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Foals – What Went Down

Data di Uscita: 28/08/2015

Foals - What Went Down

L’officina era situata proprio giù, in fondo alla strada, dove la brughiera selvaggia tentava in tutti modi di impossessarsi dei prati curati nel paese; la via principale curvava secca, mazzi di fiori di campagna appassiti col tempo, legati alla meglio nelle reti di recinzione, rammentavano la pericolosità del tratto e le sconfitte dell’uomo su forze centrifughe e attriti rischiosi. Ben percorreva quel tragitto ogni giorno, andata e ritorno, con la bicicletta lanciata libera in discesa al mattino, casco in testa e freddo vento d’ordinanza in faccia. Salutava con la mano il benzinaio, poi il droghiere, la signora al chiosco dei giornali e infine scompariva dietro il cancello, ingurgitato dai rottami di veicoli ormai defunti e altre auto in riparazione. La sera la salita era più ostica, tuttavia non sembrava arrancare mentre inforcava i pedali arrugginiti. Non aveva fatto il college, studiare non rientrava nelle sue prerogative avendo da sempre avuto il pallino degli attrezzi e di impieghi manuali; e poi si sa, con la camicia sporca d’olio e la pelle lievemente abbronzata già in primavera, era molto più facile rimorchiare le ragazze. Aveva vent’anni ed era uno spirito libero – per usare comuni definizioni; i più critici avrebbero potuto tacciarlo di bipolarismo, ché da persona ineccepibile nel lavoro diveniva imprevedibile e inaffidabile in tutto il resto della giornata. Chiunque alla fine soprassedeva, merito della sua indole bonaria e completamente scevra da malizia. Quando calava la notte lo si poteva trovare ai tavoli del pub del paese, qualche birra avvolta nel fumo di sigarette tra le chiacchiere da uomini consumate sotto la tettoia di assi di legno sgangherate. Nelle sere piovose l’acqua filtrava tra le giunture e annacquava vagamente i bicchieri, ma nessuno se ne sarebbe accorto, ebbro di alcool e di piccanti dettagli erotici riguardanti una buona parte delle donne della contea. Pochi coetanei erano rimasti in zona, una diaspora li aveva disseminati in lungo e in largo nel territorio inglese, tra atenei e occupazioni disparate ormai lontani da famiglie e vecchie compagnie, Ben trascorreva quindi gran parte del suo tempo tra gente molto più vecchia, tant’è che quasi sembrava che avesse fatto suoi movenze e ragionamenti di adulti navigati.
Alle volte si dileguava solitario, approfittando di conversazioni in cui non riusciva a prendere parte; senza far rumore né destare chissà quale altrui curiosità spingeva la fida bicicletta oltre l’officina, nella campagna incolta, e nessuno avrebbe saputo dire nulla circa le ore a venire. Addirittura in più occasioni non rincasò la notte, e i genitori in preda alle preoccupazioni più nere setacciarono i dintorni come segugi impazziti, tornando purtroppo indietro, immancabilmente, a mani vuote. Col tempo ci fecero l’abitudine, chi poteva biasimare un’eventuale inquietudine, o anche una semplice necessità di evasione, in un ragazzo così giovane? Dopotutto era uno spirito libero.
Ero tornato in paese per un lutto, e la sorte mi costrinse, mio malgrado, a fermarmi alcune settimane e a dischiudere il baule del passato. Ben non si era dimenticato di me, la complicità tra bambini e i giochi d’infanzia sono le cose che restano più impresse nella memoria. Un giorno mi propose di seguirlo in bici, avevo quella del nonno sempre pronta all’occorrenza e l’unico problema sembrava la difficoltà di tenere il suo passo tra i sentieri sterrati e l’erba alta che intralciava i pedali e ci avviluppava i polpacci. Ancora non sapevo di essere l’unico prescelto come compagno di avventure, e proprio mentre avevo perso del tutto l’orientamento il sentiero sfociò in alta e scoscesa scogliera, di sotto il mare riversava le sua risacca con ritmo blando e costante. Ci sedemmo sopra un masso gigante, che risultò essere cavo visto che il mio amico estrasse dal fianco roccioso una chitarra e un taccuino dalle pagine a righe. In quel momento gli anni che erano passati dalla nostra separazione presero spazio e si frapposero tra noi, quella distanza necessaria per vedere lucidamente chi fosse l’altro, e un chiaro disegno di un uomo non più fanciullo si stagliò su quella cornice naturale brulla, un uomo appagato dalle piccole cose, con un bagaglio di storie che ancora non aveva raccontato a nessuno. Si mise a strimpellare distrattamente una melodia che sapeva di salsedine e abbandoni, canticchiò un motivetto malinconico ma poi si bloccò, lo sguardo teso all’orizzonte. All’improvviso le dita presero a correre su e giù per le corde in una cavalcata liberatoria, ed altre parole gli uscirono di bocca con lo stesso impeto della musica. Aveva visto e vissuto più mondi restando incollato al nostro piccolo paese, molto più di altri che si erano già da tanto spostati fisicamente; non riuscii a esimermi dall’invitarlo a venire con me, ad Oxford, quando sarei ripartito. Era un cantastorie formidabile e ci sapeva fare con la chitarra, qualcuno si sarebbe accorto di lui e lo avrebbe senz’altro aiutato a moltiplicare le orecchie alle quali narrare i suoi racconti sonori. Le responsabilità verso l’officina lo fecero dapprima tentennare, non scordiamoci quanto fosse attento e dedito al suo mestiere, ma il suo capo si mostrò comprensivo – d’altronde anche loro ci erano passati, nella giovinezza – e gli assicurò che lo avrebbe di nuovo accolto nel suo tempio di carcasse olio e ferraglie senza alcuna remora, qualora avesse voluto ripensarci.
A quel punto il suo spirito libero prese il sopravvento, lo ritrovai in una panchina della stazione ad attendere il mio stesso treno; uno zaino essenziale e la chitarra, e un sorriso radioso che parlava già di futuro.

Federica Giaccani

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