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Archive for novembre, 2015

Path Ouvertures act 1

Il Path Festival sta crescendo bene e noi tutti speriamo che anche a Verona possa nascere un circuito musicale di livello. Le proposte degli organizzatori non sono mai state banali e il 4 dicembre all’Interzona si continuerà a crescere.

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Anna Von Hausswolff – The Miraculous

Data di Uscita: 13/11/2015

Anna Von Hausswolff – The Miraculous

La voce della scomparsa della piccola Anne si diffuse in poche ore. Tutti in paese si mobilitarono alla sua ricerca. Dieci anni. Lunghi capelli biondi che le coprivano la schiena. Occhi azzurri come un ghiacciaio in primavera. Presenza sfuggevole. Ermetica. Era uscita per giocare in giardino. Ai bordi della foresta. Come faceva sempre. Ma quando i genitori la chiamarono a gran voce perché la cena era in tavola non rispose. Fu allora che si accorsero che Anne era sparita. Qualche giro di telefonate. Risposta negativa dopo risposta negativa la paura crebbe. Un presentimento nefasto calò su tutti. Velocemente. Come una notte invernale in queste terre che al sorgere del sole immediatamente si volgono dall’altra parte. Ricordo che risposi io al telefono. Riconobbi subito la voce della madre di Anne. Ma non feci caso all’ansia che grondava al bordo delle frasi. Pure io avevo dieci anni. Risposi che no. Anne non l’avevo vista quel pomeriggio. Quindi passai il telefono a mia madre e tornai ai miei giochi. Se ci ripenso ora quelle poche parole che mi disse me le ricordo disperate. In lacrime. Ma sono convinta che fu invece un dialogo composto. Dignitoso. Il ricordo di quella scena però è per me indissolubilmente legato all’epilogo di quella vicenda. Anne infatti non venne mai ritrovata. Né lei né il suo corpo. Quella sera io assieme ad altri bambini fummo portati a casa del nonno di Anne che non potendo più camminare bene si era offerto di ospitarci per la notte permettendo così ai nostri genitori di partecipare alla ricerche. Il nonno di Anne era un vecchio nodoso. Radi capelli bianchi e labbra sottili. Gli occhi del colore dello stesso ghiacciaio riflesso negli occhi della nipote. Uno sguardo assente e lontano. Come estraniato da quel mondo. Come se venisse da un passato remoto in cui la Storia e le storie sono mescolate e indistingubili. Quella notte non riuscii a dormire. Ero la più grande tra quei bambini ed ero probabilmente l’unica che riusciva a cogliere l’allarme che c’era nell’aria. Avevo intuito che Anne era in pericolo. Che le era successo qualcosa. Che si era persa. Che la foresta era un luogo spaventoso la notte. Non so che ora fosse quando mi alzai per bere un bicchiere di latte caldo e miele. Era la pozione di mio padre per curare i sonni inquieti. Trovai il nonno di Anne davanti ai tizzoni ormai esausti nel caminetto. Sembrava stessero agonizzando proprio per il gelo dello suardo che si posava su di loro. La mia presenza pochi passi dietro di lui fu avvertita dopo qualche secondo. Mi chiese se ci fosse qualcosa che non andava con una voce greve ma terribilmente calda. Gli chiesi se potessi avere del latte caldo col miele. Mi sorrise e andammo in cucina. Mentre il latte si scaldava nel pentolino sul fuoco mi chiese come mai non riuscissi a dormire. Probabilmente era il suo modo di indagare quanto ci stessi capendo di quello che stava accadendo. Gli dissi che ero preoccupata per Anne. Che la foresta è spaventosa col buio. Non so quanto quelle preoccupazioni fossero davvero mie o se fosse solo un riflesso delle emozioni che avevo intuito si fossero insidiate nella testa degli adulti. Gli dissi anche che io non credevo agli spiriti. Ma che comunque ne avevo paura. Il suo silenzio mi sorprese. Annuì. E non capii se era un modo per dirmi che la mia era una reazione normale o se stesse in realtà annuendo a sé stesso per confermare le sue supposizioni sul mio stato d’animo. O forse per dirmi che facevo bene a non credere agli spiriti ma ad averne comunque timore. Quando il latte fu pronto lo versò in una tazza nella quale aveva messo un abbondante cucchiaio di miele. Quindi me la porse e ci andammo a sedere di fronte al caminetto. Fui sorpresa del calore che gli sparuti tizzoni emettevano. Mentre bevevo gli chiesi se lui ci fosse mai stato nella foresta di notte. Non rispose subito. Come se pensasse a cosa fosse lecito raccontare ad una bambina di dieci anni. Poi cominciò a parlare. Mi disse come spesso la foresta diventi una stanza chiusa per chi si inerpica lungo pendii scoscesi. Come gli alberi alti a coprire il cielo formino a volte pareti insormontabili per i pensieri. E come questi rimangano raccolti attorno alla testa che li ha partoriti. E’ a quel punto che si infiltrano nei sogni. Tra memorie di storie appartenute ad altri tempi. Tra fotografie dai colori sgranati scattate all’alba della propria ragione. Era ancora un ragazzo quando durante una camminata si perse. Vagando senza meta alla ricerca della strada di casa si ritrovò là dove la foresta incontra il mare. Una piccolissima radura affacciata sull’acqua immobile. Nonostante il vento soffiasse senza sosta e sembrava portare con sé canti lontani. Passò la notte lì. Sospeso tra la paura e la quiete che quel posto emanava. Mentre il pensiero di casa sembrava sempre più lontano e inutile. La totale assenza di altri esseri umani era una musica dolce. Rasserenante e spaventosa al tempo stesso. E l’acqua scura lo attraeva a sé. Profonda. Magnetica. No. Disse. Le sirene e gli spiriti non esistono. Ma a volte pare di sentirli raccontare storie di lontananza e ritorni inaspettati. Di morti violente e amori logoranti. Di sangue e vischio. Di magia e cruda realtà. Di vagabondaggi senza fine e contemplazione. Non dormì. Eppure il giorno dopo quando il sole era già alto sopra l’orizzonte si svegliò. E come se avesse ripreso coscienza trovò la lucidità di incamminarsi nel bosco fitto e di ritrovare il sentiero che lo condusse a casa. Il latte l’avevo solo assaggiato. Come rapita dalle parole dell’uomo mi dimenticai di avere la tazza tra le mani. Quando concluse la storia il latte era ormai tiepido. E i tizzoni nel caminetto ormai spenti. Nessuno dei due disse più una parola. L’idea che Anne avesse potuto trovarsi in quella radura al confine tra la foresta ed il mare suscitava in me emozioni contrapposte che però coesistevano e non si contraddicevano. Forse venne attratta dai canti delle sirene. Forse volle diventare protagonista di una delle storie portate dal vento. O forse trovò che la pace terribile di quei posti si confaceva al ghiaccio dei suoi occhi. O ancora. Forse diventò una di quelle sirene che cantano nelle notti illuminate dalle luci del nord.

