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Archive for giugno, 2015

Quattro nuovi pezzi dall’archivio di DJ Rashad

Esce oggi grazie all’Hyperdub un nuovo EP del compianto maestro del footwork, quattro pezzi spettacoli da ascoltare in loop. Correte a cercarli.

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Glastonbury 2015, ci siamo! Un viaggio nel cuore del Festival.

Ci siamo, il più importante Festival musicale del Regno Unito è già avviato e la fase clou è alle porte.
Glastonbury non è un semplice Festival, è l’evento musicale britannico per eccellenza.
Tantissimi nomi, fango, celebrità, bandiere tra il pubblico e, soprattutto, esibizioni che passano alla storia.
Venerdì, sabato e domenica sono le tre giornate di musica.
Per moltissimi gruppi e artisti britannici un live a Glastonbury può segnare una svolta.
Figuriamoci se da headliner di giornata.
Un esempio?

Gli Arctic Monkeys nel 2013, con un live che da Nme fu definito con felice espressione career defining e che, di fatto, ha ridefinito e ampliato gli orizzonti della band di Alex Turner.

Quel concerto iniziò splendidamente così

 

Tra circa 24h salirà sul palco Florence Welch con i suoi Florence + The Machine, headliner di giornata ed headliner che gioca in casa. L’attesa è grande, le carte in regola per un set da ricordare ci sono tutte.
Basta vedere come già nel 2009 ad inizio carriera fecero infiammare il pubblico di Glasto

 

Attenzione non solo ai nomi in cima al cartellone, Glastonbury negli ultimi anni è stato un vero e proprio trampolino di lancio e luogo di consacrazione per moltissimi gruppi.

In attesa di raccontarvi delle migliori esibizioni di quest’anno riviviamo insieme altri momenti delle ultime edizioni pronti per entrare in clima Glasto: dalle sorelle losangeline Haim, vere protagoniste delle ultime annate e adottate dal pubblico inglese passando per due meravigliose e suggestive esibizioni di James Blake e dei London Grammar fino ad arrivare al 2013 con il finale del concerto dei Mumford & Sons, un finale che più british non si può visto che è la cover di With a little help from my friends dei Beatles, letteralmente suonata con l’aiuto di più amici come Vampire Weekend, First Aid Kit, Staves e Vaccines. Chiudiamo proiettandoci in avanti a questa edizione 2015 con i Wolf Alice, già protagonisti l’anno scorso e ancora più attesi quest’anno.

Prurient, Andy Stott, Floating Points per un Club To Club clamoroso

Club To Club ha deciso di festeggiare nel migliore dei modi il suo XV anniversario, la cinque giorni di spettacoli sta prendendo una forma scintillante.

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Algiers – Algiers (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 02/06/2015

Algiers - Algiers

Apostasia

E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli
Apocalisse , Giovanni 5.1

Qualche tempo fa, ho fatto un sogno strano.
Ero solo e camminavo in un campo. No, non parlo di un prato, non c’erano fiori dalle sfumature incoraggianti, l’ambiente era tutt’altro che familiare. Credo fosse una piantagione di mais, difficile a dirsi. I fusti erano completamente secchi e le efflorescenze, accartocciate su loro stesse, erano del tutto imbrunite. Anche il terreno era disidratato: ad ogni passo si sollevava una gran polvere che inibiva respiri profondi. Provavo a ricordare l’ultima pioggia ma, che bizzarria, non ne avevo affatto memoria.
Qualche metro oltre la direzione che avevo percorso, vidi gli ultimi arbusti e, superati questi, il panorama si fece tetro e desolante. Il cielo si andava scurendo all’orizzonte e, dopo aver messo a fuoco il punto più lontano che il mio occhio riusciva a raggiungere, vidi chiaramente l’arrivo di una tempesta. Non ebbi sufficiente tempo per immaginare con lucidità gli scenari che avrei potuto affontare a quel punto, chè la tempesta era a pochi metri di distanza. La visione era resa effervescente da luci improvvise e il suono, in un primo momento lontano come una cosa dimenticata, prese a crescere in intensità. Quel suono predicava fallimenti e la sua eco raccontava di mondi in rovina.

Il primo cavaliere s’introdusse. Il suo cavallo era bianco, vigoroso, e il soldato senza volto sulla sua schiena, tra le mani reggeva un arco. Scese e mi venne incontro. M’invitò a prendere l’arco e la corona che aveva in testa, poi disse: “Questo è l’arco del vincitore pronto a sostenere la battaglia e la corona che sancisce l’accordo, è quanto necessitano gli uomini per la loro guerra spirituale”.
A seguirlo un secondo cavallo nervoso e dal manto cremisi come l’indecenza. Anche in questo caso, chi lo guidava, scese e mi diede una spada: “Colui che impugnerà questa lama ha il compito di togliere la pace dalla terra. Egli ha il potere di duplicare l’opera affinché ogni uomo possa uccidere suo fratello”.
Un altro fante reggeva con una mano le redini dello stallone nero tormento. Dall’altra mano pendeva una bilancia e dopo essersi fatto largo tra le polveri sussurrò la sua profezia. “Ci sarà una carestia. Questa non sarà certo ragione di perdita ma naturalmente darà motivo di angoscia e decadenza”.
L’ultimo che si fece avanti cavalcava un animale pallido come il grano appassito che avevo lasciato alle mie spalle. “Da oggi il tuo nome sarà Morte. Hai lo scopo di portare l’umanità al patibolo con la spada, con la fame e con tutte le fiere dalla terra” e soffiò un vapore caldo che respirai con intensa bramosia.

E’ stata l’ultima volta che ho sognato, non riesco più a dormire. Da quel momento sono tormentato dalle voci degli assassinati per aver operato nel nome di Dio e queste si fanno sempre più forti. No, non chiedevano triviale vendetta, ma pietà per i loro carnefici. E invocavano giustizia, secondo l’esempio del buon pastore.
Il sesto sigillo è stato schiuso e da allora mi aggiro per le terre desolate del sogno e da allora continuo a cacciare le mie vittime. E quando si avverte il forte tremore provenire dal basso e il sole comincia a scurirsi e il pallore della Luna assume i connotati del sangue, io posso vedervi. Visiterò ogni montagna, ogni isola e farò cadere tutte le vite al suolo come un albero scosso che cede i suoi frutti immaturi, così da poter adempiere al mio incarico e tornare libero. Le vostre lacrime non saranno sufficienti a placare l’ira dell’agnello.
La storia umana non proseguirà all’infinito.
Prima o poi troverò ognuno di voi.

