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Archive for marzo, 2015

Nils Frahm e il Piano Day

Si è celebrato ieri, 29 marzo 2015, il primo Piano Day, festività creata dalla mente feconda di Nils Frahm, tra i nostri compositori contemporanei preferiti.

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The Staves – If I Was

Data di Uscita: 23/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

The Staves - If I Was

Come il sole che sorge ogni giorno.

Era una delle solite serate cittadine di quel periodo, caratterizzata da molta fretta, corse su e giù per le strade per stare dietro agli impegni e, in aggiunta,le cicatrici di un amore travolgente e svanito troppo in fretta. Avevo i miei talismani, i miei angoli e i miei momenti di oasi. Era veramente da tanto tempo che non mettevo piede nel mondo della musica, sentivo nelle ultime settimane qualcosa nell’aria che lentamente mi stava comunicando qualcosa. Sensazioni, quell’aria più frizzante ed eccitante, riuscire ad intuire la possibilità di poter accedere a una concezione del tempo più rarefatta, accogliente, capace di aprire le porte ad un certo tipo di bellezza. Fu un amico musicista a chiamarmi qualche giorno prima, voleva sapere se, come mio solito, sarei stato al Black & White a mangiare e bere qualcosa e ascoltare buona musica. “Certamente, non manco mai. Specialmente di venerdì sera. Non rimarrai deluso, è come una casa”. La mia riposta dovette suonare grosso modo così. Beh, cosa c’è di strano, direte voi.. già. Cosa c’è di strano? Quella serata non fu una delle solite serate, uno dei soliti venerdì rilassanti e rigeneranti. Quella serata fu molto di più. Ricordo che rimasi letteralmente pietrificato con il mio bicchiere in mano dopo aver ascoltato per la prima volta le loro voci. Mi riferisco alle voci di tre ragazze, che poi scoprii essere sorelle. Di sasso rimasi. Completamente pietrificato da quella meraviglia. E poi..poi un sorriso spontaneo mi si stampò sul viso, guardai John incredulo, era una sensazione che non provavo da tempo così intensa. “Hai visto? Sono della mia regione, hanno anche suonato con Marie”. Queste tre sorelle, in semicerchio e in piedi al centro del palco, lunghi capelli scuri e visi puliti, cantavano armoniosamente sprigionando una bellezza che mi colpì dritto all’anima. Dopo ogni pausa il riascoltare quel canto sembrava un risveglio, una nuova alba. Come il sole che sorge ogni giorno, dissi a John, probabilmente. Ma non è tutto. Ci presentarono, parlammo di musica, di paesaggi e di canzoni fino a tarda ora, all’aperto, sotto le stelle. Qualche mese dopo ci ritrovammo per lavorare assieme. E’così naturale..spontaneo..Ah, quelle voci…

Siamo sempre più noi!

“Venite qui dai,un abbraccio tra sorelle”si sentì esclamare dopo che ascoltarono il risultato finale delle registrazioni. Ci furono degli istanti in cui nessuno dei ragazzi che stavano collaborando al disco si permise anche solo di chiedere il permesso per entrare nella stanza dove avvenne quell’ascolto. Tutto era lì, tutto nasceva da lì..con quanti ricordi, quanto tempo passato assieme..nella vita, in qualsiasi situazione quotidiana e nella musica, nel canto, sempre lì, in mezzo a una nota e ad un’altra, in assoluta e perfetta simbiosi. Si era creato qualcosa di raro e di prezioso durante le registrazioni dell’album. L’inverno stava scivolando sempre meno lentamente verso una splendida primavera e una canzone dopo l’altra si stava rivelando al mondo. Un passo dopo l’altro, dall’anima al canto, via fino agli strumenti, e poi gli incastri con le parole..”Sun!” Era febbraio, dopo qualche giornata di freddo e nuvolo tornò finalmente il sole. Le ragazze stavano cantando, una ad una corsero alla finestra per guardare fuori, poi presero le sciarpe e i cappotti per coprirsi meglio e spalancarono i vetri affacciandosi all’esterno. Un’aria freschissima e un tiepido calore solare entrarono in punta di piedi nella sala, loro cercavano di riscaldarsi il viso, altri preparavano caffè e respiravano a pieni polmoni la natura. “Eccola, è questa la fotografia di quel giorno! Guarda Emily sei tu!” indicavano le dita delle sorelle tra le tantissime polaroid che furono sparse su un vecchio tavolo in legno. “E qui stavamo completando Blood I Bled, guarda guarda si vede anche nei tuoi occhi la luce accecante del sole che invade tutte le cose e i pensieri, cercando di superare una ferita, avevi ragione, è proprio così il finale! Ah,e qui invece Steady, qui ancora Horizons, che meraviglia che è venuto il suo inizio..mi brillano gli occhi ogni volta.. Siamo sempre più noi..è bellissimo..è la musica che abbiamo sempre desiderato fare..”

