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Mount Eerie – Sauna

Data di Uscita: 03/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mount Eerie - Sauna

So I make coffee while
looking out the window
and notice that I can’t
remember when
or if
I woke up.

Ancora sveglio. Di nuovo sveglio. Il vapore vortica. Riflette il pallore della neve. Si tinge del chiarore dei tizzoni ardenti. Lo avvolge e turbina silenziosamente. Si aggrappa al corpo nudo e nervoso. E poi lo abbandona. Bagnando la pelle di vaghi ricordi. Il calore sussurra del vuoto che c’è fuori. Di un mondo rimasto silenziosamente ad osservare quel cosmo raccolto tra poche assi di legno. Di un tempo speso a rincorrere la luce in grado di impressionare su un negativo mai soddisfatto la sua idea di estetica. La sua visione delle cose. La luce che potesse adagiarsi lieve tra le forme dei suoi pensieri. Senza disturbare il suo sonno. Senza incrinare la sua veglia. La luce che silenziosamente sfila tra le dita. E come il vapore. Non può essere afferrata. Dice. Parlami. Parlami ancora di come hai vinto la gravità diventando impalpabile nuvola. E quello risponde. Raccontami di come sei arrivato fin qui. Dimmi ciò che ti manca. Il vapore lo avvolge come una coperta. Insegnami come afferrarti. E la mia mano sarà dolce.
Fuori dalla finestra la neve cade orizzontale. Ed è solo un’ombra contro il cielo che ha perso ormai da parecchi chilometri qualsiasi tonalità di blu. Perpetuamente illuminato da una mattina che non trova più la sua conclusione. E il rito del caffè si ripete senza ormai una logica. Senza alcun sollievo. Osserva fuori dalla finestra il momento che ancora non è maturo. Si intrecciano le betulle. Mimetizzandosi e confondendosi tra loro. Come fili in un arazzo senza via di fuga dal bianco. Come nastro di Möbius.
Apre gli occhi. Si guarda attorno come se non si aspettasse di non trovare nulla di strano. Con gli occhi inquisitori di chi non riesce a fidarsi dei propri sensi. Eppure tutto sembra al proprio posto. Se solo trovasse la lampada. Sotto quel soffitto leggero di nuvole. Sorvolato da aerei bagnati di pioggia. E’ notte. Non è possibile. E’ un altro sogno.
Il tempo scorre uguale a sé stesso. Come un serpente che si mangia la coda. Era giunto fin lì da chissà dove. Da chissà quando. Rincorrendo il sole oltre ogni orizzonte. Fino a che non l’aveva ritrovato stanco a riposare su queste lande sterminate. Senza fine e senza niente. Sperando in un attimo di perfezione da poter catturare allo scoccare dell’otturatore. Ma ad ora solo un vuoto opprimente mai sazio di sé. E l’immagine del nulla asseconda il mondo che non si può vedere. Dovrebbe scorrere l’orizzonte a ritroso per ritrovare qualcosa di perduto. Raccoglie la macchina fotografica e decide di incamminarsi per le strade non segnate che conducono a quella catapecchia. Ancora una volta a caccia. Dice. Parlami. Parlami ancora di quanto questa neve ti è mancata. Di quanto hai sofferto la lontananza. Parlami. E poi lasciami andare.
Stacco. Nuovamente con gli occhi aperti. Ancora quelle ombre. Ancora quell’allungarsi sul pavimento impolverato. Sale la rabbia. Sale la frustrazione. Quanto ancora deve aspettare? Quanto ancora per avere una risposta? Manca. Sì. Manca. Qualcosa.
Un muro d’acqua s’infrange sulla porta. Ed entra. Trascinando con sé la scarsa mobilia. Il fiume nella stanza lo circonda. Da dove viene? Che fine ha fatto la neve? Che fino ho fatto io? Lacera la nebbia. Prima di uscire. Aspetta. Raccontami ancora degli oceani che non hai ancora visitato. Raccontami ancora di come le loro onde ti abbiano accolto anche se non avevano mai visto il tuo volto. E poi non lasciarmi ancora qui. Trascinami via. Perché sono ancora in grado di piangere. E le mie lacrime ti ricorderanno gli abbracci marini. E saremo un tutt’uno. Lontano da casa.
Stacco. Un momento di lucidità. Osserva le foto attaccate al muro. Tutti i tentativi falliti di illuminare i propri pensieri. Frammenti sbagliati di vita non vissuta. Dando sempre le spalle alla propria meta. Inseguendo lo zenith camminando all’indietro. Una finestra in frantumi su un passato dubbio. Che segna i passi compiuti ma ormai dimenticati. La luce perfetta. E’ per questo che si trova lì.
