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Einstürzende Neubauten @ Arti Vive Festival, Soliera (28/06/2015)

C’è una parola tedesca per ogni cosa, sensazione o stato d’animo possibile. Una lingua così ricca è d’altra parte irriproducibile nero su bianco senza un’attenzione particolare, in un misto tra fascinazione e terrore. Termini lunghissimi che non si riescono a scrivere in nessun modo senza cadere nell’errore, ogni volta una sillaba sbagliata ad impedirne il reale discernimento.
Impossibile operare scelte corrette in un contesto totalmente incomprensibile, aggiungendo inoltre che avvicinarsi a temi del genere è complesso e non si sa bene cosa dire.
E dunque cosa si può fare di fronte ad uno spaesamento totale? Il ricercatore di senso è spacciato.
Gli Einstürzende Neubauten rientrando nel campo dei mostri sacri fuoriescono da una logica più o meno lineare, vi sono nuovi edifici che continuano a crollare deformando scenari iniziali distruttivi e sfrenati.
A Soliera va in scena la frizione tra l’utopia e l’avanguardia, l’unione tra lastre di metallo, bidoni, tubi ed eleganza. La carta stagnola, il ferro e una caduta dall’alto all’apparenza casuale di oggetti metallici segnano il contrappunto ad una voce che può accarezzare, scavare e annientare nel giro di pochi minuti.
A Soliera non va in scena Berlino, quella marchetta totalmente piegata al politicamente corretto che ormai è diventata né la zona dell’Üntergang – ex mattatoio e vecchio centro della fulminante accozzaglia punk ed anarchica tedesca degli anni ’80 – Blixa e soci sono divenuti ormai a sé stanti in un raffinato e gentile elitismo che prescinde dalle configurazioni. È sempre stato così fin dagli show estremi in cui la melodia era calpestata e chissà quanto consapevolmente bruciata.
Ora c’è un presente che si coniuga perfettamente con l’Arti Vive: Wonderland, in un parallelismo perfetto tra centro storico ed Einstürzende Neubauten. Può apparire comico affiancare i marchesi Campori ai tedeschi, eppure calibrare il tempo di caduta delle parole di Bargeld riesce facile in un luogo così piacevolmente aperto.
La difficoltà nel raccontare in maniera didascalica il concerto è pari solo al blocco personale nel discorrere amabilmente dei Joy Division, davanti a situazioni del genere cosa bisogna dire? Il suono si tocca con mano, ma non è quello il punto.
Nel live si liberano vecchie nozioni, che bellezza il nozionismo, e rivoluzione e reazione fondono i loro significati. Le tracce proposte – “The Garden”, “Die Befindlichkeit Des Landes”, “Let’s Do It A Dada” e altri classiconi che potete immaginare e trovare scritti in resoconti più strutturati – rasentano la perfezione e non poteva essere altrimenti.
Le vicissitudini dei berlinesi sono in molti libri e a livello storiografico generale si vede spesso come il percorso negli anni di molte utopie arrivi ad una fine ingloriosa, basti pensare alla tragica torsione e distruzione del marxismo operata da parte dei suoi stessi presunti seguaci dopo Marx. Qui grazie alla capacità di mantenersi avanguardia, mai appiattita, il misto di concretezza, gesti teatrali, dadaismo musicale e potere ipnotico non andrà mai disperso. In un’epoca ricca di contraddizioni ridotte a imbarazzante senso comune gli Einstürzende Neubauten hanno affinato da qualche decennio le modalità per svelarci squarci di sfibrante e cruda realtà.

Alessandro Ferri

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