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Rafael Anton Irisarri – A Fragile Geography (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 23/10/2015

Rafael Anton Irisarri - A Fragile Geography

Il pantografo era collegato a un processore, assieme ubbidivano agli ordini in formato GPS tracciando spezzate sul plastico; prima di allora il concetto di confine per me era sempre stato un assioma inconfutabile. Le mappe politiche, con colori pastello diversi per distinguere una nazione dall’altra e delle linee scure per separarle tra loro, avevo imparato a studiarle e a costruirci sopra dei viaggi immaginari a partire dalla certezza dei limiti; ogni atlante o mappamondo, sfogliato o ruotato tra le mani, parlava di valichi e barriere. Quel giorno scoprii la displuviale alpina e i suoi spostamenti nel corso del tempo, lo scioglimento di alcuni ghiacciai aveva reso labile la geografia finora assodata sfocando i margini tra Italia e Stati contigui. Evidentemente, accordi internazionali e geopolitica poco hanno potuto di fronte alla natura e alle sue dinamiche intrinseche, la transitorietà dei bordi ha frantumato un dogma granitico e accanto alla ricostruzione in scala del ghiacciaio del Similaun il pennino scorreva discostandosi un poco di volta in volta. I confini mobili.
Soltanto un anno dopo, nel tentativo fallimentare di superare un esame che avrebbe rimescolato le carte della mia vita, anche i famosi 4.810 metri di altitudine del Monte Bianco (cifra imparata a memoria sui banchi di scuola) iniziarono a tentennare: le precipitazioni e il vento modificano l’accumulo della neve in vetta, recentemente è andato perduto almeno un metro di quota. La geografia va sgretolandosi.
La cosa curiosa è che dobbiamo necessariamente assimilare e accettare tale precarietà anche in scala più ridotta. Difatti, dopo essermi persa tra i crinali delle Alpi, m’imbattei nelle sabbie di Israele, in cui il contesto urbano prendeva il posto degli spazi estremi inabitati. Enormi plotter tracciavano i segni di una pianificazione man mano più dettagliata, dal territorio all’edificio, poi tornavano sui loro passi cancellando tutto, come un deserto – per l’appunto – in cui le configurazioni mutano con una rapidità imprevedibile. A metafora di una situazione sociopolitica in bilico, le città israeliane subiscono trasformazioni anche pesanti per assecondare le ideologie che le promuovono, e la geografia stessa, anche in questo caso, è in balia di una profonda instabilità.
A quel punto mi tornò in mente il sempre caro Calvino, e le sue Città Invisibili nelle quali mi sono persa con fascinazione diverse volte; luoghi della mente più che del corpo, città-simbolo e frutto della fantasia, tuttavia dense di particolari tant’è che la tentazione di scambiarle per qualche centro urbano realmente esistente è tuttora forte. Calvino giocava con la nostra percezione, disegnando complesse geografie in cui esisteva tutto e il suo contrario, destabilizzando l’immagine concreta che abbiamo sempre avuto del mondo, rendendola sfuggente, provvisoria.
Quando mi capitò a tiro il nuovo lavoro di Rafael Anton Irisarri, mi sentii rinfrancata perché mi parve di trovarmi a casa, in quest’incertezza in cui siamo costretti a muoverci oggi, volenti o nolenti. La geografia di cui narra attraverso le sei tracce (più un EP come bonus) non è altro che la raffigurazione in musica della precarietà contemporanea, una trasposizione per analogia dalle scienze della terra alle scienze politiche e sociali, una sorta di urbanistica dei popoli e del pensiero. Lo smarrimento e lo status di tensione che mai accenna a smorzarsi, che l’artista collega al presente negli Stati Uniti, possono agilmente essere estesi a una condizione generale. La bellezza nel mondo appare violenta e crudele agli occhi di tutti, specie quando si scontra con le sconfitte, con le mancanze, coi fallimenti. Personalmente mi sono ritrovata a riflettere su questi dolorosi contrasti di recente, la fragilità del nostro tempo che sembra darti molto e poi toglierti tutto dalle mani senza preavviso, e le convenzioni che ti vorrebbero in una prestabilita e stabile collocazione, quand’essa purtroppo non esiste. La geografia è precaria, si spostano i confini, si cancellano quartieri e ci si muove in città che non sappiamo nemmeno fino a che punto esistono, se esistono; il disagio è inevitabile. Eppure, si anela alla bellezza. Per farci del male, ma anche del bene. Irisarri insiste col chiaroscuro, con immagini fuori fuoco come un occhio smarrito, con scenari impuri, dalla grana grossa. Poi spinge l’acceleratore al limite e lo supera, i droni e i climax toccano vette altissime: siamo sul Monte Bianco e la neve ci appanna la vista e ci assidera la pelle, siamo sul ghiacciaio del Similaun a cavallo tra Italia e Austria e le frontiere si spostano sotto i nostri piedi. Emotivamente l’impatto è talmente forte che i brividi salgono come provocati da un improvviso gelo alpino. Empire Systems. Il suono vibra e le melodie tratteggiano malinconie sconfinate, di mete irraggiungibili come le Città Invisibili; sono tocchi di una delicatezza commovente, come i riflessi nelle pozzanghere, i bordi cangianti nelle nubi, i vetri sporchi di un acquazzone appena concluso. Vivide istantanee, tuttavia rarefatte e mutevoli, quasi inconsistenti. Labili come le certezze. Hiatus | Persistence. Il disco sembra chiudersi sul vento che soffia nel deserto e cancella ogni traccia, in un loop di fare e disfare, oscuro; Irisarri sembra dirci che la consapevolezza deve pacificamente farci accettare le dinamiche della vita. Secretly Wishing For Rain. Infine arriva la pioggia, pesante e persistente, a inzuppare i vestiti e i passi in un cammino già impervio e faticoso; i droni insistono tetri e infiniti, chiudono l’orizzonte ad auspicabili rasserenamenti. Il pathos è tangibile, si trema d’inquietudine tra gli strati sonori, spessi o sottili all’occorrenza. Unsaid EP.
La riflessione si chiude mentre la musica gratta sulle gocce dense, e un sibilo di sottofondo allude a un prosieguo ideale. Il linguaggio è universale, la geografia talvolta è natura, è politica, suono, forma, e addirittura condizione interiore; la certezza è l’incertezza, in uno stupido gioco di parole, con la quale e nella quale siamo obbligati a convivere. È un tormento, ma anche un sollievo.

Federica Giaccani

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