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C Duncan – Architect

Data di Uscita: 17/07/2015

C Duncan – Architect

Era ora di pranzo quando misi piede al paese. La giornata era tiepida. Soffiava una brezza profumata da sud. Gli alberi facevano ombra alle proprie radici mentre sostenevano il cielo terso. Pilastri viventi d’una cupola dipinta d’acquerello posata delicatamente sopra tutto ciò. Come a trattenere gli odori della foresta. Erano tutti radunati nello spiazzo al centro del complesso abitativo. Seduti in lunghe tavolate non si scomodarono a darmi il benvenuto. Alzarono la testa per qualche secondo. Qualcuno mi sorrise. Poi tornarono tutti all’amabile conversazione che avevano interrotto al fine di annotarsi mentalmente la mia presenza. Mi avvicinai ad una delle tavolate e senza far rumore né dire niente mi fecero posto. Lasciai cadere il bagaglio per terra e mi sedetti. Mi venne offerto da mangiare e da dissetarmi. La cosa che più mi colpì fu la naturalezza dei loro gesti nei miei confronti. Non si accanirono su di me per sviscerare il mio passato. Né si avventarono sulle mie parole per scoprire la mia ragione d’essere lì. Sembravano accettare il fatto senza alcun bisogno di spiegazioni. La cosa mi rasserenò. Più tardi mi accompagnarono a quello che sarebbe stato il mio letto. Avevo la pancia piena ed il vino rendeva i miei pensieri leggeri. Esausto per il lungo viaggio mi addormentai sognando il suo viso. Il suo sorriso. La sua mano che prende la mia e mi conduce nella mia nuova casa. Laura.
L’abitazione era grande. Ospitava in tutto dodici persone. Tra cui Laura. E Mathias. C’erano nove camere. Sei al piano superiore. Tre al pian terreno che davano su un corridoio che portava alla sala comune. La sala comune era un ambiente vasto. Una finestra enorme orientata a nord ombreggiata dalle buganville permetteva alla luce di entrare di sghimbescio. Le altre pareti della sala sembravano solo un pretesto per sostenere pile di libri. Dipinti. Arazzi. E cianfrusaglie di ogni genere forma e colore. La cucina si trovava in un edificio a parte. Si mangiava sempre tutti assieme. La maggior parte delle volte all’aperto ché il tempo era clemente. Nelle rare giornate di pioggia condividevamo la mensa nel grande refettorio. Questo era anche il luogo di ritrovo per tutto il paese. Nelle giornate di festa. Nelle sere di lutto. Nelle nottate di discussioni infinite per organizzare assieme la vita comunitaria.
Laura e Mathias condividevano una stanza. E condividevano il letto. La sera passavano ore nella sala comune a discutere di tutto. Del mondo e dei suoi problemi. Dell’universo e della fisica. Di teoria e prassi. Di agricolutura e allevamento. Di sentimenti e poesia. Laura indossava sempre una bandana rossa. Sulla spalla destra sfoggiava una cicatrice di cui non conobbi mai la storia. Mathias aveva i capelli rossi e disordinati. Occhi verdi. Profumava della terra bagnata nella quale si nascondono le radici del gelsomino. Accadde tutto molto facilmente. Il mio affetto nei loro confronti sbocciava piano ma inesorabilmente. Loro impararono a conoscermi. Non mi tennero a distanza. Anzi. Mi lasciarono avvicinare. Al mio ritmo. Fino a che non fui abbastanza vicino da permettere alle nostre vite di intrecciarsi. Come la vite al proprio sostegno. Avvinghiati vivemmo quei giorni all’ombra degl’oleandri.
Mary nacque in una delle rare giornate di pioggia. Doveva essere mezzogiorno. Ma non ricordo precisamente le circostanze. Indelebile però nella mia memoria resta l’emozione. La paura terribile e magnifica di quei momenti. La sofferenza sudata e insanguinata di Laura. La stretta sicura di Mathias. Il suo odore penetrante si confondeva con quello del temporale. E infine la calma del nostro amore che si raccoglieva tra noi quattro. Contrapposto al vento che fuori soffiava ancora forte scuotendo violentemente gli alberi. All’acqua che ancora cadeva in gocce enormi pulendo l’aria. Rendendola cristallina. Sì ché quando tutto si placò dalle vette degli alberi più alti lo sguardo poté raggiungere quelli che sembravano i confini del mondo.
Mary crebbe ad una velocità che mi parve sorprendente. In realtà era la mia percezione del tempo ad essere alterata. Per me tutto sembrava cristallizzato in quell’istante in cui avevo messo piede al paese la prima volta. In quella giornata tiepida e profumata. Col cielo terso posato su pilastri viventi ai miei occhi immutabili. Il suo corpo invece divenne di donna. Ed il suo parlare si fece forte. Sicuro. Estremamente curioso. Eppure velato da un’inquietudine che né io né Laura o Mathias cercammo di contenere. Quanto piuttosto di comprendere. Forse fallimo. Forse no. Quando la vedemmo lasciare il paese non riuscimmo a decretare se quell’epilogo fosse la conferma di una o dell’altra cosa. Partì con un sorriso ed una luce negli occhi che ci riempì di gioia nonostante la nostalgia già filtrasse tra i sussurri di commiato. Gli abbracci. I baci.
Dopo la partenza di Mary tutto continuò placido com’era sempre stato. I pranzi al centro del villaggio. Le giornate di festa. Le infinite discussioni sulla vita comunitaria. La ripartizione dei lavori. I discorsi sulle stagioni e l’evoluzione del cosmo. La semina del grano e la vendemmia. Nuove persone arrivarono. Altre invece rimasero per sempre nei nostri ricordi e nei nostri racconti. Tutto era allo stesso tempo causa e conseguenza del nostro vivere. Ciclico e lineare. Intimo e condiviso.
Non mi piace forzare il significato sugli eventi. Non trovo conforto nell’addossare al destino la responsabilità del procedere delle nostre vite. Responsabilità che sentivo mia. Responsabilità che era nostra e condividevamo. Una notte d’amore come tante altre ci trovammo con Laura e Mathias nella sala comune della nostra abitazione. Non ci fu un evento scatenante ma finimmo per parlare di nostra figlia. Come cantastorie quali eravamo cominciammo a tessere intrecci tra gli eventi. Senza nemmeno accorgecene ci concedemmo il piacere assolutamente privato di raccontarci alcune immagini delle nostre storie. Di quello che fu di noi prima di arrivare al paese. E fu bello pensare che Mary avesse ripercorso i nostri passi al contrario. Affrontando quello che per noi era il passato. Alla ricerca di quella lotta che noi avevamo già affrontato e che aveva come approdo quel luogo e quel tempo. Fu bello pensare che Mary avesse bisogno di quel conflitto che noi ci eravamo scrollati di dosso ma che ci aveva fatto vivere. Stava ormai albeggiando quando nessuno di noi sentì più il bisogno di aggiungere altro. Laura carezzava la cicatrice sulla spalla. Mathias esplorava le proprie dita con uno sguardo velato di lacrime. Io credo avessi un sorriso appena accennato mentre immaginavo Mary in un porto lontano. La sua bellezza svestita di ogni misticità che si faceva terrena per assaporare fino in fondo quella vita mortale dalla quale noi ci eravamo emancipati.

Pietro Liuzzo Scorpo

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