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Archive for maggio, 2015

I Beach House sono tornati, si chiama Depression Cherry il nuovo album

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Bastano una foto, un titolo, una copertina e una data per scatenare l’immaginazione di tutti gli appassionati della musica dei Beach House.
Figuriamoci quando sarà il giorno di una nuova canzone.

Sinceramente non vediamo l’ora di ascoltare qualcosa di nuovo dal gruppo di Victoria Legrand e Alex Scally e questo annuncio non può che farci gioire.
Diciamolo, definirli solamente come capofila di un filone dream pop sembra sempre più riduttivo, i Beach House sono in generale uno dei gruppi principali di questi anni e ci auguriamo che i nuovi brani siano all’altezza dei loro capolavori.

L’album che seguirà a quel gioiello che è Bloom si intitolerà Depression Cherry e uscirà il 28 agosto.

C’è poco da fare, è una delle notizie dell’anno. E’ partita l’attesa!

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Saluti da #C2C15, primi nomi

Battles, Nicolas Jaar, Apparat, Shackleton, Jeff Miles e Jamie XX. Mancano ancora molti mesi, ma il primo velo al favoloso appuntamento torinese è stato levato.

(altro…)

Prefuse 73 – Rivington Não Rio

Data di Uscita: 12/05/2015

Prefuse 73 - Rivington Não Rio

Ti prometto che vivremo, che vivremo sul serio. In città dove gli edifici sono bassi e non offuscano la vista. Di chi guarda verso le stelle per cercare l’ignoto e di chi lo fa per credere in una conferma. Vivremo dove non c’è mai silenzio, dove il vento è sempre la prima voce.
Vivremo e viaggeremo, di luogo in luogo, e in ogni centro avremo la nostra casa che per noi non sarà solo un indirizzo, ma uno spazio dove poter appoggiare una nostra fotografia.

La prima sera in cui ci siamo incontrati i nostri sguardi non si sono sfiorati, né sono caduti curiosi su volti ignoti dipinti da artisti conosciuti. Le nostre parole non si sono amalgamate insieme nell’aria, mischiandosi agli odori di origano, cumino e peperoncino. I nostri occhi non si sono chiusi in estasi nello stesso istante alla ricerca del medesimo sogno. La nostra pelle non ha rabbrividito al vibrare di una comune nota di piacere. Le nostre mani non hanno ballato contemporaneamente. Non hanno seguito quel movimento sinuoso e caotico dettato dalla musica e che, quando le emozioni di due persone coincidono, si conclude con i loro polpastrelli che prima si toccano, poi si accarezzano, per poi intrecciarsi in una stretta delicata.
Eravamo distanti nello spazio, ma vicini nelle intenzioni. Sapevamo di dover partire, che il nostro bagaglio doveva contenere l’essenziale senza essere troppo pieno, per consentire ad altre emozioni, persone e luoghi di poter entrare. Eravamo nati in due città separate da migliaia di km di differenze di tradizioni ed odori. Tra noi due c’erano millenni di invenzioni dimenticate, di rancori narrati. C’erano terreni posseduti e poi reclamati dalla natura. C’erano lingue parlate e dialetti tramandati. Eppure quella sera noi ci legammo l’uno all’altro, come due semi piantati dentro due zolle di terra, distinte ma adiacenti, che devono aspettare una stagione intera prima che le loro foglie possano stringersi in un abbraccio.

Potremo essere tutto quello che vogliamo.
Due partigiani in Estremadura, in pace solo con noi stessi. Vivremo di misericordia ed il nostro cuscino sarà la radice di un albero riconoscente.
Due gitani ricchi nello spirito. Andremo a cavallo lungo i ranch della San Jacinto Valley e per noi il tramonto non sarà un colore, ma un figlio ed un antenato.
Due stranieri in una terra che non ha mai edificato barriere di etnia o religione. Il nostro mondo sarà un deserto di sabbia rossa dove non ci perderemo mai di vista, perché saranno solo le nostre ombre a muoversi.

Potremo essere tutto quello che già siamo.

Filippo Righetto

Torres – Sprinter

Data di Uscita: 05/05/2015

Torres - Sprinter

Come i paesaggi che scorrono dal finestrino, come la visione d’insieme di una città che scintilla silenziosa nella notte, come l’ondeggiare calmo e regolare del mare di notte, luccicante tra le luci della baia e lo splendore lunare. Tu sei lì, a lato o di fronte, la testa leggermente reclinata o lo sguardo fisso davanti a te. Tu sei lì, tutto cambia ma l’animo, nel profondo, resta uguale..

Io esisto.
Io esisto e continuo a cercare.
Io esisto perché se tu cerchi non perdi la bussola.
Non posso fare altrimenti.
Così io esisto.
Cercando, è rimanere sempre sé stessi.
Restare fedeli a chi siamo sempre stati.