Giulia Delli Santi

Ken Camden – Dream Memory

Ken Camden - Dream MemoryD.d.U. 15/06/2015

Nella vita precedente c’è stata un’estate di ebbrezza continua, dove anche il caldo soffocante non impediva il contatto fisico. La vigoria e la carica sessuale da una parte, un continuo fluire di musica ambient dall’altra. Due poli del genere creavano un circuito vizioso in cui la pelle nuda aderiva perfettamente al suolo ed alla sua erba umida senza sentire pruriti o fastidi. Il pudore dimenticato chissà dove prima di ripartire seguendo strade poco illuminate con in sottofondo un tappeto di droni.
Un periodo storico che attualmente si mischia ad un’altra vita, uscendone ovviamente distorto. L’armamentario sintetico è cresciuto, la manipolazione della chitarra varia con un tocco vintage e cosmico a far sembrare il passato coperto da una patina gialla. Sussulti vibranti che rimangono distanti in un delay capace di stordire, le scie galattiche sono ben indicate allo sprovveduto turista nel passato. Il soporifero mantiene qualità fisiche e tattili, la pelle è sempre presente in un romanticismo sottile come i capelli rimasti incollati alla maglietta.
“Vocal samples” rintracciabili in uno strano alfabeto segreto, un range di oscillazioni pressoché infinito. Il ricordo della penetrazione è irreale, lontano e ricoperto dalla lussuria, inscindibile dalla pellicola opalina apposta sulla memoria.

Alessandro Ferri

Blanck Mass – Dumb Flesh

Blanck Mass - Dumb FleshD.d.U. 12/05/2015

Il porno era diventato una fissazione senza via d’uscita, una dipendenza. Consumavamo giornate intere davanti allo schermo, pause e zoomate su capezzoli e peli pubici, su volti deformati dal piacere, immobilizzati in imbarazzanti espressioni libidinose. Saltavamo la scuola con regolarità per spararci video e film a ripetizione, stava trasformandosi in una malattia. La carne fresca è stupida, volubile. E quando arrivò l’elettronica trance dei synth, ci facemmo imbambolare come dei mocciosetti; tracannavamo vodka come fosse acqua e ballavamo senza tregua loop cupi e lussuriosi, la libertà correva nei vasi linfatici e con le braccia al cielo osannavamo gli dei pagani del suono. Guadagnammo la perdizione totale quando scoprimmo che era possibile combinare le due passioni, i ritmi pulsanti sapevano di sesso e la pornografia ci muoveva dentro come una musica scura e ipnotica, dalla ritmica incandescente.
Non avremmo mai più visto alcuna alba.

Federica Giaccani

RP Boo – Fingers, Bank Pads & Shoe Prints (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 29/06/2015

RP Boo - Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

“Cosa vuoi innovare in un mondo dove tutto è già stato innovato? Che speranze ha una società fondata sulla velocità, puntando sul rapido fagocitare la novità che diventa antica senza neppur aver fatto il suo corso?”

Fece una piccola pausa prima di ripartire con il suo discorso noioso. Nessuno ascoltava più, il gruppo pensava a ben altro. La direzione dei pensieri era opposta alle parole dell’oratore.

“Noi siamo neri, non c’è posto per noi ai vertici. I bianchi ci hanno reso schiavi, siamo ancora schiavi delle loro squallide tecnologie”.

Sì le tecnologie, pensavano anche a quello quindi forse un punto di contatto rimaneva. Il ritornello, la velocità, il loop e il frame del video rivisto mille volte; quel ballo frenetico richiedeva una discreta forma fisica. Avevano partecipato come spettatori alla dancebattle nel locale in fondo alla strada, l’energia ed i sorrisi occupavano la mente conquistando spazio rispetto alle fosche visioni del padre spirituale della comunità.

“Beat me” scandita tra sample femminili e drum machine: questo era il nuovo ritmo delle giornate. Imbevuto di vecchia teologia della repressione il vecchio non si accorse che le sue lezioni erano totalmente disertate, fatta eccezione per Mary, anziana vedova costantemente presente, per abitudine e non sicuramente per il messaggio.

“Rallentate il vostro ritmo giornaliero, satana vi vuole sempre più rapidi e voi dovete fare l’inverso”

Non funzionò nulla negli anni passati visti i risultati e la totale assenza di riflessione una volta scoperto questo footwork. Come mai altri neri riuscivano a trasporre la creatività e loro no? Nessuno si chiese nulla, neppure se fosse giusto gettarsi nell’accelerazione violenta.

La comunità simil religiosa del vecchio era poi carente di un altro ingrediente apprezzato: l’erba, così presente dall’altra parte. Le infinite raccomandazioni di allontanarsi dalla droga svanite in poche settimane.
La competenza nel ballo cresceva giorno dopo giorno, arrivarono a formarsi alcuni producer e tutti seguivano un altro guru.

Rp Boo garantiva tute Adidas, potenza di fuoco tra beat e parti vocale capaci di emozionare anche un ghiacciaio, ovviamente in via di scioglimento per la devastazione del mondo intero sotto l’effetto del global warming. La ghetto house rivisitata non è uno scherzo di qualche folle, stiamo parlando di evoluzione seria. La concezione del muoversi a ritmo prende le vie più disparate, tutte misurabili e debordanti nei loro effetti collaterali di gioia e sudore. Dalle parate di piazza, alle battaglie nel parco, dal fumare negli scantinati allo scopare nel vicolo cieco. La totale libertà si raggiunge esclusivamente in precisi schemi, la composizione apparentemente fastidiosa imprime un marchio inconfondibile.

Tutto ciò di cui avevamo bisogno, mentre il vecchio divenne cieco a seguito di una caduta dovuta all’animosità del suo ultimo discorso. Si era accorto che non c’era più nessuno.

Alessandro Ferri

Fismoll – Box of Feathers

Data di uscita: 15/06/2015


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D’estate la città ha un respiro lento. Cammino lungo un viale incorniciato da alberi alti, maestosi, e mi sento protetto dalla luce che lasciano filtrare tra i loro rami.
D’estate il mare ha un respiro lento. Passeggio lungo la sua riva ornata da conchiglie colorate, e mi sento protetto dalla luce che riflette sull’acqua che oscilla e ondeggia.

Through the sea I would swim
In the eyes I would drown
Mountain high I would climb
For a heart I would fall

Mi sento un po’ così, un po’ come questa città, un po’ come quest’acqua. Un po’ come questo mare, un po’ come questa montagna. Non riesco a definire o ad afferrare queste note che volteggiano nell’aria come fossero rondini a primavera, ma affondo e rinasco, e ricomincio.

I’m a feather and I’m a stone
I’m an eager boy and I’m grown
There’s a symmetry divine
In the fragile and the strong

Le giornate stanno conquistando una loro forma, ma io sono ancora troppo lontano dalla terra per poter essere parte di questa conquista. Sono ancora troppo lontano da tutto ciò che si muove velocemente. E mi appoggio a questo cielo, a questa terra, a questo mare. Con il rischio di scivolare su ciò che il mare bagna e di rimanere incastrato in ciò che la terra asciuga.

No coincidence in how
We are purified on the track
That’s the meaning of the vow
That I carry on my back

Mi piace pensare che le cose oscure esistano solo perché esiste la luce. Così come il buio, l’ombra, il nero, non sono altro che la presenza non visibile di qualcosa di più grande. “Sei la mia luce, esisto come ombra sul fondo della tua luce che mi dà forma e sostanza”.

Though I speak in tongues of men
And have a heart of angels’ gold
I’m sounding brass without love
My strength fails me when I rove

All’assenza bisogna dare un nome. E bisogna farlo di continuo, a intervalli del tutto irregolari, così che la presenza sia sorpresa esasperata, attesa, nuova. Sia necessaria, invincibile, vitale. Questa lingua che provo a parlare, questo cuore che batte, questo suono che nasce, questa musica.