Pietro Liuzzo Scorpo

Joanna Newsom – Divers

Joanna Newsom – Divers

D.d.U. 23/10/2015

Up in the clouds where he almost heard you

Ritengo sia un errore credere che il nostro cervello abbia bisogno di continui flussi informativi, correnti inquietanti vincolate al mapping cognitivo che diano l’illusione di ridurre l’incertezza. Il sogno, la rielaborazione mnemonica ne sono la testimonianza. Il cervello muta di fronte al fatto e, al tempo stesso, è capace di cambiare la realtà attraverso una palette Luscher in modo assolutamente proprio. Il fenomeno si dice essere legato all’effetto del personale trascorso, legno polverso che caratterizza il singolo e inevitabilmente entra a far parte integrante dell’opera. E dunque, per quanto la matrice sia comune, la rielaborazione non può che essere individuale. A pensarla in questi termini, è facile intendere come l’arte esalti la realtà o, al contrario, l’asciughi, capace di creare un nuovo canale adatto ad aprire le porte di nuove esperienze emotive. In un primo momento potenziale poi attraverso una mano mano e trasmesso al pennello, il riflusso visivo, reale o immaginato, si converte in forma ed eccita il sistema nervoso almeno quanto stimolerà quello dell’osservatore fino a diventare esperienza estetica. Esistono artisti che ritraggono ciò che vedono, altri che delineano ciò che ricordano. Io preferisco dipingere nuove realtà. Tutto quello di cui ho bisogno è svincolarmi dal tempo. L’effetto è singolare e degno di sincero rispetto.

Giulia Delli Santi

Palace – Chase the Light

D.d.U. 08/06/2015Palace - Chase the Light

Un semplice accordo tra le due parti, mentre invisibili parole tengono il ritmo alla caduta. Non so dove andremo a finire, somewhere under your skin , sottile a tratti trasparente.
C’è una brezza leggera che permette alla tua voce di giungere a me, senza barriere, come oltraggio a questi passi troppo corti, alla luce che indietreggia per lasciare spazio all’ombra.
Ma nell’ombra una stella sarà visibile, solo nell’ombra quella stella potrà guidarmi. Nel lungo cammino, tra alti cespugli, guardo in alto per ricominciare a camminare ad occhi chiusi.
(Potrei desiderare di smettere di aver paura, di perdermi, di rischiare. Non desidererò mai di smettere di aver paura. Fintanto che avrò paura:
I’m afraid of the dark
To me you’re the light
You’re more than a champion)