Hai un foglio di carta, una penna, una chitarra, ti senti in possesso delle chiavi di un qualche mistero e socchiudi gli occhi e sorridi. Com’è possibile, ho rincorso questo privilegio e ora lo tengo stretto al petto, lo trattengo nel mezzo della notte e ti prometto,non lo lascerò di certo sfiorire.
Ho qui davanti una parete bianca che a poco a poco si riempie degli anni passati, del presente e del futuro. Una cornice si disegna lato per lato, di legno, rompendo il silenzio. Dentro c’è una fotografia, prende forma una guancia,poi delle ciglia, la fronte, la pelle è chiara. Ecco gli occhi, il naso, un sorriso, lunghi capelli neri. Sono io, un po’ di anni fa. Dice lei. Un altro sorriso, più timido ancora mentre si scosta i capelli dal viso. Ecco comparire uno dopo l’altro gli scenari e gli oggetti sulla parete. Crescono i sentimenti,i dubbi, le paure, le gioie, le ferite, le promesse. Cambiano le espressioni, ma le intenzioni rimangono sempre le stesse. Come un po’ di tempo fa. Ad un angolo della stanza sta un amplificatore muto e al suo fianco c’è una torre di fogli di carta, note ed appunti di giorni, di vita. Ci sono gli orizzonti di Nashville che sanno d’infanzia, domeniche e adolescenza, c’è il coro della chiesa, la madre che la tiene per mano, la scuola, gli alberi, le canzoni country in ogni radio. Poi parte un video proiettato sul muro.. Un vialetto, la strada che scorre , le ruote di una bicicletta che girano.. Delle scarpe nere che camminano, la custodia di una chitarra acustica che si intravede. Le scarpe continuano, la custodia rimane a terra, dentro c’è la chitarra, una dissolvenza ci porta in una nuova scena.
Si sentono i piatti e il ritmo di una batteria in sottofondo,una voce femminile che sembra metterci l’anima nelle parole, una chitarra elettrica, pieni e vuoti,quiete ed esplosioni. Di fianco alla copertina di un vinile dei Nirvana appare la cover con sfondo bianco e figura in nero di una ragazza identica a quella della foto di prima nella cornice. E’ sempre lei, lei che ci sta guidando nella stanza. La musica continua, raggiunge latitudini impensabili per quella ragazzina che voleva solo guardare un po’ il mondo. Un aeroplano svetta nel cielo e rompe le nuvole, l’orizzonte si riempie di luci, ma non sono solo stelle. E’ New York, scoperta in una notte d’estate e ondeggiante come se fosse l’oceano, il mare. Il treno di una metropolitana sfreccia davanti ai suoi occhi, vede le vetrine dei negozi, la gente passeggiare, nuove amicizie nascere come fiori tra le rocce grazie alla musica. Lei scrive, pile di libri crescono tra corde di chitarra da buttare e poltrone, occhi che si incontrano e che possono scacciare il terrore. Perché il mare è nero e il mare è azzurro, a volte le mareggiate portano burrasca, lampi e troppi dubbi e cicatrici nella mente da attraversare. Non è una novità ed è così che è sempre stato e la capacità di fare fronte anche a questo non può che migliorare. E così lei canta, e accompagna con la voce il furore nel finale di una canzone. E così lei suona,e addomestica l’azzurro e la calma di una sera mite come se ci stesse portando in giro per le vie della città tra il brulichio dei lampioni, degli alberi verdi e dei bar, di un’aria che sa di promesse. La vedo commuoversi, la vedo crescere. La sento sicura, sempre più consapevole. Mentre scorre la storia le vedo comparire una scritta tatuata sull’avambraccio sinistro. Strange Mercy. Un altro dei vinili appesi alla parete. Sembra proprio tutto un grande viaggio, l’insieme sfumando e aggiungendo particolari alleggerisce gli incubi e gli abissi del cuore. Lei intanto taglia le maniche di una maglietta per farne una canottiera e mi spiega di come tutto questo mosaico, nei giorni peggiori, le sembra poter svanire di colpo, perdere consistenza, scomparire del tutto, e accentua con le mani il discorso. Rimane tutto vuoto, tutto. E’ un’illusione, ma come i sogni bisogna ascoltarla e allora finisce anche nelle canzoni per essere esplorata e addomesticata. Poi ricomincia a ricomporsi tutto, e tutto ritrova il suo posto nel cosmo. Sempre più a suo agio.
Mentre la saluto mi dice che deve tutto a quella chitarra elettrica sdraiata al centro del pavimento a guardare il soffitto e a guardare fuori dalla finestra la notte. Qui tra le note, i ricordi, la vita e i passanti
prendono forma splendide graffianti canzoni, splendide nuove rassicuranti canzoni per persone che cercano anime affini. In un pomeriggio qualunque di un gennaio di qualche anno fa in tanti al primo ascolto di Honey, la canzone con cui si è fatta conoscere al mondo, hanno pensato di trovarsi davanti ad un classico. Non immaginavamo fosse scritto da una ragazza nata nel 1991.
Qui è una di quelle notti in cui la musica è vita e vince comunque. Come guardando Nashville dal finestrino, come vedendo le luci scintillare sopra New York o l’oceano, il mare. Tra gli ultimi saluti mi accorgo che i suoi capelli stanno cambiando colore, è una conseguenza della creazione. Da scuri diventano biondi, di un biondo molto chiaro che scende a contrastare con i vestiti totalmente neri. Ma non è un cambiamento, il cuore rimane sempre lo stesso,ormai si sa. La chitarra elettrica è attaccata all’amplificatore e diventa rumore senza essere ancora nota.
Noi siamo qui, vedi? E con una mano sfiora la parete, tutte le immagini e i video e le storie della sua vita vanno avanti e indietro senza fermarsi, può scegliere lei a quale punto fermarsi o quale scena riprendere.
E’ tutto qui.
Un arpeggio di chitarra dà il via a una canzone.

Filippo Redaelli

Hot Chip – Why Make Sense?

Data di Uscita: 18/05/2015

Hot Chip - Why Make Sense?

