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Beach House – Thank Your Lucky Stars (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 16/10/2015

Beach House - Thank Your Lucky Stars

Rebecca aveva tenuto in serbo il tubino di velluto nero per La Grande Occasione nell’armadio in mogano della stanza degli ospiti, tant’è che per fortuna iniziò a subodorare per tempo l’avvicinarsi dell’incontro e risparmiò a se stessa, ad Antoine e agli altri avventori del ristorante francese all’angolo tra la 65ma e Park Avenue l’imbarazzo dell’odore di lavanda mescolato alla naftalina.
Dal canto suo, nemmeno Antoine era rimasto immune dal trambusto interiore sollevato da quell’agognato appuntamento: la scelta del momento opportuno per porgere l’invito, le mani sudate strofinate sulla lana dei pantaloni, lo sguardo basso con la speranza che le irregolarità dell’asfalto gli suggerissero le parole migliori per assicurarsi un successo. Poi, come spesso accade, la semplicità di un gesto come un braccio attorno alla vita di lei, nell’atto di accompagnarla con delicatezza dal freddo della strada al tepore dell’ingresso di casa, uno sguardo in cui l’amore si vestiva prevalentemente di premura, sciolse con naturalezza ogni impaccio e la proposta sgorgò fluida. Altrettanto naturalmente venne accolta, con entusiasmo: gli occhi luccicanti di Rebecca non ammettevano menzogne.
Antoine si era messo in cammino con largo anticipo, con l’intento di far sbollire l’adrenalina tra i gelidi sentieri del Central Park. Il crepuscolo stava calando tra le fronde, i vivaci aranci e marroni andavano scurendosi passo dopo passo avvolti dalle ombre lunghe, mentre i lampioni si accendevano in una progressiva danza luminosa. Il cielo era terso, le costellazioni fissavano l’uomo dall’alto come numerosi occhi benevoli, da quell’infinita distanza avrebbero vegliato sulle sue mosse leggermente impacciate.
Rebecca, dal canto suo, era stata incastrata da un fastidioso turno lavorativo che avrebbe irrimediabilmente stretto i tempi; tanta cura per i dettagli ma all’ultimo si era arresa all’ufficio, alle scartoffie, a un cambio d’abiti d’emergenza nel bagno al ventesimo piano di quell’asettico open space, senza dubbio tutt’altro che pulito a fine giornata. Poco importava, una volta indossato il vestito e rinfrescato il trucco un nuovo sipario si sarebbe aperto e i registri contabili sarebbero spariti di fronte al taxi che attendeva in strada, tra le luci di New York sempre cariche di promesse.
Il ristorante era molto piccolo e i tavoli erano abbracciati dalla penombra per proteggere l’intimità degli avventori. Antoine era da poco arrivato e aspettava Rebecca a fianco all’ingresso, con una sigaretta tra le labbra. Il fumo si mischiava nell’aria al vapore caldo del respiro, ma quando lei scese dal taxi gli sembrò di sentirsi mancare il fiato. Dissimulando disinvoltura le andò incontro con un ampio sorriso, le cinse le spalle con un braccio aprendo la porta con la mano libera. La prenotazione previdente aveva loro garantito riservatezza in angolo del locale, le vetrate a tutt’altezza su ambo i lati, tuttavia, li scoprivano agli occhi dei passanti veloci e al flusso di auto nel crocevia contiguo. Nessuno dei due sembrava curarsene, la cornice era senza dubbio perfetta per siglare un tenero inizio all’interno della magia unica di quella metropoli brulicante di desideri e realizzazioni. Le bollicine dello champagne e un primo brindisi ammorbidirono i nervi un poco tesi e spezzarono gli indugi; dopodiché fu semplice per entrambi cedere alle chiacchiere a bassa voce tra sguardi intensi vicendevoli e le guance leggermente arrossate, per lo sbalzo termico e per le emozioni. Si sfiorarono le mani più volte scegliendo le portate dal menu, quei gesti dapprima esitanti guadagnavano dimestichezza col passare dei minuti e una musica soffice riempiva i silenzi con delicatezza, prendendosi lo spazio opportuno senza sovrastare le loro parole. Rebecca dopo un po’ nemmeno si accorse più del ricciolo che imperterrito le cadeva sulla fronte rovinando la precisione dello chignon ben tirato indietro, lo lasciò fare mentre rideva e sorrideva, rapita dall’intelligente ironia di Antoine che nel frattempo si era sbottonato il cardigan e si era abbandonato sullo schienale della sedia, col calice di vino in mano. Prima le zuppe, poi i formaggi e la carne, infine i dolci sontuosi e abbondanti; le canzoni scorrevano nei loro discorsi come miele, una voce femminile accarezzava e lambiva i riverberi, intrecciata alle sognanti melodie dal sapore di stelle e caramello. Se avessi potuto sbirciare la situazione da una finestra qualunque del palazzo di fronte, avrei detto che ogni tassello si trovava al posto giusto e nessuna sceneggiatura di nessun film avrebbe descritto in maniera più convincente lo sbocciare di un amore a Manhattan. L’aveva corteggiata per settimane, al bistrot ogni mattina la osservava tra le pagine di un quotidiano, poi passò a offrirle un cappuccino, quindi le rivolse qualche cortese battuta per stabilire un’intesa. Rebecca sembrava gradire ogni attenzione, col suo timido linguaggio corporeo comunicava un interesse contraccambiato, ma Antoine temeva di andare incontro a un rifiuto quella sera che si incrociarono per una casuale circostanza all’uscita della metropolitana e lui propose di scortarla fino a casa. Lì raccolse il coraggio e formulò l’invito, sorprendendo addirittura se stesso per essere riuscito ad assecondare l’istinto senza troppe remore.
Man mano il ristorante andava svuotandosi, ma le loro conversazioni non accennavano a scemare; la colonna sonora onirica, sfumata da scie evanescenti, impreziosiva anche i gesti più semplici. Erano rimasti solo loro, i camerieri riassettavano la sala quando Antoine si alzò e, con un elegante baciamano che profumava di classicismo ed eleganza senza tempo, attirò a sé la ragazza, in un lento ballo guancia a guancia, fino al completo svanire delle note.

Federica Giaccani

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