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Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

Kendrick Lamar - To Pimp a Butterfly

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

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