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Archive for agosto, 2015

Mark Lanegan @ acieloaperto, Rocca Malatestiana di Cesena (11/08/2015)

Mark Lanegan, 11-08-2015 @ acieloaperto, Rocca Malatestiana di Cesena

Ci sono estati che non sembrano estati, in cui ti sembra di vivere in un turbine parallelo di doveri mentre il resto del mondo gode di quelle gioie basilari come il mare, il tempo libero, la libertà. (altro…)

Chelsea Wolfe – Abyss

Data di Uscita: 07/08/2015

Chelsea Wolfe – Abyss

Il cielo è piatto e grigio. Si allunga tra i palazzi, dall’orizzonte mai così vicino, a questa finestra dalla quale è possibile ammirare il nulla che si replica all’infinito. Ancora e ancora. E quando cala la sera, allora si tinge di nero come volesse nascondersi alla vista. Come se il buio potesse mascherare tale pochezza. La notte inghiotte le nostre vite. Tutte. Le impasta a quel vuoto ed al dipanarsi delle tenebre le rende alla catena di montaggio. Sì che un altro giorno possa cominciare. Copia carbone del precedente. Matrice consumata del successivo. Che cosa ci resta dei giorni passati a coltivare la terra? Il fumo scuro che si alza dalle ciminiere non è che la manifestazione dei tempi che sono cambiati. Si leva al cielo come le nostre anime. Di noi che per rimanere al passo della storia abbandonammo la zappa in favore del silicio. Dei cristalli liquidi e dell’automazione. Abbandonammo i nostri istinti e le nostre conoscenze stagionali e meteoropatiche ai piedi di una natura cadaverica. Ci vestimmo di dieci ore lavorative poco pagate. E non possiamo più tornare indietro perché ci infarciscono di ambizioni non nostre e desideri e illusioni di una vita sempre in divenire ma che non può cambiare. Che cosa ci resta del sogno del mondo nuovo che ci era stato promesso? La frustrazione ed il senso di colpa per aver vanificato il sacrificio dei nostri genitori. O forse nulla si è ancora compiuto, e siamo noi a doverci sacrificare per chi verrà dopo. Ma noi? A noi chi ci pensa? Rinchiusi in cubicoli di cemento claustrofobici, sui quali non batte mai il sole. Divisi da pochi centimetri di cartongesso. Separati dal silenzio alienante di un lavoro che non concede nulla a fine giornata. Il vuoto dentro colmato dal piscio che abbiamo dovuto trattenere per ore nell’attesa di un cane da guardia che ci accompagni al cesso. A noi chi ci pensa? Voi che ci elemosinate una pisciata? Voi che avete il controllo del nostro tempo e ci lasciate le briciole del vostro spazio? Vorremmo scappare. Ma ci avete legato per sempre alla mancanza di alternative. Possedete i nostri corpi. Abusate delle nostre menti. Raccogliamo quelle poche parole che ci rimangono su pezzi di carta che speriamo possano uscire da qui. A differenza di noi. Ma ci manca l’odore del fango, ora una vaga immagine in lontananza. Ci manca pregare per la pioggia. Ci manca il sogno della città. Il sogno di avere le stesse prospettive di tutti. A volte, quando ritorniamo mesti, trascinando esausti i piedi, alle nostre stanze, il desiderio di morire è il nostro unico compagno. Ci sediamo con lui ad osservare l’insensato scorrere delle ore. Discorriamo dei nostri propositi. Del futuro. Lui ascolta paziente e, quando comprende che ancora serbiamo speranza, saluta garbatamente e se ne va. E’ solo un arrivederci. Sa che ci rivedremo presto. A noi chi ci pensa? Noi che siamo ingranaggi e niente più. Noi che siamo la forza che muove la produzione infinita per i consumi che ci illudono di vivere in una libertà che non abbiamo mai davvero chiesto. Ridateci i tramonti che ci avete sottratto. Ne conserveremo l’odore per tutte le sere in cui non potremo fare a meno di vivere. Ridateci un orizzonte che valga la pena ammirare. I brividi si imprimeranno sulla nostra pelle e ci ricorderemo, nelle poche notti in cui condivideremo il letto con il silenzio di qualcun altro, che c’è altro al di là dei confini che ci avete costruito intorno. Ridateci le parole che non riusciamo più a trovare. Ne serberemo il gusto per quei giorni di cui non sappiamo che farci. A noi chi ci pensa? Chi ci consola in questa notte in cui fuori dalla finestra piovono poeti?

