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Archive for luglio, 2015

Ghostface Killah & Adrian Younge – Twelve Reasons to Die II

Data di Uscita: 14/07/2015

Ghostface Killah & Adrian Younge - Twelve Reasons to Die II

“Il caldo uccide”.

Sono queste le uniche parole che ha pronunciato quando i tre agenti con le pistole spiegate gli hanno intimato di alzare le mani lentamente e di metterle dietro alla nuca. Lo hanno fatto inginocchiare per potergli infilare le manette, un fottuto gigante squilibrato!

Io sono quello che deve tenerlo d’occhio per 14 ore filate, badando che non faccia scherzi, poi mi danno il cambio e ho il tempo di dimenticarmi di quella faccia di merda, di quel sorriso ebete che mi fissa senza proferire parola. Durante i miei turni ho fatto entrare due volte nella cella i colleghi con i manganelli, per fargli capire come funziona qui, per strappargli via quell’espressione dalla faccia, ma niente, quello incassa impassibile e poi si rimette seduto, immobile a fissarmi. Non sbatte nemmeno le palpebre, mi scruta in silenzio, con quel sorrisetto!

Ha massacrato una coppia di mezza età: prima ha aggredito il marito nel parcheggio, in pieno giorno, mentre il poveruomo usciva dall’auto il gigante gli ha chiuso e riaperto la portiera addosso, per almeno una cinquantina di volte, riducendolo in una poltiglia di ossa e sangue. Poi è entrato in casa e non ho voluto farmi raccontare cosa cazzo ha combinato alla donna. Fosse per me, gli avrei sparato un colpo in mezzo agli occhi subito, in quella stessa casa.

Da allora non ha più proferito parola, non ha preteso alcuna difesa né dato alcuna spiegazione sui fatti, semmai ce ne potesse essere una. Domani sarà condannato a morte, per fortuna che in questo Stato benedetto dal Signore c’è ancora l’impiccagione!

La stanzetta di osservazione era piena zeppa di colleghi, pronti a vederlo vacillare di qua e di là con la lingua di fuori. Quello, un attimo prima dello scatto della botola che lo avrebbe fatto precipitare davanti ai nostri occhi ha parlato, cazzo se l’ha fatto, ma nessuno ha capito cosa avesse voluto dire: ha singhiozzato che i due carnefici finalmente avevano avuto la lezione che meritavano. Poi il tanto atteso rumore secco della passerella e il suo volo a pendolo che ci ha fatto esplodere in un applauso! Giustizia è fatta.

Sul penitenziario bruciava un sole enorme: il caldo uccide.