Valentina Loreto

Freddie Gibbs – Shadow of a Doubt

Data di Uscita: 20/11/2015

Freddie Gibbs - Shadow of a Doubt

Spacciare è un’arte complessa e si devono possedere particolari caratteristiche, non certo disponibili al market dietro l’angolo. Rapidità, caparbietà, passo felpato e senso degli affari sono solo alcune delle qualità da mettere sul piatto. Karl-Anthony iniziò con l’erba a scuola, tutti si rivolgevano a lui e si sentiva al centro di quel piccolo mondo, senza contare la schiera di ragazzine che si portava a casa.
Poi entrò nella solita rap house e le sostanze cambiarono consistenza e sapore, i soldi aumentati così rapidamente da non capirci più nulla. Il boss del posto aveva armi, donne e altre armi ancora; Karl-Anthony quando entrava in casa sua si sentiva piccolo. Consegnava la percentuale da lasciare al capo e fuggiva via il prima possibile, nonostante gli inviti a rimanere lì per una striscia di coca. Gli avevano insegnato fin da piccolo di guardarsi le spalle, a non fidarsi di nessuno e ad essere invisibile. Il consiglio gli precluse la via del basket universitario quando al provino rovinò tutto con una gomitata ad un collaboratore del coach che voleva insegnarli un movimento in post basso. Infiniti occhi addosso, i 15 punti e i 12 rimbalzi precedenti: pressione impossibile da sostenere.
Le percezioni variano a seconda del momento e l’importanza della raccomandazione si rivelò decisiva per la vita. I rivali messicani erano infuriati per aver smarrito il controllo della direttrice principale del traffico, la via che garantiva accesso rapido alle materie prime da distribuire. Il coltello di Xavier schivato per pochi centimetri e il corpo trivellato dello stesso Xavier dopo l’intervento dei tirapiedi del boss, corsi in suo soccorso. Tutto ciò perché si guardava dietro ad ogni angolo, fiutando i movimenti alle sue spalle.
Fece strada Karl-Anthony e a 30 anni la casa di Freddie incuteva zero timore. Per sempre e per un giorno, gli ripeteva il suo mentore. I centroamericani, dopo la guerra, furono inglobati nel clan e tutto filava tranquillo in un multiculturalismo decisamente funzionale. La ripartizione non lineare, le discriminazioni erano accettate come naturali, la violenza libera garantiva l’ordine.
Gli scagnozzi avevano l’accesso precluso alla stanza di registrazione, Karl- Anthony capì la sua nuova importanza quando si ritrovò lì dentro a scopare con due donne regalategli da Freddie a seguito di un grande affare concluso. Mentre raggiungevano felicemente l’orgasmo lui si immaginava abile a produrre un disco; il sogno del padre finito chissà dove dall’altra parte della costa.
L’ombra del dubbio si insinuava tra un seno accarezzato e le labbra della ragazza impegnata a farlo godere con del sublime sesso orale. Non sarebbe mai riuscito a cambiare vita, ripiegando sul raggiungimento di quello status alla luce del sole. Si limitava ad osservare Freddie, ascoltando quel suono più malinconico del solito.
La ricercatezza e una prolifica sensazione di onnipotenza si leggeva negli occhi del padrone di casa. Il flow appuntato tra parole trascinate in una rabbia crescente, ma stabilmente incanalata verso due direzioni: il rap duro riesce a trovare lo sbocco commerciale, la sonorità vintage si appiccica alla tuta Adidas dell’artista. Forse sarà un passo indietro rispetto allo scorso anno, tuttavia gli affari sono affari e Karl-Anthony ascolta con attenzione guardandosi comunque le spalle dallo specchio del salotto.

Alessandro Ferri

Arca – Mutant

Data di Uscita: 20/11/2015

Arca - Mutant

La notte non è tenera quando il pensiero di vermi giganti, con le bocche enormi piene di denti capaci di masticare la roccia, non ti fa dormire. Da queste parti se ti capita di muoverti come fanno in tutti gli altri pianeti, il verme può sentire i tuoi passi e venirti a cercare. Allora devi sempre stare attento ad avanzare nella maniera più morbida possibile e scivolare via, o imitare l’andatura scoordinata delle creature selvagge.
Il sonno non è dolce quando le raffiche di vento fuori dai rifugi sono capaci di spostare montagne di sabbia. Da queste parti la cosa che ti salva la vita è la capacità di adattamento: se non accetti la realtà violenta di questo posto, e rimani aggrappato alle abitudini che avevi prima di arrivarci, non puoi sopravvivere. Solo i migliori ce la fanno: quando si lascia che siano le condizioni estreme a plasmare il corpo e la mente si possono abbandonare le più grandi tra le debolezze; si possono superare limiti mai nemmeno immaginati; si può essere ogni cosa.
Ci sono alcuni che lo hanno capito prima di tutti gli altri e che sono diventati, dopo molte generazioni, creature di natura molto diversa: hanno sviluppato una straordinaria capacità di controllo sulla propria mente e sul proprio corpo; gestiscono i propri processi fisiologici, i pensieri, la sessualità. E così hanno trovato la chiave per dominare le leggi difficili di questo mondo, per non esserne schiacciati; per non essere annientati.
La loro prima regola è: non avere paura. La paura paralizza la mente, cancella ogni ragionevole pensiero, spazza via ogni proposito; è necessario guardarla in faccia e lasciare che ci attraversi completamente per poi vederla scomparire. Ogni volta che si vince la paura la mente cresce, e con essa l’autocontrollo: si è più potenti.
La seconda regola è: accetta il cambiamento; lascia che il confortevole passato rimanga solo nella memoria e abbraccia nuove esperienze. Ogni volta che si rimane immutati, qualcosa dentro di noi si addormenta per sempre, ma solo da svegli si cresce.
La cosa davvero terrificante è che a volte si è immersi in un torpore talmente profondo da credere, erroneamente, di essere svegli; può succedere di non accorgersi mai e di passare la vita senza mai aprire DAVVERO gli occhi. Così fanno in tanti, e fanno male, perché rallentano l’evoluzione della specie; col susseguirsi delle epoche, magari in un futuro remoto, si spera che questi individui si raccolgano finalmente ai margini della società fino a scomparire.
Altre volte invece si ha la fortuna di crescere in una specie di dormiveglia: mai completamente ricettivi fino a quando non succede una cosa, una qualsiasi cosa, capace di scuoterci prepotentemente dal torpore; solo allora si può cominciare DAVVERO a vivere la propria vita, a scoprire la propria natura, a crescere.

