decifrabile che spesso arrivava agli spettatori, soprattutto nelle retrovie; ora ci guadagnano anche canzoni come “Puzzle” e “Un po’ esageri”, che in realtà lo scorso marzo non furono granché penalizzate rispetto ad altre, ma che comunque oggi arrivano precise nella loro forza, convincendo e coinvolgendo pienamente.
Il panico, tuttavia, si palesa nell’attacco di “Nova”, quando il pedale della batteria si rompe e il gelo cade momentaneamente sul palco in attesa di escogitare un rimedio: il nervosismo è fisiologico e la preoccupazione è evidente, anche se è da apprezzare lo sforzo da parte di Alberto e Roberta di indugiare suonando campanelli e improvvisando qualche giro di chitarra. Per fortuna la situazione si ripristina in tempi ragionevoli e a ben vedere l’imprevisto non sciupa complessivamente un live compatto, grintoso e, vivaddio, molto partecipato. Ché la buona riuscita di un concerto dipende molto anche dalla risposta del pubblico, e al Velvet il sudore scorre, i pezzi vengono intonati a gran voce e senza sconti, c’è spazio per il pogo come per gli scossoni individuali sul posto, per chi viene travolto rimanendo più o meno composto. Con “Caños” il grido “Seven”, reiterato non so quante volte, si alza dalla folla osannante come un mantra di una fede che ci circonda tutti e ci fa vibrare. E poi ancora il boato sul prorompere di “Ultranoia”, graditissimo ripescaggio dal passato più lontano che fa sacrificare per una volta l’esecuzione della – sembra – imprescindibile “Valvonauta”.
Esserci stasera mi fa godere ancora sulla rivisitazione di “Razzi arpia inferno e fiamme”, più spinta e aggressiva grazie a basso e batteria che cadenzano un’avanzata selvaggia; esserci stasera mi fa divertire sul rap giocoso che Alberto imbastisce per introdurre “Badea Blues”, quel “Velvet can you hear me? È qui la festa?” che ha spalancato parecchi sorrisi compiaciuti e divertiti. Esserci stasera mi regala una “Mina” così intensa da lacrime agli occhi.
E come il live di Endkadenz volume 1 scelse di aprirsi e chiudersi come da album, demandando i compiti di cominciare e concludere alle medesime canzoni, qui la parabola vuole che i Verdena ci salutano sull’infinita dolcezza di “Waltz del Bounty”. Un’orchestra e un sipario virtuale, viene quasi da prendere sottobraccio chi ci capita accanto e abbozzare un lento, tra una giravolta e un vortice di cori, variazioni ed emozioni che ubriacano e rendono labile ogni equilibrio. Questa, in fondo, è la libertà.

Federica Giaccani

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