Pietro Liuzzo Scorpo

Verdena – Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

Slow Meadow – Slow Meadow

Data di Uscita: 21/08/2015

 Slow Meadow - Slow Meadow

Esiste il giusto inchiostro per ogni lettera, sapete?
Raccogliamo questa luccicante varietà cromatica in un taschino appoggiato sul nostro cuore, dimenticandoci spesso della sua esistenza. Ed allo stesso modo in cui ci ricordiamo di avere in tasca la chiave di un mistero solamente dopo aver sfiorato i freddi contorni del metallo con le dita, prendiamo coscienza di quelle penne colorate ogni volta che uno sguardo risveglia il sentimento che prima dormiva nel nostro petto.

Estraiamo dalla tasca della giacca il pastello dal colore blu cobalto, ogni volta che vogliamo parlare di un momento infinito.

Io, quando penso al blu, penso a quando ero bambino e alla salopette di quel colore con i bottoni gialli di plastica, che forse mio padre, o mio fratello, avevano indossato prima di me. Penso a quelle volte in cui venivo in bicicletta a casa tua, la mattina, prima che ti svegliassi. Per lasciarti un fiore azzurro sul davanzale. Perchè sapevo che avresti sorriso, anche se io non sarei stato lì per vederti. E mi bastava.

Giochiamo, tenendola tra le dita, con una penna ambrata dal colore giallo scuro, per intingerla nella carta bianca quando vogliamo scrivere di un momento passato. Per descrivere un ricordo dolce, da tenere in un cassetto.

Quell’anello con un cuore di resina che ti avevo regalato prima di partire, la stessa che ci cadeva addosso come pioggia in quel bosco di pini, e che io avevo conservato. Non c’erano insetti all’interno, o fiori, ma l’aria e la polvere ed il sole di quel giorno. E ti bastava.

Prendiamo in mano un pennarello grigio, quando vogliamo raccontare di un momento trasformato.

Quella volta che abbiamo aperto le finestre la mattina presto per poi essere cacciati indietro da un banco di nuvole grigie. Passammo ore e ore nel letto, immaginando una ninnananna che poteva fare tutto, tranne addormentare i nostri occhi.

Stringiamo tra i polpastrelli quell’unico, semplice, pennello dal manico bianco, quando vogliamo credere nella speranza, perché ci consente di scrivere su una pagina di colore nero.

Io, al colore bianco, preferisco l’inchiostro trasparente. Perchè mi consente di comunicare senza lasciare traccia, lasciando parlare solo le mie azioni, i miei gesti. Mi permette di scrivere nel modo più genuino possibile, senza preoccuparmi delle parole appena scritte. Per lasciare un segno intangibile delle cose che non posso scrivere. Di quelle di cui mi vergogno. Di quelle che non voglio ammettere. Di quelle così belle e felici che non esistono lettere che possano spiegarle.
Ci bastava.

