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Future Brown – Future Brown

Data di Uscita: 23/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Future Brown - Future Brown

Don’t waste my time, or waste my drink
Out my mind, and I can’t think
I’m fucked up in this club so why you talking to me?

Parlarono del progetto mentre Jay era comodamente seduto sulla poltrona girevole di Hatem, il barbiere tunisino all’angolo della strada in cui si erano trasferiti. La lama scorreva veloce sul volto del ragazzo, le piccole forbici per fare la barba venivano governate dal musulmano con estrema velocità ed efficacia. Contorni perfetti e un panno caldo e bagnato a completare l’opera, un servizio rilassante e qualitativamente altissimo. Fatima e gli altri erano tutti d’accordo: prima di riversare le tante idee sul pavimento vi era la necessità di creare un contenitore adeguato per raccogliere il tutto. Gestire un locale spesso significa andare incontro ad un potenziale pubblico, magari storpiando i propri gusti per avere un maggior incasso. Il mercato è fatto di domanda ed offerta quindi non c’è nulla di scandaloso nell’operare in tal direzione; tuttavia il parere personale intatto garantiva un divertimento purissimo durante le serate.
In pratica – il tutto mentre muratori slavi entravano per farsi radere da Hatem – arrivarono alla conclusione di unire le forze formando una squadra di lavoro coordinata. Dai drink proposti alle luci, dagli ospiti richiamati al colore degli interni tutto era oggetto di valutazione secondo i criteri del massimo piacere visivo, uditivo ecc ecc.

Quando entra in gioco l’abitudine è complesso stravolgere i programmi. L’usato sicuro è fonte di successo spesso assicurato, ma qui il caso raggiunge una complessità maggiore. Jay, con la barba perfettamente squadrata, raggiunse i pensieri dei compagni e l’organizzazione entrò in una successiva fase operativa. Non era più sufficiente sviluppare le serate dal dietro le quinte, ad una nuova creazione di beats si dovevano affiancare le voce di conoscenti sparsi per il Paese. Personalizzare il contesto e renderlo gradevole, amichevole: questo alla fine era il programma. Quattro amici che aprono la loro cerchia alla collaborazione con persone di fiducia, per ballare e sudare tenendo il sorriso stampato in faccia.
Belle ragazze, tequila, rum, grime music, hip hop, dancehall ed elettronica ripiena di glassa metallizzata.

Pussy wetter than nemo, money longer than the sea floor

Un mix a volte straniante che però ha il merito di fottersene del resto, senza per forza dover dire qualcosa, magari recuperando cliché del passato per fare grandi numeri. Il lavoro individuale confluisce senza regole prefissate in partenza, le vibrazioni seguono il proprio corso e le voci si inseriscono a cascata. Intrecci rap, clap, kick e snare sovrapposti a dettare un ritmo spezzato e rullato. C’è tutto per saltare e godere tra flash colorati. MVP.
Collane d’oro – c’è posto per varie declinazioni – e cori in loop tra synth duri, ma pronti a tradire originali non occidentali. Quando il ritmo fa respirare un attimo, la metrica e il flow impediscono comunque azioni rallentate. ASBESTOS. Tutti stretti ed interscambiabili in un minuscolo palco, una vera e propria dangerzone che dà spazio a tutti. Non ci sono scuse nelle notti del quartetto, la musica apre corridoi a volte melmosi in cui nuotare come se la sostanza fosse acqua purissima e non fango. Voci femminili crude si avvicinano a toni più sinuosi, risate e la solita drum machine caratteristica di Jay, Fatima e compagni. NO APOLOGY. Ritornelli che entrano in testa e ci resteranno per sempre (TALKIN’ BANDZ), esplosioni goderecce e culi che si muovono strusciandosi furiosi.

Let’s go stupid! Where’s my music

Alessandro Ferri

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