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Archive for aprile, 2015

I Refused tornano in studio

Dopo diciassette anni di silenzio, i Refused annunciano la realizzazione di un nuovo disco, Freedom.
L’uscita è prevista per il 30 giugno.

(altro…)

E’ il giorno dei Blur!

Nel 2009 ad Hyde Park sono ritornati insieme

così

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Tra un concerto e l’altro hanno ricominciato a scrivere capolavori assoluti come

Under The Westway

Oggi è il grande giorno dell’uscita del loro nuovo album,
The Magic Whip

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Non vediamo l’ora di ascoltarlo e di raccontarvelo,
promette veramente grandi emozioni

My Terracotta Heart

Paolo Spaccamonti – Rumors

Data di Uscita: 20/04/2015

Paolo Spaccamonti - Rumors

Un liquido gelido mi scorre sul viso.

Vedo un capezzale e la figura indistinta di un uomo privo di sensi. Dovrei essere triste per lui ma non provo alcun sentimento, lo osservo muto, nella penombra.

Sono concentrato solo su di lui, sulla sua solitudine ma ora vengo rapito dal rumore di un respiratore che lo mantiene presente. Anzi, la stanza di rumori sottili ne è pervasa: bip di onde sinusoidali, soffi fisarmonici della plastica, l’agitarsi dell’aria in tubi sottili, ma sono suoni che mi giungono ovattati, distanti. E’ come se osservassi le pieghe d’acqua provocate dal lancio di un sassolino nello stagno, ma dal sottofondo.

Forse è un ospedale, vorrei girare il viso per guardarmi intorno ma rimango inchiodato con lo sguardo su quell’uomo.

Sento dei passi che si avvicinano, devo nascondermi. La porta si apre di scatto ed entra una donna vestita di bianco. Non mi ha visto, o almeno credo. La porta si richiude dietro di lei e mi ritrovo immobile davanti a quel contorno umano dal respiro elettronico.

Ora mi sembra di fluttuare sopra di lui, di specchiarmi in quella figura nera, forse sono impazzito oppure non è altro che un incubo. Sospeso in questo modo inizio una lenta discesa verso quel viso senza volto. Ora sento il battito del suo cuore, che lentamente rintocca, all’unisono con il mio.

I nostri nasi si toccano, ora le carni si compenetrano, entro in lui.

Un ricordo casuale fa capolino, la corsa in macchina, la perdita di controllo alla guida, un tonfo ed il mio corpo che viene catapultato al di fuori dell’abitacolo, al rallentatore eppure ad una velocità folle. Dovrei essere triste ma non provo alcun sentimento, mi osservo muto, nella penombra.

Un sangue gelido mi scorre sul viso.

Maurizio Narciso

Neil Halstead / Daniel Martin Moore @ Chiesa Evangelica, Roma (25/03/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

Neil Halstead - Daniel Martin Moore @ Chiesa Evangelica, Roma (25-03-2015)

Le strade erano affollate, le luci delle auto attraversavano le gocce di pioggia e si trasformavano in piccole e abbaglianti lucciole negli sguardi delle persone che incontravo lungo il tragitto. Non è ancora tempo di lucciole tra cespugli, è vero, ma non abbiamo tempo per cercarle altrove, così come non c’è tempo per la pioggia di abbandonare il cielo. Così come non c’è tempo perché due mani si sfiorino. Non dico che non ci sia semplicemente del tempo, non dico che non ci siano secondi a sufficienza, ma solo che non credo che ci sia per tutto un tempo prestabilito. Nulla accade per caso, ma nulla nemmeno accade di ciò non sarebbe dovuto accadere. (altro…)

Godspeed You! Black Emperor @ Estragon, Bologna (11/04/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

Il viaggio in macchina verso Bologna mi è sempre piaciuto tantissimo, è costellato di punti fermi irrinunciabili da rimirare sistematicamente: le curve tra Fano e Pesaro, Gradara maestosa che sorveglia dall’alto il flusso delle macchine, l’Aquafan e i ricordi d’infanzia, l’edificio bellissimo che ospita la sede di una famosa ditta di scarpe, i casolari isolati in mezzo alla campagna e poi, infine, la tangenziale. Con le giornate allungate sembra di rincorrere il sole al tramonto, quella palla di fuoco irraggiungibile e avvolgente con la sua aura di calore e speranza, mentre i tralicci s’inseguono l’un l’altro, dietro al filtro dei vetri un po’ sporchi. (altro…)

Drew Lustman – The Crystal Cowboy

Data di Uscita: 20/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Drew Lustman - The Crystal Cowboy

Ricominciare daccapo.

Come quando la civiltà, per come la conosciamo, finisce, e ci si ritrova a muoversi con un cavallo nel bel mezzo di autostrade deserte.

Ma non è questo il punto.

Quello che intendo è che passi anni e anni a fare il cameriere o il lavapiatti nella ristorazione newyorkese, che alla fine il sogno americano si compie sulla tua pelle e riesci a diventare capocuoco.

Vorrei essere più preciso.

Mentre sei il responsabile di cucina ti accorgi di essere colui che decide per gli altri, il tuo giudizio può nobilitare la brigata di salsieri, minestrai o pasticcieri oppure rovinarli.

Non basta.

