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The War on Drugs @ Rock City, Nottingham (01/03/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

Un violento scroscio di pioggia si abbatte sulla piccola veranda coperta e malamente isolata. Dura qualche minuto e poi il cielo si apre un poco. Come fosse estate. Quasi. Forse è la primavera che arriva. Forse. Che già i primi crocchi spuntano dal terreno come mani in un film di Romero. O forse è quest’odore di asfalto bagnato che evoca un non so che. Sarà. Sarà che è ora di dirigersi verso il centro. E mannaggia agli orari stampati sui biglietti che non riesco a non rispettare. E’ più forte di me. Che poi finisce che ogni cifra è un’attesa colmata da una ale. E dopo ogni ale mi sento un po’ più giovane. Non per altro. Ma perché qui l’età anagrafica del pubblico pare distribuita uniformemente tra i diciotto e i sessant’anni. E fluttuazioni statistiche hanno condotto me e i miei due compagni di serata in un intorno che ci fa sembrare infanti. Alla mia sinistra una coppia dolcissima di almeno centodieci anni in due. Davanti a me due metri nervosi e brizzolati. A destra due donne coi capelli di un rosso artificiale e birre alla mano. Sorrido al pensiero che tutto questo non sia altro che una messinscena per creare la giusta atmosfera. O forse sto ancora pensando a quello scroscio di pioggia e all’odore di asfalto bagnato che m’hanno fatto andare con la mente a estati decisamente lontane. O forse è questa batteria. O le tastiere. O tutto questo assieme. Sarà. Però sono sicuro che nel momento preciso in cui la musica è partita i miei pensieri sono tornati indietro. Così indietro che ancora non c’erano. Come a vivere ricordi non miei. Stralci di film passati alla televisione le sere di fine giugno con la finestra spalancata e il profumo della lavanda che entra discreto. La maglietta dentro ai jeans e il berretto con la visiera piatta. I capelli fluenti e le camicie con le maniche corte che corte non sono. Mannaggia ma che è? Sarà la chitarra. O la tromba. Sarà. Ma sono catapultato indietro tra sgargianti colori sbiaditi di tempi impressi su vecchi negativi conservati. Che non si sa mai si voglia stampare un’altra copia di qualche foto delle vacanze. Stretti sui sedili di una vecchia 127 color senape presa a noleggio. E via una chitarra dietro l’altra mentre gli spazi si aprono su tappeti di synth e l’aria viziata pare rinfrescarsi appena un poco. Come calasse la sera sulla via. Delineando sguardi complici e risate argentine e chi lancia il pallone al di là del muro scavalca e lo va a riprendere prima che faccia buio del tutto. Il ritmo si sostiene senza essere invadente. Al più evocativo. E mescola ricordi propri a una cultura tramandata attraverso tubi catodici e onde radio. Così nei salotti come nei bar e nei lidi. Riecheggia un sassofono in lontananza e non correre così che alzi la sabbia e dai fastidio alle altre persone. Ma non si può andare piano. Non è possibile camminare. Né tenere la testa ferma. No. Non si può stare fermi. Si corre. E qualche volta si cade. Acqua ossigenata sulle sbucciature e via di nuovo che chi arriva ultimo paga il gelato. Il fondale di pannelli bianchi si colora di arancione e poi verde e poi azzurro acqua. Un’altra chitarra ancora e i due metri brizzolati cominciano a dimenarsi in un ballo liberatorio. Lasciando per un momento da parte l’anno di nascita e una rigidità forse mai avuta. E balla. Balla ancora. Balla che è giusto così. Ma siamo agli sgoccioli. Il respiro ritorna regolare e io ritorno piano al presente. Ma non abbandono ancora ciò che è né ciò che è stato. La musica ora rallenta. Fino all’ultima nota però ancora presente non è. Siamo ancora in estate. Fino all’ultima nota. Domani è di nuovo il primo giorno di scuola. Ma fino all’ultima nota mi è concesso respirare ancora il profumo dell’asfalto bagnato.

The War on Drugs @ Rock City, Nottingham (01-03-2015)

Pietro Liuzzo Scorpo

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