Come abbia fatto ad arrivare fin qui è un bel mistero.
La serata si è conclusa al Nido, lo rammento; c’era della slow house che non sentivo da un po’ e ho ballato fin quasi all’alba, poi sono uscito e per strada non c’era nessuno; non mi pare di aver incontrato gente. Ho preso a camminare e penso fossi abbastanza in forma da poter tornare a casa a piedi: il tragitto è parecchio lungo ma mi piace godermi i residui evanescenti dei fumi notturni della mia Londra e farmi portare in giro dalle mie amatissime Nike. Sì, ricordo che stavo camminando verso casa quando, non so di preciso che è successo, ma c’era davvero una gran luce e tutto era improvvisamente in movimento continuo e sistematico: stava accadendo qualcosa di percettibilmente meccanico, quasi robotico e, se mi sforzo di ripensare a quel momento, forse le vedo proprio certe sagome umanoidi, ma potrei averle immaginate: i ricordi sono bruciati da una luce bianca disumana.
Adesso io non so nemmeno dove mi trovo. Sono qui.
Ci sono molte altre persone, ed è una cosa davvero rassicurante. A dirla tutta, c’è proprio un gran viavai di personaggi eccentrici, egocentrici, stravaganti, affascinanti.
La mia attenzione si concentra su uno di loro che ha con sé dei bambini: mi ispira fiducia e mi avvicino. Sbagliavo, non sono bambini, ma pupazzi; Muppets, a essere precisi, saltellanti e impacciati come in televisione. L’uomo è piccolo di statura e con un aspetto più che gradevole: una bellezza androgina con la pelle olivastra, le labbra disegnate alla perfezione, un filo di rimmel sugli occhi, e lo sguardo languido della rockstar consumata; una compagnia delirante, ma inaspettatamente coinvolgente: cantano l’amore per Cinzia, una ragazza bellissima che a colazione beve caffè e mangia le stelle marine con lo sciroppo d’acero e la marmellata, le caramelle mou e i mandarini. C’è pura magia nell’aria e non oso fare domande, ma Gonzo gentilmente si avvicina, mi dice con grande orgoglio che quello splendido uomo è l’artista che tutti conoscevano come il Principe e mi propone di unirmi a loro. Rimango un po’, ma l’idillio non basta a farmi dimenticare che mi sono perso, che a casa mi stanno sicuramente cercando, che non ho avuto tempo di avvisare nessuno. Mi guardo intorno e non posso evitare di fermare lo sguardo su quattro soggetti davvero impressionanti: stanno aspettando qualcuno (o qualcosa), si muovono appena, in perfetta sincronia, e sono tutti vestiti alla stessa identica, stramba maniera; il modo in cui portano i capelli è fuori da ogni tempo, i volti sembrano maschere di cera e potrei dire di loro che hanno l’aspetto di uomini provenienti da un futuro già passato; continuo a fissarli, perché non riesco a liberarmi dall’effetto ipnotico di quello spettacolo. Sento uno rumore sintetico e vedo avvicinarsi un grosso oggetto nero, con i bordi luminosi; si ferma, i quattro automi salgono, l’oggetto riprende a muoversi e capisco che si tratta di una specie di autobus quando leggo la scritta luminosa con la destinazione: Centrale Elettrica.
Nulla ha senso, ma comincio ad abituarmi alle situazioni poco convenzionali. Se ci penso bene, posso dire di aver già visto tutto, no? In televisione, sul tubo, al cinema. Magari mi stupisco un po’ all’inizio, ma nulla di tutto questo può sconvolgermi perché, in fondo, non c’è niente di nuovo. Come non mi è nuovo il suono che sto sentendo provenire da dietro di me: riconosco il clavicordo che sentivo da bambino quando mio padre accendeva il giradischi e nel nostro appartamento si respirava l’aria di Detroit, senza la pollutio delle fabbriche di automobili però.
Non so da quanto tempo se ne stia lì, non mi ero accorto della sua presenza, ma c’è un uomo che suona il suo clavinet all’angolo della strada e una piccola folla gli si accalca intorno. Ho una gran voglia di unirmi a quel piccolo adorante pubblico. Nel frattempo l’uomo prende anche a cantare e ha una voce che è vera meraviglia, mi sporgo per controllare se sia un angelo. Ha la pelle scura, i capelli acconciati in treccine lunghissime e gli occhiali da sole neri. Si muove in modo unico, penso che sia perché gli scorre la musica nelle vene; penso che lui riesca persino a vederla, la musica.
Mi commuovo, ma lo ascolterò fino alla fine. Anche se non ha senso, sono sicuro che me ne tornerò a casa.

Giulia Matteagi

Rozi Plain – Friend

Data di Uscita: 04/05/2015

Rozi Plain - Friend

Quando ero vecchio mangiavo solo arance, ora che ho un quarto di secolo mangio solo pollo ruspante e insalata. La musica non mi ha salvato.
Rozi Plain è una ragazza e una brava cantante che mette la sua voce in pezzi fatti bene, con arrangiamenti abbastanza originali e orecchiabili: tutto nella norma insomma. Le parole per me contano di meno, ma è un parere tanto personale quanto inutile. Ha gli occhi chiari e a quanto pare ama giocare col green screen, con la sua faccia, ed è per questo che mi sembra una bambina. Ha la stessa bellezza inconsueta di Kate Stables, cioè un tipo di bellezza che sfugge ai superficiali cultori della bellezza classica, statuaria, ovvero delle “bistecche”. Rozi Plain è un pesce spada, quindi una scheggia di meraviglia nel groviglio estetico estatico estenuante del mare – e per mare intendiamo (per chi non riesca ad afferrare bene le metafore) anche la musica – e sembra saper nuotare bene. Vorrei tornare vecchio e felice per poter mangiare arance con lei – e sbrodolarmi e ridere e nuotare –. Mangerei pure del pollo con lei, ma temo che sia vegetariana.
La porterei nelle terre che voglio saltellare – concedetemi la libertà di “transitivare” e di “neologismicizzare” – e che voglio respirare, cioè la terra del ghiaccio che in realtà è verde e la terra verde che è in realtà la terra del ghiaccio. Berrei con lei delle grandi birre e giocherei a scacchi coi pinguini, dipingendo quadri astratti con linee a forma di costa islandese e costa groenlandese. Potremmo passare pure una settimana nelle Isole Fær Øer a pascolare pecore e cantare canzoni che parlano di cannoli cannoni e canadesi, ovviamente in lingue inventate e coi ritmi dei canti dei balenieri.
Tornando agli arrangiamenti, sono molto più importanti di quanto molti pensano. Sono come il sole che fa assimilare la vitamina D o la vitamina E che non fa ossidare gli acidi grassi polinsaturi. Chiaro, no? Gli arrangiamenti sono quello che di buono possiamo ricavare dal Barocco, sono come gli oggetti e i corpi veri nei quadri di Caravaggio, sono come dire la verità quando si ama qualcuno – per quanto l’amore rimanga “a dog from hell” – o almeno non mentire guardandolo negli occhi.
L’intuito mi sussurra alcune cose su Rozi che potrebbero sfiorare la chiacchiera: ama la solitudine ma sente d’improvviso una violenta voglia di allegria, di compagnia frenetica; è tra le poche persone che hanno capito la bellezza invernale del mare – che non è la bellezza del mare d’inverno – e mentre la capisce percepisce la sensazione dei ciottoli sotto alle scarpe; ed infine appoggia la guancia alla chitarra in quei momenti in cui nel petto c’è un solo uccellino posato su un cavo elettrico che fischietta dentro alla gabbia aperta della piacevole e straziante malinconia che la chitarra riesce a raccogliere ed assorbire nella sua cassa.
Se fossimo in Islanda in questo momento staremmo lanciando dei pesciolini appena pescati verso uccelli marini dal becco colorato.
Quando ero vecchio raccontavo ai miei nipoti una storiella: tra i fiori blu di un prato una bambina nata triste trovò la noce che conteneva la sua gioia; un bambino molto saggio le spiegò che il guscio di disperazione si spacca con la dimenticanza e con l’ubriachezza di un nuovo amore, non necessariamente verso una persona, ma anche verso le parole, le storie, i colori, le equazioni di cibi, la fisica pura, gli innesti, i semi ecc., così la bambina corse talmente tanto da dimenticare tutto quello che aveva vissuto e si fermò stremata davanti al mare e incominciò appassionatamente a cucinare il pesce e la gioia nella noce esplose e la bambina visse felice e contenta.

