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Drake – If You’re Reading This It’s Too Late

Data di Uscita: 12/02/2015

Drake - If You're Reading This It's Too Late

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi arrivare, scese da una lunghissima macchina scura sganciando un grosso rotolo di verdoni all’autista prima di spedirlo via, lontano, in una notte senza stelle. Così tanti soldi tutti assieme non li avevo mai visti, e mai li avrei visti più in vita mia. Si fece lasciare qui, nella solitudine del deserto californiano a pochi chilometri da Blythe, poco più in là l’Arizona. Spirava uno strano vento che presagiva pioggia, cosa insolita per un posto come questo poco avvezzo all’acqua, semmai tormentato dalla siccità. Nessun avventore al bancone, avevo deciso di uscire a farmi prendere a schiaffi dalle raffiche mentre chattavo con Sean e TJ su WhatsApp: non si erano ancora ripresi dai bagordi della notte precedente, la festa per i miei diciannove anni, la tequila arrivata dal vicino Messico e le ragazze ubriache. I postumi mi stavano complicando le cose qui al lavoro, ma dovevo a tutti costi rigare dritto, d’altra parte mi pagavano bene per i servizi notturni, non potevo correre il rischio di ritrovarmi col culo per terra senza uno straccio di occupazione. Una Red Bull e qualche sigaretta in faccia alla luna potevano salvarmi, d’altra parte ero da solo, fatta eccezione per quella coppia di altissime palme all’imbocco del vialetto, e le pompe di benzina a riposo, di fronte a questo blocco prefabbricato di colore giallo, chiamato pretenziosamente “Tavola Calda”.
Invece arrivò lui, a innestarsi quale alieno in una cornice direi surreale; l’auto dalla quale scese si dileguò a grande velocità fino a perdersi sull’orizzonte destro, il ragazzo si girò guardingo, come a sincerarsi che nessuno lo avesse pedinato, si sistemò il cappuccio della felpa sul capo e, mani in tasca, entrò sfilandomi accanto. Spensi velocemente la Lucky Strike accesa solo un attimo prima, lo seguii all’interno per adempiere i miei compiti al bancone del bar, con una certa curiosità. Ordinò un anonimo cappuccino prima di sedersi al tavolino davanti al finestrone che dà sul piazzale, dove trascorse la notte annotando chissà cosa in un’agenda tascabile; di tanto in tanto lanciava lo sguardo tra gli arbusti del deserto, ma forse nemmeno lui sapeva cosa stava cercando.
Dopo quella notte tornò altre volte, da solo, con una vecchia utilitaria dai parafanghi consumati. Non riuscì mai a dismettere l’espressione marcatamente inquieta dal volto, nonostante la progressiva confidenza che si stava prendendo con me, tra reciproci racconti di vita nella vastità di questa California silenziosa e inabitata. In seguito mi rivelò che si sentiva braccato, dai fantasmi di una notorietà arrivata dirompente sebbene la sua giovane età e le invidie di chi gli contendeva la piazza. Difficile dargli torto, pur essendo il suo mondo distante anni luce dal mio, fatto di rinunce e sacrifici per raccattare qualche soldo in più. Era famoso quindi, era un rapper ma aveva il viso pulito e privo di quell’alone di temerarietà dato da cicatrici e sguardi torvi. Era famoso e naturalmente autocompiaciuto, tuttavia mi regalò la sua fiducia con una spontaneità disarmante, la stessa con la quale aveva cominciato a rivolgermi domande o a sputare fuori frasi sconnesse per dar voce all’irrequietezza interiore, mentre fumavamo insieme sotto la tettoia della stazione di servizio.

“Shit’s just crazy man, the whole energy out here is just changing, you know. It’s just getting dark, man, quick” / “I’m drinking more. I’m smoking more. We’re out here staying up so late that it’s early, like fuck. I’m not losing it though; I’m just venting. I’m not worried. It’s already too late for these guys, trust me. I’m just more worried about myself. You know? I just gotta come home.”

Casa era quella che aveva lasciato a Toronto una volta che divenne “qualcuno”, casa è quella in cui io torno ogni due o tre mesi per riabbracciare la mia famiglia e accumulare il calore necessario a non sentire freddo nel vuoto di questo posto di confine. Durante le notti in cui ci tenevamo compagnia, con un bancone spartano come linea di separazione, mi disegnò chiare immagini innevate, la sua infanzia in un Canada dagli inverni tremendamente rigidi da intiepidire sulla strada con gli amici di sempre o tra le mura della propria cameretta a emulare idoli dell’hip hop, gli stessi che poi si sarebbero tramutati in rivali. Le lunghissime partite a basket nelle corti in cemento tra un palazzo e l’altro non erano così diverse dalle mie, gli stessi pantaloncini sudati su gambe esili, le mamme alla finestra ad ammonirci perentorie ché avremmo saltato la cena se non fossimo rincasati, le sonore risate e tutti i futuri possibili davanti. Sembrava che si allentasse la tensione sulla scia dei ricordi spensierati, ma la leggerezza durava poco e un’ombra tornava ben presto ad abbassargli lo sguardo.
Un paio di mesi fa eravamo intenti a disquisire su soldi e donne che gravitavano nell’ambiente rapper, sulle armi, le telefonate anonime e tutto ciò che metaforicamente diveniva ai suoi occhi una minaccia, quando un ubriaco piombò nel locale piazzandosi al bar, sullo sgabello di fianco al suo. Non la piantava di biascicare fesserie e ordinare drinks, e non potevo non accontentarlo; il ragazzo si alzò di scatto facendomi segno col capo che mi avrebbe atteso fuori. Il punto esatto, quello che preferiva, apriva una drammatica vista sul deserto desolato, e il vento spirava anomalo come la notte del primo incontro; quando mi smarcai dal disturbatore non c’era già più, era sparito nell’oscurità. Mi aveva lasciato un foglio bianco incastrato nella pompa di benzina più vicina: “If you’re reading this it’s too late”, recitava una scritta irregolare col pennarello nero.
Il negozio di vinili era meta di pellegrinaggio con i miei amici sin dal mio trasferimento in California, ma stamattina sfogliando i dischi non mi sarei mai aspettato di ritrovare la stessa grafia scura su fondo bianco a recitare le parole del biglietto, sulla copertina di un album. Drake era svanito tra le folate in mezzo al nulla ma non era un addio. Nel mio giorno libero la stanza dove vivo è inondata di luce; mi perdo a guardare dalla finestra la strada e la sabbia mentre la musica fluisce pezzo dopo pezzo, e parla con estrema franchezza delle paure e dei tormenti che già conoscevo. Una sequenza di spari, degli squilli insistenti e un numero disconnesso, costante malinconia di fondo su ritmiche scarne o complesse ma costantemente profonde, su cui s’innestano storie di pistole, di fama e successo, delusioni disillusioni e ansia da prestazione, inquietudine inestirpabile perfino a Miami, tra un party e l’altro. La parabola si conclude a New York City, un tardo pomeriggio, in un sommario e lucido bilancio esistenziale. E gli States sono sconfinati, ma semmai tornerà a farmi visita, il cappuccino lo offrirò io.

Federica Giaccani

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