Teeth White

Le percussioni incominciarono il loro incedere per sostenere la struttura della canzone che stavano per suonare, Jess passeggiando sul tappeto si sistemò la tracolla della chitarra e incominciò ad accennare la sua parte, tutto stava prendendo sempre più forma e le ragazze si stavano ritrovando a suonare tantissimo i loro strumenti, ancora di più che in passato, sempre più in controllo delle proprie voci sempre più in accordo, pian piano stava germogliando intorno al cantato un sottobosco sonoro molto raffinato, mai troppo invasivo, rami e foglie che si sviluppano secondo una natura ben levigata, ancora fresca, cesellata in ogni piccolo dettaglio. Camilla sorrise scostando i lunghissimi capelli da una parte del viso e con gli occhi abbassati quando paragonammo le qualità della loro nuova musica alle piante, agli alberi, al mondo della vegetazione e della natura in generale. Registrare e produrre musica con quelle atmosfere e basandosi su voci così genuine sottintendeva un amore per l’universo naturale sconfinato. In alcune canzoni ci ritrovammo a provare a riprodurre lunghe passeggiate per sentieri ancora in parte coperti da neve, corse per prati verdissimi, il fruscio delle foglie accarezzate dal vento. Detto ciò, la componente emotiva ed umana non poteva che emergere in egual, se non comunque maggiore, misura. E’ tratto intrinseco del loro modo di comunicare attraverso la musica, le note, le parole delle canzoni, le storie raccontate e gli orizzonti esplorati, gioiosi, rilassati o più sofferti e dolorosi, tendono naturalmente ad una sensazione di benessere..L’ho scritto in una lettera commossa alle ragazze, alla fine della creazione del disco, scrivendo come se stessi passeggiando tra le note di Teeth White, la canzone che meglio esprimeva in quel momento le mie emozioni..Cercavo in tutti i modi di trattenere quei sentimenti e quel clima che si crea intorno alla fine di un’esperienza splendida che ci ha arricchiti, come un viaggio. E’ un po’ come quello che succede quando ti rendi conto che ti piace una persona, e il suo modo di fare e di essere getta nuova luce su molti aspetti già conosciuti, rivelandone nuovi orizzonti, una nuova vita..e tu sei lì, di fianco, innamorato perso di lei e di questo modo di vivere..

Filippo Redaelli

The War on Drugs @ Rock City, Nottingham (01/03/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

Un violento scroscio di pioggia si abbatte sulla piccola veranda coperta e malamente isolata. Dura qualche minuto e poi il cielo si apre un poco. Come fosse estate. Quasi. Forse è la primavera che arriva. Forse. (altro…)

Björk – Vulnicura

Data di Uscita: 20/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Björk - Vulnicura

A quasi cinquant’anni ho tremato come una ragazzina.
“This wild lion doesn’t fit in this chair”

Diceva di amare la mia sensibilità, e non sto parlando di arte ma di attitudine, del mio modo di stare al mondo.
“Show me emotional respect / I have emotional needs / I wish to synchronize our feelings”

E’ stata la cosa più dolorosa che ho provato in vita mia.
“I smell declarations of solitude”

Ho scelto come nome dell’album proprio quello suggerito inconsapevolmente da lui. Mi ha baciata sulle labbra per l’ultima volta provocando in me l’emozione che fu della prima. Poi mi ha sussurrato che saprò curare le mie ferite, anche quelle più profonde. Vulnus e Cura quindi Cura per le Ferite.
“Every single touch / We ever touch each other / Every single fuck / We had together / Is in a wondrous time-lapse / With us here at this moment”

Ho indossato la mia corazza preferita, quella con l’aureola, che serve a far distogliere lo sguardo altrui dal mio petto lacerato.
“I am one wound / My pulsating body / Suffering being / My heart is enormous lake / Black with potion / I am blind / Drowing in this ocean”

Il bisogno di scrivere è arrivato qualche tempo dopo, ma sono venute fuori parole troppo fragili, troppo intime. Ho dovuto nascondere anche loro, dietro a spigoli ritmici e vocalizzi arditi. Le sillabe celate ma ben presenti, come segrete ancore di salvezza.
“Don’t remove my pain / It’s my chance to heal”

