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Grimes – Art Angels

Data di Uscita: 06/11/2015

Grimes - Art Angels

Seguimi, ti porterò nel cuore della scena che ha riacceso le luci nel palazzo della creazione.
-Hai visto questo volto sulle copertine dei giornali di musica e sul web, non è così? Disse quella ragazza che vedete lì, gesticolando con le dita affusolate e in preda a una passione coinvolgente. Si voltò un secondo, tornò con un nastro e lo inserì in un mangianastri portatile. -E avete sentito anche questa voce da qualche parte, o mi sbaglio? I presenti annuirono a più riprese, chi sorpreso, chi mostrando entusiasmo, chi più assorto e concentrato. Sapevo a che copione stavo assistendo, anche se io e Claire non avevamo buttato giù su un foglio nessuna sceneggiatura. Guardai le pareti, una sensazione d’antico, le lunghe finestre dai vetri spessi che ci stavano riparando da una pioggia torrenziale, le candele profumate su alcuni davanzali a riscaldare più sensi e l’ambiente. Chiusi gli occhi un istante e le mie narici ringraziarono per quell’incontro con quelle terre inesplorate. Prima di riprendere i miei passi mi fermai accanto alla grande finestra che dava sugli alberi del cortile. Cercai di godermi al meglio quella percezione, i sapori, il passaggio lento e avvolgente della temperatura corporea dal freddo al tepore, reso possibile grazie alla vicinanza con le candele. Ripensai ai capelli di Claire ora sparsi e spettinati durante un salto, ora stretti e legati in una treccia spessa, come fossero il simbolo della sua arte, come colonna sonora di questa scena. Vidi alcuni quadri alle pareti, alcuni suoi, altri di suoi amici. Vagamente ispirati a fumetti giapponesi, sfondi dai toni fiabeschi ma con un tocco che può fare anche pensare alle megalopoli contemporanee. Cercavo di ricostruire mentalmente i punti salienti del processo creativo che ha portato a questo lavoro musicale. L’origine della sua volontà di dire qualcosa di così forte, la sua necessità di sgretolare muri e barriere troppo spessi e ottusi per stare in piedi. Un viaggio al centro dell’istinto e dell’istante primo della volontà e della necessità di creare, di provare a scuotere l’aria del mondo e provare a offrirgli la nostra grande piccola versione di una storia. La ricerca costante di chi noi siamo, una corsa che non si può fermare, genuina come un ruscello che va nella natura, come un treno che non cambia la sostanza del suo andare ma che ogni giorno baratta visioni e paesaggi interiori, ricordi e nuove emozioni. Un albero con le sue radici e il rinnovarsi continuo dei suoi rami. Gli occhi di Claire illuminati dalla luce di una candela, che poi è simbolo dell’arte che brucia dentro, occhi che, mentre il colore dei capelli muta in continuazione, non smettono mai di essere sé stessi, identici a sé stessi sempre. -Posso chiederti una cosa, le domando quando ricomparve davanti a me, senza ospiti al seguito. -Certo, mi fa. -Sono convinto che abbiamo in mente la stessa risposta. Comunque..Secondo te, da cosa si è generato tutto questo? Rimase in silenzio, costrinse anche gli occhi a farsi pensierosi. Guardò le candele vicino alla finestra, le spense una ad una. -Ecco, da qui. Non fu una sorpresa ritrovarsi avvolti nel buio.
A partire da una grande piccola scintilla poi tutto s’accese. A partire da quegli occhi e da quel sorriso che conoscevo così bene, che avevo visto così, sempre uguale, anche nelle foto di Claire da bambina in braccio a sua nonna, a partire da tutto questo ora siamo qui, nel mezzo di una città musicale straordinaria e sbalorditiva, l’orchestra che tutti stavamo cercando negli ultimi tempi, tutta qui, concentrata nello stesso luogo e nello stesso tempo, il ritorno di un primordiale bisogno d’armonia che possa filtrare in mezzo a tutto quello che è caos e che fa troppo rumore. -Ma qui ci sono tutti i dischi che stavo aspettando di ascoltare in questi mesi, mi ritrovo a dirle nel modo più genuino possibile. Le sorridono gli occhi, i capelli sono di non so più che colore, ma che importa? Canzone dopo canzone la posta si rialza, è una sfida lanciata a tutti gli altri grandi gruppi del nostro tempo. Forse solo da una prospettiva separata si poteva generare un lavoro del genere, grazie a queste finestre lunghe e alle candele sul davanzale, ai quadri appesi alle pareti di trecento diversi colori, grazie all’animo di