Maurizio Narciso

Flying Saucer Attack – Instrumentals 2015

Data di Uscita: 17/07/2015

Flying Saucer Attack - Instrumentals 2015

Il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America era nel Regno Unito per una serie di incontri istituzionali, con la volontà di formare una coalizione per distruggere una volta per tutte lo Stato Islamico.
Billy se ne stava nella sua casa di Bristol a bere whisky mentre dalla cucina risaliva un forte odore di dolce, Anne – la moglie – stava preparando dei cookies stracolmi di burro e gocce di cioccolato finissimo. La televisione accesa consegnava ai suoi occhi l’immagine apocalittica e sformata di Donald Trump, super eccitato tra battute, scenografie da circo e flatulenze atte a gettare ulteriore benzina sul fuoco.
Billy guardava quel suo ciuffo biondo muoversi come onde impazzite scosse da un vento violento, come quando era andato in Cornovaglia. Nel salone londinese però l’allestimento british non doveva sicuramente prevedere dei ventilatori giganti, pensò che quella chioma aveva vita propria.
Il viso liftato e bruciato dal sole di Venice Beach seguiva le telecamere e rapace proponeva il suo vaudeville infernale e becero, come aveva potuto convincere la maggioranza a votarlo?
Anne entrò in salotto con i biscotti ancora caldi e dopo aver fatto una smorfia disgustata alla vista di Trump prese il telecomando spingendo con forza il tasto “mute”. Con un rapido susseguirsi di azioni posò la teglia con i dolci e fece partire la musica, l’ultimo vinile arrivato in casa dai loro amici della strada accanto.
Dopo un silenzio assordante e lungo anni il ritorno mise in chiaro alcune cose, David andava spesso a casa loro per bere le riserve di gin di Billy e gliene aveva parlato. Si era rotto il cazzo, spiegava carico di sussulti, di tutti questi ragazzini che parlavano di shoegaze. Cosa diamine era diventato nel corso degli anni? Li sentiva nei pressi di inqualificabili ristoranti biologici, con i loro baffi ridicoli, le camicie più brutte del mondo e quei terribili mocassini. Avrebbe tanto voluto far roteare i suoi pugni in aria prima di partire all’attacco, ma stava invecchiando e fare a botte con dei giovani non pareva l’idea migliore.
E allora vai con l’austerità, un fervente socialista britannico tutto intento a tessere le lodi di un vivere privo di sussidi infami, che annacquano le menti dei figli di papà, non si era mai visto.
Via le voci, il feedback giusto qualche sprazzo e ok con le melodie ripetute che girano attorno a droni piuttosto folk, per tracciare con la mano le immense distese verdi della sua adolescenza. Anne impazziva sempre nel sentirlo parlare di politica, quel suo rinnegare le origini era per lei troppo. Billy invece era solito ridere, ed entrambi trovarono nel disco esattamente ciò che si aspettavano dopo le ore passate a discutere.
Con il faccione muto di Donald Trump sullo sfondo “Instrumental 2015″ aprì subito uno spazio di riflessione, un sibilo cosmico conduceva nel primo momento di mistico raccoglimento. I suoni parevano arrivare da qualche chiesa medievale sperduta nelle valli inglesi, la tensione della chitarra acquistava più forza con “Instrumental 3″ e sembrava di vedere sullo sfondo un abate intento a flagellarsi nel buio della propria camera. Le immagini di penitenza nella mente di Billy si affastellavano scomposte mentre pensava alla giornata trascorsa: aveva guardato il seno di quella ragazza che si piegava per raccogliere il cellulare caduto, era passato a scommettere ancora una volta ed era stato a bere da solo un gin alle due di pomeriggio flirtando con la cameriera.
“Instrumental 5″ e “Instrumental 6″ scossero Anne, le tornarono alla mente gli studi di arte medievale e gli affreschi raffiguranti le terribili bestie mezze capre e mezzi elefanti, pesci con le corna e le ali, piume e muso di cane intenti ad uccidere i santi mentre tutto attorno un noise violento faceva vibrare i cookies.
Arrivati alla fine con “Instrumental 15″ Billy e Anne avevano perso le coordinate temporali, il disco sembrava lungo cent’anni ma gli occhi spiritati di Trump bucavano ancora lo schermo e non poteva essere passato così tanto tempo.
David era stato di parola proponendo una sottrazione intelligente, permettendo a chi ascolta di aggiungere i propri ingredienti senza una traccia predefinita alle spalle. Il fluire, tra il frugale ed il moderato, lasciava aprire porte personalissime.
Billy e Anne finirono i biscotti ed il whisky, girarono il vinile e l’ascolto ripartì. Si spogliarono e scoparono in silenzio, almeno fino a quando alla stretta di mano tra David Cameron e Donald Trump Anne urlò un “oh shit”, non si sa se per il piacere o per il disgusto.

Alessandro Ferri

Aurora – Running With The Wolves

Aurora Running With The WolvesD.d.U. 04/05/2015

Let this crystalline voice run through the air like water on your body and your skin, let it tell stories from the soul and the woods, let all rhythm with memories and sunlight through leaves and paths on the ground, let it call for home. Watch it shake with a slow spontaneous dance, watch it run through childhood dreams, wild purity, humanity, let it sing. She sings challenging wide horizons in the landscape, she sings from the middle of nature, seeing the sun that breaks the ice and caress the lake, and your face. You feel a genuine proper need of art, of a proper space, little or far it doesn’t seem to matter too much. Hear again this voice sing, among these places, as a cut of light that’s running through a diamond .
Lascia che questa voce cristallina corra attraverso l’aria come acqua sul tuo corpo e sulla tua pelle, lascia che racconti storie che arrivano dal profondo dell’anima e dai boschi, lascia tutto risuonare con memorie e luce solare che percorre le foglie e i sentieri sul suolo, lascia che cerchi la via di casa. Guardo tutto in movimento durante una lenta danza improvvisa, guardalo correre tra sogni d’infanzia, purezza selvaggia e costruzioni dell’uomo, lascia che canti. Canta inseguendo ampi orizzonti nel paesaggio, canta dal cuore della natura, guardando il sole che scioglie il ghiaccio e carezza la superficie di un lago, e il tuo viso. Senti un bisogno genuino e appropriato di arte, di uno spazio adeguato, piccolo o lontano non sembra poi molto importare. Ascolta ancora cantare questa voce, ascoltala tra questi luoghi, come un fendente di luce che taglia un diamante a metà.