Marco Di Memmo

Godblesscomputers – Plush and Safe

Data di Uscita: 12/05/2015

Godblesscomputers - Plush and Safe

“Io mi sentivo forte, io ero il più invidiato e stavo bene, e chi si lamentava…” la puntina corre sul disco preferito di mio padre, quello che ricevetti in dono per il mio trentesimo compleanno. Lo conosco a memoria, eppure oggi quelle sue parole assumono un significato assai diverso, parlano di me, della mia storia d’amore che non sono riuscito a salvare.

Anche io mi sentivo forte, mi sentivo al sicuro. Eravamo una coppia, ogni incomprensione sarebbe stata superata con il tempo. Avevo torto. Adoravo la sua allegra tristezza, la sua forza di volontà, la sua sensibilità fuori dal comune. Eravamo il centro dell’universo. Eravamo perfetti. Mentre giro il vinile mi ritrovo a parlare al passato di una storia che nella mia testa e nel mio cuore poteva essere declinata solo al futuro.

L’interlocutore sono io, un me stesso impassibile che da settimane mi fissa senza dire una parola. Lo ritrovo nello specchio la mattina, è accanto a me mentre faccio colazione e mi fa ombra mentre produco nuova musica. Credo rappresenti il mio senso di colpa per non aver fatto abbastanza, o forse solo il rimpianto di ciò che è stato.

Ogni giorni riesco a farlo allontanare un po’ di più da me, ora si trova nella stanza accanto, ma non mi basta! Voglio farlo sparire dall’orizzonte ovvero accettare la separazione. L’arte e l’amore sono due facce della stessa medaglia, ho dedicato tutto me stesso a questo binomio; adesso quello che rimane è la musica, la mia musica, che riempie entrambe le facciate.

Mi volto per riporre il vinile nella sua tasca e lo vedo, lì sull’uscio di casa. Allora mi infilo di corsa le scarpe e provo ad avvicinarmi. Lui indietreggia ad ogni mio movimento, un mio passo in avanti sono due suoi all’indietro. Allora inizio a correre e lui fa lo stesso, la rampa delle scale è un percorso che sembra infinito. Poi all’improvviso il sole abbagliante.

Mi stropiccio gli occhi e non lo vedo più. Una leggera brezza marina mi fa trasalire: il ricordo di lei, bellissima, a piedi nudi sulla spiaggia d’inverno. Ma ecco che lui riappare in lontananza, lo vedo sull’altro lato della strada, dove inizia la spiaggia. Faccio un respiro profondo e proseguo la corsa, anche il suo corpo scatta all’indietro fino a quando non inizia ad immergersi in acqua.

Piango ma proseguo la folle corsa, mi sfilo i vestiti e mi tuffo: inizio a nuotare senza nemmeno vedere dove, a perdifiato. Mi fermo solo quando il cuore è ormai un tamburo battente nella mia cassa toracica. Il sole è alto e la spiaggia dietro di me lontana. Riesco a scorgere il profilo di un peschereccio al largo, so che lui è lì, sul ponte della nave, rivolto verso di me.

E’ lì che voglio che rimanga! Mentre riguadagno la spiaggia non mi volto indietro, so che è rimasto alla deriva, da qualche parte lontano da me.

Maurizio Narciso

Holly Herndon – Platform

Data di Uscita: 18/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Holly Herndon - Platform

