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Archive for ottobre, 2015

Ólafur Arnalds & Nils Frahm – Loon

D.d.U. 02/10/2015Ólafur Arnalds & Nils Frahm - Loon

Le tazze fumanti, appoggiate sull’ampio davanzale, appannano i vetri assieme ai nostri respiri, a contrasto con la pioggia sottile che forma rigagnoli sbilenchi. È ottobre, Berlino è grigia dal quinto piano di un palazzo in stile Altbau di Prenzlauerberg.
Le gocce picchiettano le superfici dello studio, saltellano sul pianoforte e sulle poltrone in pelle scura, sgambettano leste tra le pesanti apparecchiature per manipolare i suoni che ci han costato una bella fatica, in un vecchio edificio senza ascensore.
Un leggero fruscio di fondo vorrebbe confondere le carte e sospendere un poco la percezione del presente. Il ginseng bollente redime i nostri peccati di una notte di clubbing della quale ancora mostriamo gli strascichi, tuttavia abbiamo imparato a commuoverci e danzare simultaneamente, in questa città, da sempre. Vanno di pari passo, il ballo e l’ascolto intimo, fluiscono l’uno verso l’altro, andata e ritorno.

Si è fatta notte, si esce di nuovo.

Federica Giaccani

Vainio & Vigroux – Peau froide, léger soleil

Data di Uscita: 16/10/2015

Vainio & Vigroux - Peau froide, léger soleil

Dei cervi assonnati, alcuni in posizione supina con lo sguardo perso nel vuoto, stanno davanti ad un negozio chiuso. Sigillato il distributore delle bevande gassate, non rimane che una luce invadente ed un riflesso privo di ulteriori risvolti. Il livello del mare si era alzato di cinque metri negli ultimi anni, un innalzamento improvviso ampiamente previsto dagli scienziati inglesi di un istituto di ricerca non governativo. La gente aveva creduto all’allarme troppo tardi, mentre i più illuminati avevano smesso subito con l’energia elettrica, con il consumare carne, rinunciando all’automobile, nel tentativo di ridurre la propria impronta carbonica. Tutti i fedeli calcolavano e dividevano l’immondizia prodotta, una riduzione drastica avrebbe salvato il mondo; eppure, nonostante l’intervento del Papa e di tutti i vertici mondiali, il comportamento dell’Uomo ha portato alla catastrofe.
Quei poveri animali, in balia dell’essere umano, sono senza casa, annichiliti davanti ad un emblema del capitalismo, l’insegna della Coca – Cola a campeggiare su di un disastro senza precedenti.
Dai loro bunker sotterranei, tra odori nauseabondi, sterco e vestiti bruciati, i fedeli – così dobbiamo chiamarli – esultavano per la morte del 70% della popolazione mondiale. La loro tesi era fondata, avevano ragione e finalmente la Terra si stava prendendo la giusta vendetta. Lo stato di natura come unica soluzione, anche se qualcuno vista la scarsità di cibo vegetariano si iniziava a fare strane domande. I più saggi spiegavano che l’acqua sarebbe defluita, rinforzando i terreni e permettendo alle piante di crescere forti. Tra loro, ritornati nel mondo di sopra, c’era chi guardava ai cervi con appetito; essi tenevano lo sguardo basso per non essere intercettati nei pensieri nefasti. La polizia del pensiero si posizionava agli angoli di ogni strada, o di ciò che era rimasto, per salvaguardare il clima.
C’era stato un periodo in cui una piccola parte di intellettuali aveva denunciato questa eco-religione, prima di venir estromessi da ogni circolo e università. Anni fa si pagava con l’esclusione dalla vita pubblica, ora direttamente con la vita. Rimasti in pochi, nelle assemblee pubbliche ci si domandava se avesse ancora senso un controllo delle nascite così rigoroso. La discussione era troncata rapidamente, chi intendeva ripopolare la terra veniva sedato e rinchiuso. La riproduzione avrebbe rischiato di reinnestare un clima favorevole allo spreco, meglio pochi, esangui ma buoni dicevano i capi.

“Chi non si allinea ai principi dovrà adeguarsi o perire”

La frase ricorreva in ogni bunker o luogo pubblico, non avrai altro Dio all’infuori di me era insomma stata sostituita.

Tra i titubanti dell’ultima ora – senza ricordare nulla del passato – mi ritrovai in un angolo di bosco davanti alla carcassa di quello che pareva essere un cinghiale.
Un brivido dietro la schiena e qualche goccia di sudore divoravano l’attesa della carne che si stava cuocendo su di un fuoco improvvisato. Al primo morso le proteine animali entrarono in circolo provocando un piacere simile all’orgasmo. Annebbiato dalla goduria non mi accorsi che il fuoco si alzava e mosso dal vento distruggeva il bosco. La polizia intervenne subito ritrovando anche tracce di cinghiale cotto; mi scaraventò a terra prima di spararmi in testa.

Il nero della morte con grande sorpresa scomparì una volta riaperti gli occhi. Ero caduto dal letto sbattendo la testa contro il comodino, mi trovavo a casa con il giradischi in funzione. Sul canale All News non c’era nessun allarme climatico, solo i classici video dalla Siria.

