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Port-Royal – Where Are You Now

Data di Uscita: 02/10/2015

Port-Royal - Where Are You Now

Cemento dissestato a terra, trivellato dal tempo e dall’incuria, e arbusti stecchiti che s’issano come antenne dalle crepe. Un luna park che senz’altro aveva visto giorni migliori, una via di mezzo sbilenca tra Pripyat e Coney Island a ben guardare più vicino alla prima che alla seconda; tuttavia è aperto e la ruota panoramica gira, gli autoscontri cozzano l’uno contro l’altro con gommosi rimbalzi, l’aria sa di caramello, di sigarette, di qualcosa di tossico. Lo spaesamento va a braccetto con la fascinazione.
In stazione mi hanno dato questo biglietto, ora che lo sgualcisco con le dita in un mio tipico fare nervoso mi accorgo che il campo nel quale avrebbero dovuto stampare il nome della destinazione è rimasto in bianco. C’era un unico binario e il treno stava sopraggiungendo in quell’istante, salire al volo è stata un’azione istintiva, mosso dal terrore di rimanere impantanato in un punto svuotato di prospettive. Il viaggio era una debole scusa per reagire all’impasse, per dimostrare di poter rompere una stasi con il minimo sforzo; la realtà dei fatti narra di foreste tutte uguali che correvano al mio fianco, fulminate dai miei occhi fissi su di loro mentre la mente vagava in avanti e indietro nel tempo. Movimenti con risultante pari a zero, tant’è che arrivare qui equivale a conservare la medesima posizione. Un vecchio un giorno mi confidò che solo ai sognatori è concesso di spostarsi senza meta definita, deduco quindi di aver seduto nella carrozza dei visionari.
Where are you now – me lo chiedi o me lo affermi?
Non lo sai tu e non lo so io, per questo adottiamo un ibrido tra asserzione e interrogativo. La consapevolezza mi ha condotto ad accettare la labilità come configurazione d’equilibrio, ché la vita insegna che le strutture isostatiche esistono sono nelle utopie. Tuttavia, non mi sono mai negato il gusto di perdermi nei miei desideri, e nel meraviglioso gioco delle infinite possibilità, soprattutto da quando ho annegato la paura di ballare nelle gelide acque del fiume Volga.
Non c’è da pagare per fare un giro ed elevarsi sopra le cime del bosco che abbraccia questa oasi di divertimento e malinconia, un giovane mingherlino mi appone un timbro sul polso come lasciapassare per issarsi e disegnare una mappa per scegliere un posto nel mondo; la geografia mi è sempre stata amica e una bussola per orientarmi è ciò che mi consola mentre gli ingranaggi cigolano e il tettino giallo limone ondeggia a un metro dalla mia testa. Vi sono altre persone e riconosco dal loro sguardo che sono state traghettate qui attorno dallo stesso scopo, la compagnia mi conforta e alleggerisce il peso. Quando mi avevi regalato la possibilità di scegliere un futuro tirando i dadi non mi aspettavo che avresti estratto dalla tasca un solido così multisfaccettato: sei facce sarebbero state insufficienti a cogliere le sfumature. E adesso che ho deciso di ubbidire alla mia natura e tracciarmi un percorso, fatto di riflessioni ma anche di leggerezza, datemi in mano una matita e fatemi apparecchiare gli strumenti per tradurre tutto in musica. Una combriccola si scatena accanto al pungiball ché l’Eurodance martella l’aria, bambinetti che si dimenano nei bomber troppo larghi per le loro spalle puerili, ma la gioia schizza dalle pupille come laser. La speranza.
Sono sempre stato in tutti i posti e da nessuna parte, anelare all’altrove più a Est che a Ovest mi ha messo in marcia da anni verso città e paesi dai nomi bizzarri, abitati da gente dall’incarnato pallido e dal cuore impavido. Sono morto al momento giusto, quando ho interrotto quell’insulsa battaglia interiore tra spettri contrastanti, alla spasmodica ricerca di un io univoco; ora, potermi riconoscere in una discoteca di periferia, madido di sudore sotto le luci stroboscopiche e la cassa che picchia a 4/4, non fa di me una persona diversa da quella che osserva dal tetto di un palazzone qualsiasi un tramonto freddo e tardivo, e si commuove. Ero a Bratislava in quel giorno lontano. Quell’altra volta ancora ascoltavo i Röyksopp provando un lieve imbarazzo per aver ceduto all’electropop, troppo commerciale per i palati dei saccenti criticoni, tanto lesti a puntare il dito quanto frigidi nel provare emozioni. Non è mai stato un mio problema, né tantomeno lo è adesso.
Il vento scuote le cime degli abeti oltre le montagne russe e le guance si arrossano per le temperature in picchiata col calare del sole e per la contentezza di spogliarmi, definitivamente, di tutte le costrizioni. Spogliarsi è abbandonarsi, e la resa è sempre in fondo una riappacificazione, anche quando comporta ammettere limiti, o sconfitte, o armistizi.
I’ve got this beautiful feeling, and it’s breaking my heart, it’s breaking my heart…
Stiamo danzando all’unisono eppure ciascuno racconta una propria storia, la mia parla d’incontri susseguitisi nel tempo e nello spazio, in cui il reale e il virtuale non collidevano ma si completavano a vicenda, in cui posso serenamente adoperare glaciali aperture ambient accanto a luccichii glitch, in cui la techno e la dance dialogano col post rock con estrema naturalezza attraverso melodie dense di vera vita.
Quando capito a Tallinn sento la cassa toracica vibrare in risonanza coi synth algidi che decollano in un climax teatrale, mi scateno in qualche club per poi destarmi al mattino a due passi da Paldiski e avvertire quella nostalgia assoluta che mi attanaglia ogni volta che piango guardando “Lilja 4-ever”.
Dopotutto, si tratta sempre di amore.
Spezzare, ricomporre, creare ancora. Il treno per tornare indietro è inspiegabilmente vuoto; una voce di donna con la delicatezza tipica di una calda carezza, tra liquidi arpeggi, rivela “we are floating like feathers in this place we made for us”. Siamo fragili, siamo ovunque e in nessun luogo. Un luna park in un apparente non-luogo, ma un occhio attento può in ogni caso riconoscercene un altro in una giornata autunnale sporcata dalla pioggia e dalla salsedine della costa, catturato in un’istantanea di alcuni anni addietro tra la scogliera e il mare inquieto come quest’animo, palazzi anni ’70 familiari e la litoranea, a poca distanza da Genova.

Federica Giaccani

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