Holly sedeva in un affollatissimo caffè di Shibuya col Mac aperto e incandescente da ore, stava lavorando a qualcosa di suo e come accadeva ogni volta era riuscita senza troppi sforzi ad alienarsi. Non capiva bene a che altezza dal suolo si trovasse, il caos dei livelli sovrapposti di rotaie serpeggianti, strade a percorrenza veloci e edifici accessibili a più quote le aveva sparpagliato troppe alternative dinnanzi, ma ora sembrava non preoccuparsi più di ciò, anzi ne godeva soddisfatta. D’altra parte stava cercando questo, una texture urbana di estrema complessità, sulla quale proiettare le sue ambiziose visioni. Uscita da una delle più grosse stazioni di Tokyo, i suoi lunghi capelli color Aperol si erano ben presto mimetizzati nel variopinto patchwork del Giappone del cosplay, laddove le persone prive di identità reale potevano agilmente eccedere in numero rispetto a quelle genuine e le maschere proliferavano a dismisura. Gli uomini d’affari, soldatini incravattati e composti, sfrecciavano spediti con sguardi bassi, la cartella di pelle sotto il braccio e lo smartphone infocato infilato in tasca, gli auricolari costantemente addosso che vomitavano cifre e ordini impazziti, poi come topi ridiscendevano negli inferi dei sotterranei dove auto di lusso o ascensori per mezzi pubblici di nuova generazione erano in attesa.
Holly stava a un passo dalla realizzazione di un enorme progetto, aveva lavorato sodo per anni sfruttando la propensione a qualsiasi percorso di vita, come le era stato chiaramente illustrato anche dagli insegnanti al momento del commiato dalla scuola dell’obbligo, “puoi intraprendere qualsiasi strada ragazza, il successo ti accompagnerà ovunque” – le era stato sentenziato senza alcun tentennamento. All’indomani di una distante fase della crescita in cui le venne spontaneo ripiegarsi su se stessa e cedere alle lusinghe dell’introspezione e a sonorità cupe, accantonati gli influssi della techno e della Sehnsucht avvinghiate al bianco e nero di una Berlino oramai relegata al passato, si era ripromessa di allontanarsi temporaneamente dalla sua San Francisco per gettare le sementi dappertutto, con generosità e le mani piene di concime virtuale. “La Piattaforma”, la chiamava in questo modo. Fu così che girò gli States, in una solitudine mai realmente tale grazie alla rete di connessioni che stava intessendo con ostinata intraprendenza abbattendo confini geografici in estrema scioltezza; a bordo di aerei o di bus fendenti praterie o deserti sconfinati, raggiungere lo struggimento di Los Angeles o le vertiginose vette di New York era semplice. Qualche giornata spesa tra brainstorming in uffici di vetro, sperimentazioni dal sapore di celluloide ed elettronica e ritiro in meditazione, questa era la prassi, poi si partiva di nuovo; in particolare, il raccoglimento era essenziale. Nella luce naturale dell’alba, una spiaggia appartata o un terrazzo sul tetto di qualche grattacielo, sollevato da terra e dal mondo di disordine e flussi, metabolizzava i traguardi intermedi e predisponeva l’animo per spingersi oltre, dentro e fuori se stessa. Ingurgitava stimoli più disparati, come una macedonia di frutta bene assortita, in cui musica classica contemporanea si mescolava armoniosamente con arte d’avanguardia, astrazioni, pop patinato e informatica del futuro. Aveva fatto tappa tra i verdissimi boschi svizzeri a misurarsi con la commistione di suoni sintetici ad alta definizione, luccicanti come l’acciaio cromato, ed era tornata all’ombra della cara Fernsehturm per dissertare sulle tecnologie e sugli aspetti ambivalenti e complementari nel rapporto uomo/macchina. Intrecci di affinità elettive erano il succo di limone che legava le primizie ed esaltava ogni aspetto, ogni inclinazione gustativa. E Holly ne era ben conscia, mentre rielaborava in ritiro i risultati, ascoltava infinite volte le registrazioni delle conversazioni e dei rumori intercettati, ascoltava e premeva pause e poi di nuovo play, ascoltava e frantumava in minuscoli pezzi le chiacchiere e le digressioni, i suoni, poi ci giocava come fossero nucleotidi da combinare per ottenere sequenze di DNA sempre differenti. Capitava di comporre suggestioni che sembravano non arrivare da nessuna parte, come succedeva da bambini col gioco del telefono senza fili, poi si allargava l’origami tagliuzzato e si meravigliava della complessità affascinante prodotta. Un taglia e cuci estremizzato, che metteva insieme, con la caparbietà di una sartoria cinese, musica politica arte e filosofia. I professori delle scuole superiori sarebbero stati orgogliosi di lei, Holly, che senza accorgersene stava assecondando la sua naturale inclinazione a spingere il suo indubbio talento lungo direzioni tentacolari.
Inserita nel quadro a tinte forti di quel caffè di Shibuya, la ragazza ultimava la sua ricerca in un estraniamento esemplare, eppure appariva parte attiva in quell’enorme quadro dinamico. Aveva già pronto il concept per il packaging del progetto, era necessario confezionarlo con uno stile adeguato da rappresentare esso stesso un valido biglietto da visita, e la scelta cadde quasi automaticamente su un ritratto di sé in hd, un rosso vivido e un grigio lucido metallico che intrecciandosi in una rete geometrica ma priva di spigoli vivi in parte la celava e in parte la scopriva completamente, incentrando l’attenzione su quell’occhio del colore di un lago alpino fisso verso un punto invisibile, fiero e sicuro del messaggio che sarebbe andato a sostenere con fermezza. Il corriere espresso sarebbe sopraggiunto soltanto mezz’ora dopo, il tempo necessario per prestare di nuovo attenzione a se stessa attraverso delle avveniristiche cuffie di ultima generazione e sincerarsi, se ce ne fosse ancora bisogno, dell’esito finale. La sua voce percorreva le tracce in un’ordinata confusione di gospel, gorgheggi, parti recitate e altre addirittura parlate, uno pseudo hip hop high-tech; la musica fondeva le accelerazioni e i rallentamenti di ritmi sincopati e totalmente digitalizzati, per addentrarsi di tanto in tanto in qualche spiazzante parentesi di matrice organica o decollare in aperture verso il domani. Holly era compiaciuta, soddisfatta, mentre riponeva il laptop nello zaino e inforcava lo stesso sulle spalle, scendendo di corsa le scale con in mano il pacco da dare in consegna; un cerimoniale già vissuto e privo di convenevoli, scarne raccomandazioni e una brusca rotazione del capo per stornare lo sguardo inquisitore del corriere, prima di scomparire tra la folla ed esserne inghiottita del tutto.