Solo un brutto sogno dunque? Facendo mente locale i ricordi tornavano alla sera prima, una cena nella quale si prendeva in giro la solita catastrofista. Non si dovrebbe giocare con i pensieri caritatevoli, ma certe volte – al cospetto di chi si beve ogni dettato dell’Onu – è davvero bello fare la parte del repubblicano intransigente.
In più, a completare il quadro della situazione, tra i vestiti sparpagliati in camera vi era un vinile con la copertina simile all’inizio dell’incubo. La luce, i cervi ecc. ecc. dominavano la scena mentre il rumore bianco sibilava dal giradischi.
“Deux” scuote subito le membra, scenari lunari e un groviglio di metallo plasmato con il pensiero da qualche essere alieno. Cadono bombe e il riparo non esiste più.
Ambient, elettroacustica, esperimenti abortiti ancor prima di iniziare e armi che tagliano il ghiaccio. Il brutale gira l’angolo e si bacia appassionatamente con una voce ultraterrena (“Soufflé”). Distorsioni, ambiguità, vuoti e drum machine; l’impasto non poteva che dar vita ad un ironico e barbaro viaggio nel sonno.
Umanità e macchine unite, il genio al servizio della sperimentazione. Una vera e propria gemma, al sicuro da qualsiasi cambiamento climatico.

Alessandro Ferri

Schmieds Puls – I Care a Little Less About Everything Now

Data di Uscita: 16/10/2015

Schmieds Puls - I Care a Little Less About Everything Now

Mi hanno invitata ad entrare. Sono scivolata sulla soglia, uno scivolio inaspettato, credevo che il piede fosse ben saldo a terra, e invece. Si sono avvicinate a me alcune persone, ne sentivo le voci, distanti e confuse, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi. C’è un timore quando chiudi gli occhi che prima di riaprirli ti porta in una stanza abbandonata, buia, con poche e piccole finestre da cui entrano spifferi d’aria, foglie secche, linee di luce, una luce stanca, autunnale. I wanna run away. Un corpo supino a terra, distante da tutto, eppure con un desiderio di correre altrove. Nell’impossibilità si è nascosta una presenza. I wanna run away. Il corpo giace. Mi hanno invitata ad entrare, ma sono scivolata sulla soglia.

Tre parole, tra un sussurro e un battito: piccoli passi possibili.

Sento qualcuno che afferra la mia mano, e così ricomincio a camminare. Il profumo di un’aria fresca, nuova, lo scricchiolìo delle foglie secche sotto ai piedi, e così il tuo pensiero come un seme che cresce, si innalza, irrobustisce il proprio tronco, e i rami, sempre più lunghi, e le foglie, i fiori, il profumo, primavera, estate, autunno, inverno.

I don’t feel anything anymore.

Accadde un’altra volta, ma con un invito a camminare. Una stanza sotto il cielo, senza porta, né pavimento. Una stanza senza una casa che la sorregga, una stanza esposta al pericolo, una stanza che protegge dal pericolo. Per proteggersi bisogna esporsi. Forse qualcuno l’ha già detto in passato, magari qualcuno che era stato in quella stanza.

Mi piacerebbe incontrarlo, vorrei che ci sedessimo a terra in quella stanza senza pavimento, vorrei che parlassimo, vorrei che mi raccontasse cosa ha provato quando è arrivato lì per la prima volta, se era solo, se c’era qualcuno con lui, se era stato invitato, accompagnato, o era arrivato lì casualmente.

You can go now.

Allora io gli racconterei che ero stata dapprima invitata ad entrare: entrai, ma il piede scivolò sulla soglia. Ho passato un periodo fuori dal tempo, un periodo in cui i giorni erano distanti tanto quanto le voci delle persone che mi erano attorno. Gli racconterei del vento, dello scricchiolìo delle foglie secche sotto ai piedi che mi permettevano di contare i passi e i giorni. Gli racconterei del buio della stanza, del seme-pensiero e della mano che afferra la mia e m’invita di nuovo a camminare.

- Dove vai?
– Vengo con te.

“Un giorno mi sono accorto che non mi importava più di nulla, e che tutto mi feriva a morte.”
– Baricco