Giulia Matteagi

Verdena @ Velvet Club, Rimini (07/11/2015)

Verdena @ Velvet Club, Rimini (07-11-2015)

Vorrei spendere parole adeguate per dipingere con precisione, innanzitutto, il contesto di un concerto di cui sentirò rimbombare l’eco prepotente per molto, a dispetto degli altri rumori della quotidianità che giocoforza andranno sommandosi col trascorrere dei giorni; poi cambio idea, e torno sui miei passi. È perfetto il nero di una notte d’autunno, è perfetta un’autostrada così familiare da poter percorrere col pilota automatico in un’ora nemmeno, è perfetto un parcheggio in cui si sa già come e dove posteggiare la macchina, la consistenza del selciato sotto le scarpe. E poi le mani degli sconosciuti, quelle che t’imbrigliano il polso con un bracciale di carta, quelle che ti timbrano il dorso della mancina all’ingresso, quelle che ti allungano un gin lemon a dire il vero un po’ troppo leggerino ma tant’è – siamo soltanto a inizio serata. (altro…)

Goldmund – Sometimes

Data di Uscita: 13/11/2015

Goldmund - Sometimes

Quanti nomi esistono nel mondo, si chiedeva Lausanne. Lei che, dall’inizio della sua storia fino al presente nato dai suoi tredici anni, si era vista chiamare con il nome di una città sconosciuta.
Quante sono le lettere che sono state dimenticate, e quante invece hanno raggiunto il cuore del destinatario.
Quante sono le delusioni che ricevono conferma, e quante invece le sorprese inaspettate.
Quanti passi sono stati fatti per raggiungere una persona, quanti invece per scappare da un ricordo.
Con quale nome l’avrebbero chiamata i suoi genitori se fossero stati in vita…
Lausanne, che era nata nei cieli della città da cui prende il nome, in caduta libera verso la sua vita da orfana, doveva il suo appellativo alla scarsa fantasia di un impiegato statale. Aveva i capelli color paglia, tagliati a caschetto, e due grandi occhi curiosi, illuminati dalla saggezza di chi ha già perso più di quanto potrà mai guadagnare. Il suo sorriso era formato da denti equilibrati, da generosità, da genuino stupore di fronte alle sorprese della vita. Il suo vestito preferito era di velluto nero, lungo fino alle ginocchia, con il colletto e le maniche di pizzo bianco, che portava abbinato ad una coppia di calze madreperla e ad un semplice paio di scarpe nere.
Dei suoi genitori non aveva nessun ricordo, impresso nella sua memoria o scritto sui contorni di un oggetto. Dall’incidente non si era salvato nulla, e dato che erano entrambi dei viaggiatori tutto quello che possedevano lo portavano con sé.
Aveva la fantasia di chi è nato senza ricevere in eredità nemmeno una fotografia. I suoi coetanei li vedeva tramutarsi in animali davanti ai suoi occhi. C’era Andrej, il colibrì, dal naso lungo e dalla voce acuta. C’era Max, il serpente colorato, che in un battibaleno diventava lungo lungo e con gli occhi strabici. Poi c’era la puzzola, l’uomo di fango con l’alito cattivo, la vecchia testuggine… Gli adulti invece, loro li vedeva vestiti da soldati, con l’uniforme sporca di fuliggine e il volto segnato dalla polvere da sparo e dal freddo. Si riparavano dietro dei muretti grigi, rotti e senza futuro. Il caporalmaggiore era l’unico con la pistola, e avrebbe sparato al suo migliore amico quando questo, mortalmente ferito, glielo avrebbe chiesto in lacrime.
La musica, invece, evocava davanti ai suoi occhi sempre la solita immagine. Una foresta del nord, fredda, in bianco e nero, dove il bianco era riflesso dal cielo e il nero dal colore del vestito di sua madre. I suoi genitori erano in un sentiero in mezzo all’erba alta e le davano le spalle. Da suo padre aveva preso il colore dei capelli, da sua madre tutto il resto. Il vento non spostava nulla, non muoveva l’erba, non faceva intirizzire la pelle della mano di suo padre, appoggiata alla coscia sinistra.
Solo quando si sedette sul panchino di un pianoforte a coda scoperto nel retro bottega, nascosto da un telo polveroso, e appoggiò quelle dita sui tasti del medesimo colore del suo sogno, solo allora quella cascata interrotta iniziò a defluire dolcemente. Lausanne poteva sentire lo scricchiolio delle pale del mulino a vento, il saluto degli insetti, la pungente carezza dei cespugli. Al suo orecchio giungevano, finalmente, i suoni dei suoi passi che incontravano i sassi della vecchia strada. Quando li raggiunse, scoprì che da loro aveva preso molto di più che il colore dei capelli. Aveva imparato a vivere accompagnata da quella parola che non ci fa mai sentire completi e soddisfatti, ma che ci fa assaporare ogni momento che viviamo.
Sometimes