There’s a symmetry divine
In the fragile and the strong.
La risposta è sorprendente, sì, ma la domanda può esserlo di più.

Valentina Loreto

Wolf Alice – My Love Is Cool

Data di Uscita: 22/06/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Wolf Alice - My Love Is Cool

La solita strada non era più la stessa strada di sempre. Qui da queste parti d’inverno il cielo è bassissimo, grigio lana, ricoperto di fumo. Qui ad queste parti senti spesso parlare di giovani, dicono tutti molte stronzate. C’è un detto che è nato qui tra queste vie, tra questi incroci, tra queste case che guardano altre case. Il detto dice che se non scegli la chitarra ti ritroverai con una bottiglia in mano. Il giorno in cui ho conosciuto Ellie non ricordo se il cielo fosse particolarmente opaco, però mi ricordo che non pioveva, questo sì. Non sapevamo ancora che fare delle nostre vite, sfogliavamo le nostre passioni per non lasciarci travolgere dalle giornate. Stava per finire la scuola. Era quasi primavera. Guardammo uscire i bambini della Junior School dall’altro lato della strada. Dal nostro marciapiede due erano i posti che avevi a portata di mano. A destra un pub, a sinistra un negozio di dischi. E’ la nostra casa, la nostra realtà. Da qui Ellie guardò su, verso le finestre della scuola e immaginò alcuni dei suoi testi per le nostre prime canzoni. E’ una gioia indescrivibile essere riusciti a portarne alcune fino alla tracklist del nostro primo album. Tra poco arrivano anche gli altri del gruppo, l’uscita dell’album è una questione di una manciata di ore. Ellie sorride di gusto mostrando il suo dente canino, poi si fa più riflessiva e sembra un angioletto di quattordici anni che un po’ si vergogna ancora di parlare di ciò che la rende felice. Poco fa una ragazza le ha chiesto se poteva abbracciarla e farsi firmare il diario, poteva essere una vent’enne come noi o poco più giovane. Stiamo per entrare a prendere qualcosa al pub, c’è una parte all’esterno ma coperta piena di verde e con dei tavoli e delle panchine in legno antico che sono uno spettacolo. Che cosa ci facciamo qui oggi? Avete ragione, è giusto che voi lo sappiate. Oggi pomeriggio suoniamo alcune canzoni per il pubblico per accompagnare l’uscita del disco, stamattina ci siamo ritrovati a due passi da qui, a suonare e ad ascoltare le nostre canzoni, tutto ciò che la nostra testardaggine un po’ romantica e un po’ calcolata ci ha permesso, la possibilità di scrivere la nostra musica.

La solita strada in realtà era sempre sé stessa, sempre così. Movimentata dal suono di una chitarra elettrica tutto però partecipava un po’ di più della stessa atmosfera. Era una giornata qualunque che per qualche ora si è guardata allo specchio e riconosciuta con la sua giacca e il suo sorriso migliore, ho visto anche un vecchio professore della scuola affacciato alla finestra a guardare giù, battendo con le mani a tempo sul davanzale. Un’occhiata al manifesto con la copertina dell’album fuori dal negozio di dischi, un sorriso per l’abbraccio tra componenti del gruppo, Ellie al centro, e poi ecco le chitarre, loro che fanno ciao con la mano e si può incominciare. La sensazione da un anno a questa parte è che mancasse un gruppo del genere. Quanto ne avevamo bisogno, si sente dire tra il pubblico. Figuriamoci qui da queste parti. Di adolescenza, amicizia, sentimenti, paure, pagine di libri da incorniciare, sogni e testate contro alla parete però ne possono capire giovani e meno giovani di tutto il mondo. Oggi è il tempo di chi riesce a cantare di tutto quello che la realtà che ti circonda non ha e di quello che vorresti e di come tra tutto ci sia un equilibrio da cercare e ti si riempie il cuore se hai davanti a te una ragazza acqua e sapone che sente le stesse cose e che riesce a scrivere insieme al suo gruppo canzoni memorabili. Qualche gabbiano starà volando a bassa quota sul Tamigi, qualche chilometro più in là. Ellie si scosta i capelli dal viso con una mano mentre con l’altra accorda un attimo la chitarra. Accenna un sorriso. E’ quasi sera, è quell’ora di passaggio, non più giorno ma non ancora notte. I tavoli al pub saranno apparecchiati, leggermente si riesce a scorgere anche la luce del sole che tramonta.  La maggior parte di noi non abita qui, viene da poco lontano. Siamo a Londra ma per noi ogni giorno Londra è anche una conquista. Lo sguardo in su, di professori ora ce ne sono uno, due, tre in più, anche Mrs. Crown è arrivata ed ha aperto la finestra del suo studio.

Quel tempo si rivelò insieme di suoni, parole, soprattutto parole, immagini evocate, sorrisi, ah si soprattutto sorrisi, delusioni sospese, dibattiti inutili accantonati, discussioni taciute, sguardi d’intesa o d’amore ispirati. Da qualche parte e nello stesso istante qua.. il sole stava tramontando riflettendosi tra le lancette del Big Ben mentre Ellie sussurrava in un arpeggio di tenere i tuoi occhi luminosi su di lei, prima che non si disfi come la polvere, come la paura stessa, profonda sporca vasta come il peggior fondo marino, tieni i tuoi occhi come fari su di me, diceva, danzerò spazzando via il tempo marcio tra gli astri quando la luce fenderà la tenebra, come le luci dei lampioni nella notte e nella nebbia, percorrerò sentieri seguendo il dolce battito del cuore, ad altri lieve volterò le spalle, una scrollata di spalle, canterò.. Qualcuno starà guardando il sole scendere dando da mangiare agli scoiattoli di Hyde Park, Ellie e i  suoi cantano di amicizia, capelli spettinati e genuino divertimento, spensieratezza, vicinanza. Are you wild like me? Giusto qualche passo più in là sempre il Tamigi, il London Bridge, un altro tramonto che si fa accogliente sera, il ricordo del suo bacio più bello, il ricordo del pomeriggio in cui da irraggiungibile lei con una giravolta si era messa a passeggiare accanto a me, ogni gesto che si intreccia a comporre un mosaico che anche se disperso ora non fa più così strano. I could be your perfect girl, she sings.

And when we grow older
We’ll still be friends
We’ll still be lovers
We won’t fear the end

Poco più in là, dalle parti di Nottingh Hill, dove una volta usciti da una sala prove mangiammo per pranzo una crepes alla nocciola, la storia si ripete e un ragazzino imbraccia la sua chitarra elettrica e ricomincia la storia..One! Two! Three! Four! Five! Six! Seven! Gli piace quella ragazza ma non sa ancora dirle quanto è un sogno a parole, lei sorride perché crede che lui sia cool. Seduci la paura, falla indietreggiare, canta della tristezza, ridi, vedi quant’è misera, è come una piccola buia tetra città davanti ai tuoi occhi, senza orizzonti, l’incubo dell’impossibilità di giocarti la partita della vita con le tue carte..d’un tratto ti ricordi dove sta la tua meraviglia, i capelli raccolti in una coda di quella ragazza nella folla ti fanno sussultare di nuovo, ritrovi la via per la piazza centrale che credevi d’avere perso, ti ritornano in mente le parole di quella tua canzone. Go find something to eradicate this thoughts e sull’ansia che ti cancella le prospettive sul futuro e rende tutto spaesato ora ci scrivi un’altra canzone. Le chitarre, l’amore, l’amicizia, la musica. Le valigie sono ancora pronte, Americhe, Mondo, tutta l’Inghilterra, cieli cieli e cieli da accarezzare con la punta di un dito.