Sei arrivato a destinazione, sei quello che vuoi essere, ciò che hai sognato per te, eppure non ti basta più. Fai turni lunghi, notti che diventano giorni e quando torni a casa non fai altro che accendere il PC.

Forse la faccenda inizia ad esservi chiara.

Perché il PC non è solo una finestra sul mondo, è dove potermi esprimere con i suoni, riprodurre con i software i battiti dei sintetizzatori e delle drum machine che non potrei mai avere tutte assieme in casa.

Capite ora?

La cucina è la mia passione ma la musica è qualcosa di più, è dove poter parlare una lingua solo mia, dove cucinare pietanze destinate ad un pubblico universale, non solo per i miei clienti abituali.

Ecco il punto.

Vuoi produrre musica e decidi di far correre le due attività su binari paralleli, non dormi più, ma sei felice e mandi i tuoi demo a chiunque, con la carta dei cd che odorano di soffritto.

Essere sé stessi.

Passano un paio d’anni ed è la cucina che è diventata il lavoro accessorio. Hai un nome che conta, non quello di battesimo ma uno che ti sei inventato, che la gente apprezza, un marchio di fabbrica.

Ecco, un marchio di fabbrica…

Allora decidi di rimetterti in gioco perché le cose rassicuranti proprio non ti piacciono. Ti inventi una produzione che questa volta porta il tuo nome. Per ripartire da capo. Una nuova prima volta.

Attesa.

In pochi conoscono il mio nome di battesimo e quindi spio dalla serratura per vedere se il pubblico che è dall’altra parte apprezza le mie nuove crudezze in salsa elettronica.

Vittoria.

Tutto funziona e sebbene in molti abbiano scoperto il trucco va bene lo stesso. Mi piace vivere come un camaleonte ed assecondare ogni mia sensazione: quello che non si fa pur di non guardare un uomo morire.

Maurizio Narciso

Built to Spill – Untethered Moon

Data di Uscita: 21/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Built to Spill - Untethered Moon

La Torre di Hanoi

Dimentico.
A diciott’anni, per curare dei gravi sintomi epilettici, ho accettato di sottopormi ad un’operazione chirurgica. Effettivamente le manifestazioni spasmodiche si ridussero ad una media di un paio di episodi l’anno. Purtroppo – e mi piace pensare per errore – durante l’intervento mi sono state recise alcune regioni del lobo temporale che ora mi rendo conto sarebbe stato meglio lasciare intatte. Da allora ho cominciato a sviluppare un’importante amnesia anterograda, il che significa che non sono in grado di acquisire stabilmente nuovi ricordi e dunque avere memorie che non siano legate alla mia vita precedente. Da vent’anni circa, ogni mattina mi sveglio e sono convinto che manchino tre o quattro giorni all’intervento. Esco dalla mia stanza e tutto è diverso da come lo ricordavo, non riconosco come famigliari quegli spazi. All’inizio pensi che sia solo lo stato confusionale dovuto al recente risveglio, poi ti rendi conto che ogni elemento dell’ambiente è diverso. La moquette è di un altro colore, la vecchia scala non cigola più – devono aver dimenticato di dirmelo -. Le foto sulle pareti si sono aggiunte e tra queste ricorre un uomo che non riconosco affianco ai miei genitori. Entro in cucina e mia madre mi guarda con aria stanca – non m’ero reso conto di quanto fosse invecchiata – , “lavori troppo ma’, dovresti concederti una vacanza di tanto in tanto”. Lei risponde che deve farmi incontrare delle persone. Il primo si presenta come S.P. , dice di essere uno psicologo e mi porge una tazza di caffè. A me non piace il caffè. M’invita a sedere e ruotando un po’ il busto introduce il secondo uomo, il dottor B.N. , neurologo, e ancora J.R. e D.K. , rispettivamente cognitivista e docente di semantica; a seguirli altre persone di cui però non ricordo i nomi.
In questi anni di test, il gruppo che mi ha seguito è giunto alla conclusione che il danno è pervasivo e dunque ho un impedimento rispetto all’assunzione e memorizzazione di conoscenze sia occasionali che semantiche, non ho tracce del mondo di oggi o del significato di nuove parole. Mi è impossibile ricordare nuovi episodi, ma ho chiare le esperienze della mia infanzia. E’ come se dopo un certo tempo, le memorie venissero spostate in un’altra area corticale.
L’intensa attività sperimentale ha permesso di dimostrare che la lesione vincola il funzionamento della memoria dichiarativa ma questa non è l’unica forma di memoria che possediamo. Da quanto riportato in un fascicolo datato 1997 – ci dev’essere un errore – che mi viene consegnato da una di quelle persone, una volta mi è stato chiesto di disegnare una linea e durante colloqui successivi, alla richiesta di svolgere lo stesso compito, fu messo in luce un evidente miglioramento nella competenza di tracciare la linea, da questo momento è stato ipotizzato che apprendimento non dichiarativo, acquisizione e successivo mantenimento di abilità motorie, dovevano essere legati ad altre essenze neurali rispetto all’area temporale. Allo stesso modo, è risultata preservata l’anamnesi topografica. Mi viene consegnato un ulteriore protocollo, è dichiarato che sono stato capace di riprodurre una planimetria accurata della casa in cui mi sono trasferito dopo la perdita della memoria, sebbene io non sia in grado di ricordare quando sono andato a viverci, come se il cervello avesse costruito una mappa cognitiva del piano spaziale a seguito dei miei movimenti da una stanza all’altra. -Mi guardo la punta dei piedi, la moquette ha un colore diverso… Questa non è casa mia.-
Esattamente come ieri, ho passato l’intera giornata a tentare di comprendere e accettare la mia attuale condizione ormai costretto a sottopormi a esperimenti che siano in grado di giustificare o di fornire informazioni rispetto alla mie lacune.
Sono le undici p.m., mi chiamo D.M. , da diciotto anni soffro di epilessia. Fra qualche giorno sarò sottoposto ad un’operazione neurochirurgica che scioglierà il mio problema.

