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Verdena @ Velvet Club, Rimini (27/02/2015)

Un breve ascolto, durante la letturaVerdena @ Velvet Club, Rimini (27-02-2015)

“Verdena” uscì nel 1999, e in quarto liceo quei mi affogherei e sto bene se non torni mai di “Valvonauta” suonavano come frasi tremendamente adolescenziali, da immaginarsele scritte nelle Smemoranda dei ragazzini del primo anno. Era un’età in cui snobbare riusciva spontaneo, come anche palesare la repulsione, tant’è che all’Heineken Jammin’ Festival di Imola andai per Marilyn Manson, i Blur e i Placebo, dei fratelli Ferrari notai solo l’aspetto attraente per noi wannabe trasgressive di fine anni ’90.
Per mia fortuna non ho mai avuto paura di rivedere le mie posizioni, né di innamorarmi. Disco dopo disco i Verdena crescevano, s’ingigantivano, si superavano e ingoiavano con la facilità di un titano tutta la marmaglia lillipuziana degli altri gruppi rock italiani, impantanati tra la melma dei cliché e un’inettitudine di fondo al rinnovamento. Da “Il Suicidio del Samurai” – consumato nelle maratone di progettazione all’università – in poi, ogni nuova uscita del trio bergamasco prevedeva un’attesa febbrile e un’immersione totale ed esclusiva negli album. Orgogliosa dei risultati indubbiamente ottimi, e oramai innamorata, riscoprii e apprezzai addirittura le asprezze delle primissime cose.
In sedici anni non basta un semplice sforzo di memoria per tenere a mente ogni accadimento, tuttavia un sommario bilancio mi consente di collegare i Verdena a innumerevoli circostanze bellissime e incontri fortunati, i ricordi s’infittiscono e acquistano corpo, consistenza. L’arrivo del primo volume di “Endkadenz”, l’aspettativa di un prosieguo in un secondo capitolo entro la fine del 2015, la partenza di un tour dopo un lungo periodo di assenza. Le carte in tavola ci sono tutte per fomentarsi e trasformarsi in fanatici, quello che conta poi è avere la consapevolezza di non essere coinvolti in nulla di effimero ma di esserci dentro davvero, felicemente assorbiti.
Un’ora scarsa di A14 per annullare distanze spazio-temporali e finire nel fango perenne del parcheggio del Velvet, percorriamo quei metri che ci separano dall’ingresso col maglione stretto addosso da braccia conserte, per fingere che non sia poi così freddo mentre si affretta il passo. E la mente è un ventaglio di immagini e fibrillazioni, a partire dalla prima volta che capitai tra le mura di quell’enorme spazio, tempio storico del rock dal vivo, passando via via in rassegna i volti di amori musicali più o meno duraturi. Essere lì ti fa avere vent’anni ogni volta, essere lì te ne fa anche avere trentatré, con lo sguardo benevolo verso te stessa di un tempo.
I Jennifer Gentle stanno già suonando, ma preferiamo prenderci da bere come degli irrispettosi e accaparrarci un posto decente, defilato dalla calca e in posizione leggermente rialzata, per poterci poi godere il concerto senza la necessità di schivare la distesa di teste che ci separano dal palco. I Verdena attaccano alle 23, minuto più minuto meno: “Ho una fissa” apre il live con la stessa carica dirompente con cui apre l’album uscito esattamente un mese prima. È molto bello esserci la sera del debutto, e in qualche strano modo farne parte. Una tripletta iniziale di pezzi nuovi tra cui la sorprendente “Sci desertico” dal ritmo sincopato, la voce distorta e il synth che avvolge ogni cosa con uno sporco fruscio. Il locale è popolato da un mare umano a perdita d’occhio, è impressionante come esplode tra salti e urla all’attacco di “Loniterp”, prima incursione della serata nel passato recente di “WOW”. Il pianoforte