Valentina Loreto

Port-Royal – Where Are You Now

Data di Uscita: 02/10/2015

Port-Royal - Where Are You Now

Cemento dissestato a terra, trivellato dal tempo e dall’incuria, e arbusti stecchiti che s’issano come antenne dalle crepe. Un luna park che senz’altro aveva visto giorni migliori, una via di mezzo sbilenca tra Pripyat e Coney Island a ben guardare più vicino alla prima che alla seconda; tuttavia è aperto e la ruota panoramica gira, gli autoscontri cozzano l’uno contro l’altro con gommosi rimbalzi, l’aria sa di caramello, di sigarette, di qualcosa di tossico. Lo spaesamento va a braccetto con la fascinazione.
In stazione mi hanno dato questo biglietto, ora che lo sgualcisco con le dita in un mio tipico fare nervoso mi accorgo che il campo nel quale avrebbero dovuto stampare il nome della destinazione è rimasto in bianco. C’era un unico binario e il treno stava sopraggiungendo in quell’istante, salire al volo è stata un’azione istintiva, mosso dal terrore di rimanere impantanato in un punto svuotato di prospettive. Il viaggio era una debole scusa per reagire all’impasse, per dimostrare di poter rompere una stasi con il minimo sforzo; la realtà dei fatti narra di foreste tutte uguali che correvano al mio fianco, fulminate dai miei occhi fissi su di loro mentre la mente vagava in avanti e indietro nel tempo. Movimenti con risultante pari a zero, tant’è che arrivare qui equivale a conservare la medesima posizione. Un vecchio un giorno mi confidò che solo ai sognatori è concesso di spostarsi senza meta definita, deduco quindi di aver seduto nella carrozza dei visionari.
Where are you now – me lo chiedi o me lo affermi?
Non lo sai tu e non lo so io, per questo adottiamo un ibrido tra asserzione e interrogativo. La consapevolezza mi ha condotto ad accettare la labilità come configurazione d’equilibrio, ché la vita insegna che le strutture isostatiche esistono sono nelle utopie. Tuttavia, non mi sono mai negato il gusto di perdermi nei miei desideri, e nel meraviglioso gioco delle infinite possibilità, soprattutto da quando ho annegato la paura di ballare nelle gelide acque del fiume Volga.
Non c’è da pagare per fare un giro ed elevarsi sopra le cime del bosco che abbraccia questa oasi di divertimento e malinconia, un giovane mingherlino mi appone un timbro sul polso come lasciapassare per issarsi e disegnare una mappa per scegliere un posto nel mondo; la geografia mi è sempre stata amica e una bussola per orientarmi è ciò che mi consola mentre gli ingranaggi cigolano e il tettino giallo limone ondeggia a un metro dalla mia testa. Vi sono altre persone e riconosco dal loro sguardo che sono state traghettate qui attorno dallo stesso scopo, la compagnia mi conforta e alleggerisce il peso. Quando mi avevi regalato la possibilità di scegliere un futuro tirando i dadi non mi aspettavo che avresti estratto dalla tasca un solido così multisfaccettato: sei facce sarebbero state insufficienti a cogliere le sfumature. E adesso che ho deciso di ubbidire alla mia natura e tracciarmi un percorso, fatto di riflessioni ma anche di leggerezza, datemi in mano una matita e fatemi apparecchiare gli strumenti per tradurre tutto in musica. Una combriccola si scatena accanto al pungiball ché l’Eurodance martella l’aria, bambinetti che si dimenano nei bomber troppo larghi per le loro spalle puerili, ma la gioia schizza dalle pupille come laser. La speranza.
Sono sempre stato in tutti i posti e da nessuna parte, anelare all’altrove più a Est che a Ovest mi ha messo in marcia da anni verso città e paesi dai nomi bizzarri, abitati da gente dall’incarnato pallido e dal cuore impavido. Sono morto al momento giusto, quando ho interrotto quell’insulsa battaglia interiore tra spettri contrastanti, alla spasmodica ricerca di un io univoco; ora, potermi riconoscere in una discoteca di periferia, madido di sudore sotto le luci stroboscopiche e la cassa che picchia a 4/4, non fa di me una persona diversa da quella che osserva dal tetto di un palazzone qualsiasi un tramonto freddo e tardivo, e si commuove. Ero a Bratislava in quel giorno lontano. Quell’altra volta ancora ascoltavo i Röyksopp provando un lieve imbarazzo per aver ceduto all’electropop, troppo commerciale per i palati dei saccenti criticoni, tanto lesti a puntare il dito quanto frigidi nel provare emozioni. Non è mai stato un mio problema, né tantomeno lo è adesso.
Il vento scuote le cime degli abeti oltre le montagne russe e le guance si arrossano per le temperature in picchiata col calare del sole e per la contentezza di spogliarmi, definitivamente, di tutte le costrizioni. Spogliarsi è abbandonarsi, e la resa è sempre in fondo una riappacificazione, anche quando comporta ammettere limiti, o sconfitte, o armistizi.
I’ve got this beautiful feeling, and it’s breaking my heart, it’s breaking my heart…
Stiamo danzando all’unisono eppure ciascuno racconta una propria storia, la mia parla d’incontri susseguitisi nel tempo e nello spazio, in cui il reale e il virtuale non collidevano ma si completavano a vicenda, in cui posso serenamente adoperare glaciali aperture ambient accanto a luccichii glitch, in cui la techno e la dance dialogano col post rock con estrema naturalezza attraverso melodie dense di vera vita.
Quando capito a Tallinn sento la cassa toracica vibrare in risonanza coi synth algidi che decollano in un climax teatrale, mi scateno in qualche club per poi destarmi al mattino a due passi da Paldiski e avvertire quella nostalgia assoluta che mi attanaglia ogni volta che piango guardando “Lilja 4-ever”.
Dopotutto, si tratta sempre di amore.
Spezzare, ricomporre, creare ancora. Il treno per tornare indietro è inspiegabilmente vuoto; una voce di donna con la delicatezza tipica di una calda carezza, tra liquidi arpeggi, rivela “we are floating like feathers in this place we made for us”. Siamo fragili, siamo ovunque e in nessun luogo. Un luna park in un apparente non-luogo, ma un occhio attento può in ogni caso riconoscercene un altro in una giornata autunnale sporcata dalla pioggia e dalla salsedine della costa, catturato in un’istantanea di alcuni anni addietro tra la scogliera e il mare inquieto come quest’animo, palazzi anni ’70 familiari e la litoranea, a poca distanza da Genova.

