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Slum Village – Yes

Data di Uscita: 16/06/2015

Slum Village - Yes

“No man is greater than the legacy”

L’ultima missione del loro fallimentare gruppo editoriale era, a detta di molti, lo specchio del proprio non riuscire ad arricchirsi, una rappresentazione perfetta del prossimo sfratto.
Idea lucida e potenzialmente estenuante: una guida di tutti gli Antiques Mall presenti a Detroit, semplici dealers o negozi più strutturati da rintracciare per ridurre la storia di ognuno ricostruendo l’evoluzione di un tessuto sociale sfondato e ricreato più volte nel corso degli ultimi cent’anni.
Erano abituati a lavorare lì, subito dopo l’ultima bancarotta cittadina si licenziarono da un sito d’informazione parecchio seguito dalle giovani generazioni. Pagavano bene, ma il loro compito di intervistare ricchi adolescenti europei, venuti a Detroit per osservare i quartieri resi spettrali dalla crisi, divenne un supplizio.
Le rovine da sempre attirano l’attenzione di chi intende fondare un ordine secondo le ferree regole del piano regolatore, spacciato per alternativo e rivoluzionario. Gli spazi web e le riviste di base sfruttano il mercato e dunque offrono ad un’ampia platea disquisizioni sociologiche sui mali del mondo, storie narrate in maniera avvincente con paralleli forzati e volti esclusivamente ad aizzare la fiamma del controllo totale.
Non era questo il loro desiderio e probabilmente falliranno, ma una noiosa ricerca a tappeto nel campo dell’antiquariato si confà di più alla forma mentis scolpita nel tempo.
Anni di studio in cui la tragedia ed il trionfo si fondono spaziando tra musica, oggetti unici e battuti in qualche solitaria asta del più profondo Michigan, risultati sportivi e videogames vintage da ritrovare setacciando il paese da Est a Ovest.

La storia della città non ha apparenti segreti per la storiografia: popolazione ridotta rispetto al passato, ribaltone razziale tra antica prevalenza bianca e attuale predominio afroamericano. E poi criminalità ad ampio raggio dalla famiglia Zerilli alle baby gang, la nascita di un certo tipo di sound, i motori e i grandi laghi.

Qualcosa di nuovo si può davvero rintracciare nelle cose? Nella palla da bowling con cui sono stati abbattuti tot birilli, o nel numero unico del mensile immediatamente chiuso per l’intervista all’autista del bus che si era volutamente schiantato – uscendone come unico illeso – contro il muro di una banca.
Tutto proseguiva placido, dispersi a Flint, tra ricerche troppo complesse per cavarsela in una settimana: un paio di usurate Adidas indossate nel playground dietro casa da JaVale McGee e la volontà di rintracciare un trentacinquenne ora rinchiuso in qualche casa di cura del vicino Ohio. Il ragazzo negli anni del college era solito filmare le sue sessioni di gioco a SimCity2000 e i due volevano assolutamente il video in cui aveva risolto in un tempo record il tracollo economico della stessa Flint, presente nel gioco.

Dopo aver completato queste serie minori di ritrovamenti dedicarono anima e corpo al pezzo pregiato della ricerca, un tema usurato da sviscerare. Gli Slum Village, la morte di J Dilla e Baatin – conflitto vivente – e il fratello Illa J che dice “”His legacy is still growing”; ci misero anni solamente a decidersi di sfiorare l’argomento con il solito misto di cinismo cupo che aveva portato al licenziamento dalla rivista underground.
Le retrospettive e le magliette con J Dilla Changed My Life divenute ciclicamente preda di qualche ricercatore da strapazzo impegnato a scrivere i “10 modi di ascoltare J Dilla”, i “7 pensieri politici sviluppati dai beats dell’eroe” ecc. ecc.