Filippo Redaelli

Shinoby – Sensory Deprivation Tank

Shinoby - Sensory Deprivation TankD.d.U. 23/06/2015

Ero attirato inesorabilmente da quel rivolo di sudore che scorreva sul tuo petto, nell’insenatura naturale formata dal décolleté. Un tracciato fonte di piacere estremo e fantasie appagate tra incessanti linee di kicks e snare ambivalenti. Le temperature non si abbassavano con il tramontare del sole: un sortilegio, che solo la carica sessuale poteva infrangere, spezzava il respiro.
“Sensory Deprivation Tank” recitava il cartello ai bordi di una strada che non aveva uscita, ci inerpicammo su di un viale scosceso attorniati da musiche prima accelerate e poi intermittenti. Il caldo e la fatica diluiti tra i sorrisi delle persone che ballavano tra piante carnivore e barboni disidratati schiantati al suolo dalle temperature.
Cactus illuminati nella radura sulla collinetta e mani che si intrecciano mentre lentamente ci si spogliava apprezzando le abrasioni di un’amplesso che acquistava vigore nonostante gli sguardi indiscreti. Una voce metallica in lontananza tra rave lontani anni luce e buio pesto in cui gli occhi di animali sconosciuti brillavano come stelle a terra. Ho seguito il rivolo di sudore tra le cosce, nella schiena fino ai glutei per una passione senza freno che ha trovato botole calde in cui defluire dirompente.

Le grida dei derelitti risvegliati dalla danza finale, una corsa tra le risate con l’abbassarsi dei bpm al pari della pressione corporea. Il confine tra sesso, paura e ansia non è mai stato così vicino; siamo vestiti di solo sudore. Esperienze da ripetere in loop.

Alessandro Ferri

Verdena, Endkadenz vol. 2 uscirà a fine agosto

L’attesa è finita per l’enorme stuolo di fan ed estimatori del trio bergamasco: dopo l’uscita del primo volume di Endkadenz lo scorso 27 gennaio, il secondo volume vedrà la luce il prossimo 28 agosto. (altro…)