Quindi la musica, per danzare nel fuoco senza bruciare. Il suo incedere è umano ed allo stesso tempo divino. E’ una sinfonia strumentale organizzata ma è anche una composizione elettronica labirintica dove il caso genera strepiti imprevisti. Elementi che sono agli antipodi si rincorrono senza sosta.
“Enter the pain and dance with me / We are each other’s hemispheres”

Durante la fase di produzione ho versato tutte le lacrime che avevo nel corpo, prosciugandomi. Non ricordo l’istante in cui ho deciso semplicemente di accettare questo mio presente im(perfetto).
“When I’m broken I am whole / And when I’m whole I’m broken”

Ora il mare è piatto ma non basta, vorrei riuscire a comprendere se sotto il primo velo d’acqua si agitano correnti pronte ad increspare di nuovo l’orizzonte. Forse un giorno ci riuscirò davvero a lasciarmi tutto questo alle spalle.
“Maybe he will come out of this / Or he will feel solitaire / Somehow I’m not bothered / I’d just like to know”

Maurizio Narciso

Purity Ring – Another Eternity

Data di Uscita: 03/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Purity Ring - Another Eternity

All’inizio era la Luna.
La vedevo lassù, che arrivava a piccoli spicchi oppure in tutta la sua voluttuosa rotondità. Mi ero impegnato in attente osservazioni notturne (quando la notte è più scura la Luna è più vicina) e di certo l’avevo studiata davvero bene; era fatta di latte e formaggio, ne ero sicuro: in certe notti di mezza stagione, quando il freddo pungente non anestetizzava ancora il naso e il profumo di fiori nell’aria si faceva meno intenso, sentivo distintamente il suo odore muffettato. Sì, la Luna era un grosso tomino sospeso nel cielo, ed io dovevo trovare il modo di raggiungerla. L’idea mi venne in una notte di plenilunio: mi sembrava talmente vicina da essere a portata di razzo. Doveva essere un razzo molto potente e ben costruito, perché non si poteva correre il rischio di rimanere a piedi a metà strada; bisognava senza dubbio progettarlo con massima precisione, e assemblarlo con assoluta perizia. Non potevo fare tutto da solo, così pensai di farmi aiutare dall’unica persona di cui potessi davvero fidarmi: la mia migliore amica Gaya; la conoscevo praticamente da sempre, era una bambina sveglia e intelligente e mi avrebbe certamente aiutato, così una sera che venne a casa mia le parlai del razzo.

– La Luna?
– Sì.
– Ma perché proprio la Luna?
– Beh, l’ho studiata molto approfonditamente e mi sembra logico andare a verificare di persona che le mie considerazioni siano corrette.
– E la Cina? L’hai mai studiata la Cina?
– No.
– La Cina è molto più interessante della Luna. In Cina ci sono i cinesi, che sono un mucchio di persone. Sulla Luna non c’è nessuno.
– Ma io la Luna la osservo quasi ogni notte, e sembra quasi magica e illumina tutto con una luce bianca come il burro e io non sono mai stato su una cosa tanto luminosa.
– In Cina c’è la Grande Muraglia. Un muro lunghissimo, si vede perfino dalla Luna!
– Puoi venire con me sulla Luna e guardarti la Grande Muraglia da lì allora.
– Non ha forse più senso andare in Cina, a vedere la Grande Muraglia?
– Non so molto sulla Cina.
– Ci sono i cinesi. E la Grande Muraglia.
Gaya mi aveva convinto con poche acute osservazioni che dovevo concentrarmi meglio sui corpi terrestri, ed era ora che lasciassi stare le mie disquisizioni su quelli celesti. Avrei certamente trovato il modo per arrivare sino in Cina, un giorno o l’altro, ma prima dovevo osservarla. Si trattava di ricominciare a studiare qualcosa che non conoscevo, come le prime volte con la Luna… la grande burrosa Luna.

