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Oneohtrix Point Never – Garden of Delete

Data di Uscita: 13/11/2015

Oneohtrix Point Never - Garden of Delete

Gli anni Novanta erano da poco iniziati e i mostri stavano lentamente scalzando i cartoni animati e le favole rassicuranti nella scala di priorità e interesse di una bambina di dieci anni, poco più poco meno. Aveva anche affinato l’astuzia per raggirare senza troppi sforzi i controlli di una coppia di genitori preoccupati dagli influssi malevoli del tubo catodico, sempre solerti nel verificare che il telecomando fosse nascosto ai piani alti della libreria, una volta sintonizzatisi nelle frequenze dedicate all’intrattenimento per ragazzi. Comincia per tutti in quel periodo la tentazione alla trasgressione, e la nostra Abby non fu risparmiata dal goloso binomio splendore/terrore. Aveva velocemente preso dimestichezza nell’impilare libri sulla sedia per andarsi a riprendere lo scettro del comando della tv dopo essersi assicurata che i suoi fossero intenti a fare altro di là; aveva stretto complice alleanza con il ragazzino della villetta accanto, un patto siglato in alfabeto muto, incollati ai vetri e ai vapori di finestre prospicienti, per trasformare un’amicizia agli albori in un pretesto per vedersi e condividere giochi (e strappi alle regole). L’unione fa la forza, recita da sempre un proverbio. Quello che non sapevano, né Mike – questo era il nome del mocciosetto – né Abby, era che soltanto due case oltre le loro, là dove la via curvava e diventava sentiero sterrato verso un piccolo parco urbano, viveva un giovane talmente strano e inquietante da poter fare accapponare la pelle anche a Freddy Krueger. Si diceva che soffrisse di schizofrenia, proprio per questo era tanto imprevedibile quanto pericoloso; i primi episodi raccapriccianti ricollegavano a lui il ritrovamento di piccoli animali sgozzati tra le strade del quartiere e scritte sinistre intagliate nei tronchi degli alberi o dipinte con vernice in un paio di serrande basculanti. Abitava da solo, era stato isolato dalla comunità per ovvie ragioni ma sembrava non curarsene: il suo mondo, retto a cavallo tra lucide macchinazioni e follie degne del più temibile degli psicopatici, era a sé stante e si autoalimentava di continuo. Col tempo la situazione degenerò, uno di quegli epiloghi prevedibili dinnanzi a un curriculum che lasciava poco spazio alla redenzione; tuttavia – e stiamo ormai parlando dei mesi tra questo e lo scorso secolo, la nostra giovane coppia di amichetti divenuti ventenni aveva avuto più di un’occasione per scontrarsi con l’orrore reale e accantonare i palliativi cinematografici. Come la volta in cui, poco prima che il pazzo fosse rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ritenuta l’unica soluzione plausibile dopo l’incendio volontario della propria dimora, Abby e Mike si trovavano a fare jogging nel parco quando furono attratti da urla e rumori assordanti che provenivano da quella casa da cui, tutti lo dicevano, ci si doveva tenere alla larga. Le finestre erano serrate a doppia mandata, ciononostante vibrazioni sferraglianti e voci infernali oltrepassavano muri e vetrate, dirompenti, vomitando in strada e tra gli alberi scenari paranoici di pura alienazione. Inutile dire che il quartiere tornò a respirare dopo l’internamento, ma il ricordo permase vivido in ciascuno man mano che il lavoro prendeva il posto dell’università e si affacciavano all’orizzonte matrimoni e convivenze, soprattutto quando la cronaca narrata dai giornali si tingeva di nero gettando i riflettori su fatti agghiaccianti e umane tragedie che avrebbero potuto essere terribilmente più vicini.

Il 2015, il presente. Un artista in città, un palcoscenico minimale come un parallelepipedo di cemento lasciato a vista e un parterre rettangolare, pareti rivestite di locandine di tour passati e futuri, illuminazione scarsa, quel poco che basta per discernere i lineamenti della persona che capita accanto, un faro come laser proiettato su laptop e console. Abby aveva regalato il biglietto d’ingresso alla sua fidanzata per compleanno un mese prima, ora sono entrambe appoggiate al muro a scorrere istantanee dallo schermo di un iphone che rischiara le loro bocche schiuse in un fare concentrato; Mike fa la fila al gabinetto, anche lui ha il telefono in mano per leggere recensioni sulle recenti esibizioni dell’artista, Oneohtrix Point Never, ma per comodità è sempre stato OPN. Quello che segue è un tripudio di cacofonia estrema, stridori e graffi che fanno fischiare le orecchie e gridare per l’insofferenza, ma come accade spesso quando si spinge al limite il gradiente dell’osceno, si finisce per esserne travolti, rapiti, assuefatti e, in ultimo stadio, ammaliati. Perché di colpo entrano in soccorso pause e aperture melodiche come buffetti sulla guancia, occhiolini scherzosi per dimostrare che la partita l’ha in mano lui, e dispone di tutte le carte da giocare al momento opportuno. Ti spiazza e ti seduce, quando il match sembra essere sul filo del rasoio ecco che cala l’asso dell’industrial e la coppia di donne istintivamente chiude gli occhi per assorbire la botta. Un calderone a primo impatto repellente, ma a un ascolto approfondito ogni pezzo s’incastra al posto giusto e ne esce una creatura ibrida, con le sfumature che attingono dalla linea del tempo, dalla nascita dei nostri ragazzi ad ora. OPN appare calato in un universo di pace interiore a dispetto delle ritmiche da crisi epilettiche che lancia come dardi infocati al pubblico trepidante, si mescolano voci sovrapposte ai suoni che passano dai martelli della techno all’evanescenza di synth sporchi e freddissimi, e ancora a un’ipotetica colonna sonora di film dell’orrore, tra scannatoi e mostri liquidi. Quando la musica si spegne rimangono i respiri affannati e quella leggera vertigine nel riprendere le redini di una serata normale, in fin dei conti. Delete.
S’incrociano all’uscita del locale, Mike e Abby. Lui sorseggia birra mentre chiacchiera animatamente col suo gruppo di amici procedendo lentamente all’indietro, lei è stretta nell’abbraccio dell’altra donna, più alta e robusta, le bisbiglia qualcosa all’orecchio e sorridono complici. Mike urta Abby, basta un’occhiata per riconoscersi e sciogliere la tensione scaturita dallo spintone; quella strana luce sbieca che balena nei loro sguardi mentre simultaneamente si voltano verso il palco ora vuoto è un silenzioso segnale d’intesa, di empatia, di comprensione: è la stessa che impregnò di affascinato terrore i loro volti nel parco, di ritorno dalla corsa mattutina, una quindicina d’anni addietro.

Ma non era stato rinchiuso?

Federica Giaccani

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