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Godspeed You! Black Emperor @ Estragon, Bologna (11/04/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

Il viaggio in macchina verso Bologna mi è sempre piaciuto tantissimo, è costellato di punti fermi irrinunciabili da rimirare sistematicamente: le curve tra Fano e Pesaro, Gradara maestosa che sorveglia dall’alto il flusso delle macchine, l’Aquafan e i ricordi d’infanzia, l’edificio bellissimo che ospita la sede di una famosa ditta di scarpe, i casolari isolati in mezzo alla campagna e poi, infine, la tangenziale. Con le giornate allungate sembra di rincorrere il sole al tramonto, quella palla di fuoco irraggiungibile e avvolgente con la sua aura di calore e speranza, mentre i tralicci s’inseguono l’un l’altro, dietro al filtro dei vetri un po’ sporchi.
Il piazzale dell’Estragon è ancora piuttosto sgombro, il vento scompiglia i capelli e accresce la tensione per l’attesa, come in quei film in cui ci si aspetta uno scontro da un momento all’altro, in qualche cornice ampia e deserta. C’è spazio per ritrovarsi e per nuovi incontri, c’è spazio per una birra inaugurale mentre Carla Bozulich ha già aperto la serata; il suo vibrato avvolgente strizza l’occhio alla sempre carissima Patti Smith, tuttavia – malgrado la particolare ruvidezza e alcuni passaggi decisamente interessanti – sono rimasta colpita ma non irrimediabilmente conquistata.
Allo spegnersi delle luci dopo il cambio palco, e alla comparsa in scena del numeroso drappello di musicisti che si dispongono in semicerchio imbracciando i rispettivi strumenti, si comprende immediatamente che siamo coinvolti in un rito magico che assume i contorni affascinanti e dinamici di un nuovo viaggio nel viaggio. Questo è ciò che più sorprende, l’illusione di essere arrivati a destinazione dopo aver spento il motore e abbandonato l’automobile, quando invece una nuova partenza, avventurosa, è dietro l’angolo. Su fondo nero la parola “Hope”, schizzata in bianco con tratto incerto, campeggia tremolante come una fiamma in balia di un ideale soffio. La speranza dunque tentenna, si mostra labile e precaria mentre le distorsioni si sovrappongono, violino chitarre e bassi s’intersecano in una maglia sonora corale che ci obnubila da subito i sensi e ci trascina in un magma oscuro. Le percussioni iniziano gradualmente ad affacciarsi e sommarsi alla già complessa trama, accenni e scomparse e di nuovo presenza, che man mano diviene sempre più corposa. Il loop ormai si è innescato alla perfezione, e persino una coppia di brani ancora inediti riesce a rapire e a toccare dentro al pari di melodie già sentite mille volte e fatte proprie dall’abitudine; a ben vedere questa mossa sa di coraggio, ci si arrischia con disinvoltura in nuove sperimentazioni e si cerca nel pubblico incantato la giusta compagnia per creare e superarsi: non tutti possono permettersi tali rischi, si può scivolare in sbavature e in digressioni che non portano da nessuna parte. Ai GY!BE ovviamente non accade, qui siamo nel sublime e non nell’ordinario. E anche un fastidioso black out è affrontato coi nervi saldi, ricominciando al punto esatto in cui era avvenuta l’interruzione, senza smontare nemmeno di un poco l’elettrico coinvolgimento degli spettatori.
Sull’enorme schermo alle spalle dei nostri si riversano le immagini ottenute dal lavoro congiunto di più proiettori, si affiancano, si accavallano e sfumano l’una sull’altra; si passa velocemente da scenari desolati di macerie a parole capovolte e simboli dal significato talvolta nascosto. La sequenza viene accordata alla musica, la si vede rallentare in corrispondenza delle sospensioni oniriche, poi d’improvviso accelera furibonda per stare al passo dei crescendo, ché in fondo altro non è che un’ulteriore declinazione di questo post-rock deflagrante. In “Mladic” possiamo perderci nelle lande disabitate di un’ideale siberia, o muoverci sospinti da un vento caldo tra le cupole e la sabbia di un Oriente vicino, con le evoluzioni arabeggianti ricreate dalle chitarre. La potenza annichilisce, ci si sente travolti da un’indomita cavalcata sonora.
I suoni escono precisi e netti, affilati, dei fendenti affondati con chirurgica precisione da chi con perizia sa colpire nei punti esatti anche ad occhi bendati. L’ultima recente fatica, “Asunder, Sweet And Other Distress”, viene eseguita per intero; probabilmente la parte centrale carica di cupissimi droni e atmosfere sinistre – una discesa agli inferi tra crepitii e suoni decomposti – viene leggermente abbreviata, a favore dell’infinito climax psichedelico e maestoso di “Peasantry or ‘Light! Inside of Light!’”, ingentilito soavemente dal violino. “Piss Crowns Are Trebled” chiude il concerto con assoluta epicità, incasellando ogni nota e ogni brivido al posto giusto, galoppando grandiosa per portare a compimento quella catarsi emotiva che tutto il pubblico sta innegabilmente vivendo. Corpi stremati, sudore, occhi che brillano di felicità e liberazione, di totale appagamento.
La dissolvenza del brano segna un’insindacabile conclusione, nessuna insistente richiesta di bis fa tornare sul palco i musicisti dopo che, uno ad uno, abbandonano la scena. C’è una certa umana distanza che segna un solco invalicabile tra noi presenti e i forse spocchiosi ma ancor più divini GY!BE, e alla fine perdonare questo mancato scendere a contrattazioni ci resta semplice e, ammettiamolo, giusto, al cospetto di così tanta meraviglia.

Godspeed You! Black Emperor @ Estragon, Bologna (11-04-2015)

Federica Giaccani

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