monthlymusic.it

The Innocence Mission – Hello I Feel the Same

Data di Uscita: 17/10/2015

The Innocence Mission - Hello I Feel the Same

Così come in questa storia non c’è storia, nella mia vita non c’è vita.
In queste righe non ci sono gioia o coraggio.
Non ci sono risate in grado di riempire una stanza più di quanto possano fare tutti i quadri di una galleria d’arte.
Non ci sono persone che si perdono e che si ritrovano.
Non ci sono oggetti che si rompono per via di mani maldestre.
Queste lettere parlano di persone dal fiato corto.
Di persone che scelgono di farsi dimenticare, e che il tempo piano piano dissolve.
Di persone di cui non parla mai nessuno.

La prima volta che ho incontrato il vecchio Tom è stato quasi per caso, o per via del destino. E se una differenza è che il caso accade per poi essere dimenticato, mentre il destino nasce e vive di uno scopo, un’altra differenza è che io nel destino ci credo.
Viaggiavo in treno, per mia scelta, ed ero seduto di spalle rispetto alla direzione d’avanzamento della carrozza, per la scelta di altri.

La prima volta che ho incontrato il vecchio Tom ho visto tutta la sua vita come in una fotografia, in un solo istante, mentre lui di me non ha notato nemmeno l’esistenza. Ho visto la sua casa immersa nel verde, in cima alla collina appena sopra la galleria.
Era la prima volta che viaggiavo guardando verso il passato e non verso il futuro. Fatta di pietra e poco altro, era circondata da alberi di ulivo, e la copertura di tronchi e foglie faceva si che solo la parte inferiore della casa fosse tinta di rosso dalla luce del tramonto. Come se il sole fosse lì sotto, piantato nel giardino del vecchio Tom, e spuntasse curioso da un cespuglio per guardare verso il tetto ed il cielo.

La casa era disabitata, ma non in stato d’abbandono. Aspettava solo che qualcuno entrasse tramite il cancelletto di ferro senza serratura, o scavalcasse il muretto perimetrale, troppo basso per rappresentare un ostacolo. All’interno tutto era coperto da uno strato di polvere e terriccio colorato, dei minuscoli detriti gentili sui quali era sufficiente soffiare appena per accompagnarli fuori da una finestra. Tutto era al suo posto e niente lo era, come se le persone, i ricordi e le storie fossero scappate via senza preavviso. Solo una cosa mancava, e lo si poteva notare guardando sopra il caminetto. Una macchia grigia sporgeva da una parete immancabilmente bianca, così liscia e levigata da far pensare di aver ricevuto una carezza dal suo primo attimo di vita. Quella macchia grigia, invece, era ruvida e grezza, perché prima era coperta da un oggetto, un quadro, un dipinto senza cornice, qualcosa che, quando è caduto, ha fatto scappare via la mano che l’aveva appesa.

La prima volta che ho visto il vecchio Tom l’ho capito solo quando l’ho visto mentre si allontanava. Ero andato ad abitare nella sua casa insieme alla mia famiglia, e sapevo che l’unico contratto od invito di cui avevo bisogno era quella richiesta, permesso, che avevo formulato ad alta voce sulla soglia della casa, con le valigie ancora in mano ed il cappello in testa.
L’ho visto una domenica mattina di metà marzo, seduto su una panchina che alle spalle aveva i binari della ferrovia, da cui si poteva ammirare tutto il mare del golfo. Un uomo distinto, ma con ancora il terreno del suo orto sotto le unghie. Cauto, nei movimenti, nei gesti. Il giubbotto un po’ logoro, con qualche toppa qua e là cucita da mano inesperta, dalla stessa mano che teneva ben stretta quel lungo foglio arrotolato che sporgeva dalla tasca.
Con un sorriso che non riusciva a salire fino ai suoi occhi che, parlandomi, mi hanno spiegato chi abitasse prima in quella casa.

Dicono che il tempo riesca a guarire ogni cosa… ma la verità è che siamo noi che riusciamo a dimenticare tutti e tutto.
Dimentichiamo affronti e rancori.
Dimentichiamo la prima corsa che abbiamo fatto da bambini, e quella che abbiamo fatto mano nella mano.
Riusciamo a fare a meno dei volti dei nostri genitori.
Riusciamo a fare a meno di quella pietra malmessa che faceva traballare il tavolino su cui ho messo quel regalo che ti ha fatta piangere.
Il tempo riesce a fare dimenticare tutto, anche noi stessi, anche il nostro scopo. E quando ci sforziamo così tanto, per sopravvivere, da dimenticare anche il nostro nome, non possiamo fare altro che vagare come spettri, attirati e terrorizzati da quello che prima scaldava i nostri giorni.

Filippo Righetto

Comments are closed.