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Maribou State – Portraits

Data di Uscita: 01/06/2015

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La casa era sempre quella, istante dopo istante, vita dopo vita, da quando il nome di famiglia si era legato alla migliore tradizione dell’arte orologiaia del Burgenland, Austria. Una casa indipendente su due piani, bianca e senza macchia, bianca e senza coraggio, di quel bianco che non offende lo sguardo e che fa amicizia con il verde leggero delle persiane e con il rosso prepotente dei fiori alle finestre. Quel colore acceso che si era rintanato nei cespugli e nelle aiuole libere del giardino, da quando la mano della madre di Andrès aveva smesso di accarezzare le ciocche di capelli ricci e ribelli del figlio, e di appendere un po’ di quella tinta viva e intensa alle finestre di una casa rigorosa. La grande otre in rame, il marchio di famiglia, capeggiava prepotente sopra l’ingresso del negozio, mentre poche scale discrete in cotto consentivano di raggiungere il piano dove le camere d’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta, si fondevano come in un dipinto senza tempo.
Andrès non aveva mai visto un clown, né dal vivo né in un ritratto, ma aveva letto di questi moderni giullari variopinti, e quando Elizabeth entrò per la prima volta nel negozio lui la scambiò per uno di quei personaggi mistici. Si trovava nella stanza delle riparazioni, nell’officina, al di là del grande bancone in mogano, e la vide tramite lo specchio con la cornice in ottone sbiadito. I capelli scuri e lucidi le scendevano lungo la schiena sinuosa coperta da una maglietta floreale, e le gambe atletiche erano accarezzate da una gonna color avorio. Non indossava orecchini, cerchietti, bracciali, tranne una catenina al collo con un ciondolo ovale. Non portava scarpe. Parlò brevemente con il padre di Andrès, lui teso e diffidente, la mano sinistra appoggiata sul banco e la schiena ben dritta, lei sorridente. Quando se ne andò, il ragazzo accese una candela. Gli sembrava che anche la luce del sole di un tardo pomeriggio fosse uscita dal negozio con lei.
Quel ciondolo si rivelò essere un orologio. Probabilmente rubato, lo avvertì il padre. Andrès lo aprì ed ammirò la perfezione nella micro meccanica, negli ingranaggi, dove nulla era lasciato al caso ed il superfluo era visto come un chicco nero in una manciata di riso purissimo. Studiò i meccanismi, le trasmissioni, e provò un brivido di gioia quando, girando una piccola ruota dentata, osservò le lancette dei minuti muoversi. Era perfetto, nessuna imperfezione nelle dentature, nessuna scheggia negli alberi. I meccanismi erano ben oliati.
E, nonostante tutto, l’orologio non funzionava.
Il padre partì per un’intera settimana per esporre le loro ultime creazioni in una fiera nella Baviera, lasciando la gestione del negozio in mano al figlio. Quando Elizabeth tornò lui le mentì, dicendo che non aveva ancora avuto il tempo di riparare il suo orologio, consigliandole di tornare dopo qualche giorno. Vista da vicino lei era ancora più bella e, quando uscì dal negozio, Andrès non accese nessuna candela, perché nemmeno un’intera stanza di piccole fiammelle avrebbe potuto sostituire la sua luce.
Il ragazzo lavorò giorno e notte sul ciondolo di Elizabeth, senza ottenere alcun risultato. Le sue mani non gli rispondevano. I suoi occhi non erano concentrati. Sentiva, nella sua testa, come se ci fosse un ingranaggio incastrato che bloccava presente e futuro. Era come tentare di muovere una marionetta con tutti i fili attorcigliati. Andrès era in uno stato di stasi, bloccato da un meccanismo che non poteva forzare, senza avere tra le mani nessuna lente di ingrandimento o cacciavite che gli consentisse di uscire da una situazione che pensava di aver risolto un’infinità di volte, ma che in realtà non si era mai nemmeno sognato di affrontare.
Lei tornò tre giorni dopo, come promesso. Si ritrovò davanti ad un ragazzo dal viso pallido, nascosto dietro dubbi incrollabili, a metà tra la rassegnazione e la rabbia verso un mondo che credeva di conoscere. Questa volta Elizabeth indossava dei sandali leggeri in pelle, di quelli che sembrano potersi rompere da un momento all’altro.
Prese il ragazzo per mano e lo guidò attraverso le vie di quel paese nel quale era nato e che non aveva mai lasciato nemmeno in un sogno estivo. In mezzo a quelle strade che definivano il percorso di persone disarmate di fronte alla bellezza, senza difese d’innanzi a quel sentimento caldo che prende il nome di una singola persona, che vive e si alimenta di gesti spontanei.
Arrivarono nella piazza grande, lei libera e innamorata, lui perso e infatuato. Si trovarono di fronte alla fontana. Andrès la riteneva magnifica. Lei si avvicino al bordo esterno e, inginocchiandosi, provò a scavalcare il muretto, senza riuscirci. Sembrava una bambina che cercava di raggiungere un giocattolo lontano. Elizabeth parlò, e la sua voce era come l’acqua che fa nascere storie di alberi e cespugli, animali e creature immaginate.

Le fontane più belle erano quelle senza ostacoli, dove i bambini potevano saltare e giocare. Dove potevano scambiarsi sorrisi e grida tra giochi di luce e spruzzi di colore. Dove le ragazze potevano togliersi le scarpe e, liberandosi dei vestiti, ballare coperte dal buio. Ed allo stesso modo in cui le fontane andavano progettate senza barriere, tutti gli oggetti dovevano essere creati lasciando un po’ di spazio per il resto, per quello che non poteva essere previsto, così come un cuore deve essere libero di espandersi.

Quella sera, dopo che i rumori di un paese che si spegneva cessarono, due soli suoni risuonarono tra i ciottoli e le lampade ad olio ai lati delle strade: il ticchettio di un orologio che ricominciava a scandire il tempo, e quello di un meccanismo impalpabile, finalmente sbloccato, destinato a trasformare i disegni fatti con carta e penna in sogni regalati.

Filippo Righetto

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