Federica Giaccani

Jono McCleery – Pagodes

Data di Uscita: 02/10/2015

Jono McCleery - Pagodes

I corridoi avevano ancora quell’aria scolastica che solo la demolizione avrebbe potuto cancellare. Bambine e bambini concitati e recalcitranti non correvano più su quel linoleoum verdognolo. Né le pareti erano tappezzate da disegni dai tratti insicuri e dai colori sfavillanti a inseguire le stagioni e le feste comandate. L’istituto non aveva mai ospitato più di una sessantina di studenti ed era stato quindi accorpato ad un altro un po’ più grande, distante qualche chilometro, ampliato per l’occasione e inaugurato nella sua nuova, più larga veste, in pompa magna da tutte le autorità cittadine. Discorsi illuminati da una retorica riflessa omaggiavano alla lungimiranza di quel progetto, a come la città si stesse adeguando ai tempi che cambiano, al risparmio che avrebbe comportato. I miei passi echeggiavano nel corridoio. Pensai alla città che vuole rimanere al passo coi tempi. Al risparmio inseguito a tutti i costi. Mi vennero alla mente alcuni versi di Robert Wyatt. They say the working class is dead we are all consumers now. Giunto alla fine del corridoio aprii la porta del piccolo teatro. La luce filtrava dalle finestre illuminando il puvliscolo che danzava quieto nell’aria. Tu eri seduta di fronte al pianoforte. In un angolo di penombra. Suonavi un pezzo di Debussy. Ti incastravi perfettamente in quello scenario di abbandono pianificato. Sembrava che la polvere, che come neve cadeva da anni a ricoprire le cose, ti fosse passata attraverso. Eri come uno spettro incurante della Storia che scorreva al di fuori di quelle pareti. Eri come uno spirito avulso dalla realtà di qualunque fattura e colore. Piegata su quei tasti neri e bianchi ricamavi pensieri e musica e li restituivi a quel luogo che sarebbe poi diventato il tempio delle nostre farse. Furono anni intensi. Faticosi. Ebbri di lavoro, di commedie, di tragedie e di vino rosso. Riguardandomi indietro oggi, non posso che pensare a quanto fosse bello essere inebriati da quello spirito creativo. Quel luogo divenne il fulcro delle nostre giornate. Calcavamo il palco pieni di energia. Ci amavamo. Ci odiavamo. Ci sussurravamo parole dolci. Ci concedevamo amplessi esagerati. Bestemmiavamo e invocavamo Dio. Eravamo sconosciuti e vicini di casa. Eravamo borghesi e nullatenenti. Eravamo truffatori e santi. Eravamo prigionieri e secondini. Eravamo nemici. Eravamo complici. A volte seguivamo un copione. A volte improvvisavamo. Sempre esasperati dalle nostre esistenze. Sempre soggiogati dalle nostre passioni. Al tempo lavoravo come portinaio notturno in un condominio dai corridoi pavimentati di marmo mai davvero lucido. Le notti erano claustrofobiche e le passavo ad attendere di raggiungerti. Mi immaginavo il corridoio di linoleum verdognolo e la porta dietro la quale suonavi il pianoforte. Sognavo ad occhi aperti il momento in cui ci saremmo nuovamente spogliati per travestirci, assumendo un’identità nuova dopo l’altra che ci avrebbe permesso di essere ancora una volta noi stessi. Mi nutrivo di quell’idea di noi che io stesso alimentavo di ideali. Fu quando cominciai ad esserne logorato che iniziai a sentirti sempre più distante. Un pomeriggio come tanti altri in cui esistevamo solo noi due in luce a dominare da un metro d’altezza una platea sempre all’oscuro, per la prima volta impersonai un attore senza esserlo davvero. Per la prima volta l’urgenza delle parole sembrava finta, costruita, svestita di quella genuinità che mi era solita quando recitavamo. Ricordo nitidamente come non riuscissi a plasmare il mio ruolo. Tu, d’altro canto, danzavi leggiadra tra le battute senza mai uscire dal tuo personaggio. Mi urlasti le cose più terribili con la tua solita candida rabbia. Io balbettavo. Mi infuriavo e poi chiedevo scusa. Cominciasti a lanciarmi addosso oggetti di scena e ti implorai di fermarti. Ti dissi che eri pazza. Che non riuscivi più a distinguere la realtà da quella finzione che noi stessi avevamo creato. Me ne andai. Mi convinsi che quel mio comportamento fosse dovuto ad una crescita, una maturazione, un’evoluzione che tu, al contrario di me, non avevi intrapreso. Avevo capito che quella vita era solo un sogno, un ideale autoreferenziale, la sublimazione della nostra inettitudine a relazionarci col mondo, a stare al passo coi tempi che cambiano. Come fossimo una piccola scuola di periferia. La coscienza col passare degli anni si sentì sollevata e mi illusi di essere diventato adulto e saggio.
Oggi ho letto sul giornale che demoliranno quella vecchia scuola inutilizzata. Quella vecchia scuola che non trova più collocazione nel continuo trasformismo cittadino. Ho deciso di fare una camminata per concedermi qualche minuto di nostalgia. Arrivato di fronte all’edificio m’è parso di sentire nuovamente le note di Debussy e per la prima volta dopo tanti anni mi sono reso conto della mia falsità nell’interpretare me stesso. Ti avevo tradito decidendo di calcare quel palco indossando una maschera privilegiata alla quale avevo deciso di affibbiare la mia identità. Mi dispiace. Solo ora mi rendo conto di quanto fosse sincero quel nostro amore che inscenavamo giorno dopo giorno su quel palco. Nel tempio delle nostre farse non eravamo altro che la riproduzione più sincera delle nostre vite. Tornato a casa mi sono accasciato per terra e ho pianto. Ho bestemmiato. Ho urlato. E poi ti ho parlato. Ho riso con te. Ti ho insultata. Ti ho detto che ti amavo. Che ti odiavo. Abbiamo fatto l’amore e ci siamo assassinati. Abbiamo ancora una volta esplorato ogni possibile eccesso. E il parquet del mio soggiorno si è trasformato in linoleum verde. Poi. Hai bussato alla mia porta.