Filippo Righetto

Drinks – Hermits on Holiday

Data di Uscita: 14/08/2015

Drinks - Hermits on Holiday

Se non c’è più senso dell’umorismo nemmeno in Inghilterra, siamo fottuti. Se due folli musicisti ironici riescono a épater les bourgeois con tanta facilità, siamo completamente fritti. Un giornalista del The Guardian, pontificando con umbertechiana autorità, mista a un po’ di superbia squisitamente britannica, senza pensarci troppo boccia questo disco, giudicato un divertimento per chi lo ha fatto e uno strazio per chi lo ascolta. Certo, non è un ascolto facile, ma nemmeno Ornette Coleman o un certo tipo di Coltrane e Davis lo sono. Pazienza.
Il disco è una follia discordante spaccacervello, ma chi se ne fa scandalizzare è o un moralista o un fetente (termine infantile che si può usare solo con una certa dimestichezza con l’autodistruzione). Tutte le critiche volte dall’espertissimo giornalista del Guardiano, per me sono pregi: la sperimentazione si spinge al limite dello strazio, ma questo mi diverte enormemente. Già dalla copertina e dal titolo dell’album si dovrebbe capire che bisogna affrontare questa musica con un certo umore. Per assecondare questa disposizione potrei cominciare a usare le virgole alla E.E. Cummings. Se si fossero abbandonati, in, un, pez,zo a un contrappunto psiche,delico, avrebbero giocato a calcio, col, grand,issimo giovannisebastianobach (e) Bach (avrebbe giocato da trequartista, oppure davanti alla difesa, regista). Ora basta.
Dovrei dissotterrare la mia stratocaster di guerra e contrattaccare la rabbia e l’ossessione con colpi di tremendo rock, misto di scale raccattate lungo memorie sparse. Dovrei bruciare definitivamente l’amplificatore.
Comunque, nonostante il mal di testa che mi ha messo (misto al rhum e all’eccessiva alimentazione), questo LP continua a piacermi. Forse il Pontifex Custodis, dalla sua penna ben retribuita, avrebbe preferito i soliti banalissimi algoritmi della musica indipendente (che stancherebbero qualsiasi persona dotata di intelletto) , con bassochitarrabatteria che canticchia le solite stronzate (bassochitarrabatteria è il nome dell’archetipico musicista indie). Fuck off.
Ho dipinto un bel prato verde con la mia bile e ora posso riposarmici sopra. Scusatemi se sono stato complesso, ma chi scrive in qualche modo intreccia, e “complesso” significa proprio “intreccio insieme” (cum-plecto). E poi mi devo pure divertire, come i DRINKS.
Vorrei riascoltare questo disco con una bottiglia di Hendrick’s accompagnata a una sacrosanta bottiglia di acqua tonica, mescolate ogni volta in un tumbler pieno di ghiaccio e una lunga fetta di cetriolo. Il buon Ferri converrà con me che questo è il miglior metodo di ascolto, ed entrambi ve lo consigliamo (potete applicarvi anche con bottiglie di infimo gin, per cominciare, e poi passare all’insolita bellezza vittoriana del già citato distillato servito con oblunga fetta di cetriolo).
Ma vi è venuta un po’ di curiosità? Immagino che quelli a cui non è piaciuto quello che ho scritto non ameranno nemmeno l’LP (“l’LP” sembra proprio un verso di Cummings) e non ammetteranno che il pensiero ha corrotto il pensiero con tanta velocità da spostarlo, da ripensarlo, che il pensiero si sarà riplasmato, che l’unico modo per tirare fuori il pensiero nel modo meno corrotto possibile è suonarlo (o scriverlo, ma per fare quello ci vogliono decenni o una certa altra cosa). L’immediatezza con cui le dita rendono transeunte l’immagine mentale è pornografia pura (o quasi), e la registrazione è l’unico modo per mandare avanti il più possibile quello che, spostandosi dall’ideale al reale, è destinato alla morte. Di certo in questo modo si dovrebbero solo improvvisare i dischi, ma un buon canovaccio mi sembra un’ottima soluzione, e, a sensazione, direi che è quello che hanno fatto Tim Presley e Cate Le Bon con DRINKS, dove l’eremita, uscendo dal suo stato ormai abitudinario di asceta, comincia il vero eremitaggio, cioè il vagare nel deserto, nel solitario dominio della follia.