entra in scena in un secondo momento, quando “Diluvio” ci fa ondeggiare con gli occhi chiusi, delicata e decisa, ho un brivido di già risuona di mille echi di altrettante voci del pubblico. “Puzzle” dal vivo trascina e manda in visibilio ancor più della versione in studio, il crescendo al grido Efedrinaaaa e la cavalcata selvaggia in conclusione non ammettono resistenze. Uno a uno tutti i brani di “Endkandenz vol.1” rispondono all’appello (tranne, ahimé, “Alieni fra di noi”), “WOW” e “Requiem” si spartiscono più o meno equamente la fetta dei ripescaggi, fatta eccezione di un paio di canzoni ancora più datate. Il risultato è ricco e corposo, deturpato purtroppo parzialmente da alcune pecche nella resa dei suoni (colpa del fonico?), come nel caos estremo di “Derek”, che arriva eccessivamente confusionario per noi lontani dal palco. “Non prendere l’acme, Eugenio” e “Caños” continuano a scaldare la folla osannante, che si profonde in cori ed esultanze, nonché in imbarazzanti tentativi di stage diving. Parte “Isacco Nucleare” e mi trova totalmente impreparata, non ricordavo come fosse godere con le sue note, la pressione, il sudore, gli assoli di chitarra e quell’Entschuldigung sussurrato a toni bassissimi, come a parlare a se stessi. Più forte si muore, ora so. Intensa e liberatoria la sequenza “Vivere di conseguenza”/”Contro la ragione”/”Scegli me” al pianoforte, con quest’ultima che solleva un boato già dalla prima nota, e fossimo stati solo pochi anni fa si sarebbe accesa una selva di accendini sopra le nostre teste, al pari di un artificiale cielo stellato. Sfortunatamente oggi in aria si tengono solo i cellulari. “Rilievo” chiude l’esibizione prima del ritorno per i bis, ed è una scelta felice assegnare a questo pezzo il compito di chiudere, temporaneamente. Pur essendo al debutto dal vivo, esce solida e vigorosa, l’esecuzione non ha sbavature e scava solchi interiori su aperture musicali di ampio respiro; esauritisi i colpi violenti della batteria, la coda viene deformata e allungata in un allucinato mantra ripetuto da voci sinistre fuori campo a far compagnia ad Alberto rimasto solo. Inquietante e magnetico.
“Nevischio” inaugura il rientro, ma è “Razzi arpia inferno e fiamme” a colpire subito, totalmente trasfigurata dal peso dato a piano tastiere e sessione ritmica rispetto alla scarna versione originale, in cui voce e chitarra erano protagoniste indiscusse. “Luna” e “Ovunque” ci spingono di peso nel passato, fino agli esordi: il pubblico costruisce una foresta di braccia alzate, tutti conoscono i testi a memoria e non importa che il concerto stia per finire e la voce si stia esaurendo, si urla e ci si scambia questa stupenda energia fino in fondo. Il commiato definitivo è demandato all’intensità di “Funeralus”, ultimo pezzo di “Endkadenz vol.1”, coerentemente con il parallelo già adottato per aprire il live. Le emozioni luccicano negli occhi di tutti, sanno di anni di amore e fiducia, di corpi sudati, di strofe criptiche in cui comunque ci si ritrova, di empatia, di un sentimento che va ben oltre le parole che posso ora impiegare per raccontarvi come sono andate le cose.
La strada per tornare a casa è sgombra e andiamo veloci; a dispetto della mia nota propensione a cedere a Morfeo sui sedili dell’auto, ho le palpebre aperte che non accennano minimamente ad allentarsi sotto il peso dell’indubbia stanchezza. L’adrenalina è ancora in circolo, e prepotente mi terrà sveglia per un bel po’ anche sotto le coperte, con un sorriso ebete disegnato dalle labbra.

Verdena @ Velvet Club, Rimini (27-02-2015)1

Federica Giaccani

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