Filippo Righetto

Oneohtrix Point Never – Garden of Delete

Data di Uscita: 13/11/2015

Oneohtrix Point Never - Garden of Delete

Gli anni Novanta erano da poco iniziati e i mostri stavano lentamente scalzando i cartoni animati e le favole rassicuranti nella scala di priorità e interesse di una bambina di dieci anni, poco più poco meno. Aveva anche affinato l’astuzia per raggirare senza troppi sforzi i controlli di una coppia di genitori preoccupati dagli influssi malevoli del tubo catodico, sempre solerti nel verificare che il telecomando fosse nascosto ai piani alti della libreria, una volta sintonizzatisi nelle frequenze dedicate all’intrattenimento per ragazzi. Comincia per tutti in quel periodo la tentazione alla trasgressione, e la nostra Abby non fu risparmiata dal goloso binomio splendore/terrore. Aveva velocemente preso dimestichezza nell’impilare libri sulla sedia per andarsi a riprendere lo scettro del comando della tv dopo essersi assicurata che i suoi fossero intenti a fare altro di là; aveva stretto complice alleanza con il ragazzino della villetta accanto, un patto siglato in alfabeto muto, incollati ai vetri e ai vapori di finestre prospicienti, per trasformare un’amicizia agli albori in un pretesto per vedersi e condividere giochi (e strappi alle regole). L’unione fa la forza, recita da sempre un proverbio. Quello che non sapevano, né Mike – questo era il nome del mocciosetto – né Abby, era che soltanto due case oltre le loro, là dove la via curvava e diventava sentiero sterrato verso un piccolo parco urbano, viveva un giovane talmente strano e inquietante da poter fare accapponare la pelle anche a Freddy Krueger. Si diceva che soffrisse di schizofrenia, proprio per questo era tanto imprevedibile quanto pericoloso; i primi episodi raccapriccianti ricollegavano a lui il ritrovamento di piccoli animali sgozzati tra le strade del quartiere e scritte sinistre intagliate nei tronchi degli alberi o dipinte con vernice in un paio di serrande basculanti. Abitava da solo, era stato isolato dalla comunità per ovvie ragioni ma sembrava non curarsene: il suo mondo, retto a cavallo tra lucide macchinazioni e follie degne del più temibile degli psicopatici, era a sé stante e si autoalimentava di continuo. Col tempo la situazione degenerò, uno di quegli epiloghi prevedibili dinnanzi a un curriculum che lasciava poco spazio alla redenzione; tuttavia – e stiamo ormai parlando dei mesi tra questo e lo scorso secolo, la nostra giovane coppia di amichetti divenuti ventenni aveva avuto più di un’occasione per scontrarsi con l’orrore reale e accantonare i palliativi cinematografici. Come la volta in cui, poco prima che il pazzo fosse rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ritenuta l’unica soluzione plausibile dopo l’incendio volontario della propria dimora, Abby e Mike si trovavano a fare jogging nel parco quando furono attratti da urla e rumori assordanti che provenivano da quella casa da cui, tutti lo dicevano, ci si doveva tenere alla larga. Le finestre erano serrate a doppia mandata, ciononostante vibrazioni sferraglianti e voci infernali oltrepassavano muri e vetrate, dirompenti, vomitando in strada e tra gli alberi scenari paranoici di pura alienazione. Inutile dire che il quartiere tornò a respirare dopo l’internamento, ma il ricordo permase vivido in ciascuno man mano che il lavoro prendeva il posto dell’università e si affacciavano all’orizzonte matrimoni e convivenze, soprattutto quando la cronaca narrata dai giornali si tingeva di nero gettando i riflettori su fatti agghiaccianti e umane tragedie che avrebbero potuto essere terribilmente più vicini.

