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Jono McCleery – Pagodes

Data di Uscita: 02/10/2015

Jono McCleery - Pagodes

I corridoi avevano ancora quell’aria scolastica che solo la demolizione avrebbe potuto cancellare. Bambine e bambini concitati e recalcitranti non correvano più su quel linoleoum verdognolo. Né le pareti erano tappezzate da disegni dai tratti insicuri e dai colori sfavillanti a inseguire le stagioni e le feste comandate. L’istituto non aveva mai ospitato più di una sessantina di studenti ed era stato quindi accorpato ad un altro un po’ più grande, distante qualche chilometro, ampliato per l’occasione e inaugurato nella sua nuova, più larga veste, in pompa magna da tutte le autorità cittadine. Discorsi illuminati da una retorica riflessa omaggiavano alla lungimiranza di quel progetto, a come la città si stesse adeguando ai tempi che cambiano, al risparmio che avrebbe comportato. I miei passi echeggiavano nel corridoio. Pensai alla città che vuole rimanere al passo coi tempi. Al risparmio inseguito a tutti i costi. Mi vennero alla mente alcuni versi di Robert Wyatt. They say the working class is dead we are all consumers now. Giunto alla fine del corridoio aprii la porta del piccolo teatro. La luce filtrava dalle finestre illuminando il puvliscolo che danzava quieto nell’aria. Tu eri seduta di fronte al pianoforte. In un angolo di penombra. Suonavi un pezzo di Debussy. Ti incastravi perfettamente in quello scenario di abbandono pianificato. Sembrava che la polvere, che come neve cadeva da anni a ricoprire le cose, ti fosse passata attraverso. Eri come uno spettro incurante della Storia che scorreva al di fuori di quelle pareti. Eri come uno spirito avulso dalla realtà di qualunque fattura e colore. Piegata su quei tasti neri e bianchi ricamavi pensieri e musica e li restituivi a quel luogo che sarebbe poi diventato il tempio delle nostre farse. Furono anni intensi. Faticosi. Ebbri di lavoro, di commedie, di tragedie e di vino rosso. Riguardandomi indietro oggi, non posso che pensare a quanto fosse bello essere inebriati da quello spirito creativo. Quel luogo divenne il fulcro delle nostre giornate. Calcavamo il palco pieni di energia. Ci amavamo. Ci odiavamo. Ci sussurravamo parole dolci. Ci concedevamo amplessi esagerati. Bestemmiavamo e invocavamo Dio. Eravamo sconosciuti e vicini di casa. Eravamo borghesi e nullatenenti. Eravamo truffatori e santi. Eravamo prigionieri e secondini. Eravamo nemici. Eravamo complici. A volte seguivamo un copione. A volte improvvisavamo. Sempre esasperati dalle nostre esistenze. Sempre soggiogati dalle nostre passioni. Al tempo lavoravo come portinaio notturno in un condominio dai corridoi pavimentati di marmo mai davvero lucido. Le notti erano claustrofobiche e le passavo ad attendere di raggiungerti. Mi immaginavo il corridoio di linoleum verdognolo e la porta dietro la quale suonavi il pianoforte. Sognavo ad occhi aperti il momento in cui ci saremmo nuovamente spogliati per travestirci, assumendo un’identità nuova dopo l’altra che ci avrebbe permesso di essere ancora una volta noi stessi. Mi nutrivo di quell’idea di noi che io stesso alimentavo di ideali. Fu quando cominciai ad esserne logorato che iniziai a sentirti sempre più distante. Un pomeriggio come tanti altri in cui esistevamo solo noi due in luce a dominare da un metro d’altezza una platea sempre all’oscuro, per la prima volta impersonai un attore senza esserlo davvero. Per la prima volta l’urgenza delle parole sembrava finta, costruita, svestita di quella genuinità che mi era solita quando recitavamo. Ricordo nitidamente come non riuscissi a plasmare il mio ruolo. Tu, d’altro canto, danzavi leggiadra tra le battute senza mai uscire dal tuo personaggio. Mi urlasti le cose più terribili con la tua solita candida rabbia. Io balbettavo. Mi infuriavo e poi chiedevo scusa. Cominciasti a lanciarmi addosso oggetti di scena e ti implorai di fermarti. Ti dissi che eri pazza. Che non riuscivi più a distinguere la realtà da quella finzione che noi stessi avevamo creato. Me ne andai. Mi convinsi che quel mio comportamento fosse dovuto ad una crescita, una maturazione, un’evoluzione che tu, al contrario di me, non avevi intrapreso. Avevo capito che quella vita era solo un sogno, un ideale autoreferenziale, la sublimazione della nostra inettitudine a relazionarci col mondo, a stare al passo coi tempi che cambiano. Come fossimo una piccola scuola di periferia. La coscienza col passare degli anni si sentì sollevata e mi illusi di essere diventato adulto e saggio.
Oggi ho letto sul giornale che demoliranno quella vecchia scuola inutilizzata. Quella vecchia scuola che non trova più collocazione nel continuo trasformismo cittadino. Ho deciso di fare una camminata per concedermi qualche minuto di nostalgia. Arrivato di fronte all’edificio m’è parso di sentire nuovamente le note di Debussy e per la prima volta dopo tanti anni mi sono reso conto della mia falsità nell’interpretare me stesso. Ti avevo tradito decidendo di calcare quel palco indossando una maschera privilegiata alla quale avevo deciso di affibbiare la mia identità. Mi dispiace. Solo ora mi rendo conto di quanto fosse sincero quel nostro amore che inscenavamo giorno dopo giorno su quel palco. Nel tempio delle nostre farse non eravamo altro che la riproduzione più sincera delle nostre vite. Tornato a casa mi sono accasciato per terra e ho pianto. Ho bestemmiato. Ho urlato. E poi ti ho parlato. Ho riso con te. Ti ho insultata. Ti ho detto che ti amavo. Che ti odiavo. Abbiamo fatto l’amore e ci siamo assassinati. Abbiamo ancora una volta esplorato ogni possibile eccesso. E il parquet del mio soggiorno si è trasformato in linoleum verde. Poi. Hai bussato alla mia porta.

Pietro Liuzzo Scorpo

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