Studiai la Cina per pomeriggi interi.
Ci avevano inventato l’arte pirotecnica, cioè gli spettacoli con i fuochi d’artificio; ricordavo quelli che avevo visto io in certe notti d’estate, mi avevano fatto pensare alle stelle che si allontanavano tra loro a gran velocità, come nei primi tempi dell’universo quando c’erano le esplosioni cosmiche. Cominciavo a pensare che forse, quando all’inizio tutto era in un punto, quel punto altro non potesse essere che una particella di polvere pirica, e da qualche parte in quell’unico punto primordiale doveva essersi innescata una scintilla, e da quel primo corpuscolo era esploso l’universo. Mi ero applicato con molta dedizione alle mie osservazioni sulle origini del cosmo, anche se non erano vere e proprie osservazioni poiché, di fatto, non avevo potuto osservare granchè; mi ero reso presto conto, però, che non sarebbe stata cosa facile trovare elementi a favore (o sfavore) della mia tesi: non sapevo dove trovare indizi sulla nascita del mondo.
Raccontai le mie intuizioni a Gaya. Mi fece notare come fosse fuori di logica pensare che una cosa infinita come l’universo potesse aver avuto un inizio. Gaya diceva che le cose che hanno un inizio hanno anche una fine ma l’infinito una fine non ce l’ha, quindi di certo non poteva esserci un inizio.
Mi suggerì piuttosto di dedicarmi ai vulcani: attraverso i crateri si può arrivare al centro della terra e lì c’erano roccia fusa e metalli liquefatti, che erano di certo cose molto interessanti.

Era fuori di dubbio: avrei trovato la maniera per raggiungere il Nucleo Terrestre.

Giulia Matteagi

La sorpresa di Kendrick Lamar

Tutta l’attenzione era puntata al 23 marzo, data prevista per l’uscita del nuovo LP di Kendrick Lamar. Come spesso accade con certa gente qualcosa è andato diversamente.  (altro…)

Godspeed You! Black Emperor – ‘Asunder, Sweet and Other Distress’

Data di Uscita: 31/03/2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Asunder, Sweet and Other Distress'

Seduto allo scrittoio accanto alla finestra, è da un numero imprecisato di ore che cerco di mettere ordine alle mie memorie confuse, che mi sfuggono di mano intrecciandosi in una sequenza tutt’altro che verosimile, giocando a nascondersi per i sentieri impervi del tempo, con la spavalderia di chi sa di poter eccedere in furbizia o anche solo in prestanza fisica, contro l’avversario. Sono in attesa, congelo istanti e immagini aspettando di sentirti spalancare la porta alle mie spalle da un momento all’altro, trascinandomi nell’ampia corte dell’ingresso per sfidarmi, come abbiamo pattuito a seguito di ricerche reciproche, per mettere finalmente a tacere ogni diverbio e contrasto che ha contraddistinto questo morboso rapporto di dipendenza e rancore, sin dall’infanzia. Mi preme soltanto lasciare per iscritti i miei pensieri, ché magari in futuro qualcuno potrebbe leggere della logica in questo gesto a prima vista folle; ma siamo cresciuti con le armi e le armi ci hanno vissuto addosso in questo affanno di vita, non siamo stati mai educati alle mezze misure per negoziare soluzioni.
Scosto la tenda e vedo la brughiera invadere la visuale e la stanza, mica come quando muovevo i primi passi in una campagna americana con le pecore a pochi metri da casa e quell’intimità tipica delle cose semplici. I nostri padri ci avevano impartito una formazione rigorosa, il gregge e la natura andavano accuditi e rispettati, le prede andavano invece cacciate per ragioni di difesa personale e approvvigionamento, secondo l’antica e ancora cara usanza dei nostri avi. Al raggiungimento della maturità ricordo ancora il grosso pacco regalo contenente il mio primo fucile, non fu una sorpresa giacché nascesti un paio di anni prima di me e la cerimonia d’iniziazione all’età adulta la avevo già vista da spettatore. Ciononostante, l’emozione mi fece tremare le mani e la voce mentre ringraziavo con lo sguardo dritto a quello di papà, severo, e il contatto con la lunga canna fredda e l’impugnatura mi fecero trasalire. Fu una giornata epica, di rincorse concitate nella radura, di sali scendi in cui il respiro ansante mi martellava le tempie e gli occhi famelici trapassavano siepi e alberi alla disperata ricerca di una grossa preda da esibire come trofeo. Era obbligo morale uscirne vincitori, mio padre doveva essere fiero di me e io meritevole di una responsabilità così importante come la maturità. Di contro, la tua smania di primeggiare ad ogni costo mi costringeva a retrocedere e a lasciarti talvolta il passo, quando ti piazzavi davanti a un appetibile bersaglio per farlo tuo o mi scansavi all’improvviso nel tentativo di dissuadermi dal premere il grilletto. Avrei dovuto già capirlo al tempo, non avremmo avuto vita semplice insieme. E ora, mentre ti aspetto, in bilico tra il timore e l’ardente desiderio di giungere finalmente a un epilogo, mi tornano a galla chiarissime quelle immagini invecchiate, ancor più nitide e precise di tante altre più recenti affastellate senza cronologia. Seduto allo scrittoio, procedo nella scrittura, mentre riempio il silenzio ingigantito dall’alto soffitto con della musica solenne come le nostre giovani cavalcate, in cui archi e batteria si dividono la gloria, in un tripudio che incede di vaga memoria psichedelica. Scorre il tempo e tu stai tardando; mi chiedo se alla fine della fiera abbia scelto la resa, pur sapendo che non è mai appartenuta alla tua natura. Riaffiorano lugubri memorie di morte, il decesso improvviso di tua moglie e la fuga altrettanto imprevista della mia; né tu né io sapemmo spendere parole di accorato cordoglio, di empatia verso l’altro. Una finta patina di circostanza avvolse queste perdite con freddo distacco, e in segreto era come se la vita ci sottoponesse una corsa ad ostacoli, una staffetta, in cui perfino la più triste e sciagurata sventura dell’uno non poteva che essere considerata una forma di vantaggio per l’altro. Provai vergogna in questa tacita ammissione; per liberarmene, in vista di un’eventuale vicina caduta definitiva, preferisco confessare tali ignobili debolezze su carta, la mano procede spedita ormai senza incespicare. Le note diventano gravi e la melodia viene meno, un drone sinistro gracchia come metafora di mancata redenzione, si innestano distorsioni via via crescenti e un climax di tensione su ideali carboni ardenti prepara il campo all’incontro finale. Disillusione, malinconica lucidità, nervi tesi e rumori scomposti.
Avverto la tua presenza al piano di sotto, le suole delle scarpe che gravemente salgono i gradoni in marmo e accarezzo la canna del fucile; il grilletto è in disuso da diversi anni, ma sento ancora l’inconfondibile odore di polvere da sparo, profumo di ordinanza nella mia famiglia come quello dei biscotti al burro della domenica. La porta si apre e la tua figura disegna una sagoma austera in controluce, una rapida intesa con gli occhi e abbandono le carte sullo scrittoio per seguirti in silenzio. Non una parola mentre prendiamo posizione uno di fronte all’altro, dalla finestra lasciata spalancata prorompe un crescendo in marcia, inquieto come i nostri animi. Appoggio il calcio sulla spalla, pronto per prendere la mira in questo duello tanto assurdo quanto fondato. I giri di chitarra, in un loop furioso, fomentano la tensione, poi arriva quell’istante che entrambi conosciamo, in cui più nulla conta e si trattiene il fiato. Gli spari e l’oblio.