Su Londra Nord ora scende la notte, si accendono i lampioni, gli ultimi sorrisi, gli ultimi abbracci, le ultime fotografie si susseguono. I professori tornano a casa lieti e sorpresi della bella manciata di ore trascorsa, il disco viaggia per tutta la città verso altri negozi di dischi, verso gli aeroporti, le stazioni, i giardini, le camerette, i pub e le università. Le luci rimangono ancora un po’ accese, mentre i Wolf Alice mangiano e bevono qualcosa a due passi da dove hanno suonato, proprio lì alla destra del pub. La serata è scintillante, rilassata, lì tra il verde delle piante dell’esterno, sorrisi e scaramucce d’affetto e alcune piccole lanterne sopra ad una specie di pergolato, e la voce di Ellie che strimpella alla chitarra..

So teach me, teach me, teach me rock ‘n’ roll
My love bends rules
My love is cool
My love
la la la la
la la la la la

 

Filippo Redaelli

Slum Village – Yes

Data di Uscita: 16/06/2015

Slum Village - Yes

“No man is greater than the legacy”

L’ultima missione del loro fallimentare gruppo editoriale era, a detta di molti, lo specchio del proprio non riuscire ad arricchirsi, una rappresentazione perfetta del prossimo sfratto.
Idea lucida e potenzialmente estenuante: una guida di tutti gli Antiques Mall presenti a Detroit, semplici dealers o negozi più strutturati da rintracciare per ridurre la storia di ognuno ricostruendo l’evoluzione di un tessuto sociale sfondato e ricreato più volte nel corso degli ultimi cent’anni.
Erano abituati a lavorare lì, subito dopo l’ultima bancarotta cittadina si licenziarono da un sito d’informazione parecchio seguito dalle giovani generazioni. Pagavano bene, ma il loro compito di intervistare ricchi adolescenti europei, venuti a Detroit per osservare i quartieri resi spettrali dalla crisi, divenne un supplizio.
Le rovine da sempre attirano l’attenzione di chi intende fondare un ordine secondo le ferree regole del piano regolatore, spacciato per alternativo e rivoluzionario. Gli spazi web e le riviste di base sfruttano il mercato e dunque offrono ad un’ampia platea disquisizioni sociologiche sui mali del mondo, storie narrate in maniera avvincente con paralleli forzati e volti esclusivamente ad aizzare la fiamma del controllo totale.
Non era questo il loro desiderio e probabilmente falliranno, ma una noiosa ricerca a tappeto nel campo dell’antiquariato si confà di più alla forma mentis scolpita nel tempo.
Anni di studio in cui la tragedia ed il trionfo si fondono spaziando tra musica, oggetti unici e battuti in qualche solitaria asta del più profondo Michigan, risultati sportivi e videogames vintage da ritrovare setacciando il paese da Est a Ovest.

La storia della città non ha apparenti segreti per la storiografia: popolazione ridotta rispetto al passato, ribaltone razziale tra antica prevalenza bianca e attuale predominio afroamericano. E poi criminalità ad ampio raggio dalla famiglia Zerilli alle baby gang, la nascita di un certo tipo di sound, i motori e i grandi laghi.

Qualcosa di nuovo si può davvero rintracciare nelle cose? Nella palla da bowling con cui sono stati abbattuti tot birilli, o nel numero unico del mensile immediatamente chiuso per l’intervista all’autista del bus che si era volutamente schiantato – uscendone come unico illeso – contro il muro di una banca.
Tutto proseguiva placido, dispersi a Flint, tra ricerche troppo complesse per cavarsela in una settimana: un paio di usurate Adidas indossate nel playground dietro casa da JaVale McGee e la volontà di rintracciare un trentacinquenne ora rinchiuso in qualche casa di cura del vicino Ohio. Il ragazzo negli anni del college era solito filmare le sue sessioni di gioco a SimCity2000 e i due volevano assolutamente il video in cui aveva risolto in un tempo record il tracollo economico della stessa Flint, presente nel gioco.

Dopo aver completato queste serie minori di ritrovamenti dedicarono anima e corpo al pezzo pregiato della ricerca, un tema usurato da sviscerare. Gli Slum Village, la morte di J Dilla e Baatin – conflitto vivente – e il fratello Illa J che dice “”His legacy is still growing”; ci misero anni solamente a decidersi di sfiorare l’argomento con il solito misto di cinismo cupo che aveva portato al licenziamento dalla rivista underground.
Le retrospettive e le magliette con J Dilla Changed My Life divenute ciclicamente preda di qualche ricercatore da strapazzo impegnato a scrivere i “10 modi di ascoltare J Dilla”, i “7 pensieri politici sviluppati dai beats dell’eroe” ecc. ecc.

Un argomento così soverchiante è tipicamente destinato a divenire una moda e la coppia si avvicinò di soppiatto, riducendo al massimo il rumore. Se ne parla così tanto perché a Detroit tale suono lo si ascolta dappertutto, anche nei negozi di antiquariato dove le storie speculano sulla muffa e sulle corse a casa stringendo l’oggetto tanto desiderato.
Si accorsero che ogni dealers aveva la sua traccia o il cimelio. Vi era chi lo custodiva proveniente dagli inizio del gruppo, subito dopo l’uscita dalla Pershing High School, e chi stropicciava davanti ai loro occhi un articolo di giornale con la recensione del “Villa Manifesto”.

