monthlymusic.it

Archive for settembre, 2015

Antony Hegarty, il Papa e Kim Davis

 Qualche ora fa,2012AntonyHegartyPR010612.article_x4 sulla pagina Facebook della nota band Chamber pop
Antony and the Johnsons, viene pubblicato un commento ad una notizia del
quotidiano The Guardian. L’articolo racconta dell’incontro privato tra il Pontefice
(che sappiamo -purtroppo- essere stato negli States di recente) e Kim Davis,
impiegata di una contea del Kentucky che si è rifiutata di rilasciare licenze di
matrimonio alle coppie gay.
Il frontman transgenderAntony Hegarty, si esprime in maniera acuta a tal proposito,
definendo il leader spirituale “shameful and pathetic”.

(altro…)

Will Johnson – Swan City Vampires

Data di uscita: 25/09/2015

15-0769 JACKET UNCOATED

Provò a dire qualcosa senza riuscirci. D’altronde, che ne sapeva lui? Non era mica un veggente. Che ne sapeva lui? Rimase in silenzio. E lei, dall’altra parte di quella porta chiusa, specchiò il suo silenzio con un’assenza di parole ancora più grave. Come a rimarcare quella separazione tra loro. Eppure avrebbe voluto dire qualcosa. Se solo avesse potuto accarezzarla. Beh? E anche se? Poi? Nonostante per lui fosse ovvio, nei gesti non riusciva mai a condensare i propri pensieri. O forse semplicemente non bastava. Notò la lista della spesa intrappolata tra la porta del frigo ed un magnete raffigurante un cane di qualche cartone animato. La liberò e, dopo averla ispezionata, decise di fare due passi fino al supermercato. Pensava che, come un’anima con faccende irrisolte rimane invischiata nel mondo terreno a turbare il sonno dei vivi, così la lista della spesa incompiuta avrebbe potuto apparirgli per tormentarlo. E poi aveva bisogno di respirare dell’aria fresca. Le strade vuote erano ricoperte di foglie gialle e fanghiglia grigia. Mentre camminava non poteva fare a meno di pensare a quella porta chiusa. E l’odore di autunno acuiva quella sensazione di inevitabilità che gli stava impregnando la mente. Si calmò solamente quando arrivò al banco dei salumi. Una donna dal sorriso stanco lo servì prima di rivolgere lo sguardo altrove. Lui proseguì tra gli scaffali nella sua camminata solitaria. Quando anche il sapone per le mani fu nel carrello accartocciò la lista e si sentì sollevato. Passò dalle casse automatiche e senza nemmeno rendersene conto fu nuovamente a casa. Le guance formicolanti gli ricordarono che senza ombra di dubbio l’estate si era conclusa da un pezzo. Poggiò le buste della spesa sul tavolo. Quindi si avvicinò alla porta chiusa. Ho fatto la spesa. Disse. Senza ottenere risposta. Andò alla finestra, la aprì, e si accese una sigaretta. Solitamente non fumava mai in casa. A volte era successo. Quando era da solo. L’idea di soffiare il fumo fuori, anche se questo sospinto prepotentemente dall’aria fredda rientrava e riempiva la stanza, lo faceva sentire con la coscienza quasi a posto. Sapeva di stare barando. Ma era solo questione di cavilli. Non voleva stare a pensarci ora. Quando ebbe finito lanciò il mozzicone il più lontano possibile. Non riuscì però a lanciarlo oltre la ringhiera che delimitava il piccolo giardino. Lo avrebbe raccolto in un altro momento. Richiuse la finestra. Decise di fare dei biscotti. Per prima cosa pesò meticolosamente tutti gli ingredienti disponendoli uno accanto all’altro. Quindi cominciò a mescolarli seguendo mentalmente la ricetta che lei gli aveva insegnato. Una volta ottenuto un impasto omogeneo cominciò a lavorarlo con le mani, energicamente, riversando su di esso tutta la tensione che non era riuscito a bruciare fumando la sigaretta. Lo stese e lo tagliò ricavandone dei rettangoli. Li dispose su una teglia che infilò nel forno che aveva precedentemente acceso. La porta era ancora chiusa. Oltre di essa un silenzio lacerante che non osava ancora affrontare. Pensò fosse quindi giunto il momento di cambiare la camera d’aria della bicicletta. Era un lavoro che aveva rimandato da troppo tempo. Le toppe, ormai innumerevoli, non reggevano più. Allineò tutti gli attrezzi che gli sarebbero serviti a fianco alla bici. In ordine. Solo poi si mise al lavoro. Ribalta la bici. Leva la ruota. Togli il copertone. Sostituisci la camera d’aria. Rimettere il copertone è la parte che richiede maggior concentrazione. Rimonta la ruota. Gonfia la ruota. E i biscotti sono pronti. Si lavò le mani prima di toglierli dal forno. La porta era ancora chiusa. Si guardò attorno per trovare un pretesto. Qualcosa che avesse un urgente bisogno di essere portata a termine. Sapeva di stare barando. Come quando fumava con la finestra aperta. Si arrese. Si sedette appoggiando la schiena alla porta chiusa. Le raccontò della spesa. Dei biscotti. Della bicicletta. Poi, finalmente, provò a risponderle.