La porta vibra. Riverbera. Qualcosa vuole uscire. Svelto accatasta ciò che trova. Sperando di bloccare quegli incubi. Come erano arrivati fin lì? L’avevano inseguito. L’avevano trovato seguendo le molliche di pane che aveva lasciato ai piedi delle panchine sulle quali si era seduto a sfamare i passeri. L’avevano osservato ritrarre insoddisfatto raggi luminosi sfuggenti. No. Gli incubi no. Tratti di carboncino già gli aggrottano le sopracciglia. Scompigliano i capelli. Grovigli confusi sospesi a mezz’aria. Voci passate. A salutare. Si tappa le orecchie. Prende fiato. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Nell’attesa di un evento che sembra non giungere mai si impara ad apprezzare il silenzio. Ripensa con fatica a tutte quelle frasi insipide. Ripensa a tutti i dialoghi nei quali si è sentito solo. Tutti i discorsi che gli hanno lasciato un vuoto dentro che solo quel vapore denso e penetrante può riempire. Dice. Parlami. Parlami ancora di quando hai perso la parola. E quello risponde. Raccontami dei segreti che racchiude il ghiaccio. E di quando tutto scivola via. E rimane solo il nudo mondo. Dice. No. Lasciami in pace. Non c’è niente. Sotto il ghiaccio non c’è niente. Né il mondo. Né le parole per descriverlo. E quello risponde. Non dirò più nulla. Dice. Va bene. Ma resta qui ancora un po’.
Stacco. Dice. Pensavo ci fossimo detti addio. Pensavo mi avreste finalmente lasciato in pace. Almeno qui. Mentre attendo che la luce si mostri per ciò che è. Pensavo che non sareste nuovamente tornati a bussare alla mia porta. Quelli rispondono. Ci hai portato tu. Ci hai trascinato qui contro la nostra volontà. E ti lamenti pure della nostra presenza. Dice. Non è così. Che ne sapete voi? E quelli lo apostrofano. Noi siamo quello che tu non vorresti sapere. Ma noi sappiamo. E sai anche tu. Dice. Io non voglio. No. Le botte. No. Gli abbandoni. E la fame. No. Lasciatemi in pace. E quelli rincarano. Quando hai alzato il pugno e l’hai calato forte sul suo volto. Quando l’hai abbandonata perché non riuscivi a perdonarti. Quando. Dice. Dove sei? Parlami. Parlami ancora. Ma il vapore non dice nulla. Si accoccola però al suo fianco. E lo avvolge. Mentre i fantasmi continuano a passare attraverso tutte le barriere che inutilmente cerca di erigere.
Proprio questo. Finalmente. La macchina scatta. E si imprime già pregustando sali d’argento e acidi. Questo momento. Questo momento è arrivato. La cosa lo riempie di gioia. Euforia. Finalmente ora può dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo. Questo. Proprio questo. Di nuovo. La macchina scatta. Finalmente ora può riposarsi. Apre gli occhi. Un’altra volta. E la luce è ancora lì. Perfetta. Sempre lei. Questo è il momento. Questo. Scatta. Dice. Per favore. Ora posso dormire? E quello se ne sta zitto. Apre gli occhi. Questo. E’ questo il momento. Scatta. E vuole solo dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Di nuovo sveglio. Ancora sveglio. Scorre gli occhi sulla stanza. E incrocia lo specchio. Il volto è smunto. I capelli bianchi. Il corpo nudo e sottile. Nervoso. Gli occhi scavati. Le costole in rilievo. Da quanto è lì non se lo ricorda. Come se ancora avesse senso lo scorrere del tempo. Come se avesse ancora una logica. Una direzione preferenziale. Pure lì. Eppure il suo corpo sembra segnare questa direzione in maniera inequivocabile. Se solo si fosse ricordato di cosa significava essere vecchi. Se solo si fosse rassegnato all’idea di aver valicato l’ultimo orizzonte. Se solo si fosse accorto che altro non rimane da fare che sperare nella notte per riprendere una rincorsa senza fine. Parlami. Parlami ancora. Non volevo trattarti male. Per favore. Parlami ancora. E quello risponde. Raccontami di chi sei. Perché io non ti conosco. Dice. Parlami. Parlami ancora. Parlami di me.

Pietro Liuzzo Scorpo

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