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Prurient – Frozen Niagara Falls

Data di Uscita: 12/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Prurient - Frozen Niagara Falls

Ahmed si era trasferito da poco a New York e nessuno sapeva della sua esistenza a parte i compagni di stanza, tutti combattenti dello stato islamico. Il suo spazio vitale era disadorno, vi era lo stretto indispensabile e ogni indicazione per pregare.
Con il termine qibla si indica la direzione a cui si deve rivolgere il proprio viso durante la Ṣalāt, cioè la preghiera. Il punto esatto sarebbe quello mediano tra l’angolo nord della Pietra Nera e la mizāb, trovarsi a così tanti chilometri dall’Arabia Saudita non era il maggiore dei problemi. Lui rimaneva per ore in posizione.
L’ideale del gruppo di cui aveva faceva parte non accettava mezze misure, come quello Junayman che in passato assediò La Mecca per cercare un ritorno alle origini dell’Islam ed al ripudio più totale dell’Occidente.
Il progettare qualcosa di grande nel suolo americano fu un’idea del Califfo presente in Iraq, l’utopia non ha limiti e alcuni esponenti di spicco riuscirono ad entrare tranquillamente in un’America dormiente.
Ahmed veniva da una famiglia yemenita ricchissima e dopo l’inquadramento nella madrasa locale New York lo scosse nel profondo, la fede ed il rigorismo entrarono in una serie di labirinti metropolitani.
In una città dove i bordi culturali si mischiano quasi spontaneamente l’empatia sembra regalata agli angoli delle strade. Quando usciva nelle vie brulicanti di persone la reazione era di repulsione totale ad un’esperienza all’apparenza piacevole, Ahmed viveva all’interno del suo diamante nero che però progressivamente veniva screziato dall’ambiente. Pulsioni sessuali, luci, alcool sibilavano promesse di estasi e la paralisi identitaria arrivò una volta accortosi che in certe serate passate in preghiera avrebbe voluto essere un’altra persona. Gli altri attorno a lui – forgiati dai combattimenti tra le vie di Raqqa – lo riportarono sulla retta via e la paura di non essere all’altezza si trasformò rapidamente in una forte convinzione ricordando le lezioni tra i banchi di scuola. Il Corano e le mille diverse inflessioni con cui veniva salmodiato dai vari cantori sono un richiamo più convincente di qualsiasi altro rumore o distrazione. Il gruppo e la capacità di ritrovare il senso reale dell’utopia, la forza di Dio che fa superare le barriere di un jihad portato avanti nella restrizione di una città tentacolare.
Il suicidio visto come ultimo passaggio, un raschiare che si fa sempre più forte fino al silenzio più totale. A deflagrazione avvenuta, la perdita di una vita umana sarà ripagata dalla sensazione di essersi avvicinati ad un modello antico e forse meno lontano dopo il sacrificio. Lo studio di qualche obiettivo sensibile proseguiva senza sosta e le ore passate nei sopralluoghi divenivano l’unico momento in cui vedere la luce del sole. La circospezione per non farsi intercettare acuiva ogni rumore di una New York piena di problemi banali, ma che aveva con l’eliminazione del Patriot Act dimenticato con gioia l’ansia del terrorismo islamico, aggettivo da utilizzare con circospezione per non incappare in qualche accusa di islamofobia.
Quando passava per una delle tante zone verdi presenti alcune ragazze intente a fare jogging gli sorridevano mentre veloci scorrevano oltre. Il suo sdegno per gli shorts troppo succinti, il trucco ecc. ecc. era velato da un sorriso beffardo che virava al malinconico per un mondo così stabile rispetto al suo Yemen. Gli insegnamenti per assorbire ogni energia nella Jihad facevano il loro effetto, ma dinnanzi a tanta rigogliosa ricchezza non riusciva ad essere totalmente indifferente. Solo nelle ore a ricevere ordini, pregare e guardare cartine della città trovava pace; il guscio jihadista reggeva e la frizione con l’ambiente crebbe diventano combustibile naturale per una rabbia. Con un’emozione tanto forte addosso, ben canalizzata dai più esperti, aveva dimenticato tutto ed era pronto. L’ultima ricognizione era basata sul pedinamento di un misero operatore che aveva il compito di aprire un museo famoso, sede dell’attentato proprio nel giorno di massima affluenza. Sarebbe stato un assedio lunghissimo, chiuso con una serie di esplosioni a catena: un piano devastante.