Pietro Liuzzo Scorpo

Jerusalem in My Heart – If He Dies, If If If If If If

Data di Uscita: 04/09/2015

Jerusalem in My Heart - If He Dies, If If If If If If

Affilare i coltelli per l’Intifada è un lavoro duro che qualcuno dovrà pur fare. Moumneh a Pisgat Zeev, sobborgo di Gerusalemme, viveva una vita non propriamente tipica del combattente per la liberazione della Palestina. Nella sua casa però sostavano persone molto interessate ad ammazzare il maggior numero di ebrei, esseri spregevoli da sgozzare dicevano.
Alcuni ragazzi preparavano taglierini e coltelli in un piccolo bunker sotterraneo, gli uomini leggevano il Corano e aspettavano gli ordini dai quadri organizzativi presenti in Libia e nascosti in qualche zona sperduta nel Sinai.
Moumneh non si ricordava il perché di questa situazione, come mai i guerriglieri erano lì? Le bombe ed un incidente con alcuni inesperti muratori del luogo gli causarono un vuoto di memoria.
La sua tensione politica era di uno strano tipo, cosmico ed apocalittico regnavano in una visione del mondo liberato mai completamente. Capiva, al contrario degli altri, che le sfumature tra bene e male non sono poi così nette; tale indeterminatezza non impediva di lottare.
Doveva tacere tutto ciò per non incappare nella rabbia degli islamisti che mal sopportavano il dubbio e i suoi strumenti. La fine della colonizzazione era possibile con le parole, con i suoni allineati in un certo modo; il mistico si allungava dappertutto, anche in Nord America.
Moumneh dovette comunque isolarsi, mal sopportava anche i teoricamente vicini intellettuali ebrei che criticavano il governo del loro paese. Li avrebbe voluti vedere sofferenti sulla Spianata delle Moschee, spaventati ed uniti ai militari del governo israeliano davanti alla fine del mondo.
Da piccolo lo zio gli proponeva quella musica da ballo arabica così pop, storpiata da un supporto per cassette ormai usurato e lercio. Non rammentava nome e volto del parente, ma ogni volta che cercava di ricordare sentiva una fitta nello stomaco.
Si trovava in quella situazione per qualche legame del fratello di suo padre con i fondamentalisti?
La sua pace corrispondeva con la fine del mondo descritto e reale. I tagli, il rock privato di strutture, i loop, i canti e gli strumenti finivano tra le onde. Un naufragio notturno poteva salvarli, ricordare era impossibile. Il campionamento e gli infiniti lavori di rifinitura davano un suono a cavallo tra lo strumento tipico e l’acustica crepuscolare definita oltreoceano. I droni uniti ai flauti, folk, elettronica e infine l’ebbrezza del conflitto, la trance e i richiami in codici per risvegliare due popoli abituati ormai alla paura.
Mancava un palcoscenico adatto allo spettacolo, allora pazientava, parlava con i gesti e osservava la luce riflessa dai coltelli posati sul tavolo.
Lui lo avrebbe utilizzato solo in un caso: la parola “glocal” in qualche probabile recensione occidentale avrebbe scatenato il jihad.