Giulia Delli Santi

George FitzGerald – Fading Love

Data di Uscita: 27/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

George FitzGerald - Fading Love

C’è un punto, lungo la costa, in cui la collina si bagna i piedi nel mare. Al di qua della collina c’è una piccola baia, sempre desolata prima dei preparativi per la bella stagione. Al di là, la città che vive sempre.
Sulla cima della collina c’è un vecchio faro di pietra, che si erge solitario tra molte ginestre e qualche pino.
Piantata nella sabbia, in quel punto della spiaggia dove finisce il mare, una figura nera rompe l’orizzonte.
Il mare, la spiaggia, la collina, il faro. E un uomo.
Visti da lontano sembrano stare su una tela intenzionalmente imperfetta, in cui le tinte tenui di una prospettiva aerea, accentuata dalla foschia del lungomare d’inverno, sono interrotte per un istante da un piccolo gesto verticale, netto e scuro. Un tratto quasi insignificante nella vasta rappresentazione di quel paesaggio languido, un’eccezione appena percettibile alla regola della natura provvisoriamente dimenticata dagli uomini.
Un giovane, con una felpa nera e il cappuccio calato fin quasi sugli occhi, tiene lo sguardo fisso sull’orizzonte. Ha smesso da tempo di guardarsi intorno, di cercare un segno, una prova qualsiasi, come un’impronta sulla sabbia o la traccia delle ruote di una bicicletta, una parola scritta con la punta di un ramo spezzato oppure un foglio nascosto sotto un sasso. Fino a poco tempo fa lo si poteva vedere mentre setacciava ogni angolo possibile di quel luogo desolato.
Non ha perso la speranza, ma questa si è trasformata nell’accettazione dell’attesa; l’avidità nei confronti dei giorni che scorrono si è placata o, più probabilmente, si è nascosta nelle profondità inaccessibili della coscienza.

Per chi non può approdarvi dal mare, c’è una sola strada che porta alla piccola baia: uno stretto ramo di asfalto che si separa dalla Via Panoramica e si inoltra tra i boschi di pioppi, verso la costa, in una leggera salita. La strada finisce su uno spiazzo e, da un lato di questo, si accede ad un viottolo sabbioso che scende fino alla spiaggia. Le giornate sono ancora lunghe, il sole è rovente fino al momento in cui si nasconde dietro le colline, della baia non si vedono che piccoli ritagli di sabbia tra un telo colorato e l’altro. I piedi minuscoli dei bambini e quelli con le unghie laccate di rosso delle mamme e delle nonne si affollano dove l’acqua è ancora bassa. Piantati nella sabbia, in quel punto della spiaggia dove finisce il mare, i piedi minuti di una giovane donna. Se ne sta dritta di fronte al mare, a volte osservando le bracciate dei più audaci tra i bagnanti, altre volte perlustrando con sguardo veloce e attento la distesa dei corpi immobili sotto il sole. È difficile orientarsi in una moltitudine di volti sconosciuti e voci mai udite, ma lei non perde fiducia. Ha appena cominciato a crederci davvero. Fino a poco tempo fa la si poteva vedere mentre, nelle giornate più calde, passeggiava serena nella città deserta. Ora l’attesa le è diventata insopportabile, vorrebbe divorare i giorni senza dover pazientare che trascorrano, lentamente, uno dopo l’altro. Vive sospesa nel limbo di chi ha chiuso con il passato ma non riesce a dare un senso al presente; e lei continua a cercarlo, avidamente.

Giulia Matteagi

Waxahatchee – Ivy Tripp (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 07/04/2015