Novanta minuti al seguito, camminando una decina di metri dietro il guardiano, da vero controllore. Una persona che non dava nell’occhio, però proprio per questo marcare un uomo di mezza età stempiato che vaga per New York in attesa di rincasare risultava difficile.
Stempiato, con l’attaccatura dei capelli a V non curata o camuffata da nessuna piccola frangia laterale; una camicia a scacchi comprata al discount dove si vendono anche gli alimentari, scarpe nere troppo massicce per la stagione calda e pantaloni di tela lunghi a coprire quasi interamente le calzature. Il suo passo era veloce nonostante il caldo e al netto delle prime impressioni, spesso non veritiere, l’incedere era sofferto e dilaniato dall’afa. Da South Manhattan arrivarono con il battello fino a Staten Island e mentre i turisti osservavano lo stagliarsi di Manhattan all’orizzonte loro proseguirono il cammino. Qui dalla chiusura della grandissima discarica l’edilizia popolare ospitava la maggior parte – comunque in misura minore rispetto agli altri distretti – della popolazione di origine italiana, ispano-americana o di colore che sia. Gli ampi spazi verdi garantivano tuttavia un respiro maggiore, Ahmed pensò per un attimo che non sarebbe stato male vivere in quel luogo. La deviazione mentale durò qualche secondo, quando il controllato fece una tappa in un punto specifico ed inatteso: lì dove il picco massimo della montagna di rifiuti aveva superato l’altezza della Statua della Libertà. La discarica venne riaperta ad hoc per lo smaltimento delle macerie delle Torri Gemelle, Ahmed era a conoscenza di tutto ciò. Un fremito di fanatismo scuoteva il suo corpo e lo sguardo guizzava a destra e sinistra rivedendo gli aerei che si conficcavano nelle costruzioni come immense zecche nelle gambe di un gigante.
La riqualificazione a più grande zona verde di New York non era completa e in un angolo i rumori attiravano l’attenzione. L’ansia saliva visto che lì, davanti ad un ragazzo in piedi vestito di nero, le persone erano pochissime e distese. Il controllato si coricò a terra con gli altri e dagli strumenti rialzati rispetto al piano terra partirono suoni infernali. Su di un piccolo schermo scorrevano parole intermittenti che a fatica si facevano spazio tra le interferenze. “Christ Among The Broken Glass” dove una chitarra stanca si andava ad unire alla desolazione più nera, gli intervalli sintetici sporcavano ulteriormente una traiettoria grezza chiusa dai sussurri.
“Myth Of Building Bridges” con l’ingresso di un sintetizzatore montante tra vapori grigi industriali e il rumore di detriti che vengono spremuti e compattati. Il rumore di una ruspa per spaccare le rocce riproposto da questo inquietanti artista che visto dalla prospettiva del terreno pareva ancora più alto. A metà si ergeva “Greenpoint” dove la chitarra acustica virava in un mondo di mezzo abitato da spettri e aghi sporchi di sangue. Ahmed si trovava tra il disgustato e l’affascinato, nell’esperienza della discarica si amalgamava la sensazione che lo aveva pervaso dal suo arrivo. Le difese della fede si abbassarono, calarono a picco. Il resto era un susseguirsi di grida mortifere, synth ossessivi, giri di chitarra furiosi e riferimenti alla città, alla morte ed al suicidio. Tutto gli parlava in una lingua ora facile da comprendere, la fede ritornò forte come durante le letture coraniche di Khaled al-Qahtani. L’oscurità ed il califfo nero stavano per avvicinarsi, il momento della gloria configurato proprio dove l’Occidente cercava invano di annullare il ricordo dei propri infiniti rifiuti.
Si decise a credere che Dio aveva reso possibile l’esibizione, era tutto un messaggio di Allah e colmo di forza non raccontò nulla ai compagni. Il mattino dopo l’anti terrorismo americano entrò nel loro appartamento e nella colluttazione, poi virata in sparatoria, morirono tutti al grido di Allah Akbar.

Alessandro Ferri

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