Wilco – Star Wars

Data di Uscita: 16/07/2015

Wilco – Star Wars

Cosa mi sarebbe mancato di più una volta partito?
Me lo chiedevate in tanti e immancabilmente rispondevo elusivo, alludendo alla casa, agli affetti, a qualsiasi cosa credibile che mi passasse per la testa nel momento in cui venivo interpellato. La verità preferivo serbarla per me, ché tuttora ritengo sia stato un privilegio assistere per anni, ogni giorno, al magico rituale della dott.ssa Vera – titolare della farmacia del quartiere – che si piegava delicatamente sulle ginocchia nell’atto di abbassare la saracinesca della bottega e girare la chiave nelle serrature. Si guardava attorno, timorosa che quei movimenti potessero mostrare agli occhi di qualche passante, o affascinato guardone come me, scampoli della biancheria intima coperti da un camice troppo corto e ribelle. I movimenti lenti, il pudore, il suo corpo che assumeva una curvatura soave, indorato da un tramonto tardivo, o illuminato in parte dalla luce fredda del lampione all’angolo in inverno. Sì, perdere la possibilità di godere di questo umano spettacolo mi provocava crampi di precoce nostalgia, quando ancora dovevo mettere in moto l’auto e vedere la mia vita rimpicciolirsi dalla prospettiva dello specchietto retrovisore.
L’impresa di selezionare ciò che era meritevole di essere portato via, eletto come compagno per le avventure a venire, aveva richiesto alcune settimane, il doppio del necessario che ingenuamente avevo preventivato, tant’è che chiunque si mostrava sorpreso di avermi ancora tra i piedi quando ci s’incrociava per le strade. Ma era giunto il grande giorno, e la macchina era stipata di roba manco fossi un profugo o un venditore ambulante d’altri tempi. Anche Alan era in fibrillazione, si muoveva inquieto sui sedili a dispetto della sua grossa taglia e dell’adorabile goffaggine che lo aveva da sempre contraddistinto, di tanto in tanto si placava seduto sul plaid nel sedile del passeggero, scrutava i passanti e le mie mosse mute con la lingua penzoloni e le orecchie arcuate. Accensione e retromarcia inserita, pensai bene di spingere un poco di più sul gas come fosse un simpatico saluto di commiato; inaspettatamente ritrovai tutta la strampalata combriccola dei miei amici di sempre assiepati attorno alla Ford, nel tentativo di boicottare la dipartita se non avessi accettato un ultimo brindisi al sapore di malto tra i vecchi tavoli dell’Old Bull. Il pub sapeva di birra mai del tutto scrostata dal bancone, di fumo, di dopobarba di qualche forestiero, di numerose generazioni succedutesi tra quelle mura spoglie e accoglienti; pareva evidente che portare con me Alan fosse il minimo dei problemi. E la mia chitarra era ospite fissa.
La chitarra si chiamava Ginevra, è ancora con me avendo resistito alle vicissitudini che mi capitarono sia in quegli anni nella periferia di Chicago sia nel successivo vagabondaggio di stato in stato alla ricerca di un’identità sempre più definita. Era la chitarra di mio padre, e ancor prima di mio nonno; carteggiature e accurate passate di vernice e lucido continuano tuttora a donarle un aspetto decoroso malgrado i segni visibili di un’età indiscussa, il ventre invece non è mai stato toccato. Ho sempre nutrito un rispettoso atteggiamento conservativo nei suoi confronti, quel legno ha assorbito storie tristi e altre molto più allegre, in quella pancia cava sono state custodite progenie di aneddoti e segreti. L’Old Bull era la sua seconda casa, naturalmente non poteva mancare per i saluti, carezzata lungo le corde leggermente lise tra una risata e l’altra, ma di colpo protagonista quando calò il silenzio e la comitiva presente richiese a gran voce un improvvisato arrivederci tessuto tra scarni arpeggi e la mia voce roca e tremolante.
C’era chi era diventato famoso partendo da una serata come quella in un pub qualunque ai margini di una metropoli americana; a Chicago ci si vantava tanto per gli Smashing Pumpkins quanto per i Wilco, e chissà, magari anche loro si erano trovati per caso ad abbeverarsi dai boccali di George e Gina, a sorridere di circostanza alle loro battute prive di logico umorismo, a suonare qualcosa agli albori di carriere radiose. Dal canto mio, non ho mai avuto grosse pretese né ambizioni, imbracciavo Ginevra per raggranellare qualche spicciolo per arrotondare lo stipendio di professore a contratto, ma soprattutto per amore verso la musica, verso una famiglia nel cui sangue forse c’erano più note che piastrine. Quella sera un nuovo disco girava nel piatto dell’Old Bull, un enorme gatto bianco campeggiava nella copertina davanti a un vaso di fiori e dietro la scritta Star Wars color fucsia che soltanto una smisurata ironia aveva potuto associare al regale felino; mi dissero presto che Jeff Tweedy e soci avevano di nuovo fatto centro con quest’album ispirato e diretto, e probabilmente ero stato troppo intento col trasloco per accorgermi che fosse uscito, di solito ero imbattibile e preparato in novità discografiche. Si chiacchierava del più e del meno, Alan si era appisolato sotto il tavolo, e le tracce del vinile si susseguivano, energiche e schiette come quelle di un gruppo agli esordi che ha molto da raccontare; evidentemente la sorgente creativa dei Wilco non voleva saperne di esaurirsi. Melodie fresche in cui l’alt-country si fondeva con il rock, con la psichedelia, con la morbidezza delle ballate, ogni pezzo era al proprio posto e suonava nuovo e maturo al contempo, le contaminazioni non annebbiavano coerenza e padronanza di una band che a ragione si era già conquistata palchi e notorietà in tutto il mondo. Ci fu un momento in cui il tempo sembrò bloccarsi, un incipit delicatissimo lasciava lentamente il posto a un crescendo annientante, e un giro di chitarra si insinuò nella mia testa costringendomi a posare Ginevra a terra per concentrarmi sul buco che piano piano si apriva nel mio stomaco per fare posto alle emozioni.
“I – I won’t live any what you can’t give it away
I – I won’t miss any what I’m giving away
Don’t want to go and I don’t want to stay”
Ci sono delle canzoni che ti entrano sottopelle dal primo istante – ho sempre pensato – e i brividi che mi correvano lungo il corpo come scariche di elettricità o di adrenalina pura ne erano la riprova.
Gina aveva appoggiato sul bancone un nuovo pacchetto di Marlboro, avrebbe offerto lei quella sera, e il crepuscolo stava iniziando a calare e le ombre ad allungarsi in diagonali drammatiche. Rubai una sigaretta e mi avventai scomposto a sparpagliare quelle rigide geometrie, una boccata di aria fresca in balia degli occhi delle finestre lungo la strada, e un’ultima, romantica sbirciata alle movenze della dott.ssa Vera poco più in là.
La notte era scesa ineluttabile, e aveva poco senso protrarre l’attesa per ciò che si sapeva sarebbe avvenuto, ché ormai era stato ragionato e deciso. D’altra parte lasciare Chicago, la sua gente, e buona parte della mia vita sotto un cielo così terso e puntellato di stelle luccicanti mi sembrava un perfetto augurio per il futuro dinnanzi. Saluti, abbracci e pacche sulle spalle, tutto il calore riversato in gesti fervidi e sinceri, con la promessa di non rescindere legami, di chiamare e ospitare tutti quanti non appena avessi trovato una buona sistemazione. Alan balzò in macchina, non restava che adagiare Ginevra nel bagagliaio e premere il gas con entusiasmo verso l’ignoto.