Waxahatchee - Ivy Tripp

Umano e naturale, rami che si protendono e fotografie scattate di sfuggita ma meravigliosamente evocative, così vere.
Una canzone che s’insinua in piena giornata estiva, fa caldo, non troppo, il ritmo è la strada che scivola lenta e veloce, pare quasi un sogno, chiudi e apri gli occhi, buongiorno di nuovo mondo.
Un abbraccio può sciogliere un momento no o quella sensazione spiacevole, la rivincita come la musica sale, gentile, metti nella tasca dei pantaloni dei ricordi migliori, così parte subito un sorriso.
Un dito percorre il finestrino e pare di vedere tutto: la spiaggia, il cielo di casa, il cielo in viaggio, i tuoi occhi, i miei riflessi, il mare, l’estate che va, e che va, salsedine sulla pelle, un ritmo che tiene su, una danza, un bacio sulla spalla, il sole che scalpita, il mare che si confonde con l’orizzonte: splendido..
Un dito che gioca con lo stesso tasto sul pianoforte, da fuori, attraverso la finestra che da sul giardino, ti vedo al centro della stanza suonare. La nota riempie l’atmosfera, ora si sente libera di farlo, basta anche così, senza malumori, basta davvero così.
Puoi anche scrivere una canzone racchiusa in una sola nota e farle girare il mondo, vederla sconfiggere il vento e la tempesta, pian piano sentire una batteria che prende corpo, sorregge e si guarda in giro, come due sguardi s’incontrano inaspettatamente, il mondo gira, su il sole guarda, un cenno d’intesa: come una parola giusta al momento giusto, lieta sorpresa.
Occhiali da sole, ritmo che batte, spiaggia che scorre, sabbia che vola, il mare balla un valzer, andiamo e torniamo, ritmo che sbatte, sabbia tra i capelli, come trovare una canzone che s’incastri perfetta in mezzo a questo buon vento..
Resistere, navigare piano, saper fare ordine, vedere con altri occhi anche l’attracco al porto, scoprire un bar nelle vicinanze, guardarsi attorno e non temere la notte, riempirla di canzoni..
Di volti, di un volto solo, del mare, dei rami degli alberi, di parole, di ritmi, bassi, batterie, vestiti nuovi, vestiti vecchi riadattati, dischi di dieci anni fa, dischi fuori moda..
La puntina si ferma: lasci a terra la chitarra elettrica e prendi l’acustica in mano
Partono gli accordi: l’estate, il mare, casa, la voce
Meglio di così è difficile..
Partono gli accordi: la memoria, la luna, casa, in viaggio, una voce
Senti qua..
Un raggio di felicità così semplice?
Senti,
senti qua..

Filippo Redaelli

Lapalux – Lustmore

Data di Uscita: 07/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Lapalux - Lustmore

“Io seguo il vento, amico, perché è una guida, uno spirito, uno spirito guida che distrugge l’opera faraonica dell’architetto e che fa vivere la girandola tenuta in mano da un bambino. Il vento è equo, colpisce tutto e tutti. Coinvolge. Capovolge. Avvicina ed allontana. Il vento si trasforma in dolore per chi possiede qualcosa, mentre può essere un mezzo per chi deve raggiungere una meta. Ti schiaccia verso il basso e ti solleva. Il vento non ha forma ma dà forma. Fa alzare la gonna alle ragazze e ti ruba di mano il biglietto vincente. Semina caos e disordine nel giardino inglese, ma spazza via le foglie secche dal selciato abbandonato.”

Seguire il vecchio Dean non è mai stato facile. Nemmeno per quelli come me, che credono nella predestinazione, e vedono la progettazione come un vincolo, un bagno penale. Ogni sera nella quale le sue mani non erano ammanettate, o non stavano accarezzando il volante di un’auto rubata, o entrambe le cose, Dean tirava fuori dalle tasche bucate dei suoi jeans la prima cosa che quelle dita schizofreniche sfioravano. Che fosse un filo d’erba, una moneta di cartone, un fazzoletto contaminato, veniva lanciata in aria e dovunque il vento l’accompagnasse, quella era la nostra direzione. Per la serata, per la notte, per tutto quel tempo infinito ed impossibile a metà tra la veglia ed il sonno.

La mia vita è diventata un ossimoro come questo bancone sudicio. Così appiccicoso da rendere difficile sollevare qualsiasi bicchiere e boccale, come un’egida, una sorta di protezione, o di avvertimento. Ed allo stesso modo in cui quella calamita benevola tratteneva quei contenitori inappaganti, dall’altra parte c’era una mano che li riempiva di quel perfetto liquido infernale.
Il vetro scheggiato da impeti di frustrazione, le apparizioni di puttane narcolettiche, le luci divelte, gli sgabelli singoli troppo alti per toccare terra, gli appendi abiti bucati, tutto formava un’illusione ipnagogica che coinvolgeva tutti i sensi e che ti avrebbe dovuto far pregare di incontrare un sonno ristoratore.

Ed io? Io non ho mai pregato, e non inizierò adesso in questo luogo immaginato frutto di un desiderio squallido.

E il finale? Il finale per quelli come noi non esiste. Perché il mondo si divide tra chi prova l’enorme soddisfazione nell’incastrare l’ultimo tassello di un puzzle, e tra chi prende il pezzo finale, lo osserva, lo rigira, se lo mette in bocca e, dopo averlo ingoiato, riparte.

Filippo Righetto

Alva Noto – Xerrox Vol.3

Data di Uscita: 06/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Alva Noto - Xerrox Vol.3