Pietro Liuzzo Scorpo

Kangding Ray – Cory Arcane

Data di Uscita: 30/10/2015

Kangding Ray - Cory Arcane

Ondulata, sinuata, dentata, seghettata

Questa dieta mi sta uccidendo, l’unica cosa che posso scegliere è la forma, ma la sostanza è sempre la stessa.

Acerata, festonata, lobata, palmata, lacerata

Andare avanti è dura.

Digitata, bipennatosetta

Il mio aspetto è sempre lo stesso, non sono dimagrito neanche di un kg. L’unico cambiamento è il colore acerbo della mia pelle ed il nero delle labbra e delle punta delle dita: un autentico orrore.

Tripennatosetta, pennatosetta, palmatosetta, pedatisetta

Adesso che ci penso solo la musica che compongo ne ha tratto nuova linfa. Odio questi giochi d parole ma questa volta è proprio azzeccato.

Palmato-lobata

I contorni del cibo bidimensionale che ingerisco mi suggeriscono forme inedite di musica, come se prendessi spunto dai profili che mangio per creare spettri sonori inediti: più rumorosi, più sinuosi.

Bipartita

L’ispirazione è accompagnata da uno stato di semiparalisi, un freddo torpore mi attraversa il corpo ed a tempi alterni mi blocca un braccio, ora una gamba, certe volte mi sento soffocare.

Tripartita, palmato-partita

Mi concentro unicamente sul pentagramma. Perdo i sensi.

Pinnato-partita

Mi sveglio in una stanza bianca e sento parlare due medici accanto a me. Dicono che il mio stato di avvelenamento è singolare, come se mi fossi cibato unicamente di foglie per mesi.

Pennatifida

Non sanno che vado avanti così da più di due anni e che non vedo l’ora di tornare alle mie verdi abitudini… Ho un album da completare!

Maurizio Narciso

The Innocence Mission – Hello I Feel the Same

Data di Uscita: 17/10/2015

The Innocence Mission - Hello I Feel the Same

Così come in questa storia non c’è storia, nella mia vita non c’è vita.
In queste righe non ci sono gioia o coraggio.
Non ci sono risate in grado di riempire una stanza più di quanto possano fare tutti i quadri di una galleria d’arte.
Non ci sono persone che si perdono e che si ritrovano.
Non ci sono oggetti che si rompono per via di mani maldestre.
Queste lettere parlano di persone dal fiato corto.
Di persone che scelgono di farsi dimenticare, e che il tempo piano piano dissolve.
Di persone di cui non parla mai nessuno.

La prima volta che ho incontrato il vecchio Tom è stato quasi per caso, o per via del destino. E se una differenza è che il caso accade per poi essere dimenticato, mentre il destino nasce e vive di uno scopo, un’altra differenza è che io nel destino ci credo.
Viaggiavo in treno, per mia scelta, ed ero seduto di spalle rispetto alla direzione d’avanzamento della carrozza, per la scelta di altri.

La prima volta che ho incontrato il vecchio Tom ho visto tutta la sua vita come in una fotografia, in un solo istante, mentre lui di me non ha notato nemmeno l’esistenza. Ho visto la sua casa immersa nel verde, in cima alla collina appena sopra la galleria.
Era la prima volta che viaggiavo guardando verso il passato e non verso il futuro. Fatta di pietra e poco altro, era circondata da alberi di ulivo, e la copertura di tronchi e foglie faceva si che solo la parte inferiore della casa fosse tinta di rosso dalla luce del tramonto. Come se il sole fosse lì sotto, piantato nel giardino del vecchio Tom, e spuntasse curioso da un cespuglio per guardare verso il tetto ed il cielo.

La casa era disabitata, ma non in stato d’abbandono. Aspettava solo che qualcuno entrasse tramite il cancelletto di ferro senza serratura, o scavalcasse il muretto perimetrale, troppo basso per rappresentare un ostacolo. All’interno tutto era coperto da uno strato di polvere e terriccio colorato, dei minuscoli detriti gentili sui quali era sufficiente soffiare appena per accompagnarli fuori da una finestra. Tutto era al suo posto e niente lo era, come se le persone, i ricordi e le storie fossero scappate via senza preavviso. Solo una cosa mancava, e lo si poteva notare guardando sopra il caminetto. Una macchia grigia sporgeva da una parete immancabilmente bianca, così liscia e levigata da far pensare di aver ricevuto una carezza dal suo primo attimo di vita. Quella macchia grigia, invece, era ruvida e grezza, perché prima era coperta da un oggetto, un quadro, un dipinto senza cornice, qualcosa che, quando è caduto, ha fatto scappare via la mano che l’aveva appesa.

La prima volta che ho visto il vecchio Tom l’ho capito solo quando l’ho visto mentre si allontanava. Ero andato ad abitare nella sua casa insieme alla mia famiglia, e sapevo che l’unico contratto od invito di cui avevo bisogno era quella richiesta, permesso, che avevo formulato ad alta voce sulla soglia della casa, con le valigie ancora in mano ed il cappello in testa.
L’ho visto una domenica mattina di metà marzo, seduto su una panchina che alle spalle aveva i binari della ferrovia, da cui si poteva ammirare tutto il mare del golfo. Un uomo distinto, ma con ancora il terreno del suo orto sotto le unghie. Cauto, nei movimenti, nei gesti. Il giubbotto un po’ logoro, con qualche toppa qua e là cucita da mano inesperta, dalla stessa mano che teneva ben stretta quel lungo foglio arrotolato che sporgeva dalla tasca.
Con un sorriso che non riusciva a salire fino ai suoi occhi che, parlandomi, mi hanno spiegato chi abitasse prima in quella casa.