Il 2015, il presente. Un artista in città, un palcoscenico minimale come un parallelepipedo di cemento lasciato a vista e un parterre rettangolare, pareti rivestite di locandine di tour passati e futuri, illuminazione scarsa, quel poco che basta per discernere i lineamenti della persona che capita accanto, un faro come laser proiettato su laptop e console. Abby aveva regalato il biglietto d’ingresso alla sua fidanzata per compleanno un mese prima, ora sono entrambe appoggiate al muro a scorrere istantanee dallo schermo di un iphone che rischiara le loro bocche schiuse in un fare concentrato; Mike fa la fila al gabinetto, anche lui ha il telefono in mano per leggere recensioni sulle recenti esibizioni dell’artista, Oneohtrix Point Never, ma per comodità è sempre stato OPN. Quello che segue è un tripudio di cacofonia estrema, stridori e graffi che fanno fischiare le orecchie e gridare per l’insofferenza, ma come accade spesso quando si spinge al limite il gradiente dell’osceno, si finisce per esserne travolti, rapiti, assuefatti e, in ultimo stadio, ammaliati. Perché di colpo entrano in soccorso pause e aperture melodiche come buffetti sulla guancia, occhiolini scherzosi per dimostrare che la partita l’ha in mano lui, e dispone di tutte le carte da giocare al momento opportuno. Ti spiazza e ti seduce, quando il match sembra essere sul filo del rasoio ecco che cala l’asso dell’industrial e la coppia di donne istintivamente chiude gli occhi per assorbire la botta. Un calderone a primo impatto repellente, ma a un ascolto approfondito ogni pezzo s’incastra al posto giusto e ne esce una creatura ibrida, con le sfumature che attingono dalla linea del tempo, dalla nascita dei nostri ragazzi ad ora. OPN appare calato in un universo di pace interiore a dispetto delle ritmiche da crisi epilettiche che lancia come dardi infocati al pubblico trepidante, si mescolano voci sovrapposte ai suoni che passano dai martelli della techno all’evanescenza di synth sporchi e freddissimi, e ancora a un’ipotetica colonna sonora di film dell’orrore, tra scannatoi e mostri liquidi. Quando la musica si spegne rimangono i respiri affannati e quella leggera vertigine nel riprendere le redini di una serata normale, in fin dei conti. Delete.
S’incrociano all’uscita del locale, Mike e Abby. Lui sorseggia birra mentre chiacchiera animatamente col suo gruppo di amici procedendo lentamente all’indietro, lei è stretta nell’abbraccio dell’altra donna, più alta e robusta, le bisbiglia qualcosa all’orecchio e sorridono complici. Mike urta Abby, basta un’occhiata per riconoscersi e sciogliere la tensione scaturita dallo spintone; quella strana luce sbieca che balena nei loro sguardi mentre simultaneamente si voltano verso il palco ora vuoto è un silenzioso segnale d’intesa, di empatia, di comprensione: è la stessa che impregnò di affascinato terrore i loro volti nel parco, di ritorno dalla corsa mattutina, una quindicina d’anni addietro.

Ma non era stato rinchiuso?

