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Mark Lanegan @ acieloaperto, Rocca Malatestiana di Cesena (11/08/2015)

Mark Lanegan, 11-08-2015 @ acieloaperto, Rocca Malatestiana di Cesena

Ci sono estati che non sembrano estati, in cui ti sembra di vivere in un turbine parallelo di doveri mentre il resto del mondo gode di quelle gioie basilari come il mare, il tempo libero, la libertà. Trovarsi a Cesena in una sera d’agosto, per un evento in calendario da un paio di mesi, riesce a spezzare per incanto il loop di obblighi e scadenze, di impegni cadenzati sulla base di fastidiose imposizioni esterne; ti scopri in macchina a rincorrere un tramonto, a parcheggiare e a procedere a piedi per un bellissimo centro di provincia, i movimenti appaiono meccanici ma idealmente è la musica a guidare le gambe e le aspettative, come un’incantatrice di serpenti che rende piacevole anche un’impervia salita acciottolata verso la agognata meta. La sorpresa di fronte a un luogo che lo scorso anno era del tutto sconosciuto si tramuta in sorpresa nel constatare che le sensazioni dinnanzi alla Rocca son rimaste immutate: maestosa e materna, ci accoglie tra il chiacchiericcio rilassato della gente già presente, una fresca brezza rigenerante e le note di chi già si esibisce nel Go Down Stage.
La serata promette incontri, e altri fortuiti ne crea lungo il percorso, altri ancora chiuderanno la serata ma ancora ne siamo ignari mentre inganniamo l’attesa tra una birra e una piadina, accompagnati dalle piacevoli melodie dei gruppi spalla, ma sufficientemente distanti per poter imbastire delle conversazioni distese senza il bisogno di rimetterci le corde vocali.
Mark Lanegan ci sfila accanto, corazzato da una cortina di uomini tra security e membri della crew al seguito, proprio quando eravamo pronti a conquistare il nostro posto sull’erba per goderci il concerto, pienamente presenti ma al contempo defilati dalla calca; egli svetta veloce, ci chiediamo dove vada ché sembra sfuggire dal pubblico, ma in realtà dopo poco compare nuovamente con la band sul palco, e le luci si affievoliscono fino a quasi spegnersi del tutto, e la sua figura – centrale nella scena – prende possesso delle attenzioni degli spettatori gettando acqua su ogni residuo di parlottio ancora acceso.
The Gravedigger’s Song rompe gli indugi, una tetrissima cavalcata densa di pathos marchia a fuoco le inderogabili intenzioni del Nostro: totale concentrazione sulla musica e scarsa propensione alla socialità, tant’è che i pezzi vengono snocciolati uno dietro l’altro privi di quei commenti, quelle battute, che in genere i musicisti usano per imbastire un contatto col pubblico. Lanegan se ne frega, di tanto in tanto accenna un rauco e cavernoso “thank you” di cortesia a ricambiare gli applausi sentiti e scroscianti, per proseguire lungo il fil rouge dell’intensità, dell’oscurità. Ci si potrebbe aspettare un approccio differente solo se fossimo del tutto inconsapevoli, ma gli spettatori conoscono bene la storia, l’hanno assimilata e fatta propria; d’altra parte credo sia impossibile amare Lanegan senza provare l’empatia necessaria per entrare in quel mondo che sa tanto di America, di solitudine, di motels disseminati nel deserto, di whisky e sigarette. I cowboys sono richiamati al cospetto, si scorgono innumerevoli cappelli a falda larga tra le teste dei presenti e chiome lunghe indistinte per uomini e donne, i cavalli molto probabilmente sono stati legati a qualche staccionata di fortuna fuori dalle mura prima di lasciarsi fagocitare in questo universo parallelo, in bilico tra provincia e canyon rosso di terra e di sangue. Gli strumenti di tradizione rock’n’roll, chitarre elettriche – basso – batteria, si fondono con le sfumature elettroniche del laptop e delle tastiere, in un continuum di canzoni pescate dalla sua ricca produzione in progetti distinti e comunicanti, con l’occhio costantemente teso al passato; perfino la ballabile Ode to Sad Disco è permeata di blues, chi abbozza una danza sul posto tiene lo sguardo a terra e apre il petto a quella voce vibrante che parla di tormenti e mai di spensieratezza. Quando arriva all’improvviso la struggente cover di Atmosphere dei Joy Division, il pubblico sussulta e risponde osannante, la reinterpretazione è pienamente coerente con la produzione di Lanegan, pur rimanendo rispettosa delle origini. Il suono esce potente e netto durante l’intera esibizione, impeccabile e scuro, amalgamato alla perfezione al timbro del Nostro. L’assenza di orpelli nel palco e le luci lasciate al minimo indispensabile per scorgere le sagome e i volti dei musicisti amplificano l’effetto di totale raccoglimento spirituale attorno al nostro sciamano.
La messa finisce dopo circa un’ora e un quarto, s’impiega un poco a realizzare che si sia sciolto l’incantesimo e che le mura della Rocca possano di nuovo tornare a tinte più luminose e rassicuranti, che i nostri piedi non siano rimasti incollati a terra da chissà quale forza invisibile. In fondo siamo ancora tutti legati al medesimo cupo sortilegio, e nessuno ha voglia di venire destato, né salvato.

Federica Giaccani

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