E allora si decisero a seguire quel filone secondario, stabilendo come quartier generale un mall colmo di articoli dorati ed impolverati. Hakeem, il padrone del piccolo angolo tra la Fenkell Avenue e Quincy Street, era sordo e le poche persone che entravano lì dentro dovevano urlare per farsi ascoltare; con pochissimi eletti, non costantemente, usava un tono normale.
Il patto tra i due editori e il sessantenne afroamericano fu semplice ed immediato: lui raccontava storie sugli Slum Village, ma loro dovevano spolverare i gioielli, i lampadari e tutto il materiale presente. La collaborazione, ai fini di una eventuale pubblicazione, si rivelò infruttuosa perché Hakeem non si lamentava della loro lentezza – in fondo apprezzava la polvere – e il whisky scorreva a fiumi, così come i racconti.
Dal nome di battesimo Ssenepod – Dopeness capovolto – al primo contratto con la Barak/AM Records emergeva un filo conduttore che Rakeem paragonava al suo archivio dorato.
Diceva spesso più o meno così: “La bellezza di questa città riscuoterà sempre il successo della critica, ma noi qui conosciamo specialmente il dramma e il tracollo conseguente che si collega sempre ad esso. Puoi pulire quanto vuoi, la polvere tornerà a depositarsi, la leggenda deve essere un po’ dimenticata per rimanere tale. Le vicende incrociate di Jay Dee e degli Slum Village sono come questo strato di sporcizia, e se ci ferma in superficie non si vede niente. Il discrimine non è il fumo dei motori, il pulviscolo spiega più di mille cose”.
Pensarono subito di aver fatto centro visto che con il loro tesoro itinerante di oggetti, accatastati alla bell’e meglio, ricreavano continuamente gli acari di tale filtro.
Infine tra un bicchiere e l’altro, ormai avevano lasciato cadere lo straccio, ascoltarono in silenzio “Yes”. L’ultima fatica degli Slum Village, prodotta da J Dilla e Young RJ rimasto con T3, suonava come un grande classico in cui far ripiombare tutti i pensieri e i ricordi.
Rimanere senza parole è per tante persone alla base della tensione emotiva, lì dentro il silenzio rotto dai beats rappresentava anche una concentrazione speciale. Tutti ospiti del negozio – tra gli altri anche De la Soul, Bilal, Black Milk e chiaramente Illa J – che donano un pezzetto di anima, mentre le linee di basso si fanno sensuali ed il flow balzella agile tra strofe dal sapore vintage. Le percussioni, il piano unito ad una produzione lussuosa per ripiombare in un’era ricchissima.

Kamikaze tryna kill everybody speech | Yeah we hunger but our mind’s bout to feast | Read the signs of the times then the signs of the streets | Yo define what is peace | Can you tell a merchant selling wool to a sheep

Ovviamente non riuscirono a scrivere nulla, partirono semplicemente per un altro sobborgo portando il vinile di “Yes” nel borsone. A fine ascolto entrò un turista francese ed Hakeem riprese ad urlare infastidendo parecchio lo sventurato, non riuscirono mai a capire se era davvero sordo o faceva finta per non parlare con i tipi che non gli andavano a genio. Di certo avevano trovato un tetto sicuro sotto il quale riposare in caso di sfratto, la polvere non era mai stata un problema.

Alessandro Ferri

Maribou State – Portraits

Data di Uscita: 01/06/2015

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La casa era sempre quella, istante dopo istante, vita dopo vita, da quando il nome di famiglia si era legato alla migliore tradizione dell’arte orologiaia del Burgenland, Austria. Una casa indipendente su due piani, bianca e senza macchia, bianca e senza coraggio, di quel bianco che non offende lo sguardo e che fa amicizia con il verde leggero delle persiane e con il rosso prepotente dei fiori alle finestre. Quel colore acceso che si era rintanato nei cespugli e nelle aiuole libere del giardino, da quando la mano della madre di Andrès aveva smesso di accarezzare le ciocche di capelli ricci e ribelli del figlio, e di appendere un po’ di quella tinta viva e intensa alle finestre di una casa rigorosa. La grande otre in rame, il marchio di famiglia, capeggiava prepotente sopra l’ingresso del negozio, mentre poche scale discrete in cotto consentivano di raggiungere il piano dove le camere d’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta, si fondevano come in un dipinto senza tempo.
Andrès non aveva mai visto un clown, né dal vivo né in un ritratto, ma aveva letto di questi moderni giullari variopinti, e quando Elizabeth entrò per la prima volta nel negozio lui la scambiò per uno di quei personaggi mistici. Si trovava nella stanza delle riparazioni, nell’officina, al di là del grande bancone in mogano, e la vide tramite lo specchio con la cornice in ottone sbiadito. I capelli scuri e lucidi le scendevano lungo la schiena sinuosa coperta da una maglietta floreale, e le gambe atletiche erano accarezzate da una gonna color avorio. Non indossava orecchini, cerchietti, bracciali, tranne una catenina al collo con un ciondolo ovale. Non portava scarpe. Parlò brevemente con il padre di Andrès, lui teso e diffidente, la mano sinistra appoggiata sul banco e la schiena ben dritta, lei sorridente. Quando se ne andò, il ragazzo accese una candela. Gli sembrava che anche la luce del sole di un tardo pomeriggio fosse uscita dal negozio con lei.
Quel ciondolo si rivelò essere un orologio. Probabilmente rubato, lo avvertì il padre. Andrès lo aprì ed ammirò la perfezione nella micro meccanica, negli ingranaggi, dove nulla era lasciato al caso ed il superfluo era visto come un chicco nero in una manciata di riso purissimo. Studiò i meccanismi, le trasmissioni, e provò un brivido di gioia quando, girando una piccola ruota dentata, osservò le lancette dei minuti muoversi. Era perfetto, nessuna imperfezione nelle dentature, nessuna scheggia negli alberi. I meccanismi erano ben oliati.
E, nonostante tutto, l’orologio non funzionava.
Il padre partì per un’intera settimana per esporre le loro ultime creazioni in una fiera nella Baviera, lasciando la gestione del negozio in mano al figlio. Quando Elizabeth tornò lui le mentì, dicendo che non aveva ancora avuto il tempo di riparare il suo orologio, consigliandole di tornare dopo qualche giorno. Vista da vicino lei era ancora più bella e, quando uscì dal negozio, Andrès non accese nessuna candela, perché nemmeno un’intera stanza di piccole fiammelle avrebbe potuto sostituire la sua luce.
Il ragazzo lavorò giorno e notte sul ciondolo di Elizabeth, senza ottenere alcun risultato. Le sue mani non gli rispondevano. I suoi occhi non erano concentrati. Sentiva, nella sua testa, come se ci fosse un ingranaggio incastrato che bloccava presente e futuro. Era come tentare di muovere una marionetta con tutti i fili attorcigliati. Andrès era in uno stato di stasi, bloccato da un meccanismo che non poteva forzare, senza avere tra le mani nessuna lente di ingrandimento o cacciavite che gli consentisse di uscire da una situazione che pensava di aver risolto un’infinità di volte, ma che in realtà non si era mai nemmeno sognato di affrontare.
Lei tornò tre giorni dopo, come promesso. Si ritrovò davanti ad un ragazzo dal viso pallido, nascosto dietro dubbi incrollabili, a metà tra la rassegnazione e la rabbia verso un mondo che credeva di conoscere. Questa volta Elizabeth indossava dei sandali leggeri in pelle, di quelli che sembrano potersi rompere da un momento all’altro.
Prese il ragazzo per mano e lo guidò attraverso le vie di quel paese nel quale era nato e che non aveva mai lasciato nemmeno in un sogno estivo. In mezzo a quelle strade che definivano il percorso di persone disarmate di fronte alla bellezza, senza difese d’innanzi a quel sentimento caldo che prende il nome di una singola persona, che vive e si alimenta di gesti spontanei.
Arrivarono nella piazza grande, lei libera e innamorata, lui perso e infatuato. Si trovarono di fronte alla fontana. Andrès la riteneva magnifica. Lei si avvicino al bordo esterno e, inginocchiandosi, provò a scavalcare il muretto, senza riuscirci. Sembrava una bambina che cercava di raggiungere un giocattolo lontano. Elizabeth parlò, e la sua voce era come l’acqua che fa nascere storie di alberi e cespugli, animali e creature immaginate.