Epica come una scena dipinta da Paolo Uccello, in un tripudio post-rock al galoppo verso vette assolute, lo scontro decreta inaspettatamente morte contemporanea. Due corpi giacciono scomposti, un quadro lirico e drammatico su uno sfondo in dissolvenza al sapore di cornamuse. Il sangue macchia in rivoli il selciato di bianca ghiaia e scorre veloce, si ricongiunge in un’unica pozza, a formare quell’unione fraterna che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare tale.

Federica Giaccani

IOSONOUNCANE – Die (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

Kendrick Lamar - To Pimp a Butterfly

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Data di Uscita: 31/03/2015

Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

La informai delle mie intenzioni per il pomeriggio ed ottenni la reazione che mi aspettavo. Mantenne lo sguardo basso quando si offrì di accompagnarmi al cimitero. Per me era poco più di un rituale dovuto, dettato dalla necessità di non apparire agli altri, ma soprattutto a me stesso, un ingrato. In realtà non mi piaceva camminare per i sentieri in ghiaia, tra cipressi e volti in bianco e nero, date e fiori secchi. E poi la fede l’avevo persa parecchio tempo fa, non avevo niente da dire e nessuno da pregare di fronte a quel pezzo di marmo freddo e liscio. Avevo imparato però a prendermi quei brevi minuti in piedi di fronte al suo volto ovale, che mi osservava con un sorriso appena accennato e sicuramente forzato, per ripensare ai momenti passati assieme che vale ancora la pena ricordare. Nonostante tutto. Per lei invece era diverso. Sapevo bene l’affetto sincero e incondizionato che aveva provato nei confronti di mia madre, e sapevo bene che quando mi trovavo al paese si vergognava ad andare al camposanto da sola. Si sentiva in dovere di chiedermi il permesso. Non me l’aveva mai detto, né aveva cercato di farmelo capire in alcun modo, ma sapevo che non voleva rivestire un ruolo che pensava non le appartenesse e che invece sarebbe stato naturalmente, per genetica e convenzioni sociali, il mio. A me non importava. Ma nemmeno io le dissi mai nulla, né cercai di farglielo capire in alcun modo. Mi prestavo a quel teatrino, convinto che sarebbe stato meglio per entrambi. Così le dissi che quel pomeriggio sarei andato a far visita alla tomba di mia madre, e lei, sollevata di non dovermi chiedere nulla, si propose di accompagnarmi. La aspettai davanti casa sua e non si fece attendere. Tenevo in mano un mazzo di fiori e la guardai con curiosità e affetto mentre percorreva il vialetto che dalla porta di casa conduceva fino al piccolo cancello in ferro battuto. Indossava un vestito leggero dalle fantasie floreali, decisamente fuori moda, che le stava magnificamente. Appena mi arrivò di fronte soppesò i fiori con lo sguardo e sorrise appena, senza mai incrociare i miei occhi. A chi ci avesse visto in quel momento, saremmo potuti sembrare una coppia di liceali al primo appuntamento, torturati dalla timidezza e dal desiderio, guidati in ogni movimento dall’imbarazzo e da un’idea ingenua di amore romantico. Ma chiunque ci avesse visto in quel momento, sarebbe stato in errore. Quei fiori non erano per lei. Lo sapevamo entrambi. E quel leggero imbarazzo tra noi c’era sempre stato, forse per una mancanza di definizione del nostro rapporto. Un rapporto dai contorni sfocati, dal tratto sfumato tra l’amicizia, l’amore fraterno e qualcos’altro e un desiderio sommesso per il quale nessuno dei due provava un vero interesse. Come fosse un dato di fatto da sempre saputo, per sempre taciuto, al quale non aveva senso dare alcuna importanza. Mentre camminavamo rimanemmo in silenzio. Con la coda dell’occhio seguii le pieghe del vestito che cascava gentile lungo i suoi fianchi e poi giù per la gonna, che finiva giusto sopra il ginocchio. Le gambe sottili erano belle nonostante qualche livido e qualche vecchia cicatrice. Quando il mio sguardo arrivò ai piedi, per un istante rimasi spiazzato nel vedere che indossava delle scarpe di tela bianche e non delle pantofole. Si muoveva con sicurezza, con agio e la confidenza di chi sentiva il paese un’estensione della propria casa, come se quelle strade altro