Federica Giaccani

Grimes – Art Angels

Data di Uscita: 06/11/2015

Grimes - Art Angels

Seguimi, ti porterò nel cuore della scena che ha riacceso le luci nel palazzo della creazione.
-Hai visto questo volto sulle copertine dei giornali di musica e sul web, non è così? Disse quella ragazza che vedete lì, gesticolando con le dita affusolate e in preda a una passione coinvolgente. Si voltò un secondo, tornò con un nastro e lo inserì in un mangianastri portatile. -E avete sentito anche questa voce da qualche parte, o mi sbaglio? I presenti annuirono a più riprese, chi sorpreso, chi mostrando entusiasmo, chi più assorto e concentrato. Sapevo a che copione stavo assistendo, anche se io e Claire non avevamo buttato giù su un foglio nessuna sceneggiatura. Guardai le pareti, una sensazione d’antico, le lunghe finestre dai vetri spessi che ci stavano riparando da una pioggia torrenziale, le candele profumate su alcuni davanzali a riscaldare più sensi e l’ambiente. Chiusi gli occhi un istante e le mie narici ringraziarono per quell’incontro con quelle terre inesplorate. Prima di riprendere i miei passi mi fermai accanto alla grande finestra che dava sugli alberi del cortile. Cercai di godermi al meglio quella percezione, i sapori, il passaggio lento e avvolgente della temperatura corporea dal freddo al tepore, reso possibile grazie alla vicinanza con le candele. Ripensai ai capelli di Claire ora sparsi e spettinati durante un salto, ora stretti e legati in una treccia spessa, come fossero il simbolo della sua arte, come colonna sonora di questa scena. Vidi alcuni quadri alle pareti, alcuni suoi, altri di suoi amici. Vagamente ispirati a fumetti giapponesi, sfondi dai toni fiabeschi ma con un tocco che può fare anche pensare alle megalopoli contemporanee. Cercavo di ricostruire mentalmente i punti salienti del processo creativo che ha portato a questo lavoro musicale. L’origine della sua volontà di dire qualcosa di così forte, la sua necessità di sgretolare muri e barriere troppo spessi e ottusi per stare in piedi. Un viaggio al centro dell’istinto e dell’istante primo della volontà e della necessità di creare, di provare a scuotere l’aria del mondo e provare a offrirgli la nostra grande piccola versione di una storia. La ricerca costante di chi noi siamo, una corsa che non si può fermare, genuina come un ruscello che va nella natura, come un treno che non cambia la sostanza del suo andare ma che ogni giorno baratta visioni e paesaggi interiori, ricordi e nuove emozioni. Un albero con le sue radici e il rinnovarsi continuo dei suoi rami. Gli occhi di Claire illuminati dalla luce di una candela, che poi è simbolo dell’arte che brucia dentro, occhi che, mentre il colore dei capelli muta in continuazione, non smettono mai di essere sé stessi, identici a sé stessi sempre. -Posso chiederti una cosa, le domando quando ricomparve davanti a me, senza ospiti al seguito. -Certo, mi fa. -Sono convinto che abbiamo in mente la stessa risposta. Comunque..Secondo te, da cosa si è generato tutto questo? Rimase in silenzio, costrinse anche gli occhi a farsi pensierosi. Guardò le candele vicino alla finestra, le spense una ad una. -Ecco, da qui. Non fu una sorpresa ritrovarsi avvolti nel buio.
A partire da una grande piccola scintilla poi tutto s’accese. A partire da quegli occhi e da quel sorriso che conoscevo così bene, che avevo visto così, sempre uguale, anche nelle foto di Claire da bambina in braccio a sua nonna, a partire da tutto questo ora siamo qui, nel mezzo di una città musicale straordinaria e sbalorditiva, l’orchestra che tutti stavamo cercando negli ultimi tempi, tutta qui, concentrata nello stesso luogo e nello stesso tempo, il ritorno di un primordiale bisogno d’armonia che possa filtrare in mezzo a tutto quello che è caos e che fa troppo rumore. -Ma qui ci sono tutti i dischi che stavo aspettando di ascoltare in questi mesi, mi ritrovo a dirle nel modo più genuino possibile. Le sorridono gli occhi, i capelli sono di non so più che colore, ma che importa? Canzone dopo canzone la posta si rialza, è una sfida lanciata a tutti gli altri grandi gruppi del nostro tempo. Forse solo da una prospettiva separata si poteva generare un lavoro del genere, grazie a queste finestre lunghe e alle candele sul davanzale, ai quadri appesi alle pareti di trecento diversi colori, grazie all’animo di un’aliena che a gambe incrociate guarda questo spazio da un altro pianeta, grazie a tutti gli strumenti che vedrò poi nella sala prove dove tutto ha avuto inizio e il buio ha incominciato a diradarsi, a lasciare spazio a una scintilla dopo l’altra, tanti di questi paesaggi visivi, affettivi e sonori. C’è anche il romanzo che probabilmente vorrei scrivere, nella capacità di essere organico di un lavoro che parte dal nulla, da un blackout, da un percorso che si morde la coda e che pian piano va a patti col proprio passato, presente e futuro, riaggiusta la propria essenza cercandone il cuore, e si perde nel mondo con la forza e la grazia di chi non contempla confini e si porta a casa la bellezza che trova. Tra tutti questi pensieri mi accorgo che non avevo notato, tra i presenti, due insolite figure sedute ai due estremi di un tavolo. Una donna sta cercando di catalogare le canzoni che ascolta tramite gli incastri che portano alla soluzione del cubo di Rubik, un uomo ha un mazzo di carte davanti a sé e cerca di tradurre in un sistema chiuso di combinazioni lo svolgersi dell’album. Nel mentre sfila alle nostre orecchie un’orchestra senza tempo, la chiave che disserra la serratura del buio, a cui s’accompagna la tenue luce di una voce primordiale, come appena nata. Le sue prime parole nel mondo sono significative: Oh, this music makes me cry. It sounds just like my soul. Il luogo indefinito da cui tutto è partito. L’intenzione pura che poi entra nel mondo, e fa attrito. E così decide di uscirne ancora più bella. Il desiderio, la conquista, l’abbandono. Vuoti e pieni. Questa continua tensione da accarezzare e consacrare. E un flusso costante che ci fa progredire. Scrollarsi di dosso etichette, pregiudizi, piedistalli, insulti. Alzare la posta, chiedere che non ci siano barriere, che si possa ascoltare, comprendere, creare, crescere. In che tempo viviamo? Vedo l’uomo delle carte tronfio di aver costruito un disegno, alza lo sguardo pieno di sé, guarda verso Claire, la sua mano immediatamente manda in confusione una carta dopo l’altra. La donna del cubo di Rubik sta ferma, ha deciso che ha già trovato la soluzione e non vuole scendere a patti. -Ma com’è possibile che ci siamo dimenticati di come la creazione non è altro che l’incontro tra due e più mondi paralleli? Claire suona alcune delle chitarre più rock degli ultimi anni tra beat trascinanti, ritornelli eterei ma upbeat, dichiarazioni d’amore alla melodia, delle note a un pianoforte, in altre parole, un atto d’amore alla libertà raggiunta nell’universo sonoro. Too good to be true, dice una canzone e i miei sensi ringraziano e si abbandonano alla musica. Poco dopo ritorna un tema centrale di tutto il lavoro e di questa serata, il rapporto tra l’artista e il suo pubblico. C’è tutto qui nelle liriche, sparso tra una canzone e l’altra. Amore per tempi passati, delusione per le incomprensioni, necessità di scrollarsi di dosso l’amarezza, gratitudine per chi segue con intelligenza il cammino che, come la vita, tutto un rettilineo uguale a sé stesso non è. L’unità è nella forza originaria delle intenzioni, in mezzo al movimento. Il luogo da dove tutto ha origine. Tu seduta sul pavimento della stanza. Il silenzio che circonda. Hai gli occhi chiusi, tendi le mani nel buio. Qualche nota inizia a fare capolino nella nebbia. Una, una, due, una ancora. Eccolo, lo scintillio che cercavi. Primo tassello della creazione. Forza da conservare tra le mani, da far crescere e poi da accompagnare. C’è ancora tempo per riflettere e per ballare, perdersi nella musica, la donna del cubo di Rubik si è alzata indispettita e ha gridato allo scandalo, non accetta che non si stia alle sue regole, l’uomo del mazzo di carte lo stesso, non troverà mai il suo ordine definitivo preconfezionato. So che la serata sta per chiudersi, preparo le copie degli album per chi vorrà acquistarle. Dentro c’è una lettera che Claire ha scritto per l’occasione, si chiama Life in the vivid dream e racconta del buio, della necessità di diradarlo, di fare luce, di come è dal nulla che nasce una nuova creazione, della magia originaria di tutto questo e della strada che fa. A momenti potrebbe scendermi una lacrima, e vedo avvicinarsi Claire. -Com’è andata? mi chiede. Ci abbracciamo. Le candele si spengono e si accende una scritta. “Beautiful”.