Dicono che il tempo riesca a guarire ogni cosa… ma la verità è che siamo noi che riusciamo a dimenticare tutti e tutto.
Dimentichiamo affronti e rancori.
Dimentichiamo la prima corsa che abbiamo fatto da bambini, e quella che abbiamo fatto mano nella mano.
Riusciamo a fare a meno dei volti dei nostri genitori.
Riusciamo a fare a meno di quella pietra malmessa che faceva traballare il tavolino su cui ho messo quel regalo che ti ha fatta piangere.
Il tempo riesce a fare dimenticare tutto, anche noi stessi, anche il nostro scopo. E quando ci sforziamo così tanto, per sopravvivere, da dimenticare anche il nostro nome, non possiamo fare altro che vagare come spettri, attirati e terrorizzati da quello che prima scaldava i nostri giorni.

Filippo Righetto

Stanley Brinks and The Wave Pictures – My Ass

Data di Uscita: 02/10/2015

Stanley Brinks and The Wave Pictures - My Ass

L’insolito, l’insolito, l’insolito, ho una gobba nell’anima per resistere nel vostro deserto. Non ti preoccupare per me, perché pensando ogni giorno a buttarmi dal tetto di casa, quando mi trovo sul tetto mi pare solo di vivere un déjà vu e vengo raggiunto da quella meraviglia infantile. Oh malinconia stupratrice oh stupratrice malinconica mi hai infilzato con un’infamia sorridente e hai tolto la vita a due ipotetici bambini. Non esiste un termine tedesco per indicare la nostalgia per qualcosa di futuro che si è vissuto solo come realtà ipotetica e che non si verificherà più? Ipotetikfuturinchenvaffanculosehnsucht, qualche stronzata del genere.
Cambiando argomento, mi chiamo Maria Giovanna e sono la persona più orribile del mondo, mi chiamo Sergio Serena e faccio schifo, mi chiamo orrore e ho distrutto un paio (di biliardi) di vite. Non pensavo di pensare di nuovo a queste cose. Vi chiederete perché le scrivo. Per celebrare l’insolito.
I surrealisti, in un moto di entusiasmo sovietico (oh entusiasmo, delirio macabro dalla faccia felice e dorata), celebrarono l’insolito, vedendone solo la parte illuminata. Ducasse invece lo praticava nella parte oscura. Un’altra cosa.
Su un tavolo ci sono una tenaglia un maglione una guida sulla cucina islandese un manuale di mungitura di vacche spaziali una cucitrice cucita a una sarta. Scegli un oggetto. Hai scelto il martello.
Apparentemente potrebbe sembrare che io stia scrivendo cose del tutto insensate, e in parte è così. In realtà ho mischiato nel cervello questo disco con un altro disco che però è hip hop.
Giuro che è l’ultima cosa che scrivo pensando ad alcuni miei pensieri ossessivi, vi giuro che è l’ultima. Se vi va potete fare come se fosse un mucchio di monete sparse e solo qualcuna di queste fosse spendibile. Spendete, compratevi un fiasco di mattoni alla mia salute.

Ora spargo un po’ di cose sensate. Mi piacciono le voci che si tengono costantemente sull’orlo della disperazione, rischiando sempre di cadere nella stonatura. Sono voci tendenti ai 437 Hz. Se non si è capito quello che voglio dire vi consiglio di vedere perché si accordano gli strumenti partendo dal La (A, per gli esterofili). Quando non vivevo in Inghilterra andavo sempre a sentire un barbone che suonava all’angolo tra due ponti. Le voci da precipizio sono una forma dell’insolito, un’insenatura, un fiordo della voce-vuoto. Le voci precipizio sono sopravvissute a naufragi, sono Ismaele, sono il Vecchio Marinaio.
Giuro che è l’ultima volta. Vi amo tutti. Mento.

Marco Di Memmo

Rafael Anton Irisarri – A Fragile Geography (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 23/10/2015