Federica Giaccani

Ratatat – Magnifique

Data di Uscita: 17/07/2015

 Ratatat - Magnifique

Cammino sulla sottile soglia tra il prendersi per culo e il prendersi sul serio. I riff dei Ratatat mi aiutano a prendermi per culo, mentre Mahler mi fa prendere le cose sul serio, ma mi dà pure il grosso piacere estetico che questi ragazzi, probabilmente dei grandi e simpatici cazzoni, non possono darmi. È normale, è vita.
Io intanto li ringrazio, perché mi fanno muovere il corpo involontariamente, e mi riescono a far scrivere così come parlo – che sarebbe un buon obbiettivo –, invece di farmi cadere nella solita rete di artefazioni e di stucchevoli regole grammaticali.
Il più grande coglione della storia si chiamava Aristotele.
Tra il sacro e il profano non so ancora cosa scegliere: so che tutto è diventato profano, ma sono anche folle, quindi mi piace sentire le cose che non ci sono. E queste chitarre e questi effetti e queste tastiere mi fanno sciogliere i dubbi verso la sola ricezione della musica, senza il filtro della critica – ma è ovvio che se mi facessero schifo le metterei a zittire immediatamente –.
Vorrei scrivere qualcosa di osceno, magari in francese, martellando la pagina con la parola PUTAIN, ma mi rimane ancora quel fastidioso senso del pudore. Vorrei diventare un selvaggio urbano, un edonista da quattro soldi, come la maggior parte delle persone che conosco, e fare le stesse cose vuote con le quali la vecchia e lercia umanità riempie la sua vita. Poi vorrei pentirmene e diventare una bestia, infilare le unghie nella faccia di chi pensavo di amare e gridare fino a spezzare il rumore dei muratori. Poi vorrei tagliarmi la faccia come loro tagliano la pietra e la vorrei gettare nella ciotola del cucciolo che ingrassa nella mia campagna – che è di tutti meno che mia – e poi senza faccia vorrei mostrarmi per quello che sono a tutti quanti, cioè il contrario del diamante, resistente ai colpi ma disintegrabile con un graffio.
I Ratatat spaccano il cervello dopo un poco, si dovrebbe piuttosto ballarli. Vorrei diventare Orlando e strapparmi un capello bianco che userei come spada per fare una strage – tutto ciò con Magnifique come colonna sonora – e alla fine fuggirei su un cavallo nero infilandomi il capello-bianco-spada dentro il cuore [quando alla fine mi verrebbero a raccogliere troverebbero al posto del cuore un hard disk rivestito dal liquido accecante della sofferenza, e troverebbero nel cervello un reticolo intricato e tra gli occhi una palla di luce che potrei pure chiamare gioia].
Mancano delle parti. […], [vaffanculo].
Oggi sono più pazzo del solito perché ho deciso di praticare la gentilezza, e se incontrerò uno di voi – entro i limiti che mi concede la simpatia che provo – lo tratterò come la mia più cara sorella. Gli preparerò le polpette di sgombro e il pesce grigliato e il migliore champagne che la regione omonima mi può procurare. E lo abbraccerò dopo che mi ha insultato, e saprò che più se ne approfitta di me e più è morto, merda fossilizzata, nemmeno organica, ma non smetterò di essere educato, anche se sarò duro.
Ma forse farò la cosa opposta e mi manterrò in una asprissima indifferenza, come il più pietroso snob che ha mai potuto ospitare il Regno Unito.
Dio benedica chi lo bestemmia,
chi lo prega spontaneamente,
chi lo sente,
chi è elegante naturalmente,
chi si ammazza,
chi non si limita a sopravvivere.

