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TR/ST @ Locomotiv Club, Bologna (10/02/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

La neve lungo i binari mentre lentamente il cielo dismetteva i suoi colori rossastri e si copriva di blu, piano piano, fino al nero. Questa è la prima, indissolubile, immagine che mi resta del mio arrivo a Bologna. Avevo inseguito la neve per chilometri, a cavallo di direttrici metalliche che talvolta andavano intersecandosi con altre, o costeggiavano paesaggi collinari fino ad approdare in pianure via via totali. Avevo già fantasticato su come sarebbe stato attraversare il ponte, fermarmi al centro e guardare in basso, poi verso l’orizzonte in cui i cavi sembravano un tutt’uno e il tramonto prima deflagrava e poi diveniva cenere. Di lì in poi ogni metro percorso con stivali attenti a schivare la poltiglia fastidiosa, residuo di un manto andato disciolto, sembrava brillare di bellezza. Ho camminato per strade non mie, semisconosciute, come se mi appartenessero dopo una vittoria, come un vestito nuovo ricevuto da poco in regalo; i passi ostentavano sicurezza, e quell’incoscienza felice che non è mai stata turbata da disillusione. In qualche modo assurdo mi aspettavo di incrociare Robert Alfons in solitudine nei giardini adiacenti al Locomotiv la sera, prima ancora di incontrare gli altri e fare entrare in scena la musica. Non avvenne ma non me ne dispiacque.
Non ci fu un’attesa, il sipario si apriva e si chiudeva più volte in una successione di presenti goduti: le strade del centro, un supermercato a dieci minuti dalla chiusura, l’appartamento accogliente che ospita puntuale ogni nostro ritrovamento, coi bicchieri di vino in mano e le gambe allungate sul divano. Tantissime chiacchiere e altrettante risate, poi di nuovo indossare il cappotto e affrontare il freddo pungente di una notte in pianura, senza le tiepide carezze del mare cui sono abituata.
Raggiungere da lì il locale era soltanto questione di una manciata di minuti, il tepore del Locomotiv ci accolse mentre i Welcome Back Sailors erano a circa metà concerto; il bancone del bar ci parve il posto migliore per goderci quelle note in tranquillità, tra una conversazione e l’altra al gusto di birra.
Notammo subito che sembrava fosse stato pattuito un dresscode per la serata, del quale però noi eravamo ignari: il pubblico vestiva con linee e gusto uniforme, molti abiti simili a tuniche e cappelli dalle larghe falde; in alternativa, look androgino per le donne e un mix di scollature trasparenze e indumenti fascianti per gli uomini. I nostri maglioni stonavano evidentemente, ma bastò il calare delle luci sul palco, e la successiva, improvvisa, esplosione sulle note di “Sulk”, per farci mettere da parte ogni genere di impaccio e arrenderci. Abbandonato ben presto il sodalizio con Maya Postepski, con cui creò il progetto Trust nel 2010, Robert Alfons nel frattempo ci ha deliziati con ben due dischi carichi di ambiguità, di sesso e di introspezione. Aprire il concerto con “Sulk”, ultimo pezzo del primo album, come un legante tra le atmosfere torbide di TRST e quelle più giocose di Joyland, è stata senz’altro una scelta azzeccatissima. Più che un concerto in senso stretto, era cominciata la festa, dopo la fase di riscaldamento riuscita con successo grazie ai trascinanti gruppi spalla.
Le luci tendenzialmente molto basse, salvo erompere nei momenti più propriamente ballabili, celavano nella foschia fumosa Esther Munits alle tastiere e Anne Gauthier alla batteria, collocate in leggero secondo piano sul palco, ai lati di Alfons che, centrale e avvolto in un’aura di fascino indubbio, avrebbe comunque conquistato la scena anche fosse stato attorniato da una decina di strumentisti. La folla, non molto numerosa a confronto con altri spettacoli assistiti al Locomotiv ma senz’altro più che ragguardevole trattandosi di un seccante martedì, ballava senza inibizioni e conosceva buona parte dei testi delle canzoni, tant’è che gettando la coda dell’occhio lateralmente tra un pezzo e l’altro, capitava spesso di scorgere labbra convinte a recitare le parole correttamente. Poco più di un’ora di concerto in totale, un’ora intensa, impregnata di sudore e profumo da uomo; i brani si susseguivano concatenati senza dar tregua al pubblico di riprender fiato e far riposare le gambe, si aveva l’impressione di essere fuori dall’Italia vista la risposta apertamente calorosa delle persone. TR/ST si dimenava assieme a noi, e pescava alternatamente dal repertorio dell’album di esordio e dal successore, sicché ne risultò un composto perfettamente omogeneo in cui luccichii festosi e ombre di stampo dark wave si mescolavano in equilibrio esemplare. Il synth non mollava mai la presa, la velocità era quasi una prerogativa. Uno scarno bis, una canzone appena (la caramellosa “Joyland”), mi lasciò con la voglia non totalmente appagata, giacché speravo di potermi divertire ancora con “Peer Pressure” e “The Last Dregs” – grandi assenti all’appello. Tutto sommato però l’idea di accomiatarsi tra impalpabili nuvole di zucchero, imprimendoci un sorriso ampio e una sfrenata felicità malinconica che strizzava l’occhio all’eurodance anni ’90, a ben vedere è stata una decisione appropriata.
Una fotografia bramata da tempo e conquistata al fianco di Robert Alfons, prima di raccattare cappotti e quelle difese lasciate ad attenderci all’uscita, mi farà gongolare molto a lungo, ne sono certa. Come anche il ricordo del selciato umido, dei cumuli di neve sporca ai bordi della strada, delle chiacchiere che progressivamente andavano dissolvendosi nell’aria fredda di febbraio.

TRST @ Locomotiv Club, Bologna (10-02-2015)

Federica Giaccani

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