Marco Di Memmo

Beach House – Depression Cherry (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 28/08/2015

Beach House - Depression Cherry

-Vuoi credere a tutto quello che sto per raccontarti? Ci sei dentro tu.
Così per rispondere hai sorriso, uno dei primi sorrisi in cui ho visto un’altra parte di te, magnifica e spontanea. Chissà cosa stavi facendo un’ora o qualche istante prima che ci incontrassimo, se fossi di fretta in ritardo o nervosa, serena, con o senza pensieri. A poco a poco il sole cercava di farsi largo tra alcune nuvolacce di un grigio strano, con qualche sprazzo d’amaranto quasi. Cosa sta succedendo in città? T’immagino morderti le labbra come stai facendo ora in mezzo alla folla della strada, mi sembra di vederti guardare all’insù senza chiederti troppo cosa potesse avere in serbo per te la giornata. Lì, mentre i tuoi denti lasciavano le labbra, probabilmente stavo seduto al tavolino di un bar, il giornale già letto e ripiegato a fianco della tazzina del caffè vuota e un libro aperto con le pagine per un attimo all’ingiù, contro la tovaglia, perché stavo rimettendo via il telefonino e dando un’altra occhiata fuori dalla vetrata. Non mi sbaglio di molto, molte mattine incominciavano e incominciano ancora così. L’universo giocò le sue carte, e tu spero sappia quanto le credo in ogni momento bellissime, nell’olimpo delle mani che ha giocato al mio tavolo. Un raggio di sole illuminò la pagina che stavo percorrendo con la vista, una calle via l’altra di Barcellona in cerca di vita, dammi ancora il vento e la luce che brilla negli occhi delle donne e degli uomini di un gran romanzo spagnolo per ascoltare il mondo come una canzone che va, leggera, come un peso gettato a mare, come la sensazione di casa. Come i sensi che si risvegliano perché credono di scorgere il miracolo, si destano meravigliati, riconoscono un suono, gli verrebbe da socchiudere gli occhi a godersi lo spettacolo del calore che pian piano riaccende la pelle. E poi? Quella passeggiata per la città appena sveglia alla mattina, accogliente, eppure timida, come la tua mano che si stropiccia gli occhi ancora assonnati tra le lenzuola, quell’aria di primavera carica di promesse. Non ci saremmo incontrati se ognuno dei due stesse esattamente sognando dell’altro. Come un fiore che spacca una roccia sei stata altro dai grattacieli, dalle discussioni inutili, dalle altre così piene d’orgoglio e superficialità, qualcosa che m’ha fatto all’istante dimenticare tantissime parole vuote, tutta questa necessità d’esibirsi, tutti brani che per fortuna alla radio qui non passano più. Abbracci il cuscino come ho abbracciato quest’avventura, come hai fatto anche tu, qualche cenno d’intesa, uno sguardo alla luna, un abbraccio stretto che sa d’infinto, il battito del cuore come una canzone che tenevi nascosta chissà in quale posto, io, tu. Ribaltare nessuna abitudine, solo sentirle meglio con uno sguardo in più, guardare fuori dalla finestra e decidere di guardare avanti sempre, ripensare ai giorni più fragili come al primo passo verso a una ricchezza, ché prima o poi se vuoi che la meraviglia brilli nei tuoi occhi, due o tre cazzotti con la realtà ti toccano per forza, prima o poi. Ti dicevo che Hemingway sosteneva che le sue opere fossero solo la punta dell’iceberg, quello che si vedeva, e che sotto il mare stava tutto il resto della storia, e a te piaceva pensare che tutto ha avuto un senso, e che la cima della montagna è l’attimo presente a cui abbandonarsi, a cui dare tutti se stessi, dopo aver scelto la finestra da cui affacciarci alla mattina per dare il buongiorno alla nostra vita. Ti rigiri su un fianco e i tuoi capelli sul tuo corpo sono l’universo, il primo caffè del mattino, sentirti accanto di notte, gli occhi con cui guardo verso il mare. Mi dico, ma hai visto come si può abitare la propria vita in modo gentile? Tutto quello che non conta e non deve contare più cacciamolo sotto all’iceberg, aspetta te lo disegno qui con la matita sul foglio di carta, vedi? Guardo e ascolto. Qui stiamo io, tu, noi ora, quassù. In una valigia immaginaria ci portiamo sempre dietro quello che da sempre ci occorre, in una casa sulla spiaggia tutto quello che ci rende migliori trova il suo spazio in continuazione, in un continuo adattamento. Che dici di tutto quello che ti ho raccontato? Ti ritrovi? Lo lego tra i miei pensieri così, disse e si legò i capelli in uno chignon. Stretto così, tra i più belli, come quello che avevi al ristorante quella magica sera. Tutto un quadro in cui mi ritrovavo, che amavo, come scendere a fare colazione, prendersi il tempo necessario, le canzoni che mi solleticano il viso e quelle che dicono che la vita è qualcosa di più.