Marco Di Memmo

Einstürzende Neubauten @ Arti Vive Festival, Soliera (28/06/2015)

C’è una parola tedesca per ogni cosa, sensazione o stato d’animo possibile. Una lingua così ricca è d’altra parte irriproducibile nero su bianco senza un’attenzione particolare, in un misto tra fascinazione e terrore. Termini lunghissimi che non si riescono a scrivere in nessun modo senza cadere nell’errore, ogni volta una sillaba sbagliata ad impedirne il reale discernimento. (altro…)

C Duncan – Architect

Data di Uscita: 17/07/2015

C Duncan – Architect

Era ora di pranzo quando misi piede al paese. La giornata era tiepida. Soffiava una brezza profumata da sud. Gli alberi facevano ombra alle proprie radici mentre sostenevano il cielo terso. Pilastri viventi d’una cupola dipinta d’acquerello posata delicatamente sopra tutto ciò. Come a trattenere gli odori della foresta. Erano tutti radunati nello spiazzo al centro del complesso abitativo. Seduti in lunghe tavolate non si scomodarono a darmi il benvenuto. Alzarono la testa per qualche secondo. Qualcuno mi sorrise. Poi tornarono tutti all’amabile conversazione che avevano interrotto al fine di annotarsi mentalmente la mia presenza. Mi avvicinai ad una delle tavolate e senza far rumore né dire niente mi fecero posto. Lasciai cadere il bagaglio per terra e mi sedetti. Mi venne offerto da mangiare e da dissetarmi. La cosa che più mi colpì fu la naturalezza dei loro gesti nei miei confronti. Non si accanirono su di me per sviscerare il mio passato. Né si avventarono sulle mie parole per scoprire la mia ragione d’essere lì. Sembravano accettare il fatto senza alcun bisogno di spiegazioni. La cosa mi rasserenò. Più tardi mi accompagnarono a quello che sarebbe stato il mio letto. Avevo la pancia piena ed il vino rendeva i miei pensieri leggeri. Esausto per il lungo viaggio mi addormentai sognando il suo viso. Il suo sorriso. La sua mano che prende la mia e mi conduce nella mia nuova casa. Laura.
L’abitazione era grande. Ospitava in tutto dodici persone. Tra cui Laura. E Mathias. C’erano nove camere. Sei al piano superiore. Tre al pian terreno che davano su un corridoio che portava alla sala comune. La sala comune era un ambiente vasto. Una finestra enorme orientata a nord ombreggiata dalle buganville permetteva alla luce di entrare di sghimbescio. Le altre pareti della sala sembravano solo un pretesto per sostenere pile di libri. Dipinti. Arazzi. E cianfrusaglie di ogni genere forma e colore. La cucina si trovava in un edificio a parte. Si mangiava sempre tutti assieme. La maggior parte delle volte all’aperto ché il tempo era clemente. Nelle rare giornate di pioggia condividevamo la mensa nel grande refettorio. Questo era anche il luogo di ritrovo per tutto il paese. Nelle giornate di festa. Nelle sere di lutto. Nelle nottate di discussioni infinite per organizzare assieme la vita comunitaria.
Laura e Mathias condividevano una stanza. E condividevano il letto. La sera passavano ore nella sala comune a discutere di tutto. Del mondo e dei suoi problemi. Dell’universo e della fisica. Di teoria e prassi. Di agricolutura e allevamento. Di sentimenti e poesia. Laura indossava sempre una bandana rossa. Sulla spalla destra sfoggiava una cicatrice di cui non conobbi mai la storia. Mathias aveva i capelli rossi e disordinati. Occhi verdi. Profumava della terra bagnata nella quale si nascondono le radici del gelsomino. Accadde tutto molto facilmente. Il mio affetto nei loro confronti sbocciava piano ma inesorabilmente. Loro impararono a conoscermi. Non mi tennero a distanza. Anzi. Mi lasciarono avvicinare. Al mio ritmo. Fino a che non fui abbastanza vicino da permettere alle nostre vite di intrecciarsi. Come la vite al proprio sostegno. Avvinghiati vivemmo quei giorni all’ombra degl’oleandri.
