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Lapalux – Lustmore

Data di Uscita: 07/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Lapalux - Lustmore

“Io seguo il vento, amico, perché è una guida, uno spirito, uno spirito guida che distrugge l’opera faraonica dell’architetto e che fa vivere la girandola tenuta in mano da un bambino. Il vento è equo, colpisce tutto e tutti. Coinvolge. Capovolge. Avvicina ed allontana. Il vento si trasforma in dolore per chi possiede qualcosa, mentre può essere un mezzo per chi deve raggiungere una meta. Ti schiaccia verso il basso e ti solleva. Il vento non ha forma ma dà forma. Fa alzare la gonna alle ragazze e ti ruba di mano il biglietto vincente. Semina caos e disordine nel giardino inglese, ma spazza via le foglie secche dal selciato abbandonato.”

Seguire il vecchio Dean non è mai stato facile. Nemmeno per quelli come me, che credono nella predestinazione, e vedono la progettazione come un vincolo, un bagno penale. Ogni sera nella quale le sue mani non erano ammanettate, o non stavano accarezzando il volante di un’auto rubata, o entrambe le cose, Dean tirava fuori dalle tasche bucate dei suoi jeans la prima cosa che quelle dita schizofreniche sfioravano. Che fosse un filo d’erba, una moneta di cartone, un fazzoletto contaminato, veniva lanciata in aria e dovunque il vento l’accompagnasse, quella era la nostra direzione. Per la serata, per la notte, per tutto quel tempo infinito ed impossibile a metà tra la veglia ed il sonno.

La mia vita è diventata un ossimoro come questo bancone sudicio. Così appiccicoso da rendere difficile sollevare qualsiasi bicchiere e boccale, come un’egida, una sorta di protezione, o di avvertimento. Ed allo stesso modo in cui quella calamita benevola tratteneva quei contenitori inappaganti, dall’altra parte c’era una mano che li riempiva di quel perfetto liquido infernale.
Il vetro scheggiato da impeti di frustrazione, le apparizioni di puttane narcolettiche, le luci divelte, gli sgabelli singoli troppo alti per toccare terra, gli appendi abiti bucati, tutto formava un’illusione ipnagogica che coinvolgeva tutti i sensi e che ti avrebbe dovuto far pregare di incontrare un sonno ristoratore.

Ed io? Io non ho mai pregato, e non inizierò adesso in questo luogo immaginato frutto di un desiderio squallido.

E il finale? Il finale per quelli come noi non esiste. Perché il mondo si divide tra chi prova l’enorme soddisfazione nell’incastrare l’ultimo tassello di un puzzle, e tra chi prende il pezzo finale, lo osserva, lo rigira, se lo mette in bocca e, dopo averlo ingoiato, riparte.

Filippo Righetto

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