Alessandro Ferri

Viet Cong spinti a cambiare nome

the Bulletproof Coffin - David Hine, Shaky Kane

the Bulletproof Coffin – David Hine, Shaky Kane

Sei mesi fa, i Viet Cong di Calgary si vedono annulato un loro concerto ad Oberlin (OH). La ragione dell’episodio è legata al nome della band ritenuto offensivo dall’organizzazione che sostiene un conformismo linguistico d’ispirazione liberal “for inviting a band with a name that deeply offends and hurts Vietnamese and Vietnamese-American communities”.
Oggi, dopo mesi di polemiche e levate di scudi e conversazioni con
“members of the Vietnamese community”, la band si pronuncia per risolvere il problema proponendo di sedare i contrasti con un cambio di nome. Dunque dichiara: (altro…)

Carter Tutti Void – f (x)

Data di Uscita: 11/09/2015

Carter Tutti Void - f (x)

Ho il vomito.

Paris, Texas oppure è una via di L.A. non ricordo, la merda qui ha il colore dell’oro. Il rumore che ho nella testa è soave, mi fa vedere tutto più chiaro, se non fosse per questo sole accecante che mi disorienta.

“Chateau Marmont Hotel” c’è scritto su un pezzo di carta stropicciato che ho in tasca! Los Angeles quindi… ma allora perché ho in mente il Texas? Forse sto confondendo la mia vita con quella del protagonista di un film.

Devo solo ritrovare il mio albergo, ma non è facile da scalzi. Un taxi mi farebbe comodo ma lo voglio nero e non giallo, e neppure bianco. La gente mi fissa, persone invisibili e tutte uguali posano lo sguardo su di me, non ricordo se io sia una donna oppure un uomo, cosa avranno mai da indagare con quei loro spregevoli occhi caritatevoli? Io rispondo solo all’arte.

Eccolo, il castello della Normandia edificato su 8221 Sunset Blvd; i miei piedi sono rossi ma sono arrivata a casa. All’ingresso c’è odore di incenso ed è un vero sollievo camminare sulla moquette verso la stanza che condivido con Chris e Nik. Non li vedo da due giorni, oppure solo da ieri. Busso e mi aprono. Sprofondo in una poltrona e chiedo che ore sono, mi rispondono che non lo sanno. Aggiungono che mentre non c’ero hanno improvvisato un brano chitarra ed effetti. Dico loro che vorrei ascoltarlo.

Iniziano a battere a ritmo i loro piedi a terra, riproducendo i singoli suoni degli strumenti con qualunque arnese che hanno a portata di mano, persino certi loop elettronici sono simulati sfregando oggetti l’uno sugli altri. Inizio anche io a produrre suoni, con la voce e con quello che trovo in giro: è un mantra e proseguiamo così, per ore, non udendo i reali effetti generati dai nostri movimenti ma direttamente quelli dei sintetizzatori e dei filtri per chitarra. Quando la nostra danza primitiva si conclude sappiamo di aver composto un nuovo brano, oppure addirittura un nuovo album.

Mi piacerebbe chiamarlo f(x), scrivere i nostri cognomi in bianco su di uno sfondo bianco.

Maurizio Narciso

Ballaké Sissoko & Vincent Ségal – Musique de Nuit

Data di Uscita: 04/09/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ballaké Sissoko & Vincent Ségal - Musique de Nuit

Il vantaggio della musica è di essere solo per l’orecchio, di essere un corpo danzante negli spazi stretti dell’udito che portano al largo pensiero. Sono dei significanti, delle creature spettrali e oniriche che vengono fuori da corpi vibranti, e che solo come secondo lavoro portano significato.

