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Godspeed You! Black Emperor – ‘Asunder, Sweet and Other Distress’

Data di Uscita: 31/03/2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Asunder, Sweet and Other Distress'

Seduto allo scrittoio accanto alla finestra, è da un numero imprecisato di ore che cerco di mettere ordine alle mie memorie confuse, che mi sfuggono di mano intrecciandosi in una sequenza tutt’altro che verosimile, giocando a nascondersi per i sentieri impervi del tempo, con la spavalderia di chi sa di poter eccedere in furbizia o anche solo in prestanza fisica, contro l’avversario. Sono in attesa, congelo istanti e immagini aspettando di sentirti spalancare la porta alle mie spalle da un momento all’altro, trascinandomi nell’ampia corte dell’ingresso per sfidarmi, come abbiamo pattuito a seguito di ricerche reciproche, per mettere finalmente a tacere ogni diverbio e contrasto che ha contraddistinto questo morboso rapporto di dipendenza e rancore, sin dall’infanzia. Mi preme soltanto lasciare per iscritti i miei pensieri, ché magari in futuro qualcuno potrebbe leggere della logica in questo gesto a prima vista folle; ma siamo cresciuti con le armi e le armi ci hanno vissuto addosso in questo affanno di vita, non siamo stati mai educati alle mezze misure per negoziare soluzioni.
Scosto la tenda e vedo la brughiera invadere la visuale e la stanza, mica come quando muovevo i primi passi in una campagna americana con le pecore a pochi metri da casa e quell’intimità tipica delle cose semplici. I nostri padri ci avevano impartito una formazione rigorosa, il gregge e la natura andavano accuditi e rispettati, le prede andavano invece cacciate per ragioni di difesa personale e approvvigionamento, secondo l’antica e ancora cara usanza dei nostri avi. Al raggiungimento della maturità ricordo ancora il grosso pacco regalo contenente il mio primo fucile, non fu una sorpresa giacché nascesti un paio di anni prima di me e la cerimonia d’iniziazione all’età adulta la avevo già vista da spettatore. Ciononostante, l’emozione mi fece tremare le mani e la voce mentre ringraziavo con lo sguardo dritto a quello di papà, severo, e il contatto con la lunga canna fredda e l’impugnatura mi fecero trasalire. Fu una giornata epica, di rincorse concitate nella radura, di sali scendi in cui il respiro ansante mi martellava le tempie e gli occhi famelici trapassavano siepi e alberi alla disperata ricerca di una grossa preda da esibire come trofeo. Era obbligo morale uscirne vincitori, mio padre doveva essere fiero di me e io meritevole di una responsabilità così importante come la maturità. Di contro, la tua smania di primeggiare ad ogni costo mi costringeva a retrocedere e a lasciarti talvolta il passo, quando ti piazzavi davanti a un appetibile bersaglio per farlo tuo o mi scansavi all’improvviso nel tentativo di dissuadermi dal premere il grilletto. Avrei dovuto già capirlo al tempo, non avremmo avuto vita semplice insieme. E ora, mentre ti aspetto, in bilico tra il timore e l’ardente desiderio di giungere finalmente a un epilogo, mi tornano a galla chiarissime quelle immagini invecchiate, ancor più nitide e precise di tante altre più recenti affastellate senza cronologia. Seduto allo scrittoio, procedo nella scrittura, mentre riempio il silenzio ingigantito dall’alto soffitto con della musica solenne come le nostre giovani cavalcate, in cui archi e batteria si dividono la gloria, in un tripudio che incede di vaga memoria psichedelica. Scorre il tempo e tu stai tardando; mi chiedo se alla fine della fiera abbia scelto la resa, pur sapendo che non è mai appartenuta alla tua natura. Riaffiorano lugubri memorie di morte, il decesso improvviso di tua moglie e la fuga altrettanto imprevista della mia; né tu né io sapemmo spendere parole di accorato cordoglio, di empatia verso l’altro. Una finta patina di circostanza avvolse queste perdite con freddo distacco, e in segreto era come se la vita ci sottoponesse una corsa ad ostacoli, una staffetta, in cui perfino la più triste e sciagurata sventura dell’uno non poteva che essere considerata una forma di vantaggio per l’altro. Provai vergogna in questa tacita ammissione; per liberarmene, in vista di un’eventuale vicina caduta definitiva, preferisco confessare tali ignobili debolezze su carta, la mano procede spedita ormai senza incespicare. Le note diventano gravi e la melodia viene meno, un drone sinistro gracchia come metafora di mancata redenzione, si innestano distorsioni via via crescenti e un climax di tensione su ideali carboni ardenti prepara il campo all’incontro finale. Disillusione, malinconica lucidità, nervi tesi e rumori scomposti.
Avverto la tua presenza al piano di sotto, le suole delle scarpe che gravemente salgono i gradoni in marmo e accarezzo la canna del fucile; il grilletto è in disuso da diversi anni, ma sento ancora l’inconfondibile odore di polvere da sparo, profumo di ordinanza nella mia famiglia come quello dei biscotti al burro della domenica. La porta si apre e la tua figura disegna una sagoma austera in controluce, una rapida intesa con gli occhi e abbandono le carte sullo scrittoio per seguirti in silenzio. Non una parola mentre prendiamo posizione uno di fronte all’altro, dalla finestra lasciata spalancata prorompe un crescendo in marcia, inquieto come i nostri animi. Appoggio il calcio sulla spalla, pronto per prendere la mira in questo duello tanto assurdo quanto fondato. I giri di chitarra, in un loop furioso, fomentano la tensione, poi arriva quell’istante che entrambi conosciamo, in cui più nulla conta e si trattiene il fiato. Gli spari e l’oblio.

Epica come una scena dipinta da Paolo Uccello, in un tripudio post-rock al galoppo verso vette assolute, lo scontro decreta inaspettatamente morte contemporanea. Due corpi giacciono scomposti, un quadro lirico e drammatico su uno sfondo in dissolvenza al sapore di cornamuse. Il sangue macchia in rivoli il selciato di bianca ghiaia e scorre veloce, si ricongiunge in un’unica pozza, a formare quell’unione fraterna che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare tale.

Federica Giaccani

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