non fossero che corridoi scoperti sui quali avrebbe potuto camminare in accappatoio, e nessuno se ne sarebbe sorpreso. Incrociammo lungo il cammino la signora che abitava dall’altra parte della nostra strada. Una donna insipida mai stata giovane, neppure nei miei ricordi più remoti. Nonostante le sue parole non aggiungessero niente di nuovo a quel piccolo mondo racchiuso tra poche case, una piazza e la chiesa, ne dispensava sempre in abbondanza e mi ritrovavo a sorriderle e ad annuire per pura cortesia. Guardò alla mia compagna di camminata con una certa pietà e mi riferì della sua bontà d’animo e di come fosse cara a recarsi tutte le settimane a prendersi cura del roccioso ricordo di mia madre. Sentii il suo bisogno di scappare ma prima che potesse muovere un solo passo la afferrai con dolcezza e decisione per il braccio. A quel mio tocco lei si rilassò e non si mosse, decise di rimanere al mio fianco. Ora era il mio turno. La donna riprese guardandomi piena di compassione, riportando a galla per l’ennesima volta lo stesso ricordo. Di come io arrivai appena seppi la notizia che non sarebbe mancato poi molto ad un ultimo saluto, mentre mio fratello non fece in tempo. E via con la citazione del vangelo che faceva delle capacità atletiche di due apostoli una questione d’amore. Poco importava che io mi trovassi a poche ore di macchina da lì mentre mio fratello, via per lavoro, dovette prendere un volo intercontinentale. Nulla poteva rovinarle il piacere di citare la parola di Dio e fare la ruffiana. Quando ebbe finito con quelle chiacchiere la salutammo in maniera garbata e continuammo a camminare nel sole primaverile, respirando i pollini che galleggiavano in aria. Il cimitero era ai confini del paese, ma lo raggiungemmo in fretta e mi sentii confortato dalle dimensioni ridotte di quella realtà che mi era un tempo appartenuta. Giunti di fronte alla lapide mi fermai e mi sentii tremendamente impacciato. Lei invece si muoveva come fosse nel proprio soggiorno. Quello sulla sinistra prima che il corridoio, che cominciava in qualche punto imprecisato tra il suo cortile e la piazza, diventasse la strada che conduce fuori, lontano, via per sempre da lì. Quella strada che io avevo imboccato parecchi anni addietro. Raccolse i fiori secchi all’interno del vaso e li gettò a terra, con l’annafiatoio cosparse d’acqua la tomba per pulirla dalla polvere e dal terriccio. Risultò subito nuovamente lucida e liscia. Quindi prese i fiori freschi che tenevo in mano e li pose nel vaso premurandosi di versare loro l’acqua necessaria. Fu allora che si mise in silenzio al mio fianco, si fece il segno della croce e chiuse gli occhi raccogliendosi in preghiera. Io rimasi a scrutare il suo viso prendendo coscienza dell’evoluzione di quei lineamenti che avevo imparato a conoscere fin dall’infanzia. Me la ricordavo correre nel nostro giardino, scappando dalle urla ubriache di suo padre e dal pianto disperato di sua madre. Correva tra le braccia di mia madre la quale, senza dire una parola, la portava in casa per asciugarle le lacrime e abbracciarla come non aveva mai fatto con me e mio fratello che, non abituati a tali dimostrazioni d’affetto, continuavamo a vivere le nostre facili esistenze ignari di qualsiasi emozione, estranei a qualsiasi mancanza, disinteressati a ciò che alcuni dicevano ci sarebbe stato dovuto. Poi, col tempo, imparai a conoscerla e crescemmo assieme, sopravvivendo alla scuola, ai lavori estivi, alla morte di suo padre, a tutto il bourbon che si beveva mia madre. Sopravvivemmo a tutto. Io e lei. E ciononostante continuava a percorrere il nostro giardino e a rifugiarsi in quella figura materna che a me rimaneva estranea. Ma non c’era nessuna colpa da dare e nessuna colpa da addossarsi. Eravamo fatti così. Bastava esserne conscienti. A questo pensai in quei brevi minuti in cui lei concluse la sua preghiera. Il volto ovale di mia madre ci guardava sospeso tra severità, un velo di malinconia e l’incapacità di comunicarci adeguatamente i propri sentimenti. Accettando una sfida con me stesso ricambiai il suo sguardo, affrancandomi così dai sensi di colpa, perdonandoci tutto quello che non ci eravamo mai recriminati.