Federica Giaccani

METZ – II

Data di Uscita: 05/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

METZ - II

Il telefono squillò. E squillò ancora. Non accadeva da mesi ormai. Venne colto di sorpresa da quel suono che quasi non ricordava più. Si alzò dal letto trascinando i piedi tra cumuli di fogli e polvere di gesso. Si portò la cornetta all’orecchio e attese in silenzio. Una voce femminile gli parlò in una lingua a lui sconosciuta. Rimase zitto. La voce disse qualcosa che poteva essere un nome. Lui seccato riattaccò. Qualcuno aveva sbagliato numero. Si guardò attorno stranito e si sentì sporco. Da quant’era che non si faceva una doccia? Come ridestato di soprassalto da un dormiveglia durato chissà quanto fece fatica a riconoscere il proprio appartamento. Non era la dimora accogliente che ricordava. Da quando lei aveva deciso di chiudere un matrimonio durato trentanove anni e se n’era andata, non c’era più nessuno a prendersi cura dell’ambiente domestico. Era stata colpa sua, di questo ne era cosciente, ma non riusciva a sentirsi davvero colpevole. La pensione non è un interruttore della mente. La matematica non si spegne. E quella dimostrazione aveva cominciato a prendere forma nella sua testa. E come edera gli aveva intrappolato l’anima. E non poteva liberarsene se non completandola. Un’ossessione che lo aveva chiuso fuori dalla realtà. In pigiama e senza ciabatte in un freddo astrattume fatto di definizioni, lemmi, teoremi e solitudine. Quattro anni passati a riempire fogli di formalità e rigore. Quattro anni a tracciare col gesso eleganti pensieri intangibili. Quattro anni a imprimere razionalità, logica, deduzione ed induzione nell’ardesia. Quattro anni. A inseguire la gloria. Quattro anni. Per perdere tutto. L’ultimo ricordo che gli era rimasto di sua figlia era una scritta ormai sbiadita sullo specchio del bagno. Uno stampatello sgraziato di rossetto. Papà stai scomparendo. Mangia. Non l’aveva richiamata e lei, probabilmente offesa, non era più passata a controllare la taglia dei suoi pantaloni. Quattro anni per toccare il fondo. Si ricordò le estati passate al mare quand’era bambino. Gli piaceva immergersi quanto più poteva, prendere una manciata di sabbia sul fondale e risalire. Quindi andava un po’ più al largo. E giù di nuovo. Portandosi al limite. Sentiva la pressione comprimergli il torace. L’acqua schiacciare i timpani. La vista annebbiarsi. Quattro anni di apnea. Ma era riuscito a risalire con una sabbia che nessuno aveva mai visto. Ora doveva solo aspettare.
Duecentotrentanove pagine. Duecentotrentanove. C’erano voluti tre mesi prima che qualcuno arrivasse in fondo per poi sentenziare. Non è valida. A pagina centosettantatre crollava tutto. Come aveva fatto a non accorgersene? L’aveva letta e riletta. Controllata fino allo sfinimento. E non si era accorto di quella svista. Com’era stato possibile? Presto avrebbe spento settantuno candeline e tutte le forze le aveva spese per giungere a nulla. Era emerso dai flutti con la mano vuota e senza più un filo di fiato. Si chiese cosa sarebbe rimasto di lui. Un involucro di vecchiaia e un fallimento che sarebbe diventato l’epigrafe sulla sua lapide.
Definizione. Lemma. Corollario. Cercava una via di fuga da un labirinto che si era costruito attorno da solo. Irrisolvibile. Dedalo dei suoi pensieri. Privo di ali. Definizione. Lemma. Corollario. Riprese il filo dei suoi ragionamenti. Ma come l’ennesimo Teseo, protagonista di una storia ciclica, non riusciva a discernere il filo giusto tra quelli infiniti di coloro che l’avevano preceduto con la medesima idea. Definizione. Lemma. Corollario. Cercò di guardare il tutto da un’altra prospettiva, da lontano, ma si rtirovò faccia a faccia con un fallimento frattale. Copia innestata su una copia innestata su una copia innestata su una copia. Definizione. Lemma. Corollario. Provò a ridiscendere gli scalini della propria logica, ma come un monaco sulla scala di Penrose non faceva altro che inseguire sé stesso, inseguito dalla propria fallacia. Definizione. Lemma. Corollario. Insisteva nel voler trovare un’uscita, una scappatoia che potesse condurlo in salvo, ma non era nemmeno più in grado di definire il fuori e il dentro. Come formica sul nastro di Möbius rimaneva intrappolato senza normale preferenziale. Definizione. Lemma. Corollario. Paralizzato dalla paura di compiere anche solo mezzo passo in una qualunque direzione, rimaneva bloccato in un punto imprecisato definito dalle irrealizzate volontà di infiniti dei a lui avversi. Definizione. Lemma. Corollario. Quindi, ormai privato di ogni possibilità di vittoria sulla propria sconfitta, cercò di creare il nulla nel proprio pensare. Ma come confinato tra due piastre di Casimir, il vuoto fluttuava creando una pressione insostenibile sulla sua esistenza. Definizione. Lemma. Corollario.

Quando varcò la soglia si ritrovò sommersa da appunti, articoli vecchi e recenti, gesso depositato su ogni superficie. La cosa la spaventò. Non si aspettava una degenerazione del genere. Il computer era acceso. Sullo schermo trovò una mail senza testo nel corpo. L’oggetto diceva. Non è valida. Chiamò suo padre. Non ottenne alcuna risposta. Lo trovò intento a fissare la scritta che gli aveva lasciato in rossetto sullo specchio del bagno l’ultima volta che era passata a trovarlo. Il giorno prima.

Pietro Liuzzo Scorpo

Le First Aid Kit cantano “America” da Letterman

  first

Ascolta qui: America

Dalla Svezia al cuore di New York passando attraverso una canzone intramontabile. Questo e altro ancora in questa esibizione dove le voci delle sorelle Klara e Johanna Soderberg si intrecciano agli arpeggi della chitarra e ai tasti di un pianoforte, alla vastità delle immagini contenute nel classico di Simon & Garfunkel e alle centinaia di luci di New York alle loro spalle, senza dimenticare gli splendidi archi a sigillare la grazia della performance. “America” ormai è un classico del repertorio delle First Aid Kit ma l’abbinamento continua a stupire.

Ne approfittiamo per rendere omaggio anche al grande Dave Letterman che ha annunciato che terminerà l’avventura del suo Late Show il prossimo 20 maggio, un programma in cui si è sempre ascoltata tanta splendida musica dal vivo e in cui sono passati a suonare praticamente tutti, dai nomi più conosciuti a tante meritevoli band meno note a un pubblico più ampio. Grande Dave!

Prurient – Frozen Niagara Falls

Data di Uscita: 12/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Prurient - Frozen Niagara Falls