Rafael Anton Irisarri - A Fragile Geography

Il pantografo era collegato a un processore, assieme ubbidivano agli ordini in formato GPS tracciando spezzate sul plastico; prima di allora il concetto di confine per me era sempre stato un assioma inconfutabile. Le mappe politiche, con colori pastello diversi per distinguere una nazione dall’altra e delle linee scure per separarle tra loro, avevo imparato a studiarle e a costruirci sopra dei viaggi immaginari a partire dalla certezza dei limiti; ogni atlante o mappamondo, sfogliato o ruotato tra le mani, parlava di valichi e barriere. Quel giorno scoprii la displuviale alpina e i suoi spostamenti nel corso del tempo, lo scioglimento di alcuni ghiacciai aveva reso labile la geografia finora assodata sfocando i margini tra Italia e Stati contigui. Evidentemente, accordi internazionali e geopolitica poco hanno potuto di fronte alla natura e alle sue dinamiche intrinseche, la transitorietà dei bordi ha frantumato un dogma granitico e accanto alla ricostruzione in scala del ghiacciaio del Similaun il pennino scorreva discostandosi un poco di volta in volta. I confini mobili.
Soltanto un anno dopo, nel tentativo fallimentare di superare un esame che avrebbe rimescolato le carte della mia vita, anche i famosi 4.810 metri di altitudine del Monte Bianco (cifra imparata a memoria sui banchi di scuola) iniziarono a tentennare: le precipitazioni e il vento modificano l’accumulo della neve in vetta, recentemente è andato perduto almeno un metro di quota. La geografia va sgretolandosi.
La cosa curiosa è che dobbiamo necessariamente assimilare e accettare tale precarietà anche in scala più ridotta. Difatti, dopo essermi persa tra i crinali delle Alpi, m’imbattei nelle sabbie di Israele, in cui il contesto urbano prendeva il posto degli spazi estremi inabitati. Enormi plotter tracciavano i segni di una pianificazione man mano più dettagliata, dal territorio all’edificio, poi tornavano sui loro passi cancellando tutto, come un deserto – per l’appunto – in cui le configurazioni mutano con una rapidità imprevedibile. A metafora di una situazione sociopolitica in bilico, le città israeliane subiscono trasformazioni anche pesanti per assecondare le ideologie che le promuovono, e la geografia stessa, anche in questo caso, è in balia di una profonda instabilità.
A quel punto mi tornò in mente il sempre caro Calvino, e le sue Città Invisibili nelle quali mi sono persa con fascinazione diverse volte; luoghi della mente più che del corpo, città-simbolo e frutto della fantasia, tuttavia dense di particolari tant’è che la tentazione di scambiarle per qualche centro urbano realmente esistente è tuttora forte. Calvino giocava con la nostra percezione, disegnando complesse geografie in cui esisteva tutto e il suo contrario, destabilizzando l’immagine concreta che abbiamo sempre avuto del mondo, rendendola sfuggente, provvisoria.
Quando mi capitò a tiro il nuovo lavoro di Rafael Anton Irisarri, mi sentii rinfrancata perché mi parve di trovarmi a casa, in quest’incertezza in cui siamo costretti a muoverci oggi, volenti o nolenti. La geografia di cui narra attraverso le sei tracce (più un EP come bonus) non è altro che la raffigurazione in musica della precarietà contemporanea, una trasposizione per analogia dalle scienze della terra alle scienze politiche e sociali, una sorta di urbanistica dei popoli e del pensiero. Lo smarrimento e lo status di tensione che mai accenna a smorzarsi, che l’artista collega al presente negli Stati Uniti, possono agilmente essere estesi a una condizione generale. La bellezza nel mondo appare violenta e crudele agli occhi di tutti, specie quando si scontra con le sconfitte, con le mancanze, coi fallimenti. Personalmente mi sono ritrovata a riflettere su questi dolorosi contrasti di recente, la fragilità del nostro tempo che sembra darti molto e poi toglierti tutto dalle mani senza preavviso, e le convenzioni che ti vorrebbero in una prestabilita e stabile collocazione, quand’essa purtroppo non esiste. La geografia è precaria, si spostano i confini, si cancellano quartieri e ci si muove in città che non sappiamo nemmeno fino a che punto esistono, se esistono; il disagio è inevitabile. Eppure, si anela alla bellezza. Per farci del male, ma anche del bene. Irisarri insiste col chiaroscuro, con immagini fuori fuoco come un occhio smarrito, con scenari impuri, dalla grana grossa. Poi spinge l’acceleratore al limite e lo supera, i droni e i climax toccano vette altissime: siamo sul Monte Bianco e la neve ci appanna la vista e ci assidera la pelle, siamo sul ghiacciaio del Similaun a cavallo tra Italia e Austria e le frontiere si spostano sotto i nostri piedi. Emotivamente l’impatto è talmente forte che i brividi salgono come provocati da un improvviso gelo alpino. Empire Systems. Il suono vibra e le melodie tratteggiano malinconie sconfinate, di mete irraggiungibili come le Città Invisibili; sono tocchi di una delicatezza commovente, come i riflessi nelle pozzanghere, i bordi cangianti nelle nubi, i vetri sporchi di un acquazzone appena concluso. Vivide istantanee, tuttavia rarefatte e mutevoli, quasi inconsistenti. Labili come le certezze. Hiatus | Persistence. Il disco sembra chiudersi sul vento che soffia nel deserto e cancella ogni traccia, in un loop di fare e disfare, oscuro; Irisarri sembra dirci che la consapevolezza deve pacificamente farci accettare le dinamiche della vita. Secretly Wishing For Rain. Infine arriva la pioggia, pesante e persistente, a inzuppare i vestiti e i passi in un cammino già impervio e faticoso; i droni insistono tetri e infiniti, chiudono l’orizzonte ad auspicabili rasserenamenti. Il pathos è tangibile, si trema d’inquietudine tra gli strati sonori, spessi o sottili all’occorrenza. Unsaid EP.
La riflessione si chiude mentre la musica gratta sulle gocce dense, e un sibilo di sottofondo allude a un prosieguo ideale. Il linguaggio è universale, la geografia talvolta è natura, è politica, suono, forma, e addirittura condizione interiore; la certezza è l’incertezza, in uno stupido gioco di parole, con la quale e nella quale siamo obbligati a convivere. È un tormento, ma anche un sollievo.

Federica Giaccani

Beach House – Thank Your Lucky Stars (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 16/10/2015

Beach House - Thank Your Lucky Stars

Rebecca aveva tenuto in serbo il tubino di velluto nero per La Grande Occasione nell’armadio in mogano della stanza degli ospiti, tant’è che per fortuna iniziò a subodorare per tempo l’avvicinarsi dell’incontro e risparmiò a se stessa, ad Antoine e agli altri avventori del ristorante francese all’angolo tra la 65ma e Park Avenue l’imbarazzo dell’odore di lavanda mescolato alla naftalina.
Dal canto suo, nemmeno Antoine era rimasto immune dal trambusto interiore sollevato da quell’agognato appuntamento: la scelta del momento opportuno per porgere l’invito, le mani sudate strofinate sulla lana dei pantaloni, lo sguardo basso con la speranza che le irregolarità dell’asfalto gli suggerissero le parole migliori per assicurarsi un successo. Poi, come spesso accade, la semplicità di un gesto come un braccio attorno alla vita di lei, nell’atto di accompagnarla con delicatezza dal freddo della strada al tepore dell’ingresso di casa, uno sguardo in cui l’amore si vestiva prevalentemente di premura, sciolse con naturalezza ogni impaccio e la proposta sgorgò fluida. Altrettanto naturalmente venne accolta, con entusiasmo: gli occhi luccicanti di Rebecca non ammettevano menzogne.
Antoine si era messo in cammino con largo anticipo, con l’intento di far sbollire l’adrenalina tra i gelidi sentieri del Central Park. Il crepuscolo stava calando tra le fronde, i vivaci aranci e marroni andavano scurendosi passo dopo passo avvolti dalle ombre lunghe, mentre i lampioni si accendevano in una progressiva danza luminosa. Il cielo era terso, le costellazioni fissavano l’uomo dall’alto come numerosi occhi benevoli, da quell’infinita distanza avrebbero vegliato sulle sue mosse leggermente impacciate.
Rebecca, dal canto suo, era stata incastrata da un fastidioso turno lavorativo che avrebbe irrimediabilmente stretto i tempi; tanta cura per i dettagli ma all’ultimo si era arresa all’ufficio, alle scartoffie, a un cambio d’abiti d’emergenza nel bagno al ventesimo piano di quell’asettico open space, senza dubbio tutt’altro che pulito a fine giornata. Poco importava, una volta indossato il vestito e rinfrescato il trucco un nuovo sipario si sarebbe aperto e i registri contabili sarebbero spariti di fronte al taxi che attendeva in strada, tra le luci di New York sempre cariche di promesse.
Il ristorante era molto piccolo e i tavoli erano abbracciati dalla penombra per proteggere l’intimità degli avventori. Antoine era da poco arrivato e aspettava Rebecca a fianco all’ingresso, con una sigaretta tra le labbra. Il fumo si mischiava nell’aria al vapore caldo del respiro, ma quando lei scese dal taxi gli sembrò di sentirsi mancare il fiato. Dissimulando disinvoltura le andò incontro con un ampio sorriso, le cinse le spalle con un braccio aprendo la porta con la mano libera. La prenotazione previdente aveva loro garantito riservatezza in angolo del locale, le vetrate a tutt’altezza su ambo i lati, tuttavia, li scoprivano agli occhi dei passanti veloci e al flusso di auto nel crocevia contiguo. Nessuno dei due sembrava curarsene, la cornice era senza dubbio perfetta per siglare un tenero inizio all’interno della magia unica di quella metropoli brulicante di desideri e realizzazioni. Le bollicine dello champagne e un primo brindisi ammorbidirono i nervi un poco tesi e spezzarono gli indugi; dopodiché fu semplice per entrambi cedere alle chiacchiere a bassa voce tra sguardi intensi vicendevoli e le guance leggermente arrossate, per lo sbalzo termico e per le emozioni. Si sfiorarono le mani più volte scegliendo le portate dal menu, quei gesti dapprima esitanti guadagnavano dimestichezza col passare dei minuti e una musica soffice riempiva i silenzi con delicatezza, prendendosi lo spazio opportuno senza sovrastare le loro parole. Rebecca dopo un po’ nemmeno si accorse più del ricciolo che imperterrito le cadeva sulla fronte rovinando la precisione dello chignon ben tirato indietro, lo lasciò fare mentre rideva e sorrideva, rapita dall’intelligente ironia di Antoine che nel frattempo si era sbottonato il cardigan e si era abbandonato sullo schienale della sedia, col calice di vino in mano. Prima le zuppe, poi i formaggi e la carne, infine i dolci sontuosi e abbondanti; le canzoni scorrevano nei loro discorsi come miele, una voce femminile accarezzava e lambiva i riverberi, intrecciata alle sognanti melodie dal sapore di stelle e caramello. Se avessi potuto sbirciare la situazione da una finestra qualunque del palazzo di fronte, avrei detto che ogni tassello si trovava al posto giusto e nessuna sceneggiatura di nessun film avrebbe descritto in maniera più convincente lo sbocciare di un amore a Manhattan. L’aveva corteggiata per settimane, al bistrot ogni mattina la osservava tra le pagine di un quotidiano, poi passò a offrirle un cappuccino, quindi le rivolse qualche cortese battuta per stabilire un’intesa. Rebecca sembrava gradire ogni attenzione, col suo timido linguaggio corporeo comunicava un interesse contraccambiato, ma Antoine temeva di andare incontro a un rifiuto quella sera che si incrociarono per una casuale circostanza all’uscita della metropolitana e lui propose di scortarla fino a casa. Lì raccolse il coraggio e formulò l’invito, sorprendendo addirittura se stesso per essere riuscito ad assecondare l’istinto senza troppe remore.
Man mano il ristorante andava svuotandosi, ma le loro conversazioni non accennavano a scemare; la colonna sonora onirica, sfumata da scie evanescenti, impreziosiva anche i gesti più semplici. Erano rimasti solo loro, i camerieri riassettavano la sala quando Antoine si alzò e, con un elegante baciamano che profumava di classicismo ed eleganza senza tempo, attirò a sé la ragazza, in un lento ballo guancia a guancia, fino al completo svanire delle note.

Federica Giaccani