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Rone – Creatures

Data di Uscita: 09/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Rone - Creatures

Ho scritto una canzone e le ho dato il nome della signora vestita di nero, galante e rabbiosa, che entra nelle nostre vite senza chiedere permesso perché si siede ad un tavolo al quale è sempre invitata, dove appoggiamo il nostro primo sonaglio ed il nostro ultimo bastone.
La prima volta che lei mi rivolse la parola fu solo un attimo, un sospiro, mentre quando i suoi occhi senza tempo si concentrarono su di te tutte le lettere che compongono il tuo nome si diffusero nell’acqua, così chiare e distinte nonostante il liquido azzurro che ci abbracciava dolcemente e che entrava lentamente nei tuoi polmoni.
Avevi seguito me, io, che inseguivo un’idea, un principio, invece di dare valore, di darti valore, cercando un valore aggiunto non necessario. Il tuo corpo mi trascinava verso il fondo della piscina, il sorriso estatico come ultima espressione. Ti eri abbandonata alla follia e, coinvolta dai miei demoni, avevi macchiato la tua pelle di lampi rossi, di archi gialli, di linee e di sagome che scrivevano pensieri impuri su quello sfondo celeste.
Una volta riemerso, ansimando, presi il mio cuore e ci feci un buco nel mezzo, un cerchio perfetto, un foro attraverso il quale avremmo potuto continuare a parlarci anche se eravamo su due piani fisici differenti. Lo usai come planchette di una tavola ouija, una di quelle lastre di legno su cui sono incise lettere, numeri, raffigurati simboli esoterici, utilizzata nelle sedute spiritiche per comunicare con quelli che vengono volgarmente definiti spiriti. La planchette viene mossa fisicamente dalle mani della persona tramite, e compone la risposta che dà voce all’entità con cui ci si è messi in contatto.
Quella notte rubai le chiavi di tutte le macchine del mondo che hanno il motore spento e, utilizzando il fuoco di una cometa, le fusi in un enorme carro funebre di metallo nero come pietra lavica. Ci mettemmo in moto lasciando la città, passando per giardini naturali dove l’erba era altissima e soffice come cotone.
Il veicolo procedeva slittando su sentieri tracciati all’interno di foreste dimenticate, rivestiti dal ghiaccio che veste il bordo del mantello di chi non ha mai smesso di cercare. Non si fermò mai, volutamente o per l’imprevisto, e chiunque volesse salire su quella carrozza doveva fidarsi ed essere investito. Era l’unico modo per occupare una di quelle bare usate come musica e non come riposo eterno, perché la morte è tutto fuorchè adagiarsi su un letto di esperienze passate. È comunicazione alternativa, è fiamma e vento, è uno specchio che non riflette quel che ci aspettiamo, perché un dente non smette di esistere se viene nascosto da un sorriso. La carrozza era infestata dai mostri innocui della nostra infanzia. Da scheletri rivestiti da fasce muscolari, nervi, legamenti, da dita veloci che pizzicavano le corde di una moltitudine di violini, da bocche che sfamavano gli ingordi ugelli di trombe e tromboni. Da pelle che rabbrividiva alla vicinanza della nostra meta, una casa stregata formata da un’infinità di stanze in cui non esistevano letti singoli, che i più coraggiosi potevano già vedere sporgendosi sul lato sinistro di quel veicolo ritmico. Da occhi in grado di spalancarsi dallo stupore alla vista dello splendore accecante delle voci provenienti da quel nido, il cui desiderio di essere trovate si tramutava in un bagliore bianco che sovrastava qualsiasi forma e colore.
Da orecchie in grado di sentire l’unica parola che usciva dai loro polmoni stretti all’unisono, una risposta per tutti noi, inguaribili cercatori delle persone date per perse, al cui nome ci siamo stretti come in un abbraccio.

Vif…

Filippo Righetto

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