Ahmed si era trasferito da poco a New York e nessuno sapeva della sua esistenza a parte i compagni di stanza, tutti combattenti dello stato islamico. Il suo spazio vitale era disadorno, vi era lo stretto indispensabile e ogni indicazione per pregare.
Con il termine qibla si indica la direzione a cui si deve rivolgere il proprio viso durante la Ṣalāt, cioè la preghiera. Il punto esatto sarebbe quello mediano tra l’angolo nord della Pietra Nera e la mizāb, trovarsi a così tanti chilometri dall’Arabia Saudita non era il maggiore dei problemi. Lui rimaneva per ore in posizione.
L’ideale del gruppo di cui aveva faceva parte non accettava mezze misure, come quello Junayman che in passato assediò La Mecca per cercare un ritorno alle origini dell’Islam ed al ripudio più totale dell’Occidente.
Il progettare qualcosa di grande nel suolo americano fu un’idea del Califfo presente in Iraq, l’utopia non ha limiti e alcuni esponenti di spicco riuscirono ad entrare tranquillamente in un’America dormiente.
Ahmed veniva da una famiglia yemenita ricchissima e dopo l’inquadramento nella madrasa locale New York lo scosse nel profondo, la fede ed il rigorismo entrarono in una serie di labirinti metropolitani.
In una città dove i bordi culturali si mischiano quasi spontaneamente l’empatia sembra regalata agli angoli delle strade. Quando usciva nelle vie brulicanti di persone la reazione era di repulsione totale ad un’esperienza all’apparenza piacevole, Ahmed viveva all’interno del suo diamante nero che però progressivamente veniva screziato dall’ambiente. Pulsioni sessuali, luci, alcool sibilavano promesse di estasi e la paralisi identitaria arrivò una volta accortosi che in certe serate passate in preghiera avrebbe voluto essere un’altra persona. Gli altri attorno a lui – forgiati dai combattimenti tra le vie di Raqqa – lo riportarono sulla retta via e la paura di non essere all’altezza si trasformò rapidamente in una forte convinzione ricordando le lezioni tra i banchi di scuola. Il Corano e le mille diverse inflessioni con cui veniva salmodiato dai vari cantori sono un richiamo più convincente di qualsiasi altro rumore o distrazione. Il gruppo e la capacità di ritrovare il senso reale dell’utopia, la forza di Dio che fa superare le barriere di un jihad portato avanti nella restrizione di una città tentacolare.
Il suicidio visto come ultimo passaggio, un raschiare che si fa sempre più forte fino al silenzio più totale. A deflagrazione avvenuta, la perdita di una vita umana sarà ripagata dalla sensazione di essersi avvicinati ad un modello antico e forse meno lontano dopo il sacrificio. Lo studio di qualche obiettivo sensibile proseguiva senza sosta e le ore passate nei sopralluoghi divenivano l’unico momento in cui vedere la luce del sole. La circospezione per non farsi intercettare acuiva ogni rumore di una New York piena di problemi banali, ma che aveva con l’eliminazione del Patriot Act dimenticato con gioia l’ansia del terrorismo islamico, aggettivo da utilizzare con circospezione per non incappare in qualche accusa di islamofobia.
Quando passava per una delle tante zone verdi presenti alcune ragazze intente a fare jogging gli sorridevano mentre veloci scorrevano oltre. Il suo sdegno per gli shorts troppo succinti, il trucco ecc. ecc. era velato da un sorriso beffardo che virava al malinconico per un mondo così stabile rispetto al suo Yemen. Gli insegnamenti per assorbire ogni energia nella Jihad facevano il loro effetto, ma dinnanzi a tanta rigogliosa ricchezza non riusciva ad essere totalmente indifferente. Solo nelle ore a ricevere ordini, pregare e guardare cartine della città trovava pace; il guscio jihadista reggeva e la frizione con l’ambiente crebbe diventano combustibile naturale per una rabbia. Con un’emozione tanto forte addosso, ben canalizzata dai più esperti, aveva dimenticato tutto ed era pronto. L’ultima ricognizione era basata sul pedinamento di un misero operatore che aveva il compito di aprire un museo famoso, sede dell’attentato proprio nel giorno di massima affluenza. Sarebbe stato un assedio lunghissimo, chiuso con una serie di esplosioni a catena: un piano devastante.
Novanta minuti al seguito, camminando una decina di metri dietro il guardiano, da vero controllore. Una persona che non dava nell’occhio, però proprio per questo marcare un uomo di mezza età stempiato che vaga per New York in attesa di rincasare risultava difficile.
Stempiato, con l’attaccatura dei capelli a V non curata o camuffata da nessuna piccola frangia laterale; una camicia a scacchi comprata al discount dove si vendono anche gli alimentari, scarpe nere troppo massicce per la stagione calda e pantaloni di tela lunghi a coprire quasi interamente le calzature. Il suo passo era veloce nonostante il caldo e al netto delle prime impressioni, spesso non veritiere, l’incedere era sofferto e dilaniato dall’afa. Da South Manhattan arrivarono con il battello fino a Staten Island e mentre i turisti osservavano lo stagliarsi di Manhattan all’orizzonte loro proseguirono il cammino. Qui dalla chiusura della grandissima discarica l’edilizia popolare ospitava la maggior parte – comunque in misura minore rispetto agli altri distretti – della popolazione di origine italiana, ispano-americana o di colore che sia. Gli ampi spazi verdi garantivano tuttavia un respiro maggiore, Ahmed pensò per un attimo che non sarebbe stato male vivere in quel luogo. La deviazione mentale durò qualche secondo, quando il controllato fece una tappa in un punto specifico ed inatteso: lì dove il picco massimo della montagna di rifiuti aveva superato l’altezza della Statua della Libertà. La discarica venne riaperta ad hoc per lo smaltimento delle macerie delle Torri Gemelle, Ahmed era a conoscenza di tutto ciò. Un fremito di fanatismo scuoteva il suo corpo e lo sguardo guizzava a destra e sinistra rivedendo gli aerei che si conficcavano nelle costruzioni come immense zecche nelle gambe di un gigante.
La riqualificazione a più grande zona verde di New York non era completa e in un angolo i rumori attiravano l’attenzione. L’ansia saliva visto che lì, davanti ad un ragazzo in piedi vestito di nero, le persone erano pochissime e distese. Il controllato si coricò a terra con gli altri e dagli strumenti rialzati rispetto al piano terra partirono suoni infernali. Su di un piccolo schermo scorrevano parole intermittenti che a fatica si facevano spazio tra le interferenze. “Christ Among The Broken Glass” dove una chitarra stanca si andava ad unire alla desolazione più nera, gli intervalli sintetici sporcavano ulteriormente una traiettoria grezza chiusa dai sussurri.
“Myth Of Building Bridges” con l’ingresso di un sintetizzatore montante tra vapori grigi industriali e il rumore di detriti che vengono spremuti e compattati. Il rumore di una ruspa per spaccare le rocce riproposto da questo inquietanti artista che visto dalla prospettiva del terreno pareva ancora più alto. A metà si ergeva “Greenpoint” dove la chitarra acustica virava in un mondo di mezzo abitato da spettri e aghi sporchi di sangue. Ahmed si trovava tra il disgustato e l’affascinato, nell’esperienza della discarica si amalgamava la sensazione che lo aveva pervaso dal suo arrivo. Le difese della fede si abbassarono, calarono a picco. Il resto era un susseguirsi di grida mortifere, synth ossessivi, giri di chitarra furiosi e riferimenti alla città, alla morte ed al suicidio. Tutto gli parlava in una lingua ora facile da comprendere, la fede ritornò forte come durante le letture coraniche di Khaled al-Qahtani. L’oscurità ed il califfo nero stavano per avvicinarsi, il momento della gloria configurato proprio dove l’Occidente cercava invano di annullare il ricordo dei propri infiniti rifiuti.
Si decise a credere che Dio aveva reso possibile l’esibizione, era tutto un messaggio di Allah e colmo di forza non raccontò nulla ai compagni. Il mattino dopo l’anti terrorismo americano entrò nel loro appartamento e nella colluttazione, poi virata in sparatoria, morirono tutti al grido di Allah Akbar.