La torre di controllo galleggiava in un’aria lattiginosa, un bianco compatto quasi irreale, in alcuni punti la densità si diradava scoprendo i luccichii dei pannelli metallici di rivestimento di quel totem eretto con la pretesa di avere in pugno il comando, di essere infallibile, fiero nei suoi 100 metri di altezza. Sherdon si era appena fatto recapitare dal giovane galoppino di turno un grosso thermos di caffè e un paio di sandwiches di pane nero con le aringhe; era severamente vietato abbandonare la postazione per tutta la durata della missione, e l’adrenalina per l’imminente impresa unita alla borraccia d’acqua fresca tracannata per mitigare la scarsa salivazione ora premevano sulla vescica, sotto il ventre abbondante. Povero Sherdon, si era sudato la gavetta tra le fila dell’aviazione, un fisico non propriamente prestante lo aveva relegato nel gruppo delle eterne riserve mentre lui nutriva sogni di gloria e d’iperbolici progetti ad alcuni chilometri da terra. Nell’ombra di una carriera tutt’altro che da protagonista, aveva trascorso gli anni migliori perfezionando e limando i dettagli di una spedizione che custodiva in serbo fin dalla giovane età, quando tutto sembra a portata di mano e realizzabile con poco; non aveva osato confidare a nessuno i suoi piani, secondo la classica scaramanzia dei desideri esaudibili purché vengano taciuti, ma d’altra parte non era mai stato circondato da nutriti stuoli di amici, per cui il silenzio era venuto da sé, quasi automatico.
L’orizzonte era completamente annullato dalla spennellata di bianco solido che ricopriva il cielo, solo così si poteva fingere di raggiungere lo spazio senza essere distratti da intrichi di strade e case sottostanti, dai pendii delle colline e dalle grosse chiazze di vegetazione nelle valli. Chiunque al di fuori della torre di controllo l’avrebbe menata con quei concetti triti e banali dei viaggi interiori, ma Sherdon sapeva bene quale fosse la realtà dei fatti: aveva speso decenni in introspezione ed esistenzialismo spinto per poter elaborare successioni e particolari di quella personale peripezia. I giudizi altrui non avrebbero potuto scalfire alcuna certezza né infangare i suoi nobili e intimi propositi. Neanche la critica più feroce e cattiva, secondo cui si sarebbe accontentato di simulare un viaggio interstellare all’interno dell’atmosfera, lo avrebbe condizionato; in fin dei conti chi avrebbe disposto di mezzi e favori di convenienza per imbastire un vero e proprio lancio nello spazio?
Per ironia della sorte, l’occasione per illustrare ai colleghi gli intenti si presentò nella pacata e alcolica confusione della sua sobria festa di pensionamento; a dirla tutta non aveva già appeso al chiodo l’uniforme e il brevetto, mancava una misera manciata di giorni, ma Sherdon non era mai stato troppo attento e rigoroso nelle tempistiche. Complice il vino fruttato che era stato selezionato per l’aperitivo, le sue difese e timidezze si sciolsero man mano che girava impacciato tra i tavoli, e Mc Kenzie e Jordan – veri amici e capofila degli anziani insieme a lui – ci misero lo zampino adescandolo in una narrazione dalla quale non sarebbe stato ormai più possibile sgattaiolare via.
Il mattino era nebbioso, una coltre bianca anziché grigia che ovattava il contesto; il caro Sherdon aveva definitivamente terminato i suoi doveri tra le fila dell’aviazione, tuttavia gli consentirono l’accesso e l’utilizzo delle strumentazioni della torre di controllo giusto perché, proprio a causa delle condizioni meteorologiche avverse, nessun volo ufficiale sarebbe potuto decollare. La vescica premeva, è vero, ma il drone era pronto sulla pista di lancio e di lì a poco ogni fastidio fisico sarebbe stato messo in disparte senza alcuna forzatura. Il GPS funzionava perfettamente, ogni apparecchiatura era al suo posto.
Nell’isolamento, protetto da quelle mura e da quella vertiginosa altezza, Sherdon si sentiva al sicuro e libero di perdersi concretamente in quel viaggio che da anni metteva idealmente a punto tra bozzetti e considerazioni scritte su innumerevoli fogli; l’aeromobile si era alzato e fendeva sinuoso il candido manto umido che avvolgeva l’aria. Ignaro del perché, si era da sempre configurato lo spazio in una dimensione futura, distaccata dal presente da un immenso balzo temporale che annullava i colori e risucchiava cose e contorni in un quadro nuovo, un chiarore latteo dove le stelle luccicavano vicine e il drone sembrava danzarci assieme. Una galassia artificiale, non vi era alcun dubbio, ma il mezzo registrava e trasmetteva ogni minima delicata pulsazione e Sherdon l’assimilava nel suo rifugio in quota. Era sbalordito per quanto poco la sua immaginazione si era discostata dall’effettiva risposta che quel paesaggio rarefatto gli stava restituendo con una generosità sorprendente. Le strumentazioni riproducevano i suoni, nessun ronzio persistente o cacofonico alterava l’atmosfera in un’indeterminata sospensione. Il magma sonoro fluiva senza intoppi tra le intermittenze dei fasci luminosi che l’aeromobile incrociava nel percorso, stati d’animo di calma assoluta si alternavano con leggeri richiami ansiogeni ma più spesso con la voce della malinconia, una voce strana che dal futuro riusciva a riacciuffare ricordi ed episodi creduti reconditi nel passato. Un dialogo personale, frutto delle memorie e delle esperienze dello stesso Sherdon nel pianificare il tutto e farsi coinvolgere al momento. L’ambient riacquistava i suoi connotati primordiali: aperture gigantesche in spazi stellari evanescenti, soffici battiti di polpastrelli levigati e un loop quasi irriconoscibile, destrutturato e minimale, che faceva da costante in tutta la rotta. Minuziose variazioni come incursioni di melodie vere e proprie di sconfinata dolcezza o un vago frinire elettronico, o ancora un nastro avvolgibile sintetico che avviluppava traiettorie sfuggenti.
Sherdon si accarezzava la pancia con fare sornione, sognante e compiaciuto; un tenero sorriso sbucava fuori dalla folta barba, una reazione spontanea del bambino che non era mai sopito né superato in lui. Il drone stava rientrando alla base e il sogno di aver viaggiato nello spazio (e nel tempo) era stato coronato come nelle migliori fiabe d’infanzia. Ubriaco dallo spazio, si sentiva appagato e al contempo disorientato, era incredibile come fosse complessa una struttura all’apparenza così scarna; non sentiva nemmeno più lo stimolo di pisciare, continuava a gongolarsi da perfetto sentimentale. Dovettero irrompere bruscamente nella torre quando la nebbia si diradò scoprendo le morbide pendenze dei colli all’orizzonte: era ora di riprendere in mano il tabellone dei voli ufficiali e riportare il vecchio collega al presente.