Filippo Redaelli

Foals – What Went Down

Data di Uscita: 28/08/2015

Foals - What Went Down

L’officina era situata proprio giù, in fondo alla strada, dove la brughiera selvaggia tentava in tutti modi di impossessarsi dei prati curati nel paese; la via principale curvava secca, mazzi di fiori di campagna appassiti col tempo, legati alla meglio nelle reti di recinzione, rammentavano la pericolosità del tratto e le sconfitte dell’uomo su forze centrifughe e attriti rischiosi. Ben percorreva quel tragitto ogni giorno, andata e ritorno, con la bicicletta lanciata libera in discesa al mattino, casco in testa e freddo vento d’ordinanza in faccia. Salutava con la mano il benzinaio, poi il droghiere, la signora al chiosco dei giornali e infine scompariva dietro il cancello, ingurgitato dai rottami di veicoli ormai defunti e altre auto in riparazione. La sera la salita era più ostica, tuttavia non sembrava arrancare mentre inforcava i pedali arrugginiti. Non aveva fatto il college, studiare non rientrava nelle sue prerogative avendo da sempre avuto il pallino degli attrezzi e di impieghi manuali; e poi si sa, con la camicia sporca d’olio e la pelle lievemente abbronzata già in primavera, era molto più facile rimorchiare le ragazze. Aveva vent’anni ed era uno spirito libero – per usare comuni definizioni; i più critici avrebbero potuto tacciarlo di bipolarismo, ché da persona ineccepibile nel lavoro diveniva imprevedibile e inaffidabile in tutto il resto della giornata. Chiunque alla fine soprassedeva, merito della sua indole bonaria e completamente scevra da malizia. Quando calava la notte lo si poteva trovare ai tavoli del pub del paese, qualche birra avvolta nel fumo di sigarette tra le chiacchiere da uomini consumate sotto la tettoia di assi di legno sgangherate. Nelle sere piovose l’acqua filtrava tra le giunture e annacquava vagamente i bicchieri, ma nessuno se ne sarebbe accorto, ebbro di alcool e di piccanti dettagli erotici riguardanti una buona parte delle donne della contea. Pochi coetanei erano rimasti in zona, una diaspora li aveva disseminati in lungo e in largo nel territorio inglese, tra atenei e occupazioni disparate ormai lontani da famiglie e vecchie compagnie, Ben trascorreva quindi gran parte del suo tempo tra gente molto più vecchia, tant’è che quasi sembrava che avesse fatto suoi movenze e ragionamenti di adulti navigati.
Alle volte si dileguava solitario, approfittando di conversazioni in cui non riusciva a prendere parte; senza far rumore né destare chissà quale altrui curiosità spingeva la fida bicicletta oltre l’officina, nella campagna incolta, e nessuno avrebbe saputo dire nulla circa le ore a venire. Addirittura in più occasioni non rincasò la notte, e i genitori in preda alle preoccupazioni più nere setacciarono i dintorni come segugi impazziti, tornando purtroppo indietro, immancabilmente, a mani vuote. Col tempo ci fecero l’abitudine, chi poteva biasimare un’eventuale inquietudine, o anche una semplice necessità di evasione, in un ragazzo così giovane? Dopotutto era uno spirito libero.
