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Wilco – Star Wars

Data di Uscita: 16/07/2015

Wilco – Star Wars

Cosa mi sarebbe mancato di più una volta partito?
Me lo chiedevate in tanti e immancabilmente rispondevo elusivo, alludendo alla casa, agli affetti, a qualsiasi cosa credibile che mi passasse per la testa nel momento in cui venivo interpellato. La verità preferivo serbarla per me, ché tuttora ritengo sia stato un privilegio assistere per anni, ogni giorno, al magico rituale della dott.ssa Vera – titolare della farmacia del quartiere – che si piegava delicatamente sulle ginocchia nell’atto di abbassare la saracinesca della bottega e girare la chiave nelle serrature. Si guardava attorno, timorosa che quei movimenti potessero mostrare agli occhi di qualche passante, o affascinato guardone come me, scampoli della biancheria intima coperti da un camice troppo corto e ribelle. I movimenti lenti, il pudore, il suo corpo che assumeva una curvatura soave, indorato da un tramonto tardivo, o illuminato in parte dalla luce fredda del lampione all’angolo in inverno. Sì, perdere la possibilità di godere di questo umano spettacolo mi provocava crampi di precoce nostalgia, quando ancora dovevo mettere in moto l’auto e vedere la mia vita rimpicciolirsi dalla prospettiva dello specchietto retrovisore.
L’impresa di selezionare ciò che era meritevole di essere portato via, eletto come compagno per le avventure a venire, aveva richiesto alcune settimane, il doppio del necessario che ingenuamente avevo preventivato, tant’è che chiunque si mostrava sorpreso di avermi ancora tra i piedi quando ci s’incrociava per le strade. Ma era giunto il grande giorno, e la macchina era stipata di roba manco fossi un profugo o un venditore ambulante d’altri tempi. Anche Alan era in fibrillazione, si muoveva inquieto sui sedili a dispetto della sua grossa taglia e dell’adorabile goffaggine che lo aveva da sempre contraddistinto, di tanto in tanto si placava seduto sul plaid nel sedile del passeggero, scrutava i passanti e le mie mosse mute con la lingua penzoloni e le orecchie arcuate. Accensione e retromarcia inserita, pensai bene di spingere un poco di più sul gas come fosse un simpatico saluto di commiato; inaspettatamente ritrovai tutta la strampalata combriccola dei miei amici di sempre assiepati attorno alla Ford, nel tentativo di boicottare la dipartita se non avessi accettato un ultimo brindisi al sapore di malto tra i vecchi tavoli dell’Old Bull. Il pub sapeva di birra mai del tutto scrostata dal bancone, di fumo, di dopobarba di qualche forestiero, di numerose generazioni succedutesi tra quelle mura spoglie e accoglienti; pareva evidente che portare con me Alan fosse il minimo dei problemi. E la mia chitarra era ospite fissa.
La chitarra si chiamava Ginevra, è ancora con me avendo resistito alle vicissitudini che mi capitarono sia in quegli anni nella periferia di Chicago sia nel successivo vagabondaggio di stato in stato alla ricerca di un’identità sempre più definita. Era la chitarra di mio padre, e ancor prima di mio nonno; carteggiature e accurate passate di vernice e lucido continuano tuttora a donarle un aspetto decoroso malgrado i segni visibili di un’età indiscussa, il ventre invece non è mai stato toccato. Ho sempre nutrito un rispettoso atteggiamento conservativo nei suoi confronti, quel legno ha assorbito storie tristi e altre molto più allegre, in quella pancia cava sono state custodite progenie di aneddoti e segreti. L’Old Bull era la sua seconda casa, naturalmente non poteva mancare per i saluti, carezzata lungo le corde leggermente lise tra una risata e l’altra, ma di colpo protagonista quando calò il silenzio e la comitiva presente richiese a gran voce un improvvisato arrivederci tessuto tra scarni arpeggi e la mia voce roca e tremolante.
C’era chi era diventato famoso partendo da una serata come quella in un pub qualunque ai margini di una metropoli americana; a Chicago ci si vantava tanto per gli Smashing Pumpkins quanto per i Wilco, e chissà, magari anche loro si erano trovati per caso ad abbeverarsi dai boccali di George e Gina, a sorridere di circostanza alle loro battute prive di logico umorismo, a suonare qualcosa agli albori di carriere radiose. Dal canto mio, non ho mai avuto grosse pretese né ambizioni, imbracciavo Ginevra per raggranellare qualche spicciolo per arrotondare lo stipendio di professore a contratto, ma soprattutto per amore verso la musica, verso una famiglia nel cui sangue forse c’erano più note che piastrine. Quella sera un nuovo disco girava nel piatto dell’Old Bull, un enorme gatto bianco campeggiava nella copertina davanti a un vaso di fiori e dietro la scritta Star Wars color fucsia che soltanto una smisurata ironia aveva potuto associare al regale felino; mi dissero presto che Jeff Tweedy e soci avevano di nuovo fatto centro con quest’album ispirato e diretto, e probabilmente ero stato troppo intento col trasloco per accorgermi che fosse uscito, di solito ero imbattibile e preparato in novità discografiche. Si chiacchierava del più e del meno, Alan si era appisolato sotto il tavolo, e le tracce del vinile si susseguivano, energiche e schiette come quelle di un gruppo agli esordi che ha molto da raccontare; evidentemente la sorgente creativa dei Wilco non voleva saperne di esaurirsi. Melodie fresche in cui l’alt-country si fondeva con il rock, con la psichedelia, con la morbidezza delle ballate, ogni pezzo era al proprio posto e suonava nuovo e maturo al contempo, le contaminazioni non annebbiavano coerenza e padronanza di una band che a ragione si era già conquistata palchi e notorietà in tutto il mondo. Ci fu un momento in cui il tempo sembrò bloccarsi, un incipit delicatissimo lasciava lentamente il posto a un crescendo annientante, e un giro di chitarra si insinuò nella mia testa costringendomi a posare Ginevra a terra per concentrarmi sul buco che piano piano si apriva nel mio stomaco per fare posto alle emozioni.
“I – I won’t live any what you can’t give it away
I – I won’t miss any what I’m giving away
Don’t want to go and I don’t want to stay”
Ci sono delle canzoni che ti entrano sottopelle dal primo istante – ho sempre pensato – e i brividi che mi correvano lungo il corpo come scariche di elettricità o di adrenalina pura ne erano la riprova.
Gina aveva appoggiato sul bancone un nuovo pacchetto di Marlboro, avrebbe offerto lei quella sera, e il crepuscolo stava iniziando a calare e le ombre ad allungarsi in diagonali drammatiche. Rubai una sigaretta e mi avventai scomposto a sparpagliare quelle rigide geometrie, una boccata di aria fresca in balia degli occhi delle finestre lungo la strada, e un’ultima, romantica sbirciata alle movenze della dott.ssa Vera poco più in là.
La notte era scesa ineluttabile, e aveva poco senso protrarre l’attesa per ciò che si sapeva sarebbe avvenuto, ché ormai era stato ragionato e deciso. D’altra parte lasciare Chicago, la sua gente, e buona parte della mia vita sotto un cielo così terso e puntellato di stelle luccicanti mi sembrava un perfetto augurio per il futuro dinnanzi. Saluti, abbracci e pacche sulle spalle, tutto il calore riversato in gesti fervidi e sinceri, con la promessa di non rescindere legami, di chiamare e ospitare tutti quanti non appena avessi trovato una buona sistemazione. Alan balzò in macchina, non restava che adagiare Ginevra nel bagagliaio e premere il gas con entusiasmo verso l’ignoto.

Federica Giaccani

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