“Lo spazio non è nero, è di colore bianco, e le stelle sono altri puntini bianchi che luccicano.
Maestra non so dire di più ma da grande ci andrò e poi le racconterò tutto.”
Jonathan Sherdon, anni 7
1962

Federica Giaccani

This Is the Kit – Bashed Out

Data di Uscita: 07/04/2015

This Is the Kit - Bashed Out

“Non sarà la paura della pazzia a farci lasciare a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione”
André Breton

Kate suona tanti strumenti tra cui il banjo e le incomprensioni. Ha una voce per niente banale e nonostante sembra che non ci sia niente di nuovo sotto al sole il suo timbro vocale pare abbastanza originale, e volendo usare un aggettivo tanto caro ai rincoglioniti si può dire che sia “magico”. Non so cosa nella sua vita l’abbia battuta o sbattuta, né ho voglia di parlare di ciò che ha battuto, sbattuto o abbattuto me, quindi parlerò della schiuma della sua musica e delle sue parole.
[Spero di campare tanto a lungo da poter sputare sulle tombe di quelli che mi hanno fatto male – che l’abbiano fatto senza saperlo o no non fa differenza – e di chi ha riso di me – gettandomi nel ridicolo per non sentirsi stupido, inadeguato o davvero ridicolo, ma soprattutto spero di campare abbastanza a lungo per dirmi quanto sono stato stupido a scrivere cose del genere]
Scusatemi le interruzioni, ma c’è una parola magica che fa venir fuori il mio mister Hyde. È un tizio molto remarcabile, molto polaito, ed ama delirare [sono io che sto scrivendo, il mio Hyde, ha preso il controllo]
Smettiamola con le sperimentazioni e torniamo alla musica. Anche gli arrangiamenti sono molto originali e non viene affatto quella voglia di staccarsi il cervello, sezionarlo, e toglierci la parte che ci fa dire “mi pare di averlo già…”. Poi la title track [uso il corsivo per i nomi stranieri perché ho ancora un po’ di senso del pudore] è davvero molto bella, e l’aggettivo “bello”, al contrario di quanto dicono gli snob del teatro e delle altre arti in crisi, non sminuisce per niente, anzi rende quel sentimento di naturale gratitudine verso un certo tipo di bellezza. Le chitarre suonate in questo modo mi fanno venire voglia di ascoltare ancora musica nuova, pensando che qualcosa di bello e non “mi pare di averlo già…” si possa fare.
Lei, Kate, oltre ad essere molto brava ha una particolare bellezza-bruttezza, un’ambiguità estetica che mi attrae molto, e a vederla così pare che sia stata cresciuta da una pannocchia o da tre spighe di grano. Vorrei dormire con lei e sentirla suonare e cantare prima di andare a letto.
C’è qualche brano non molto originale, ma chi si aspetta la perfezione, la completezza, l’ideale, è un gran bel coglione. Saranno i colpi piccoli – che messi insieme fanno qualche colpo grande – e i colpi grandi che mi hanno convinto che della questione dell’Ideale non ci abbiamo capito ancora niente.
[C’è un fiume sassoso dove vorrei essere adesso e vorrei che fosse giorno e che il sole non scottasse e che migrassero le cicogne sulla mia testa. In quel posto mi sento come nel pollaio con mia nonna da piccolo, come con una pistola in mano, come nel cimitero di Père Lachaise]
Kate mangia abbastanza volentieri e il suo piatto preferito è l’arpeggio; i diesis però le danno molte vitamine e le sue lentiggini hanno bisogno di note alte per continuare a vivere.
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Marco Di Memmo

Blur – The Magic Whip

Data di Uscita: 27/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Blur - The Magic Whip

