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Squarepusher – Damogen Furies (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

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