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Goldmund – Sometimes

Data di Uscita: 13/11/2015

Goldmund - Sometimes

Quanti nomi esistono nel mondo, si chiedeva Lausanne. Lei che, dall’inizio della sua storia fino al presente nato dai suoi tredici anni, si era vista chiamare con il nome di una città sconosciuta.
Quante sono le lettere che sono state dimenticate, e quante invece hanno raggiunto il cuore del destinatario.
Quante sono le delusioni che ricevono conferma, e quante invece le sorprese inaspettate.
Quanti passi sono stati fatti per raggiungere una persona, quanti invece per scappare da un ricordo.
Con quale nome l’avrebbero chiamata i suoi genitori se fossero stati in vita…
Lausanne, che era nata nei cieli della città da cui prende il nome, in caduta libera verso la sua vita da orfana, doveva il suo appellativo alla scarsa fantasia di un impiegato statale. Aveva i capelli color paglia, tagliati a caschetto, e due grandi occhi curiosi, illuminati dalla saggezza di chi ha già perso più di quanto potrà mai guadagnare. Il suo sorriso era formato da denti equilibrati, da generosità, da genuino stupore di fronte alle sorprese della vita. Il suo vestito preferito era di velluto nero, lungo fino alle ginocchia, con il colletto e le maniche di pizzo bianco, che portava abbinato ad una coppia di calze madreperla e ad un semplice paio di scarpe nere.
Dei suoi genitori non aveva nessun ricordo, impresso nella sua memoria o scritto sui contorni di un oggetto. Dall’incidente non si era salvato nulla, e dato che erano entrambi dei viaggiatori tutto quello che possedevano lo portavano con sé.
Aveva la fantasia di chi è nato senza ricevere in eredità nemmeno una fotografia. I suoi coetanei li vedeva tramutarsi in animali davanti ai suoi occhi. C’era Andrej, il colibrì, dal naso lungo e dalla voce acuta. C’era Max, il serpente colorato, che in un battibaleno diventava lungo lungo e con gli occhi strabici. Poi c’era la puzzola, l’uomo di fango con l’alito cattivo, la vecchia testuggine… Gli adulti invece, loro li vedeva vestiti da soldati, con l’uniforme sporca di fuliggine e il volto segnato dalla polvere da sparo e dal freddo. Si riparavano dietro dei muretti grigi, rotti e senza futuro. Il caporalmaggiore era l’unico con la pistola, e avrebbe sparato al suo migliore amico quando questo, mortalmente ferito, glielo avrebbe chiesto in lacrime.
La musica, invece, evocava davanti ai suoi occhi sempre la solita immagine. Una foresta del nord, fredda, in bianco e nero, dove il bianco era riflesso dal cielo e il nero dal colore del vestito di sua madre. I suoi genitori erano in un sentiero in mezzo all’erba alta e le davano le spalle. Da suo padre aveva preso il colore dei capelli, da sua madre tutto il resto. Il vento non spostava nulla, non muoveva l’erba, non faceva intirizzire la pelle della mano di suo padre, appoggiata alla coscia sinistra.
Solo quando si sedette sul panchino di un pianoforte a coda scoperto nel retro bottega, nascosto da un telo polveroso, e appoggiò quelle dita sui tasti del medesimo colore del suo sogno, solo allora quella cascata interrotta iniziò a defluire dolcemente. Lausanne poteva sentire lo scricchiolio delle pale del mulino a vento, il saluto degli insetti, la pungente carezza dei cespugli. Al suo orecchio giungevano, finalmente, i suoni dei suoi passi che incontravano i sassi della vecchia strada. Quando li raggiunse, scoprì che da loro aveva preso molto di più che il colore dei capelli. Aveva imparato a vivere accompagnata da quella parola che non ci fa mai sentire completi e soddisfatti, ma che ci fa assaporare ogni momento che viviamo.
Sometimes

Filippo Righetto

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