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Hot Chip – Why Make Sense?

Data di Uscita: 18/05/2015

Hot Chip - Why Make Sense?

Come abbia fatto ad arrivare fin qui è un bel mistero.
La serata si è conclusa al Nido, lo rammento; c’era della slow house che non sentivo da un po’ e ho ballato fin quasi all’alba, poi sono uscito e per strada non c’era nessuno; non mi pare di aver incontrato gente. Ho preso a camminare e penso fossi abbastanza in forma da poter tornare a casa a piedi: il tragitto è parecchio lungo ma mi piace godermi i residui evanescenti dei fumi notturni della mia Londra e farmi portare in giro dalle mie amatissime Nike. Sì, ricordo che stavo camminando verso casa quando, non so di preciso che è successo, ma c’era davvero una gran luce e tutto era improvvisamente in movimento continuo e sistematico: stava accadendo qualcosa di percettibilmente meccanico, quasi robotico e, se mi sforzo di ripensare a quel momento, forse le vedo proprio certe sagome umanoidi, ma potrei averle immaginate: i ricordi sono bruciati da una luce bianca disumana.
Adesso io non so nemmeno dove mi trovo. Sono qui.
Ci sono molte altre persone, ed è una cosa davvero rassicurante. A dirla tutta, c’è proprio un gran viavai di personaggi eccentrici, egocentrici, stravaganti, affascinanti.
La mia attenzione si concentra su uno di loro che ha con sé dei bambini: mi ispira fiducia e mi avvicino. Sbagliavo, non sono bambini, ma pupazzi; Muppets, a essere precisi, saltellanti e impacciati come in televisione. L’uomo è piccolo di statura e con un aspetto più che gradevole: una bellezza androgina con la pelle olivastra, le labbra disegnate alla perfezione, un filo di rimmel sugli occhi, e lo sguardo languido della rockstar consumata; una compagnia delirante, ma inaspettatamente coinvolgente: cantano l’amore per Cinzia, una ragazza bellissima che a colazione beve caffè e mangia le stelle marine con lo sciroppo d’acero e la marmellata, le caramelle mou e i mandarini. C’è pura magia nell’aria e non oso fare domande, ma Gonzo gentilmente si avvicina, mi dice con grande orgoglio che quello splendido uomo è l’artista che tutti conoscevano come il Principe e mi propone di unirmi a loro. Rimango un po’, ma l’idillio non basta a farmi dimenticare che mi sono perso, che a casa mi stanno sicuramente cercando, che non ho avuto tempo di avvisare nessuno. Mi guardo intorno e non posso evitare di fermare lo sguardo su quattro soggetti davvero impressionanti: stanno aspettando qualcuno (o qualcosa), si muovono appena, in perfetta sincronia, e sono tutti vestiti alla stessa identica, stramba maniera; il modo in cui portano i capelli è fuori da ogni tempo, i volti sembrano maschere di cera e potrei dire di loro che hanno l’aspetto di uomini provenienti da un futuro già passato; continuo a fissarli, perché non riesco a liberarmi dall’effetto ipnotico di quello spettacolo. Sento uno rumore sintetico e vedo avvicinarsi un grosso oggetto nero, con i bordi luminosi; si ferma, i quattro automi salgono, l’oggetto riprende a muoversi e capisco che si tratta di una specie di autobus quando leggo la scritta luminosa con la destinazione: Centrale Elettrica.
Nulla ha senso, ma comincio ad abituarmi alle situazioni poco convenzionali. Se ci penso bene, posso dire di aver già visto tutto, no? In televisione, sul tubo, al cinema. Magari mi stupisco un po’ all’inizio, ma nulla di tutto questo può sconvolgermi perché, in fondo, non c’è niente di nuovo. Come non mi è nuovo il suono che sto sentendo provenire da dietro di me: riconosco il clavicordo che sentivo da bambino quando mio padre accendeva il giradischi e nel nostro appartamento si respirava l’aria di Detroit, senza la pollutio delle fabbriche di automobili però.
Non so da quanto tempo se ne stia lì, non mi ero accorto della sua presenza, ma c’è un uomo che suona il suo clavinet all’angolo della strada e una piccola folla gli si accalca intorno. Ho una gran voglia di unirmi a quel piccolo adorante pubblico. Nel frattempo l’uomo prende anche a cantare e ha una voce che è vera meraviglia, mi sporgo per controllare se sia un angelo. Ha la pelle scura, i capelli acconciati in treccine lunghissime e gli occhiali da sole neri. Si muove in modo unico, penso che sia perché gli scorre la musica nelle vene; penso che lui riesca persino a vederla, la musica.
Mi commuovo, ma lo ascolterò fino alla fine. Anche se non ha senso, sono sicuro che me ne tornerò a casa.

Giulia Matteagi

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