Le fontane più belle erano quelle senza ostacoli, dove i bambini potevano saltare e giocare. Dove potevano scambiarsi sorrisi e grida tra giochi di luce e spruzzi di colore. Dove le ragazze potevano togliersi le scarpe e, liberandosi dei vestiti, ballare coperte dal buio. Ed allo stesso modo in cui le fontane andavano progettate senza barriere, tutti gli oggetti dovevano essere creati lasciando un po’ di spazio per il resto, per quello che non poteva essere previsto, così come un cuore deve essere libero di espandersi.

Quella sera, dopo che i rumori di un paese che si spegneva cessarono, due soli suoni risuonarono tra i ciottoli e le lampade ad olio ai lati delle strade: il ticchettio di un orologio che ricominciava a scandire il tempo, e quello di un meccanismo impalpabile, finalmente sbloccato, destinato a trasformare i disegni fatti con carta e penna in sogni regalati.

Filippo Righetto

Jaga Jazzist – Starfire

Data di Uscita: 01/06/2015

Jaga Jazzist - Starfire

Il tempo di mettermi le cuffie e mi tuffai in strada. Scelsi una Domenica per la sua connotazione rituale, perchè ogni Domenica dell’anno ha lo stesso medesimo odore: le sparute e sporche piazzette deserte davanti alle serrande socchiuse, la città che inspira ed espira calore, le macchine in coda verso ogni tipo di attività che sia disposta a vendere qualcosa ai loro occupanti – oh mio Dio fare acquisti in un giorno feriale, questo è vivere sulla corsia veloce! – e le soste forzate all’autogrill, che da residuo di una generazione di paninari provinciali anni ’90 si è pian piano trasformato nel vero tempio di aggregazione domenicale.
Ecco, tutto questo personale flash mentale, ricreato unicamente allo scopo di illudermi che fosse “tutta mia la città” – grazie Equipe 84 – mi diede un notevole slancio, e mi portò fischiettando ad attraversare il primo incrocio effettivamente deserto (film mentale 1 – realtà 0). Tra le pieghe deserte di quella Domenica afosa non cercavo un luogo, ma una situazione; l’avvicinarsi dei trenta, la fine dell’Università e l’inizio di quella che potremmo definire in maniera bizzarra una “carriera lavorativa” mi avevano costretto, in qualche modo, a rallentare. Dopo un anno di teenageriale turbamento emotivo in cui il mio corpo è stato costretto attraverso sottofondi musicali abbastanza fastidiosi a scrollarsi di dosso i residui un po’ incrostati di una lunga postadolescenza, finalmente l’Illuminazione: va bene, rallentiamo, ma aumentiamo la frequenza di campionamento. Quello che cercavo era la meraviglia che si cela dietro i gesti e le situazioni più banali e che avevo fin’ora ignorato, occupato com’ero a cercare la traiettoria più breve che mi portasse da un punto A a un punto B. Volevo spulciare tra le pieghe di questo mondo sempre sorpassato, osservare per la prima volta l’infinita distanza che, così come separa due numeri reali,
custodisce tra i clic di un campione e l’altro la complessa bellezza dei gesti di tutti i giorni, e spiega i suoi perchè a chi ha la forza e la pazienza di attendere.
Accantonai così i miei quasi trent’anni, le ansie da post-sbronza della fine dell’adolescenza ed i miei più concreti (fino ad un certo punto) affanni lavorativi, lasciando che il mio corpo circoscrivesse il suo mondo, almeno per mezz’ora, ad un angolino di parco nascosto da una lunga fila di semafori lampeggianti. Quello sputo di terra diventò la Shinkansen dei miei occhi e della mia mente, un groviglio di binari su cui viaggiare ad alta velocità per osservare, carpire e decostruire.
Sul lato destro del parco una signora di mezza età, vistosamente sudata ed un po’ troppo rotonda, stava finendo di fumare una sigaretta. Quando le cuffie spararono la loro frequenza di campionamento, il mondo si decompose attraverso quei binari e le immagini cominciarono a scorrere come diapositive su un 4/4 ad elevato tasso di bpm. Click, click, click, click, click, click, click, la signorà grassa si alzò con gesti che gli intervalli tra un negativo e l’altro rendevano plastici ed ancora più sgraziati. Il film si ampliò: la fisionomia della signora andava affinandosi ad ogni click e da dietro la sua mole ormai collassata comparve una ragazza bionda di circa 20 anni, anche se lei la teneva per mano come se fosse la più piccola delle bambine. Suonava la chitarra, adorava il jazz di Davis e Coleman e quando chiudeva gli occhi amava far finta che il mondo sparisse con lei.
Con la mano libera sembrava dirigere una piccola orchestra invisibile, quasi si poteva avvertire lo spostamento d’aria di quella musica mentre il mondo continuava a scomparire e riapparire al suono del click.
Era abbastanza ovvio che ciò che stavo osservando era una mia – sicuramente banale – proiezione mentale, un mio visivo e scomposto immaginarsi di cosa e come avesse portato quella signora grassa su quella panchina, ma non me ne preoccupai troppo e continuai a guardare. D’improvviso la mano della ragazza si staccò da quella della madre e lei scomparve correndo verso un’uscita del parco. Poi un rumore sordo, in lontananza chiaroscuri di ambulanze e fuoco, e l’odore dolciastro di qualcosa – o qualcuno – che brucia. Rottami di macchine,urla di disperazione, e la madre che, seppur libera del peso della figlia, adesso non ce la fa più a terminare la corsa che l’avrebbe portata ad alzarsi da quella panchina e si ritrova soggiogata dalla gravità. Gravità delmondo, dell’alcool e della depressione, di piedi consumati da una corsia d’osepdale che ormai può percorrere ad occhi chiusi, giorno dopo giorno. Drink up baby, stay up all night, e le veglie insonni e i tanti bicchieri (vuoti) spaccati contro il muro e le continue e idrofobe maledizioni verso il mondo tra le lacrime e la voglia di stringere una mano, una lunghissima salmodia sbronza cantata davanti ad un vetro antiriflesso di un palazzo come ne esistono a migliaia e che nascondono ad occhi e cuore tutto questo immenso tesoro di emozioni complesse, illudendoci che sia meglio guardare avanti, o non guardare affatto.
Mentre immaginavo tutto questo, un ragazzino di 16 anni, passando in bici ad una velocità folle, mi urtò. Io caddi, perdendo le mie cuffie e l’appiglio su quel mondo, lui mi dette del cretino e, senza nemmeno fermarsi, continuò la sua corsa.

Tommaso Dringoli

Everything Everything – Get To Heaven (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 22/06/2015

Everything Everything - Get To Heaven

Everything Everything era il nome di un bar molesto, dall’odore ostentato di stivali in pelle di pitone. In una posizione centrale, ma distante dai nostri modi quanto può esserlo il bordo esterno della Galassia in quei film dove la Luna è un pallone bucherellato di cartapesta. Frequentato da ladri di sobrietà, assassini della grammatica e tartarughe lobotomizzate. Non fare tanto il figo, al quarto drink sei esattamente come loro. La barista, lei si, ne valeva la pena, anche se non sapevi se era più ammaliata dal tuo fascino o dal tuo fegato. Si pagava gli studi in scienze infermieristiche, poverina, non potevi non aiutarla svuotando ripetutamente quel bicchiere. Questo è per Anatomia I. Questo per Biologia Applicata. Solitamente i brindisi, verso fine serata, si concludevano con esami dal nome improbabile come Filocologia o Darwin frocio!, quest’ultimo ripetuto a coro coinvolgendo tutti i presenti. Quella sera le “Scale per il Paradiso” erano gremite. Così venivano chiamati lì dentro quei gradini che portavano alla stanza dove un improvvisato DJ armato di penna USB e tanto cattivo gusto raschiava le orecchie dei presenti con frequenze annaspate e hit che potevi ascoltare tra le porte automatiche di un centro commerciale. Tu ballavi sulle scale, o forse eri in mezzo alla pista. Probabilmente eri in un locale distante migliaia di chilometri da lì, ed il tuo riflesso aveva viaggiato tutta la notte, specchiandosi vicolo dopo vicolo su nomi di persone, identità miste, pistole automatiche usate come vasi porta fiori. Fantasma o no, mi avvicinai a te sorridendo. Sapevo di non avere bisogno di chiedere il permesso. La mano destra nascosta nella tasca del giubbotto, nella sinistra uno dei miei drink preferiti, E tu cosa ci fai qui. Indossavi dei jeans grigio piombo, degli stivaletti che di pavimenti come quello ne avevano visti un bel po’, e una canottiera nera che metteva in risalto un corpo tonico e vivace. Tu mi prendesti la testa tra le mani e dopo un po’ la agitasti come se fosse una palla otto a cui chiedere tutte le risposte del mondo. Nel mentre parlavi: sentirti era impossibile, capirti fu immediato. Io continuavo a sorridere, Ok. Mi baciasti senza scoprire il mio nome ma conoscendomi più di chi sa anche il secondo terzo e quarto.
La mattina dopo mi risvegliai con gli stessi vestiti addosso, una ferita sulla gamba, ed un foglietto stropicciato nella mano. Piazza dell’Amor Imperfetto, 9.13. Era quattro ore fa. Feci i bagagli infilando in una sacca la prima manciata di vestiti che trovai nei cassetti della mia camera, e dopo meno di 3 minuti da quando avevo letto il messaggio che avrebbe cambiato, migliorato, la mia vita, ero per strada. Eri appena arrivata, il tuo respiro affannato lo confermava. Sulla fronte avevi scritto l’indirizzo della piazza, insieme ai segni di un morso. Una mia vecchia abitudine. Già ti vedevo alzarti dal letto vestita solamente di pochi ricordi confusi, per poi sgranare gli occhi davanti ad uno specchio alla scoperta di quella promessa scritta con inchiostro sbavato sul tuo volto. Così hai una cugina a Salonicco da presentarmi. Avevamo entrambi abbastanza soldi per partire, e poco altro. Dovrò prostituirmi. Anche io.
Partiamo.
Non facemmo nemmeno in tempo a salire sul traghetto. Avevamo in mano i biglietti per la traversata e nient’altro quando degli amici sconosciuti ci raggiunsero guidando una macchina rubata alla routine. I bagagli li avevamo volutamente dimenticati nel luogo del nostro incontro, erano una lapide illuminata da una luce al neon blu, sulla quale ballare e cantare in rima.
Siamo partiti attraversando una terra di guerre e divisioni, un gruppo sgangherato pronto a stringere tutto questo in un abbraccio, esposto quanto le vele di una barca durante un nubifragio. Per gli altri eravamo John e Jane Doe: non volevamo essere ricordati per quello che altri avevano deciso per noi, ma per quello che avevamo scoperto il giorno prima.
Il gruppo si compose e si ricompose molte volte, senza mai sfaldarsi. Sul lago di Ohrid si unì a noi una ragazza, che sarebbe diventata mia moglie solo otto mesi dopo.
Arrivammo ai bordi della Penisola Calcidica, sapendo di non aver raggiunto la destinazione, ma solo una delle tante. Bandiere bianche e nere alle finestre di case dai colori lontani da quelli nazionali, passavamo le giornate in spiaggia tra acqua limpida e archi di roccia sui quali io e gli altri superstiti ci arrampicavamo.
Quella notte salimmo da soli in cima alla città vecchia, spogliandoci di tutto tranne che dei nostri sorrisi più unici e sinceri. Ci prostituimmo l’uno con l’altro su pietre dalla storia intensa e su erba appena nata, senza aver bisogno di vendere o comprare nulla.
La mattina ti trovai già sveglia, come sempre. Eri seduta sul bordo della roccaforte in rovina, le gambe a penzoloni mostrate alla città sottostante. Guardavi il mare e le navi che partivano dal porto. Non avevo bisogno di vederti per sapere che stavi sorridendo.
Quanto è lontano il Vietnam?

Filippo Righetto

William D Drake – Revere Reach

Data di Uscita: 15/06/2015

William D Drake – Revere Reach

Vi sussurrerò un segreto. Chiudete gli occhi. Se il sonno passerà lieve tra i vostri capelli, come una brezza venuta da lontano, non resistetegli. Esso porta con sé sogni di cui non avete mai sentito parlare. Vedrete paesaggi che ancora non sono stati contaminati da ricordi di qualsivoglia specie. Timide creature che si affacciano sul sentiero e che vi osservano curiose saranno la conferma che siete sulla strada giusta. Pollini luminescenti guideranno il vostro passo. Sì che non avrete timore di inciampare o cadere in un crepaccio. E potrete camminare col naso rivolto all’insù, per ammirare una mappa astronomica disorientante. Io, che ci sono stato, vi assicuro non c’è cosa più genuina. Le montagne vi racconteranno di come siano nate da un pensiero intrigante che la terra, aggrottando la fronte, non è riuscita a contenere. Le paludi vi intratterranno narrandovi della solitudine che hanno scelto come compagna. La brughiera, invece, vi starà ad ascoltare e serberà tra i suoi pendii le vostre storie, accanto a quelle di tutti i viandanti che vi si sono confidati e hanno trovato riparo tra le radici dell’erica e del ginepro.
Chiudete gli occhi. Vi sussurrerò un segreto. Queste sono storie di un naufrago per scelta. Incapace di trovare sollievo in alcun porto ho affondato la mia nave una sera di bonaccia. Ho consegnato le mie membra alla marea, che ne facesse quel che voleva!, e mi sono risvegliato su una macchia d’inchiostro su una carta nautica. Ho lasciato che il tempo facesse il suo corso sul mio fisico bruciato dal sole e dalla salsedine. Passavo le giornate ad annotare le testimonianze delle sirene e a ridere con loro di quegli sciagurati che si facevano ammaliare dalla bellezza del loro cantare. Ma se devo essere sincero, la mia fortuna fu quella di non avere un’altra nave a mia disposizione, che, non vi nascondo, avrei condotto senza esitazioni verso di loro diventando pure io occasione per un’impietosa risata. Nelle notti di tempesta le sentivo cantare malinconiche, arroccate su scogli aguzzi, per una terraferma a loro negata. Io, divorato dai sensi di colpa per la sabbia tra le mie dita, cercavo di consolarle. Dicevo loro che la terraferma è un’illusione, una bugia. Io, naufrago per scelta, lo sapevo bene. Di come tutto si sgretola. Si sfalda. Scivola via.
Chiudete gli occhi. Lasciate che il sonno vi porti lontano. Lasciatelo scivolare dolcemente tra le vostre parole. Lasciate che docile si adagi sui vostri occhi. Queste sono battute di un attore lontano dai riflettori. Ho preferito ingaggiare la strada. Quella mattina soffiava un vento sostenuto che faceva turbinare locandine mai affisse. Ho calpestato il selciato in una luce che sfilava rasoterra e ho raccolto i racconti biascicati di coloro che si lasciavano alle spalle l’ennesima notte insonne. Ogni tanto riproponevo quelle storie, facendole mie. Il mio copione non era nient’altro che una confessione. Regalavo un momento di serenità a chi dedicava un minuto alle mie rime. Che io fossi funambolo, mangiatore di fuoco o ciarlatano non aveva allora alcuna importanza. La mia mancanza di giudizio faceva breccia tra chi, come me, non ricordava più quali fossero le convenzioni sociali in tali circostanze. Ci sedevamo quindi in cerchio tutti assieme a condividere poesie assieme al pane. E il vento allora ci portava le rose per annunciarci l’arrivo dell’alba.
Lasciate che vi sussurri un segreto. Io, il cantastorie che vi ha donato l’occasione di una conversazione con la persona amata, non sono altro che un impostore. Non fatevi impressionare dal mio inchino. Non è niente di più di un artificio per rischiarare una conclusione che sapevate sarebbe giunta. Ho parlato con le montagne e mi sono denudato di fronte alla brughiera. Ho imparato la lezione delle sirene ed ora non naufrago più senza avere con me un pianoforte. Ho incantato sconosciuti passanti con le loro stesse visioni. Io, che ho visitato quei posti che si possono raggiungere solo sognando, ho disegnato per voi una mappa.

Pietro Liuzzo Scorpo

acieloaperto inizia venerdì: Plaid, M+A e Clark nella serata inaugurale

Come avevamo annunciato un mese fa qui, acieloaperto – rassegna giunta al terzo anno in Romagna –  è pronta a partire: venerdì 12 giugno (tra tre giorni soltanto) è la data da segnare nel calendario se non lo avete fatto ancora, perché la meravigliosa Villa Torlonia di San Mauro in Pascoli ospiterà Plaid, M+A, Clark, e tanti altri nomi molto interessanti.

(altro…)

Montoya – Iwa

Data di Uscita: 09/06/2015

Montoya - Iwa

Da piccolo lo facevo sempre.

Camminare con passo svelto lungo una strada lastricata di mattonelle senza toccare alcun bordo, saltellando tra una piastrella e l’altra con l’agilità di una tigre; o perlomeno è questa la forma immaginaria che assumevo nel gioco serissimo che ingaggiavo con il mio io umano.

Il rituale nel tempo si è trasformato. C’era un momento nella mia adolescenza in cui mi piaceva assumere un passo del tutto naturale ma rispettare quella stessa regola: non toccare nessun confine tra una mattonella e l’altra, naturalmente senza farsi accorgere dalle persone che avevo intorno.

Poi si cresce, ma certe sfide non si dimenticano. Ora produco musica e, quasi inconsapevolmente, continuo ad applicare regole eccentriche al mio modus operandi. Si tratta sempre di equilibrismi, di misurare gli elementi in modo certosino, ma senza darlo a vedere più di tanto.

Mi piace il suono naturale del violino ma anche la musica fatta con le macchine; le sinfonie classiche e la manipolazione dei suoni ambientali, ma più di tutto adoro la spiritualità di certe produzioni etno-jazz. Non volevo rinunciare a nulla, ecco quindi una vecchia sfida riattualizzata,fare finta che i confini non esistano!

Il mio ultimo disco è pronto per la stampa. Manca solo il processo di masterizzazione per la sua distribuzione fisica, ma gli mp3 circolano selvaggi nella rete già da un po’. Tra poco mi recherò all’agenzia per consegnare il demo e quindi dare finalmente una dignità materiale alle mie produzioni.

Sono emozionato e ritardo consapevolmente l’uscita di casa, sono seduto in salotto e mi godo l’ascolto integrale dei miei 30 minuti di musica: è un tempo lunghissimo, è un tempo brevissimo. Anche questa è stata una sfida, registrare molte idee nel giusto spazio.

Finito l’ascolto faccio un respiro e mi butto in strada, direzione la società di mastering. Il passo è veloce, sempre più veloce, diventa improvvisamente una corsa. Arrivo col fiatone al viale di ingresso, ma non rallento. C’è un percorso in mattoncini da attraversare, non tocco alcun confine: oramai mi viene naturale!

Maurizio Narciso

Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Jamie xx - In Colour

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

Beirut, il viaggio continua. No No No è il primo singolo e il titolo del nuovo album.

Vi ricordate di Zach Condon e dei suoi Beirut?
Il loro suono è inconfondibile, è un concentrato di gioia, nostalgia, tramonti, occhi e orizzonti in arrivo direttamente da diverse latitudini.

Il loro ultimo lavoro è del 2011 e si chiama The Rip Tide e da oggi sappiamo con piacere che è pronto il capitolo successivo: No No No uscirà a settembre e qui di seguito vi proponiamo la copertina del disco

beirut no no no

No No No
la prima canzone pubblicata dal gruppo e
che si può ascoltare qui 

Il percorso che ha portato a questa nuova tappa è stato decisamente ad ostacoli per il leader del gruppo Zach Condon. Lo racconta insieme alla sua etichetta, la 4AD. Ero completamente a pezzi e il mio corpo me lo stava facendo pagare. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato davanti a enormi dubbi riguardo a me stesso. Ho toccato il fondo. Un crollo mentale e fisico a seguito di un divorzio l’ha portato a cancellare concerti e a curarsi in Australia. Zach è esausto ma dopo l’ora più scura non può che avvicinarsi una nuova alba. Tornerà a casa, a Williamsburg, dove, nel tentativo di lasciarsi alle spalle i momenti bui, si troverà davanti a una sensazione mai conosciuta prima: l’incapacità di scrivere canzoni. Incredibile per uno che ne scrive da sempre e che ha incontrato il successo già a 19 anni. I segni di questo periodo buio si riverberano anche nella sua sfera artistica. Ma è da questo punto della storia che inizia a filtrare della luce. Zach si innamora di una ragazza turca che riuscirà ad ispirarlo e ad aiutarlo a riprendere in mano la sua vita. Arriviamo all’autunno del 2014 e all’ inverno del 2015, mesi in cui Zach e i suoi compagni di band si ritrovano in studio per scrivere nuove canzoni. E le nuove canzoni arriveranno, tra una nevicata e l’altra dell’inverno più rigido che New York ricordi.

Dal suo entourage traspare grandissimo entusiasmo, si parla addirittura di questa nuova alba come del punto più luminoso della giovane carriera di Zach Condon e dei suoi Beirut.

Noi siamo felicissimi che Zach si sia ripreso e aspettiamo settembre in attesa dell’album.