Tra le insegne al neon degli sguardi si cercano, vengono intervallati da luce artificiale, la sfidano, riescono ad incontrarsi. Tra i grattacieli che sembrano non avere limite si apre il mare, infinito, bellissimo, è sempre mare.. Da un baracchino all’angolo della strada, tra le suonerie e le notifiche degli smartphone, arriva una canzone, come ad aprire un varco in un tempo che va secondo leggi differenti..Mentre i treni della metropolitana si fermano e ripartono tra una stazione e l’altra, il sussurro del piatto di una batteria s’insinua nel silenzio di una sala prove, cresce, viene accompagnato da suoni elettronici, poi rinforza il tutto il ritmo un tamburo..All’ora di pranzo e nel primo pomeriggio c’è sempre molto viavai per le vie della città ma la frenesia diminuisce, a passeggio alcune solitudini s’incrociano, sondano il terreno per un incontro, una possibile camminata a braccetto..Un altro ordine e poi forse si può fare una pausa, è il quadretto al ristorante take away là dall’altro lato della strada..c’è una radio bassissima in sottofondo, il ragazzo dietro al bancone si toglie per un attimo il cappellino e si strofina la fronte..Una dopo l’altra, una sopra l’altra, su e ancora su, fino a che punto del cielo? Le finestre, a volte vedi delle tende e a volte no, vetro affacciato sulle vite umane, storie intraviste e immaginate, quasi ti senti un esploratore dello spazio a quell’altezza, nella percezione della moltitudine..Un uomo inglese guarda verso un cartellone pubblicitario pop e, dopo essersi sistemato la giacchetta di jeans, estrae dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di sigarette e guarda verso tutte quelle immagini..C’è una coda fuori dal negozio di fumetti, arriva fin sul marciapiede, c’è anche una mostra di design nei paraggi..e giù nella sala prove si sfoglia privatamente, ognuno nella propria memoria, l’album dei ricordi di famiglia, guardandosi negli occhi come in un abbraccio continuato..La tracolla della chitarra è al suo posto, la maglietta a righe è nella storia ad Hyde Park e ritornerà presto, la Fred Perry lì, anche lei al suo posto, la penna scrive e scrive sul foglio e la vita si rivela dentro alla canzone, il cuore in mano, sul tavolo, o dove piace immaginarlo ad ognuno di voi, incredibilmente toccato, commosso..la Musica dal suo regno fa un occhiolino, il lavoro è andato a buon fine, ringrazia.
Uno,due, tre..e la mano sinistra compone il primo accordo al pianoforte, le luci dei grattacieli e i volti degli abitanti e dei turisti filtrano nella composizione e si confondono tra loro. E’ il tentativo di parlare direttamente dal cuore della città, della vita della metropoli. Una metropoli che è unica e tutte le altre metropoli. Allo stesso tempo. Un ragazzo esce di casa e decide di fare una passeggiata rilassante fino al lungomare, poco prima dell’ora di cena. Vuole ascoltare il vento per i successivi trenta minuti, magari insieme a qualche canzone, magari togliendosi una delle due cuffiette ogni tanto..e accogliere ciò che in quel momento può offrire lo scenario cittadino..una risata..una sirena..un saluto..un motore..musica soffocata dalle pareti di un locale..campanelli di biciclette..libri che vengono sfogliati..tintinnio di bicchieri di vetro.. Davanti agli occhi le possibilità sue e di centinaia e centinaia e centinaia di altre persone come lui..lì,tra i confini indefinibili delle nostre nuove città..dove sempre di più l’umano e il naturale tornano a cercarsi, a sfiorarsi, ad attrarsi, e comunque battono cuori come poesie o tamburi.. Questa musica è lì, al centro di questi movimenti, nel cuore che batte e che non si arrende di chi ha intravisto la bellezza e non smette di andare a riprendersela..Tra gli schermi che trasmettono vetrine sfondate e panchine in fiamme e gli occhi di una giovane ragazza straniera venuta da lontano e i suoi jeans neri tagliati sul ginocchio, tra la terrazza più alta del centro che ospita i bicchieri dei cocktail degli aperitivi e le fiamme degli accendini ad illuminare la sera da tanta altezza.. E sulla stessa terrazza, ora spoglia, in un’altra sera..solo gli strumenti di un gruppo musicale pronti a risuonare con la notte e le stelle, artificiali e non, ad accarezzare lo sguardo della luna, sempre la stessa, sempre così diversa, ad accorgersi che i ritorni accadono e hanno anche una loro grazia e che, in fondo, un tutt’uno è la storia che abbiamo da raccontare..Sembra di vederli luccicare quegli occhi nella notte..tra le note che si adagiano ed insinuano tra i rumori della città e tutte le sue vite intrecciate..Raccogli da terra il mio cuore di terracotta che non so più se è in pezzi o ancora intatto, so che da te sta per risvegliarsi il giorno mentre qui il cielo sta diventando blu tra le foglie degli alberi di ciliegio. Non vedo l’ora di stare con te.. Nello stesso istante in cui il ragazzo è uscito di casa per andare verso il lungomare, una ragazza si lega i capelli in una coda, prende il suo I-pod ed esce di casa..guardano la città..i loro corpi si sfiorano..premono il tasto play e ascoltano la stessa canzone.

Filippo Redaelli

Squarepusher – Damogen Furies (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