Filippo Redaelli

Micheal Christmas – What a Weird Day

Micheal Christmas - What a Weird DayD.d.U. 23/10/2015

Ho in tasca un cubo nero, pietra nera, odio puro, carbonato, dado di morte, anti-sentenza. Ho preso un martello e ho spaccato l’orologio di casa, tornando bambino. Odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio. Un tempo ero sposato con la più casta puttana del mondo: si era prostituita una sola volta nella sua vita. Ora sono il meno santo dei santi, il meno folle dei folli, squartierato squartato squadrato rotondo solo nel tondo algoritmo degli occhi. Inseguendo la fama ho incontrato la fame, puntando al bene ho sparato a me stesso. Butto il dado, esce un lato nero, ovvio. Muoio.
Che strana giornata.

Marco Di Memmo

Floating Points – Elaenia

Data di Uscita: 06/11/2015

Floating Points - Elaenia

Le mani impolverate di magnesite stringono il legno.

Una brezza sottile lambisce il mio corpo, lo avvolge come se mi desse l’incoraggiamento di cui ho bisogno. Come un allenatore che massaggia accuratamente ogni muscolo dell’atleta un attimo prima dello sforzo che si è imposto di eseguire.

Davanti a me una strada infinita, un rasoio che riassume la vita, che giustifica il mio corpo, le mie forme e la mia essenza. Non mi guardo i piedi e rimango immobile.

Riesco a scorgere il primo sole senza avvertirne il calore, faccio un respiro profondo e muovo il primo passo. Un momento che dura un’esistenza.

Sulla corda tutto il corpo trema, oscilla con una forza incredibile anche se da sotto non si direbbe. Il secondo passo è il più difficile ma lo eseguo con tranquillità.

Ora sono in corsa sul filo, non vedo l’arrivo e se avessi la possibilità di voltarmi indietro non vedrei nemmeno più il punto di partenza. Sono sospeso su di un cavo tra due grattacieli e dall’altra parte un abbraccio atteso da chissà quanto.

Il movimento è automatico eppure calcolato al millimetro, il tempo una variabile che non rientra nell’equazione.

La stretta delle mani sull’asta è diventata improvvisamente meno forte e i muscoli bruciano, sono al limite. La corda finisce ed io esaurisco il mio discorso. Ora la guardo negli occhi, in silenzio, in attesa di responso.

Non sono un funambolo ma un uomo che si è appena dichiarato.

Maurizio Narciso