Pietro Liuzzo Scorpo

Twin Shadow – Eclipse

Data di Uscita: 17/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Twin Shadow - Eclipse

Enigmistica del cielo

I muri parlano.
I muri parlano, tu lo hai sempre saputo, mica come quelli che mi guardano come fossi un vecchio rincoglionito quando lo dico: tu coi muri ci parlavi, mentre disegnavi papaveri e passerotti accanto al nostro letto.
E loro adesso parlano, quasi per sdebitarsi dei prati che sono diventati grazie a te.
Ogni crepa sottile, ogni filo d’erba di questo prato bidimensionale sussurra frasi lievi e sospese come quel tramonto mai calato.

Ti dirò di più: i muri cantano, al mattino, la stessa canzone che cantavi sempre tu mentre preparavi i biscotti. Tutti i giorni.
A volte i muri mi raccontano anche delle storie, come quella del delfino a cui spuntavano le ali, la conosci ancora a memoria? I muri dicono che è un po’ così per te, che ti sono spuntate le ali.
Chi lo sa, magari hanno ragione e alla fine fra un bimbo di tre anni e un vecchio di ottantatre la differenza è nulla.
Ma loro che ne sanno, loro ricordano, io invece tocco la tua assenza nell’aria.
Non c’è tempo per porsi domande quando non si ha nulla da fare.
Allora ascolto, in silenzio, come facevo con te quando alla sera mi leggevi qualche pagina di uno dei tuoi libri, al caldo del piumone.
E chissà quante altre ne avresti potute leggere.

Tutte le pagine non lette.
E tutte le foto non fatte.
E tutti i dischi non ascoltati.
E tutte le carezze mancate.
Tutto questo è qui, accatastato nell’angolino più remoto di me.
Ho riposto tutto nella punta del cuore, ci ho messo un tappeto sopra, così non vedo nulla.
Non me ne ricordo.
Ho altri passatempi. E il tempo passa (forse lento, forse veloce).

