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Torres – Sprinter

Data di Uscita: 05/05/2015

Torres - Sprinter

Come i paesaggi che scorrono dal finestrino, come la visione d’insieme di una città che scintilla silenziosa nella notte, come l’ondeggiare calmo e regolare del mare di notte, luccicante tra le luci della baia e lo splendore lunare. Tu sei lì, a lato o di fronte, la testa leggermente reclinata o lo sguardo fisso davanti a te. Tu sei lì, tutto cambia ma l’animo, nel profondo, resta uguale..

Io esisto.
Io esisto e continuo a cercare.
Io esisto perché se tu cerchi non perdi la bussola.
Non posso fare altrimenti.
Così io esisto.
Cercando, è rimanere sempre sé stessi.
Restare fedeli a chi siamo sempre stati.

Hai un foglio di carta, una penna, una chitarra, ti senti in possesso delle chiavi di un qualche mistero e socchiudi gli occhi e sorridi. Com’è possibile, ho rincorso questo privilegio e ora lo tengo stretto al petto, lo trattengo nel mezzo della notte e ti prometto,non lo lascerò di certo sfiorire.
Ho qui davanti una parete bianca che a poco a poco si riempie degli anni passati, del presente e del futuro. Una cornice si disegna lato per lato, di legno, rompendo il silenzio. Dentro c’è una fotografia, prende forma una guancia,poi delle ciglia, la fronte, la pelle è chiara. Ecco gli occhi, il naso, un sorriso, lunghi capelli neri. Sono io, un po’ di anni fa. Dice lei. Un altro sorriso, più timido ancora mentre si scosta i capelli dal viso. Ecco comparire uno dopo l’altro gli scenari e gli oggetti sulla parete. Crescono i sentimenti,i dubbi, le paure, le gioie, le ferite, le promesse. Cambiano le espressioni, ma le intenzioni rimangono sempre le stesse. Come un po’ di tempo fa. Ad un angolo della stanza sta un amplificatore muto e al suo fianco c’è una torre di fogli di carta, note ed appunti di giorni, di vita. Ci sono gli orizzonti di Nashville che sanno d’infanzia, domeniche e adolescenza, c’è il coro della chiesa, la madre che la tiene per mano, la scuola, gli alberi, le canzoni country in ogni radio. Poi parte un video proiettato sul muro.. Un vialetto, la strada che scorre , le ruote di una bicicletta che girano.. Delle scarpe nere che camminano, la custodia di una chitarra acustica che si intravede. Le scarpe continuano, la custodia rimane a terra, dentro c’è la chitarra, una dissolvenza ci porta in una nuova scena.
Si sentono i piatti e il ritmo di una batteria in sottofondo,una voce femminile che sembra metterci l’anima nelle parole, una chitarra elettrica, pieni e vuoti,quiete ed esplosioni. Di fianco alla copertina di un vinile dei Nirvana appare la cover con sfondo bianco e figura in nero di una ragazza identica a quella della foto di prima nella cornice. E’ sempre lei, lei che ci sta guidando nella stanza. La musica continua, raggiunge latitudini impensabili per quella ragazzina che voleva solo guardare un po’ il mondo. Un aeroplano svetta nel cielo e rompe le nuvole, l’orizzonte si riempie di luci, ma non sono solo stelle. E’ New York, scoperta in una notte d’estate e ondeggiante come se fosse l’oceano, il mare. Il treno di una metropolitana sfreccia davanti ai suoi occhi, vede le vetrine dei negozi, la gente passeggiare, nuove amicizie nascere come fiori tra le rocce grazie alla musica. Lei scrive, pile di libri crescono tra corde di chitarra da buttare e poltrone, occhi che si incontrano e che possono scacciare il terrore. Perché il mare è nero e il mare è azzurro, a volte le mareggiate portano burrasca, lampi e troppi dubbi e cicatrici nella mente da attraversare. Non è una novità ed è così che è sempre stato e la capacità di fare fronte anche a questo non può che migliorare. E così lei canta, e accompagna con la voce il furore nel finale di una canzone. E così lei suona,e addomestica l’azzurro e la calma di una sera mite come se ci stesse portando in giro per le vie della città tra il brulichio dei lampioni, degli alberi verdi e dei bar, di un’aria che sa di promesse. La vedo commuoversi, la vedo crescere. La sento sicura, sempre più consapevole. Mentre scorre la storia le vedo comparire una scritta tatuata sull’avambraccio sinistro. Strange Mercy. Un altro dei vinili appesi alla parete. Sembra proprio tutto un grande viaggio, l’insieme sfumando e aggiungendo particolari alleggerisce gli incubi e gli abissi del cuore. Lei intanto taglia le maniche di una maglietta per farne una canottiera e mi spiega di come tutto questo mosaico, nei giorni peggiori, le sembra poter svanire di colpo, perdere consistenza, scomparire del tutto, e accentua con le mani il discorso. Rimane tutto vuoto, tutto. E’ un’illusione, ma come i sogni bisogna ascoltarla e allora finisce anche nelle canzoni per essere esplorata e addomesticata. Poi ricomincia a ricomporsi tutto, e tutto ritrova il suo posto nel cosmo. Sempre più a suo agio.
Mentre la saluto mi dice che deve tutto a quella chitarra elettrica sdraiata al centro del pavimento a guardare il soffitto e a guardare fuori dalla finestra la notte. Qui tra le note, i ricordi, la vita e i passanti
prendono forma splendide graffianti canzoni, splendide nuove rassicuranti canzoni per persone che cercano anime affini. In un pomeriggio qualunque di un gennaio di qualche anno fa in tanti al primo ascolto di Honey, la canzone con cui si è fatta conoscere al mondo, hanno pensato di trovarsi davanti ad un classico. Non immaginavamo fosse scritto da una ragazza nata nel 1991.
Qui è una di quelle notti in cui la musica è vita e vince comunque. Come guardando Nashville dal finestrino, come vedendo le luci scintillare sopra New York o l’oceano, il mare. Tra gli ultimi saluti mi accorgo che i suoi capelli stanno cambiando colore, è una conseguenza della creazione. Da scuri diventano biondi, di un biondo molto chiaro che scende a contrastare con i vestiti totalmente neri. Ma non è un cambiamento, il cuore rimane sempre lo stesso,ormai si sa. La chitarra elettrica è attaccata all’amplificatore e diventa rumore senza essere ancora nota.
Noi siamo qui, vedi? E con una mano sfiora la parete, tutte le immagini e i video e le storie della sua vita vanno avanti e indietro senza fermarsi, può scegliere lei a quale punto fermarsi o quale scena riprendere.
E’ tutto qui.
Un arpeggio di chitarra dà il via a una canzone.

Filippo Redaelli

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