Ballaké Sissoko & Vincent Segal sfuggono dall’ormai manieristica musica del Mali, non per fare il solito noioso “nord incontra sud, est incontra ovest, invasore incontra invaso” ma per unire i suoni di due strumenti profondi in un amalgama di onde che scuotono la notte da un tetto.
Un giorno mi illudevo di giocare a basket in un campetto e un ragazzo africano mi chiese se poteva fare qualche tiro con me. Era un veterinario trasferitosi prima in Francia e poi in Italia, dove fa l’operaio. Narrazione e retorica a parte, mi parlò di un musicista maliano che ascoltai per caso dal vivo qualche mese dopo. Mettendo da parte pure il caso, riuscì a capire che il mio problema era la concentrazione, e infatti rimettendomi la mente nella mente riuscii a batterlo ai tiri – ma non riesco a battere gli altri acciacchi della pigrizia che hanno seminato un campo di mine dove sono cresciuti dei graziosi mostri –. La mancanza di concentrazione è pura pigrizia mentale e non si combatte con la piaga di quei prodotti che vengono chiamati “integratori alimentari”, ma con l’esercizio della volontà. Il problema (direi il “dramma” se fossi più tragico) è che quando si è intelligenti si usano le migliori strategie nichiliste per ovviare al problema della carenza di volontà e si giunge a grandi ragionamenti ontologici per dimostrare la tautologica inutilità delle azioni. È solo pigrizia.
Arrivo al punto e abbandono la schiuma dei significati: quando si suona scompare ogni cosa. È la stessa fascinazione che si provava nell’antichità quando il libro non esisteva ancora (o non era ancora diffuso) e la parola poetica era appunto parola, e come la musica era esclusivamente per l’orecchio, così come in quel teatro dove Shakespeare poeta è costretto a usare il corpo degli attori per far arrivare la sua voce al mondo. Per questo un certo tipo di musica conserva in qualche crepaccio l’appiglio che fa salire in cima a una montagna altissima. La musica sotto al suo volto coperto si può ancora – follemente – mostrare sacra, anche dopo la morte di Dio. È evocativa, come la poesia di un certo genere, e non espressiva. Così, come il tuono evoca un dio nella parola, nella musica l’evocazione è totale, le onde sonore formano smisurate lingue in grado di leccare qualsiasi bellezza, anche la più alta.
Quando nella solitudine assoluta si posa la guancia sulla chitarra e si sentono le vibrazioni nel volto, quando si annienta il mondo in un suono, si sta scacciando la morte o la si sta eccitando a tal punto da farla entrare in trance fino a prenderla a schiaffi. La tristezza non è triste, la felicità non è felice, perché tutto semplicemente è, è nell’onda sonora che scuote i nervi e fa portare ai neuroni una borsa di luce carica di un profondo, invisibile e indicibile godimento.
Violoncello e kora si uniscono per trasmettere quel godimento nella caverna del nostro orecchio che finisce nel mare. Dal tetto di una casa di Bamako si spande lo stellato delirio della musica nella notte, dove questa farneticazione matematica parte dalla vibrazione della corda per arrivare al movimento di chissà quale astro danzante pronto a coglierla.

Marco Di Memmo

Teho Teardo – Le retour à la raison (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 18/09/2015

Teho Teardo - Le retour à la raison

Teho Teardo

Io sono solo voce, tu invece solo azione.
Eppure la cosa più naturale di tutte è incontrarmi con te, in questo spazio immaginario che presto diverrà concreto, o almeno spero.
Sarò stridente, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sarò tenue, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sei il mio supereroe preferito, uomo raggio, quindi non pensare che la mia posizione sia comoda. Ma sento la necessità, oggi più che mai, di parlarti e di ascoltare quello che hai da dirmi. Sarò attento ad ogni tua smorfia, per darti i suoni che meriti.

Man Ray

Le mie immagini di violenti ma carezzevoli chiaroscuri mi fissano nette nella loro grana della carta fotografica, segnano il passo tra il Novecento e i giorni d’oggi ma non ti credere, anch’io sento addosso pressante la medesima responsabilità. Cos’ha da raccontare di nuovo un uomo d’altri tempi? La sua arte ha senso se contestualizzata, e un secolo dopo rischierei d’esser deriso perché in dono posso offrire nient’altro che un falso storico.
New York, Parigi, e i mille volti di autorevoli personalità da enciclopedia della vita.
Grossi pilastri della cultura in cemento armato e oniriche trasfigurazioni, a cui ho affidato i miei migliori ventagli di grigi luminosi, rispettosi ma irriverenti.
È tutta colpa della luce, è lei che gioca e io ne subisco il sortilegio nelle audaci sperimentazioni.
Ma nemmeno tu hai mai avuto timore di rischiare, ecco perché i miei cortometraggi di sguardi drammatici e movimenti risoluti non potevano parlare se non attraverso la tua voce ossessiva e magnetica.