La cosa che ci diverte di più – a me e ai muri – è guardare fuori dalla finestra il ritaglio preciso di cielo che si crea fra i due palazzi di fronte e tirare una linea col dito fra i vari angoli, creare nuove forme geometriche e nuove traiettorie per gli uccelli.
Questa enigmistica del cielo mi riesce benissimo, dovresti provare a battermi.
Se c’è una cosa in cui non sono più così bravo, invece, è affacciarmi e riconoscerti immediatamente fra la gente appena volti l’angolo della stradina di casa, era un gioco che mi riusciva perfettamente un tempo, ricordi? Sarà che gli occhi son sempre più pigri, i contorni sempre più sfocati.
Sarà che ormai il mio orizzonte è solo quello disegnato sulle pareti.

Ma ora basta.
L’intonaco scricchiola sotto la punta del taglierino mentre incido:
Hey, hold on to me
Don’t say it’s the end of me
I’m right here, I’m ready
I need this love.

Domani abbatto i muri.

Annachiara Casimo

Nils Frahm – Solo

Data di Uscita: 29/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Nils Frahm - Solo

Bisogna avere una buona disposizione di spirito per ascoltare un disco di piano solo, perché per quanto sia uno strumento completo, forse il più completo che ci sia, ci sono dei vuoti che si possono sostenere solo con una certa propensione al silenzio, ai pochi timbri ecc.
Ascoltavo Frahm in un periodo che ora mi fa abbastanza orrore, ed è ovvio che la musica sia il medium che ridesta più di qualsiasi altro tutto il balordo gioco emotivo che si agita nel nostro cervello. Ascoltare qualcosa senza filtri intellettivi, sensoriali o emotivi è quasi impossibile: ascoltiamo la musica con il nostro passato, con le manie, con i fantasmi che ci siedono accanto, con le categorie e con tutte le altre stronzate di cui ci siamo riempiti. Cercando di ascoltare questa musica “nudo” devo dimenticarmi di Satie, del mio dolore, della vanità della vita, della mia gioia, del cane che viene dall’inferno, della storia della musica, della composizione: solo così, solo “purificando le porte della percezione” posso arrivare nudo all’essenza nuda della musica, e la cosa più bella è che non potrò toccarlo con le parole, non potrò spiegarlo alle altre persone, ma potrò solo sfiorarlo e cercare di farlo sfiorare a chi vuole leggere le mie parole. Posso solo riportare il vapore, il delirio sublimato dal ghiaccio puro e inesplicabile della mia visione-sensazione.
Vedo i neuroni scorrermi dentro come piccoli asteroidi che comunicano movimento, vedo martelletti coperti dal feltro, vedo una luce bianca e circolare, sento la carne che non ha più peso, la mente che non ha più parole, le parole che non hanno più sostanza logica e che si dissolvono in una sensazione, ovvero nel senso del mondo che è al di fuori del mondo e all’interno allo stesso momento – un interno inarrivabile, dove uccelli in forma di neuroni-stelle comete viaggiano da un cervello-dio-nondio fino alle dita, e vedo tutto unito tutto sensato tutto unico, tutto dissolto tutto indistinto tutto vero perché tutto vano, e vedo l’insensatezza di descriverlo e sento di non dover farlo di dover darmi solo al silenzio e che l’annullamento, cioè l’accorpamento con quest’assoluto sciolto, con questa indistinzione universale, può compiersi solo al di là delle parole, in un raccoglimento che è uno spargimento, una distruzione di sé, un’unione-annullamento con una musica unica, senza tempo dimensione e spazio, con cui si sono uniti i mistici e i folli, e che in sanscrito avevano provato a descrivere molti secoli fa con la parola “nirvana”.

Marco Di Memmo

Esce “Buffalo”, il nuovo singolo di Toro Y Moi

Dopo il video di “Empty Nesters”, l’artista pubblica il secondo estratto da What For?

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Verdena @ Velvet Club, Rimini (27/02/2015)

Un breve ascolto, durante la letturaVerdena @ Velvet Club, Rimini (27-02-2015)

“Verdena” uscì nel 1999, e in quarto liceo quei mi affogherei e sto bene se non torni mai di “Valvonauta” suonavano come frasi tremendamente adolescenziali, da immaginarsele scritte nelle Smemoranda dei ragazzini del primo anno. Era un’età in cui snobbare riusciva spontaneo, come anche palesare la repulsione, tant’è che all’Heineken Jammin’ Festival di Imola andai per Marilyn Manson, i Blur e i Placebo, dei fratelli Ferrari notai solo l’aspetto attraente per noi wannabe trasgressive di fine anni ’90. (altro…)