Ero tornato in paese per un lutto, e la sorte mi costrinse, mio malgrado, a fermarmi alcune settimane e a dischiudere il baule del passato. Ben non si era dimenticato di me, la complicità tra bambini e i giochi d’infanzia sono le cose che restano più impresse nella memoria. Un giorno mi propose di seguirlo in bici, avevo quella del nonno sempre pronta all’occorrenza e l’unico problema sembrava la difficoltà di tenere il suo passo tra i sentieri sterrati e l’erba alta che intralciava i pedali e ci avviluppava i polpacci. Ancora non sapevo di essere l’unico prescelto come compagno di avventure, e proprio mentre avevo perso del tutto l’orientamento il sentiero sfociò in alta e scoscesa scogliera, di sotto il mare riversava le sua risacca con ritmo blando e costante. Ci sedemmo sopra un masso gigante, che risultò essere cavo visto che il mio amico estrasse dal fianco roccioso una chitarra e un taccuino dalle pagine a righe. In quel momento gli anni che erano passati dalla nostra separazione presero spazio e si frapposero tra noi, quella distanza necessaria per vedere lucidamente chi fosse l’altro, e un chiaro disegno di un uomo non più fanciullo si stagliò su quella cornice naturale brulla, un uomo appagato dalle piccole cose, con un bagaglio di storie che ancora non aveva raccontato a nessuno. Si mise a strimpellare distrattamente una melodia che sapeva di salsedine e abbandoni, canticchiò un motivetto malinconico ma poi si bloccò, lo sguardo teso all’orizzonte. All’improvviso le dita presero a correre su e giù per le corde in una cavalcata liberatoria, ed altre parole gli uscirono di bocca con lo stesso impeto della musica. Aveva visto e vissuto più mondi restando incollato al nostro piccolo paese, molto più di altri che si erano già da tanto spostati fisicamente; non riuscii a esimermi dall’invitarlo a venire con me, ad Oxford, quando sarei ripartito. Era un cantastorie formidabile e ci sapeva fare con la chitarra, qualcuno si sarebbe accorto di lui e lo avrebbe senz’altro aiutato a moltiplicare le orecchie alle quali narrare i suoi racconti sonori. Le responsabilità verso l’officina lo fecero dapprima tentennare, non scordiamoci quanto fosse attento e dedito al suo mestiere, ma il suo capo si mostrò comprensivo – d’altronde anche loro ci erano passati, nella giovinezza – e gli assicurò che lo avrebbe di nuovo accolto nel suo tempio di carcasse olio e ferraglie senza alcuna remora, qualora avesse voluto ripensarci.
A quel punto il suo spirito libero prese il sopravvento, lo ritrovai in una panchina della stazione ad attendere il mio stesso treno; uno zaino essenziale e la chitarra, e un sorriso radioso che parlava già di futuro.

Federica Giaccani

Dr. Dre – Compton

Data di Uscita: 07/08/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Dr. Dre - Compton

Game Over

Non so da quanto sono in fuga, ho perso completamente la cognizione del tempo e dietro di me ancora si agitano le luci di quei quattro figli di puttana che non si stancano di corrermi appresso.

E’ un incubo, quelli avranno pure le palle piene di fare infiniti turni di notte attorno a treni fantasma, ma io non sono un writer e se vogliono davvero dare una lezione a quelli che gironzolano con le bombolette spray in stazioni deserte non è a me che devono dare la caccia. Io sono solo uno a cui piace stare da solo in mezzo alla ferraglia ad ascoltare la sua musica del cazzo!

Non riesco a distanziarli più di tanto, allora cerco di tornare indietro, per seminarli tra i convogli in sosta dove mi hanno beccato, mi gioco l’ultima carta disperata. Sento i loro passi dappertutto, si saranno divisi… non vedo più le loro torce, le avranno spente per saltarmi addosso da un momento all’altro? Con la coda dell’occhio vedo un treno merci con la porta semiaperta, lo raggiungo e mi ci infilo di soppiatto.

Rimango immobile, senza muovere nemmeno un muscolo, l’odore acre di metallo mi entra nei polmoni. Continuo ad udire il rumore dei loro passi nel selciato, tra un binario e l’altro. Forse ho fatto una cazzata ad entrare in questo treno, non c’è una via di fuga alternativa all’entrata. I battiti del mio cuore rimbombano nel vagone buio, illuminato appena da una sottile luce arancione proveniente da un lampione poco distante.

Per tranquillizzarmi il gesto è automatico, infilo la mano nello zaino ed estraggo il walkman. Lo guardo e la tentazione di mettermi le cuffiette nelle orecchie è più forte che mai. Il tamburo che ho nel petto suona come un conto alla rovescia, devo correre questo rischio, devo schiacciare il tasto play! Lo faccio: un “click” sordo mi fa trasalire. Chiudo gli occhi e mi concentro solo sulla musica.

Tutto il resto scompare, gli sbirri, il vagone, la mia stessa identità. Il lato A finisce e rigiro la cassetta, in un attimo conclude la sua corsa anche la facciata B, allora ricomincio da capo, perdo il conto delle volte che lo faccio. E’ mattino e l’indicatore di carica delle battere segna rosso. Esco dal vagone e realizzo di avercela fatta anche questa volta.

Game Over (per loro)

Maurizio Narciso

Lyric of Leaves – Lyric of Leaves

Lyric of Leaves - Lyric of LeavesD.d.U. 14/07/2015

lyric of leaves by Lyric Of Leaves

In questa veranda l’ombra va e viene, tra i grovigli di bouganvillea fiorita e gli scampoli di cielo azzurro. Esistono solo colori netti: la terra è arsa e bruna, le case bianche, e anche se quest’isola da qui potrebbe essere confusa con terraferma, oltre i declivi il mare è blu cobalto tutt’intorno. Il meltemi mi rammenta lo scorrere dell’estate, ma non ho ancora fatto il primo bagno della stagione perché qui l’urgenza è una malinconia da domare, da addomesticare a quattro mani, tra accelerazioni ballabili e paesaggi sonori eterei che scorrono come fotogrammi dal finestrino di un treno. Mi è rimasto poco tempo per recuperare le parole che ho affidato alle foglie accarezzate dal vento, mi hanno promesso che se ne sarebbero prese la giusta cura per lenire la mia solitudine. Ma anche a te hanno riservato la medesima premura.
Domani arriverà il tuo aereo, ti porterò a mangiare sulla spiaggia per mostrarti il meglio sin da subito, poi ci tufferemo e cercheremo assieme i pesci sott’acqua.

Federica Giaccani

The Jesus & Mary Chain @ Ferrara sotto le stelle, Ferrara (19/07/2015)

Cosa succede quando ti aspetti di finire contro un muro e poi ti ritrovi semplicemente a tastare la parete addosso alla quale saresti dovuto andare a sbattere?

Di certo, ad un primo impatto, il mix di sensazioni è una fusione strana tra adrenalina repressa e sollievo. Il frontale avrebbe fatto molto male, ma prima del dolore sarebbe arrivato un infinito attimo di estasi, situazioni ben spiegate dal maestro J.G. Ballard.  (altro…)