Teho Teardo

Se tu solo potessi ascoltare i suoni dell’oggi, avresti di che sorridere. Ma non fraintendermi, non sono una persona che rimpiange il passato, piuttosto mi guardo intorno e trovo musicisti codardi che vengono trattati come intrepidi e invece i pochi realmente ardimentosi passare inosservati.
So bene che non tutto è per tutti, ma la sfida sta proprio in questo, scrivere una musica che sia soddisfacente per me ma allo stesso tempo entrare nelle case di un pubblico quanto più generale possibile, educare le orecchie pigre alla bellezza dei suoni. Che sollievo non dover rimarcare con te che per bellezza non intendo melodia e che un rumore può essere altrettanto attraente di una armonia.
Alcuni lì fuori, udendo questi ragionamenti a voce alta, mi additerebbero come saccente, ci crederesti? Ma sono un artigiano e non un intellettuale, proprio come te.
Quindi comprendi bene la necessità di un tuo ritorno. Le tue creazioni gridano ancora fortissimo. Sarò il megafono della tua visione.

Man Ray

Le tue parole mi stuzzicano, non lo nascondo. Proprio quando avevo imparato a fare pace con l’evidente esistenza di mondi paralleli impenetrabili tra loro. Ma le competizioni contro le consuetudini vincono qualsiasi tregua autoimposta e rispondo con ardore al tuo accorato appello.
Nelle mie pellicole le azioni si accavallano e generano loop annacquati da morbide sfocature. Rayografie come istantanee in successione non necessariamente temporale, in cui il simbolo è il fulcro e attorno ruota l’intera narrazione costruita nel limbo tra sogno e realtà. Le emozioni, per l’appunto. Ecco perché demando alle mie scarne ossidazioni il compito di illustrare desideri, di rappresentare storie convulse grazie ad accostamenti provocatori, grazie alla chimica.
Mi sbizzarrisco a modificare le focali, nitore e scene sbiadite solo apparentemente collidono, poi entrano in scena giochi di parole impressi su fondo nero, a scompigliare le carte e rendere ancora più labili le sicurezze dello spettatore. Sì, solo i tuoi voli pindarici in chiave musicale possono suonare altrettanto spiazzanti, tu che accarezzi e lusinghi archi e pianoforti, per poi schiaffeggiarli e stropicciarli il minuto dopo.
Mi sento pronto, e febbrile, per un ritorno ai fasti di un tempo.

Teardo e Ray

Il suono è in bianco e nero. Arriva diretto, addosso all’ascoltatore, ora gentile, ora dissonante, senza neanche il bisogno della controparte visiva che lo ha ispirato, perché è stata totalmente interiorizzata da Teho Teardo. Le visioni di Man Ray germinano nella mente dell’ascoltatore che quindi diventa anche spettatore. L’armoniarumore è complessa eppure godibile, agile fluttua nell’aria e s’insinua nei ricordi, nel modo delle colonne sonore, senza far rumore, facendone tantissimo.
E’ un matrimonio, di quelli impossibili da prevedere eppure così naturale: due artigiani si sono incontrati in uno spazio sovrannaturale eppure terreno, si sono divertiti, molto, e ora ci guardano da là, lontanissimo, con i loro ghigni di soddisfazione!

T.T.: “La stella di mare galleggia nel magma liquido e l’uomo e la donna sono vittime di un sortilegio, guarda i loro occhi terrorizzati dalla bellezza, senti i brividi del pubblico che non comprende perché una marcia funebre possa suonare così affascinante!”

M.R.: “Nel mio immaginario non ero stato ancora in grado di portare a compimento il dramma, per assurdo. Serviva questo climax, questo arpeggio ossessivo che susciterà più tormenti che rassicurazioni. Mi compiaccio amico mio!”

T.T.: “Possiamo nasconderci dietro questo sipario dove il tempo non ha consistenza e applaudire agli incontri
fortunati. Dall’altra parte un altro applauso scroscerà allo svanire dell’ultimo rintocco.”

M.R.: “Ti ringrazio per avermi convinto a vedere al di là di Montparnasse per una piacevole camminata tra simili. Altri ci avevano provato senza alcun successo, non erano quelli giusti. Ci incontreremo di nuovo in chissà quale dimensione, non è possibile recidere affinità elettive.”

Maurizio Narciso e Federica Giaccani

Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani