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Jaga Jazzist – Starfire

Data di Uscita: 01/06/2015

Jaga Jazzist - Starfire

Il tempo di mettermi le cuffie e mi tuffai in strada. Scelsi una Domenica per la sua connotazione rituale, perchè ogni Domenica dell’anno ha lo stesso medesimo odore: le sparute e sporche piazzette deserte davanti alle serrande socchiuse, la città che inspira ed espira calore, le macchine in coda verso ogni tipo di attività che sia disposta a vendere qualcosa ai loro occupanti – oh mio Dio fare acquisti in un giorno feriale, questo è vivere sulla corsia veloce! – e le soste forzate all’autogrill, che da residuo di una generazione di paninari provinciali anni ’90 si è pian piano trasformato nel vero tempio di aggregazione domenicale.
Ecco, tutto questo personale flash mentale, ricreato unicamente allo scopo di illudermi che fosse “tutta mia la città” – grazie Equipe 84 – mi diede un notevole slancio, e mi portò fischiettando ad attraversare il primo incrocio effettivamente deserto (film mentale 1 – realtà 0). Tra le pieghe deserte di quella Domenica afosa non cercavo un luogo, ma una situazione; l’avvicinarsi dei trenta, la fine dell’Università e l’inizio di quella che potremmo definire in maniera bizzarra una “carriera lavorativa” mi avevano costretto, in qualche modo, a rallentare. Dopo un anno di teenageriale turbamento emotivo in cui il mio corpo è stato costretto attraverso sottofondi musicali abbastanza fastidiosi a scrollarsi di dosso i residui un po’ incrostati di una lunga postadolescenza, finalmente l’Illuminazione: va bene, rallentiamo, ma aumentiamo la frequenza di campionamento. Quello che cercavo era la meraviglia che si cela dietro i gesti e le situazioni più banali e che avevo fin’ora ignorato, occupato com’ero a cercare la traiettoria più breve che mi portasse da un punto A a un punto B. Volevo spulciare tra le pieghe di questo mondo sempre sorpassato, osservare per la prima volta l’infinita distanza che, così come separa due numeri reali,
custodisce tra i clic di un campione e l’altro la complessa bellezza dei gesti di tutti i giorni, e spiega i suoi perchè a chi ha la forza e la pazienza di attendere.
Accantonai così i miei quasi trent’anni, le ansie da post-sbronza della fine dell’adolescenza ed i miei più concreti (fino ad un certo punto) affanni lavorativi, lasciando che il mio corpo circoscrivesse il suo mondo, almeno per mezz’ora, ad un angolino di parco nascosto da una lunga fila di semafori lampeggianti. Quello sputo di terra diventò la Shinkansen dei miei occhi e della mia mente, un groviglio di binari su cui viaggiare ad alta velocità per osservare, carpire e decostruire.
Sul lato destro del parco una signora di mezza età, vistosamente sudata ed un po’ troppo rotonda, stava finendo di fumare una sigaretta. Quando le cuffie spararono la loro frequenza di campionamento, il mondo si decompose attraverso quei binari e le immagini cominciarono a scorrere come diapositive su un 4/4 ad elevato tasso di bpm. Click, click, click, click, click, click, click, la signorà grassa si alzò con gesti che gli intervalli tra un negativo e l’altro rendevano plastici ed ancora più sgraziati. Il film si ampliò: la fisionomia della signora andava affinandosi ad ogni click e da dietro la sua mole ormai collassata comparve una ragazza bionda di circa 20 anni, anche se lei la teneva per mano come se fosse la più piccola delle bambine. Suonava la chitarra, adorava il jazz di Davis e Coleman e quando chiudeva gli occhi amava far finta che il mondo sparisse con lei.
Con la mano libera sembrava dirigere una piccola orchestra invisibile, quasi si poteva avvertire lo spostamento d’aria di quella musica mentre il mondo continuava a scomparire e riapparire al suono del click.
Era abbastanza ovvio che ciò che stavo osservando era una mia – sicuramente banale – proiezione mentale, un mio visivo e scomposto immaginarsi di cosa e come avesse portato quella signora grassa su quella panchina, ma non me ne preoccupai troppo e continuai a guardare. D’improvviso la mano della ragazza si staccò da quella della madre e lei scomparve correndo verso un’uscita del parco. Poi un rumore sordo, in lontananza chiaroscuri di ambulanze e fuoco, e l’odore dolciastro di qualcosa – o qualcuno – che brucia. Rottami di macchine,urla di disperazione, e la madre che, seppur libera del peso della figlia, adesso non ce la fa più a terminare la corsa che l’avrebbe portata ad alzarsi da quella panchina e si ritrova soggiogata dalla gravità. Gravità delmondo, dell’alcool e della depressione, di piedi consumati da una corsia d’osepdale che ormai può percorrere ad occhi chiusi, giorno dopo giorno. Drink up baby, stay up all night, e le veglie insonni e i tanti bicchieri (vuoti) spaccati contro il muro e le continue e idrofobe maledizioni verso il mondo tra le lacrime e la voglia di stringere una mano, una lunghissima salmodia sbronza cantata davanti ad un vetro antiriflesso di un palazzo come ne esistono a migliaia e che nascondono ad occhi e cuore tutto questo immenso tesoro di emozioni complesse, illudendoci che sia meglio guardare avanti, o non guardare affatto.
Mentre immaginavo tutto questo, un ragazzino di 16 anni, passando in bici ad una velocità folle, mi urtò. Io caddi, perdendo le mie cuffie e l’appiglio su quel mondo, lui mi dette del cretino e, senza nemmeno fermarsi, continuò la sua corsa.

Tommaso Dringoli

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