Alessandro Ferri

acieloaperto, completata la line up che porterà grandissimi nomi nella provincia romagnola

L’Associazione Culturale RetroPop Live di Cesena, in collaborazione col Rock Planet di Pinarella di Cervia e con il Patrocinio del Comune di Cesena, anche questa estate porterà in scena un ottimo e variegato programma per la rassegna “acieloaperto” che già lo scorso anno ci aveva fatto versare lacrime di gioia coi Belle and Sebastian.

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Bodega Bamz – Sidewalk Exec

Bodega Bamz - Sidewalk ExecD.d.U. 14/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Harlem, Rucker Park

Padre dalla Repubblica Dominicana e madre dal Portorico, dove vuoi andare ragazzo? In NBA? Meglio se inizi a spacciare con quel fisico, ti mancano i muscoli anche per quello forse.
Azzoppato per le origini, la diffidenza si trasforma in squalo affamato tra minoranze guardate con sospetto dalla maggioranza. I tatuaggi come diversificazione e posizionamento non sono un rimasuglio degli anni 90′, le battaglie per conquistare territori è viva. Bodega aveva solo il tiro da fuori, con la droga poco successo perché i boss non rispettavano la sua famiglia.
Recitare un ruolo, questa era la sua vita: my first passion was being in film. Growing up in church, I was in dramas. I was very passionate about acting, I still am
E allora i Tanboys – a movement of Latinos who are proud and powerful individuals who want to put our culture back on the forefront of this music – prima della relazione con A$ap Mob, flow forsennato e beat dilatati ancora da definire. Una forza d’urto in crescita e amen se non si arriverà al titolo di MVP, Curry è lontano.

I’m staying humble, I’m staying true to myself. I hope that I was born to do this

Alessandro Ferri

Blick Bassy – Akö

Data di Uscita: 15/05/2015

Blick Bassy - Akö

Tra le duecentosessanta lingue parlate in Camerun con felicità Blick Bassy canta in “Bassa” una vera e propria invocazione alla musica, mezzo di bellezza, di conoscenza, di scoperta. A Parigi si riesce a far incontrare la musica del Mali con la sofferente contentezza di Skip James, in una leggera armonia tra l’allegro e il trasognato, con un tocco vicino, una stretta che contiene anche nostalgia e distanza.

Gli arrangiamenti delicati vagano tra l’allegria e un’appena accennata malinconia, come in un arrivederci. Le diverse tecniche si incrociano bene dentro un tessuto multicolore che si adagia sulla pelle dando un sottilissimo piacere.

A cavallo di una zebra vengo a dirti addio, tracimante ancora della tua carne, intriso ancora del tuo spirito, ma ferito a morte, da te. Vengo a darti un bacio sulla guancia, trattenendo il leone che vorrebbe sbranare la tua bellezza piangendo disperatamente.
Su questa striata e indomabile bestia vengo a darti il mio addio, come un ultimo dono, come un ultimo calice di sangue che ti offro per lasciarti in vita tutto il tempo che quest’ultima ti concede, e che spero sia lungo e felice. Ti ho lasciato vagare per i miei deserti e per le mie vallate fertili, facendoti arrivare in cima a montagne dove credevo nessuno potesse arrivare. Ma tu con una picconata notturna hai spaccato quello che era un piccolo foro e l’hai fatto diventare un crepaccio orribile, che a forza di terremoti sto cercando di richiudere, ma il cui segno potrò riconoscere per tutta la vita.
Mi inchino a te, alla gioia che mi hai dato e che ora rimane come un’isola folle in mezzo a un fin troppo pensato mare di sofferenza.
Lascio a te la zebra per correre lontana, tu che in Africa sei stata concepita, insolita e unica, che però in un angolo buio della triste Europa ti sei resa comune. Nel fumo dei tuoi bei capelli si sciolga quella che è stata la nostra vanità, la tua indelicatezza nascosta, la mia palese ma mai così crudele. Nel loro fumo si sciolga la nostra stupidità, la mia frenata e colma di sensi di colpa, la tua sfrenata e priva di coscienza. Ce ne andiamo come pellegrini senza meta, io ricercando solo una voce che mi fu amante nel suo ritmo, la parola, mentre tu te ne vai lontana, non so più dove e spero lo sappia tu. È l’ultima volta che ti scrivo, l’ultima che ti canto, mentre ti allontani veloce a cavallo dell’animale da cui io sono venuto. Io vago a piedi, inseguendo forse un gufo o un’altra creatura meravigliosa, o forse solo la mia disperazione.
Le mie ossa si sono fatte cave, ho perso peso, mi sono cresciute le piume e la mia vista è accresciuta. Sbattendo le ali salgo in cielo, ma non so ancora quale sia la mia meta. È forse il profondo e silenzioso nord? Forse qualche distesa sotto l’equatore, nella pampa o nell’Antartide? O forse è questa città? O addirittura il bosco dal quale vengo?
Sbatto ancora più forte le ali e cerco di estinguermi, anche se solo per poco, nel luminoso dominio della parola.

Marco Di Memmo

Kamasi Washington – The Epic (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo