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Ballaké Sissoko & Vincent Ségal – Musique de Nuit

Data di Uscita: 04/09/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ballaké Sissoko & Vincent Ségal - Musique de Nuit

Il vantaggio della musica è di essere solo per l’orecchio, di essere un corpo danzante negli spazi stretti dell’udito che portano al largo pensiero. Sono dei significanti, delle creature spettrali e oniriche che vengono fuori da corpi vibranti, e che solo come secondo lavoro portano significato.

Ballaké Sissoko & Vincent Segal sfuggono dall’ormai manieristica musica del Mali, non per fare il solito noioso “nord incontra sud, est incontra ovest, invasore incontra invaso” ma per unire i suoni di due strumenti profondi in un amalgama di onde che scuotono la notte da un tetto.
Un giorno mi illudevo di giocare a basket in un campetto e un ragazzo africano mi chiese se poteva fare qualche tiro con me. Era un veterinario trasferitosi prima in Francia e poi in Italia, dove fa l’operaio. Narrazione e retorica a parte, mi parlò di un musicista maliano che ascoltai per caso dal vivo qualche mese dopo. Mettendo da parte pure il caso, riuscì a capire che il mio problema era la concentrazione, e infatti rimettendomi la mente nella mente riuscii a batterlo ai tiri – ma non riesco a battere gli altri acciacchi della pigrizia che hanno seminato un campo di mine dove sono cresciuti dei graziosi mostri –. La mancanza di concentrazione è pura pigrizia mentale e non si combatte con la piaga di quei prodotti che vengono chiamati “integratori alimentari”, ma con l’esercizio della volontà. Il problema (direi il “dramma” se fossi più tragico) è che quando si è intelligenti si usano le migliori strategie nichiliste per ovviare al problema della carenza di volontà e si giunge a grandi ragionamenti ontologici per dimostrare la tautologica inutilità delle azioni. È solo pigrizia.
Arrivo al punto e abbandono la schiuma dei significati: quando si suona scompare ogni cosa. È la stessa fascinazione che si provava nell’antichità quando il libro non esisteva ancora (o non era ancora diffuso) e la parola poetica era appunto parola, e come la musica era esclusivamente per l’orecchio, così come in quel teatro dove Shakespeare poeta è costretto a usare il corpo degli attori per far arrivare la sua voce al mondo. Per questo un certo tipo di musica conserva in qualche crepaccio l’appiglio che fa salire in cima a una montagna altissima. La musica sotto al suo volto coperto si può ancora – follemente – mostrare sacra, anche dopo la morte di Dio. È evocativa, come la poesia di un certo genere, e non espressiva. Così, come il tuono evoca un dio nella parola, nella musica l’evocazione è totale, le onde sonore formano smisurate lingue in grado di leccare qualsiasi bellezza, anche la più alta.
Quando nella solitudine assoluta si posa la guancia sulla chitarra e si sentono le vibrazioni nel volto, quando si annienta il mondo in un suono, si sta scacciando la morte o la si sta eccitando a tal punto da farla entrare in trance fino a prenderla a schiaffi. La tristezza non è triste, la felicità non è felice, perché tutto semplicemente è, è nell’onda sonora che scuote i nervi e fa portare ai neuroni una borsa di luce carica di un profondo, invisibile e indicibile godimento.
Violoncello e kora si uniscono per trasmettere quel godimento nella caverna del nostro orecchio che finisce nel mare. Dal tetto di una casa di Bamako si spande lo stellato delirio della musica nella notte, dove questa farneticazione matematica parte dalla vibrazione della corda per arrivare al movimento di chissà quale astro danzante pronto a coglierla.

Marco Di Memmo

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