William Basinski – Cascade

Data di Uscita: 28/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

William Basinski - Cascade

Some Traffic lights & Cascade Loops

Guardare le luci proiettate da tutti i tipi di fanali: di posizione a volte clamorosamente assenti per via di qualche urto, di stop per segnalare le continue frenate nel traffico sinuoso e frenetico, l’anabbagliante giallo che incita alla violenza le vetture altrui e il fendinebbia utilizzato come monito per alzare bandiera bianca. Le linee di transito totalmente intasate in un interesse utopico teso alla creazione di un qualche ordine fondato sul disordine stradale. Niente di psicologico, nessun rimando allo scompiglio personale di una vita che non prende ancora una piega decisa e risalta per mancanza di stimoli.
La volontà è slegata dal senso comune e l’osservazione di più monitor, che a loro volta riportano ingorghi da varie latitudini e longitudini, appare come un momento a sé stante dal resto. Una perversione così la iniziarono a chiamare i suoi familiari, sempre più lontani e sicuri che questo strano hobby togliesse a lui più del tempo dovuto. Avevano ragione loro, ma l’illusorietà di una società perfetta aveva preso il sopravvento. Gli studi universitari lo avevano deluso gettando nel discredito i suoi precedenti ideali, autodistrutti in un odio radicale per una classe di insegnanti che aveva totalmente smarrito ogni sorta di realismo richiudendosi in una bolla autoreferenziale destinata ad annegare il buon senso rimasto.
Demolire una certa forma mentis è tuttavia impossibile e così il materialismo storico ha cambiato pelle in un conglomerato di vie, autostrade, ponti e motel destinati a svelare chissà quale paradiso in terra. Sarebbe di certo arrivato – pensava dopo qualche mese – il momento in cui tutti sarebbero stati in grado di concepire il mondo attraverso la carica sessuale insita negli sciami di macchine. Nessun esoterismo albergava in lui e, anche se certe letture di Ballard influenzarono le tesi, la convinzione più profonda garantiva una conoscenza superiore e aperta a tutti in attesa di essere svelata. Velleità da Nostradamus erano lontane e così notte dopo notte i giorni passavano blandendo i propri occhi con periferie sovietiche senza vetture, alture del Colorado innevate e stracolme di camion e formicai sudamericani di Opel Corsa vecchio modello.
L’audio non interessava, per i suoi c’era altro ad accompagnarlo nel suo piano erano presenti loop infiniti abili a dilatarsi lungo tutta la durata degli appostamenti davanti ai numerosi schermi.
La sensazione di espansione però non rende bene l’idea, bisogna rivolgere i pensieri al fenomeno della disgregazione. Altra chimera lontana è quello che fa dei loop un corso praticamente infinito di istanti che si ripetono in una continuità nient’affatto artificiale. L’ultimo nastro capitato tra le mani si chiamava “Cascade” e la lucentezza dei fari notturni era solo lievemente attutita da un andamento stanco, l’ossessione che portava allo sfinimento per un orecchio non allenato. Serve in generale una particolare propensione all’ascolto per avvicinarsi ad evidenti forzature del sistema commerciale della musica pop in cui un refrain riconoscibile dà la forza a tutto il resto. Le variabili non sono dipendenti e una persona può trovare soddisfazione glorificando il proprio orecchio con vari generi. Comunque la fusione dei due martellanti assilli utopici si legava alla perfezione, era il traffico a parlare attuando un apparato di regole nascosto. Il rumore di fondo, ricomposto in continuazione ma all’apparenza identico, era una sorta di respiro. L’accompagnamento così diventava come l’ossigeno e le potenzialità dell’accoppiamento illuminavano la sua mente sempre più deformata dall’isolamento.
Le preoccupazioni attorno a lui svanivano durante le sedute al computer, la bellezza liberatoria in una stabilità come sempre illusoria. Gli altri erano in ansia, ma lui non si accorgeva più di nulla e cullato dall’immaginario di perfezioni assorbiva i loop in attesa della conclusione. Un finale che non arrivava mai, una disciplina rigorosa e un fremito di piacere immaginando la solitaria rincorsa attorno a rotatorie con aiuole lunari. Una fotografia di Richard Misrach a ricordare le vecchie passioni, stranamente connesse all’annullamento in corso.
C’è davvero un senso in tutto questo? È tempo di agire o è necessario aspettare tempi migliori consci che l’autostrada diventerà dorata?
Una strada bloccata con annessa coda infinita sulla SR 143 a Nord del Sky Harbor Blvd vicino a Phoenix, non c’era tempo per pensare. Fotografie e appunti con le prime impressioni presero il sopravvento sulla riflessione appena iniziata, mentre “Cascade” fluiva lenta.

Alessandro Ferri

Arriva “Cherry Bomb”, il nuovo lavoro di Tyler, The Creator

Mancano cinque giorni all’uscita ufficiale e potete ordinarlo su iTunes, stiamo parlando di “Cherry Bomb”. Il terzo disco di Tyler, the Creator è il seguito di Wolf.

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Jerry Paper – Carousel

Jerry Paper - CarouselD.d.U. 31/03/2015

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Il riferimento a Eno mi sembra abbastanza scontato, ma c’è un elemento nuovo, strampalato, circense, con una sonorità che sembra muoversi sempre sulla linea dello scherzo. Un disturbo post traumatico da stress che si può estendere dalla vita individuale a quella del mondo e della musica… e della mia stessa vita. Una nevrosi da guerra causata da guerre di diverso tipo, guerre in cui non si spara. Ma non importa, tanto c’è questo sottofondo ridicolo, questa coscienza del grottesco della vita umana, dell’abnorme tragicommedia che si esaurisce nel giro di qualche decennio e ci rende simili a granelli da caffè, humus che fa fatica a diventare tale a causa della prolungata assunzione di conservanti che ci “conserva” anche da morti. Guardarsi allo specchio e insultarsi; ridere; andare ai ricordi più dolorosi e rendersi ridicoli (magari immaginandosi vestiti da tacchini); guardarsi negli occhi; pensarsi polvere; ridere di nuovo; ripetere l’esercizio tre volte.

Marco Di Memmo

L’atteso ritorno di Frank Ocean è vicino

I got two versions. I got twoooo versions. #ISSUE1 #ALBUM3 #JULY2015 #BOYSDONTCRY

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