Un argomento così soverchiante è tipicamente destinato a divenire una moda e la coppia si avvicinò di soppiatto, riducendo al massimo il rumore. Se ne parla così tanto perché a Detroit tale suono lo si ascolta dappertutto, anche nei negozi di antiquariato dove le storie speculano sulla muffa e sulle corse a casa stringendo l’oggetto tanto desiderato.
Si accorsero che ogni dealers aveva la sua traccia o il cimelio. Vi era chi lo custodiva proveniente dagli inizio del gruppo, subito dopo l’uscita dalla Pershing High School, e chi stropicciava davanti ai loro occhi un articolo di giornale con la recensione del “Villa Manifesto”.

E allora si decisero a seguire quel filone secondario, stabilendo come quartier generale un mall colmo di articoli dorati ed impolverati. Hakeem, il padrone del piccolo angolo tra la Fenkell Avenue e Quincy Street, era sordo e le poche persone che entravano lì dentro dovevano urlare per farsi ascoltare; con pochissimi eletti, non costantemente, usava un tono normale.
Il patto tra i due editori e il sessantenne afroamericano fu semplice ed immediato: lui raccontava storie sugli Slum Village, ma loro dovevano spolverare i gioielli, i lampadari e tutto il materiale presente. La collaborazione, ai fini di una eventuale pubblicazione, si rivelò infruttuosa perché Hakeem non si lamentava della loro lentezza – in fondo apprezzava la polvere – e il whisky scorreva a fiumi, così come i racconti.
Dal nome di battesimo Ssenepod – Dopeness capovolto – al primo contratto con la Barak/AM Records emergeva un filo conduttore che Rakeem paragonava al suo archivio dorato.
Diceva spesso più o meno così: “La bellezza di questa città riscuoterà sempre il successo della critica, ma noi qui conosciamo specialmente il dramma e il tracollo conseguente che si collega sempre ad esso. Puoi pulire quanto vuoi, la polvere tornerà a depositarsi, la leggenda deve essere un po’ dimenticata per rimanere tale. Le vicende incrociate di Jay Dee e degli Slum Village sono come questo strato di sporcizia, e se ci ferma in superficie non si vede niente. Il discrimine non è il fumo dei motori, il pulviscolo spiega più di mille cose”.
Pensarono subito di aver fatto centro visto che con il loro tesoro itinerante di oggetti, accatastati alla bell’e meglio, ricreavano continuamente gli acari di tale filtro.
Infine tra un bicchiere e l’altro, ormai avevano lasciato cadere lo straccio, ascoltarono in silenzio “Yes”. L’ultima fatica degli Slum Village, prodotta da J Dilla e Young RJ rimasto con T3, suonava come un grande classico in cui far ripiombare tutti i pensieri e i ricordi.
Rimanere senza parole è per tante persone alla base della tensione emotiva, lì dentro il silenzio rotto dai beats rappresentava anche una concentrazione speciale. Tutti ospiti del negozio – tra gli altri anche De la Soul, Bilal, Black Milk e chiaramente Illa J – che donano un pezzetto di anima, mentre le linee di basso si fanno sensuali ed il flow balzella agile tra strofe dal sapore vintage. Le percussioni, il piano unito ad una produzione lussuosa per ripiombare in un’era ricchissima.

Kamikaze tryna kill everybody speech | Yeah we hunger but our mind’s bout to feast | Read the signs of the times then the signs of the streets | Yo define what is peace | Can you tell a merchant selling wool to a sheep

Ovviamente non riuscirono a scrivere nulla, partirono semplicemente per un altro sobborgo portando il vinile di “Yes” nel borsone. A fine ascolto entrò un turista francese ed Hakeem riprese ad urlare infastidendo parecchio lo sventurato, non riuscirono mai a capire se era davvero sordo o faceva finta per non parlare con i tipi che non gli andavano a genio. Di certo avevano trovato un tetto sicuro sotto il quale riposare in caso di sfratto, la polvere non era mai stata un problema.

Alessandro Ferri

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