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Drinks – Hermits on Holiday

Data di Uscita: 14/08/2015

Drinks - Hermits on Holiday

Se non c’è più senso dell’umorismo nemmeno in Inghilterra, siamo fottuti. Se due folli musicisti ironici riescono a épater les bourgeois con tanta facilità, siamo completamente fritti. Un giornalista del The Guardian, pontificando con umbertechiana autorità, mista a un po’ di superbia squisitamente britannica, senza pensarci troppo boccia questo disco, giudicato un divertimento per chi lo ha fatto e uno strazio per chi lo ascolta. Certo, non è un ascolto facile, ma nemmeno Ornette Coleman o un certo tipo di Coltrane e Davis lo sono. Pazienza.
Il disco è una follia discordante spaccacervello, ma chi se ne fa scandalizzare è o un moralista o un fetente (termine infantile che si può usare solo con una certa dimestichezza con l’autodistruzione). Tutte le critiche volte dall’espertissimo giornalista del Guardiano, per me sono pregi: la sperimentazione si spinge al limite dello strazio, ma questo mi diverte enormemente. Già dalla copertina e dal titolo dell’album si dovrebbe capire che bisogna affrontare questa musica con un certo umore. Per assecondare questa disposizione potrei cominciare a usare le virgole alla E.E. Cummings. Se si fossero abbandonati, in, un, pez,zo a un contrappunto psiche,delico, avrebbero giocato a calcio, col, grand,issimo giovannisebastianobach (e) Bach (avrebbe giocato da trequartista, oppure davanti alla difesa, regista). Ora basta.
Dovrei dissotterrare la mia stratocaster di guerra e contrattaccare la rabbia e l’ossessione con colpi di tremendo rock, misto di scale raccattate lungo memorie sparse. Dovrei bruciare definitivamente l’amplificatore.
Comunque, nonostante il mal di testa che mi ha messo (misto al rhum e all’eccessiva alimentazione), questo LP continua a piacermi. Forse il Pontifex Custodis, dalla sua penna ben retribuita, avrebbe preferito i soliti banalissimi algoritmi della musica indipendente (che stancherebbero qualsiasi persona dotata di intelletto) , con bassochitarrabatteria che canticchia le solite stronzate (bassochitarrabatteria è il nome dell’archetipico musicista indie). Fuck off.
Ho dipinto un bel prato verde con la mia bile e ora posso riposarmici sopra. Scusatemi se sono stato complesso, ma chi scrive in qualche modo intreccia, e “complesso” significa proprio “intreccio insieme” (cum-plecto). E poi mi devo pure divertire, come i DRINKS.
Vorrei riascoltare questo disco con una bottiglia di Hendrick’s accompagnata a una sacrosanta bottiglia di acqua tonica, mescolate ogni volta in un tumbler pieno di ghiaccio e una lunga fetta di cetriolo. Il buon Ferri converrà con me che questo è il miglior metodo di ascolto, ed entrambi ve lo consigliamo (potete applicarvi anche con bottiglie di infimo gin, per cominciare, e poi passare all’insolita bellezza vittoriana del già citato distillato servito con oblunga fetta di cetriolo).
Ma vi è venuta un po’ di curiosità? Immagino che quelli a cui non è piaciuto quello che ho scritto non ameranno nemmeno l’LP (“l’LP” sembra proprio un verso di Cummings) e non ammetteranno che il pensiero ha corrotto il pensiero con tanta velocità da spostarlo, da ripensarlo, che il pensiero si sarà riplasmato, che l’unico modo per tirare fuori il pensiero nel modo meno corrotto possibile è suonarlo (o scriverlo, ma per fare quello ci vogliono decenni o una certa altra cosa). L’immediatezza con cui le dita rendono transeunte l’immagine mentale è pornografia pura (o quasi), e la registrazione è l’unico modo per mandare avanti il più possibile quello che, spostandosi dall’ideale al reale, è destinato alla morte. Di certo in questo modo si dovrebbero solo improvvisare i dischi, ma un buon canovaccio mi sembra un’ottima soluzione, e, a sensazione, direi che è quello che hanno fatto Tim Presley e Cate Le Bon con DRINKS, dove l’eremita, uscendo dal suo stato ormai abitudinario di asceta, comincia il vero eremitaggio, cioè il vagare nel deserto, nel solitario dominio della follia.

Marco Di Memmo

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