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Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

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