monthlymusic.it

Everything Everything – Get To Heaven (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 22/06/2015

Everything Everything - Get To Heaven

Everything Everything era il nome di un bar molesto, dall’odore ostentato di stivali in pelle di pitone. In una posizione centrale, ma distante dai nostri modi quanto può esserlo il bordo esterno della Galassia in quei film dove la Luna è un pallone bucherellato di cartapesta. Frequentato da ladri di sobrietà, assassini della grammatica e tartarughe lobotomizzate. Non fare tanto il figo, al quarto drink sei esattamente come loro. La barista, lei si, ne valeva la pena, anche se non sapevi se era più ammaliata dal tuo fascino o dal tuo fegato. Si pagava gli studi in scienze infermieristiche, poverina, non potevi non aiutarla svuotando ripetutamente quel bicchiere. Questo è per Anatomia I. Questo per Biologia Applicata. Solitamente i brindisi, verso fine serata, si concludevano con esami dal nome improbabile come Filocologia o Darwin frocio!, quest’ultimo ripetuto a coro coinvolgendo tutti i presenti. Quella sera le “Scale per il Paradiso” erano gremite. Così venivano chiamati lì dentro quei gradini che portavano alla stanza dove un improvvisato DJ armato di penna USB e tanto cattivo gusto raschiava le orecchie dei presenti con frequenze annaspate e hit che potevi ascoltare tra le porte automatiche di un centro commerciale. Tu ballavi sulle scale, o forse eri in mezzo alla pista. Probabilmente eri in un locale distante migliaia di chilometri da lì, ed il tuo riflesso aveva viaggiato tutta la notte, specchiandosi vicolo dopo vicolo su nomi di persone, identità miste, pistole automatiche usate come vasi porta fiori. Fantasma o no, mi avvicinai a te sorridendo. Sapevo di non avere bisogno di chiedere il permesso. La mano destra nascosta nella tasca del giubbotto, nella sinistra uno dei miei drink preferiti, E tu cosa ci fai qui. Indossavi dei jeans grigio piombo, degli stivaletti che di pavimenti come quello ne avevano visti un bel po’, e una canottiera nera che metteva in risalto un corpo tonico e vivace. Tu mi prendesti la testa tra le mani e dopo un po’ la agitasti come se fosse una palla otto a cui chiedere tutte le risposte del mondo. Nel mentre parlavi: sentirti era impossibile, capirti fu immediato. Io continuavo a sorridere, Ok. Mi baciasti senza scoprire il mio nome ma conoscendomi più di chi sa anche il secondo terzo e quarto.
La mattina dopo mi risvegliai con gli stessi vestiti addosso, una ferita sulla gamba, ed un foglietto stropicciato nella mano. Piazza dell’Amor Imperfetto, 9.13. Era quattro ore fa. Feci i bagagli infilando in una sacca la prima manciata di vestiti che trovai nei cassetti della mia camera, e dopo meno di 3 minuti da quando avevo letto il messaggio che avrebbe cambiato, migliorato, la mia vita, ero per strada. Eri appena arrivata, il tuo respiro affannato lo confermava. Sulla fronte avevi scritto l’indirizzo della piazza, insieme ai segni di un morso. Una mia vecchia abitudine. Già ti vedevo alzarti dal letto vestita solamente di pochi ricordi confusi, per poi sgranare gli occhi davanti ad uno specchio alla scoperta di quella promessa scritta con inchiostro sbavato sul tuo volto. Così hai una cugina a Salonicco da presentarmi. Avevamo entrambi abbastanza soldi per partire, e poco altro. Dovrò prostituirmi. Anche io.
Partiamo.
Non facemmo nemmeno in tempo a salire sul traghetto. Avevamo in mano i biglietti per la traversata e nient’altro quando degli amici sconosciuti ci raggiunsero guidando una macchina rubata alla routine. I bagagli li avevamo volutamente dimenticati nel luogo del nostro incontro, erano una lapide illuminata da una luce al neon blu, sulla quale ballare e cantare in rima.
Siamo partiti attraversando una terra di guerre e divisioni, un gruppo sgangherato pronto a stringere tutto questo in un abbraccio, esposto quanto le vele di una barca durante un nubifragio. Per gli altri eravamo John e Jane Doe: non volevamo essere ricordati per quello che altri avevano deciso per noi, ma per quello che avevamo scoperto il giorno prima.
Il gruppo si compose e si ricompose molte volte, senza mai sfaldarsi. Sul lago di Ohrid si unì a noi una ragazza, che sarebbe diventata mia moglie solo otto mesi dopo.
Arrivammo ai bordi della Penisola Calcidica, sapendo di non aver raggiunto la destinazione, ma solo una delle tante. Bandiere bianche e nere alle finestre di case dai colori lontani da quelli nazionali, passavamo le giornate in spiaggia tra acqua limpida e archi di roccia sui quali io e gli altri superstiti ci arrampicavamo.
Quella notte salimmo da soli in cima alla città vecchia, spogliandoci di tutto tranne che dei nostri sorrisi più unici e sinceri. Ci prostituimmo l’uno con l’altro su pietre dalla storia intensa e su erba appena nata, senza aver bisogno di vendere o comprare nulla.
La mattina ti trovai già sveglia, come sempre. Eri seduta sul bordo della roccaforte in rovina, le gambe a penzoloni mostrate alla città sottostante. Guardavi il mare e le navi che partivano dal porto. Non avevo bisogno di vederti per sapere che stavi sorridendo.
Quanto è lontano il Vietnam?

Filippo Righetto

Comments are closed.