Mary nacque in una delle rare giornate di pioggia. Doveva essere mezzogiorno. Ma non ricordo precisamente le circostanze. Indelebile però nella mia memoria resta l’emozione. La paura terribile e magnifica di quei momenti. La sofferenza sudata e insanguinata di Laura. La stretta sicura di Mathias. Il suo odore penetrante si confondeva con quello del temporale. E infine la calma del nostro amore che si raccoglieva tra noi quattro. Contrapposto al vento che fuori soffiava ancora forte scuotendo violentemente gli alberi. All’acqua che ancora cadeva in gocce enormi pulendo l’aria. Rendendola cristallina. Sì ché quando tutto si placò dalle vette degli alberi più alti lo sguardo poté raggiungere quelli che sembravano i confini del mondo.
Mary crebbe ad una velocità che mi parve sorprendente. In realtà era la mia percezione del tempo ad essere alterata. Per me tutto sembrava cristallizzato in quell’istante in cui avevo messo piede al paese la prima volta. In quella giornata tiepida e profumata. Col cielo terso posato su pilastri viventi ai miei occhi immutabili. Il suo corpo invece divenne di donna. Ed il suo parlare si fece forte. Sicuro. Estremamente curioso. Eppure velato da un’inquietudine che né io né Laura o Mathias cercammo di contenere. Quanto piuttosto di comprendere. Forse fallimo. Forse no. Quando la vedemmo lasciare il paese non riuscimmo a decretare se quell’epilogo fosse la conferma di una o dell’altra cosa. Partì con un sorriso ed una luce negli occhi che ci riempì di gioia nonostante la nostalgia già filtrasse tra i sussurri di commiato. Gli abbracci. I baci.
Dopo la partenza di Mary tutto continuò placido com’era sempre stato. I pranzi al centro del villaggio. Le giornate di festa. Le infinite discussioni sulla vita comunitaria. La ripartizione dei lavori. I discorsi sulle stagioni e l’evoluzione del cosmo. La semina del grano e la vendemmia. Nuove persone arrivarono. Altre invece rimasero per sempre nei nostri ricordi e nei nostri racconti. Tutto era allo stesso tempo causa e conseguenza del nostro vivere. Ciclico e lineare. Intimo e condiviso.
Non mi piace forzare il significato sugli eventi. Non trovo conforto nell’addossare al destino la responsabilità del procedere delle nostre vite. Responsabilità che sentivo mia. Responsabilità che era nostra e condividevamo. Una notte d’amore come tante altre ci trovammo con Laura e Mathias nella sala comune della nostra abitazione. Non ci fu un evento scatenante ma finimmo per parlare di nostra figlia. Come cantastorie quali eravamo cominciammo a tessere intrecci tra gli eventi. Senza nemmeno accorgecene ci concedemmo il piacere assolutamente privato di raccontarci alcune immagini delle nostre storie. Di quello che fu di noi prima di arrivare al paese. E fu bello pensare che Mary avesse ripercorso i nostri passi al contrario. Affrontando quello che per noi era il passato. Alla ricerca di quella lotta che noi avevamo già affrontato e che aveva come approdo quel luogo e quel tempo. Fu bello pensare che Mary avesse bisogno di quel conflitto che noi ci eravamo scrollati di dosso ma che ci aveva fatto vivere. Stava ormai albeggiando quando nessuno di noi sentì più il bisogno di aggiungere altro. Laura carezzava la cicatrice sulla spalla. Mathias esplorava le proprie dita con uno sguardo velato di lacrime. Io credo avessi un sorriso appena accennato mentre immaginavo Mary in un porto lontano. La sua bellezza svestita di ogni misticità che si faceva terrena per assaporare fino in fondo quella vita mortale dalla quale noi ci eravamo emancipati.

Pietro Liuzzo Scorpo