un’aliena che a gambe incrociate guarda questo spazio da un altro pianeta, grazie a tutti gli strumenti che vedrò poi nella sala prove dove tutto ha avuto inizio e il buio ha incominciato a diradarsi, a lasciare spazio a una scintilla dopo l’altra, tanti di questi paesaggi visivi, affettivi e sonori. C’è anche il romanzo che probabilmente vorrei scrivere, nella capacità di essere organico di un lavoro che parte dal nulla, da un blackout, da un percorso che si morde la coda e che pian piano va a patti col proprio passato, presente e futuro, riaggiusta la propria essenza cercandone il cuore, e si perde nel mondo con la forza e la grazia di chi non contempla confini e si porta a casa la bellezza che trova. Tra tutti questi pensieri mi accorgo che non avevo notato, tra i presenti, due insolite figure sedute ai due estremi di un tavolo. Una donna sta cercando di catalogare le canzoni che ascolta tramite gli incastri che portano alla soluzione del cubo di Rubik, un uomo ha un mazzo di carte davanti a sé e cerca di tradurre in un sistema chiuso di combinazioni lo svolgersi dell’album. Nel mentre sfila alle nostre orecchie un’orchestra senza tempo, la chiave che disserra la serratura del buio, a cui s’accompagna la tenue luce di una voce primordiale, come appena nata. Le sue prime parole nel mondo sono significative: Oh, this music makes me cry. It sounds just like my soul. Il luogo indefinito da cui tutto è partito. L’intenzione pura che poi entra nel mondo, e fa attrito. E così decide di uscirne ancora più bella. Il desiderio, la conquista, l’abbandono. Vuoti e pieni. Questa continua tensione da accarezzare e consacrare. E un flusso costante che ci fa progredire. Scrollarsi di dosso etichette, pregiudizi, piedistalli, insulti. Alzare la posta, chiedere che non ci siano barriere, che si possa ascoltare, comprendere, creare, crescere. In che tempo viviamo? Vedo l’uomo delle carte tronfio di aver costruito un disegno, alza lo sguardo pieno di sé, guarda verso Claire, la sua mano immediatamente manda in confusione una carta dopo l’altra. La donna del cubo di Rubik sta ferma, ha deciso che ha già trovato la soluzione e non vuole scendere a patti. -Ma com’è possibile che ci siamo dimenticati di come la creazione non è altro che l’incontro tra due e più mondi paralleli? Claire suona alcune delle chitarre più rock degli ultimi anni tra beat trascinanti, ritornelli eterei ma upbeat, dichiarazioni d’amore alla melodia, delle note a un pianoforte, in altre parole, un atto d’amore alla libertà raggiunta nell’universo sonoro. Too good to be true, dice una canzone e i miei sensi ringraziano e si abbandonano alla musica. Poco dopo ritorna un tema centrale di tutto il lavoro e di questa serata, il rapporto tra l’artista e il suo pubblico. C’è tutto qui nelle liriche, sparso tra una canzone e l’altra. Amore per tempi passati, delusione per le incomprensioni, necessità di scrollarsi di dosso l’amarezza, gratitudine per chi segue con intelligenza il cammino che, come la vita, tutto un rettilineo uguale a sé stesso non è. L’unità è nella forza originaria delle intenzioni, in mezzo al movimento. Il luogo da dove tutto ha origine. Tu seduta sul pavimento della stanza. Il silenzio che circonda. Hai gli occhi chiusi, tendi le mani nel buio. Qualche nota inizia a fare capolino nella nebbia. Una, una, due, una ancora. Eccolo, lo scintillio che cercavi. Primo tassello della creazione. Forza da conservare tra le mani, da far crescere e poi da accompagnare. C’è ancora tempo per riflettere e per ballare, perdersi nella musica, la donna del cubo di Rubik si è alzata indispettita e ha gridato allo scandalo, non accetta che non si stia alle sue regole, l’uomo del mazzo di carte lo stesso, non troverà mai il suo ordine definitivo preconfezionato. So che la serata sta per chiudersi, preparo le copie degli album per chi vorrà acquistarle. Dentro c’è una lettera che Claire ha scritto per l’occasione, si chiama Life in the vivid dream e racconta del buio, della necessità di diradarlo, di fare luce, di come è dal nulla che nasce una nuova creazione, della magia originaria di tutto questo e della strada che fa. A momenti potrebbe scendermi una lacrima, e vedo avvicinarsi Claire. -Com’è andata? mi chiede. Ci abbracciamo. Le candele si spengono e si accende una scritta. “Beautiful”.

Filippo Redaelli

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