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José González – Vestiges & Claws

Data di Uscita: 17/02/2015

José González - Vestiges & Claws

Lo so che mi stai giudicando, è naturale, non preoccuparti, io non lo sto facendo con te. È normalissimo che mi giudichi un pazzo, un coglione, per essermi giocato tutti i miei risparmi su un cavallo. È il cavallo numero tre, bellissimo, nero, dovresti essere qui a vederlo. Sono rimasto uno dei pochi che vengono a scommettere all’ippodromo e poi si siedono sugli spalti per vedere la corsa. Ho sempre amato i cavalli, iniziando da quello che comprò mio zio quando io avevo appena sette anni. Mi ci fece salire su senza redini, senza niente, ed io lo cavalcai davanti agli occhi terrorizzati di mia madre che uscì fuori urlando. Mio zio era così, un anarchico, un vero libertario, ma non un incosciente: sapeva che avevo l’anima che si sarebbe appoggiata su un cavallo come un fiocco di neve fa sopra mille altri fiocchi come lui.
I fantini stanno per arrivare in postazione a cavallo di meravigliose creature, alcune drogate fino alla punta della coda. Il mio bellissimo tre, nero, porta un fantino vestito di rosso che pochissimi conoscono. Si chiama Toro, pensate che coincidenza, ed è figli di immigrati italiani. Ma lui è venuto qui in Svezia in condizioni migliori delle mie.
Un anno dopo l’episodio del cavallo, quando ormai ero in simbiosi con quell’animale, i miei genitori e mio zio mi portarono con loro, di fretta, terrorizzati, in una casa di gente come loro, ben vestita ma non ricca, anarchica, impaurita. Chiesi a mio zio se nel nuovo posto dove saremmo andati c’erano i cavalli e lui mi fece un cenno con la testa che interpretai come un sì. Da lì andammo in una grande regione di cui tutti parlavano con timore e con un po’ di romanticismo: era la Patagonia. Ma ci rimanemmo poco, presto ci imbarcammo, nascosti, su una nave che portava tonnellate di carne di manzo in Francia e in Svezia. Noi dovevamo sbarcare a Malmö.
Toro, Marco mi pare che si chiami, è già chino sul suo cavallo e sembra gli stia dicendo qualcosa nell’orecchio. È probabilmente l’unico cavallo non drogato, e io so che vincerà. Ho scommesso tutto quello che il sacrosanto welfare svedese mi ha fatto accumulare fino ad ora. Voi vi chiederete perché rischiare tutto quello che si ha, e io vi rispondo che non lo so, che in realtà ho sopportato migliaia di piccoli e grandi colpi che mi hanno fatto decidere di camminare sul ciglio che divide la vita dalla morte. Sono diventato un torero che affronta il toro senza picadores, senza ogni aiuto, a petto nudo. E non la temo, la bestia, la morte, so che per quanto io possa atterrarla sarà sempre lei ad avere l’ultima mossa, e so che vincerà.
Non siamo mai più tornati in Argentina, non so quale sia il motivo. Se vinco voglio tornare a correre a cavallo in quelle distese tanto grandi da sembrare il paradiso o l’inferno.
Sono partiti, e il favorito, il quattro, è scattato con una furia mostruoso, con gli occhi che spruzzano doping e decadenza; lo segue il secondo favorito, e solo alla terza posizione continua a correre, staccato dagli inseguitori, il mio meraviglioso tre. Io fischietto, mentre tutti gli invasati attorno a me scalpitano e bestemmiano. Vi pare assurdo che in Svezia ci siano degli ippodromi, ma è così che va il porco mondo.
Il quattro stacca tutti, ma il tre ha un moto di passione, e come se fosse il primo cavallo domato dall’essere umano, scatta verso quello che sarà il suo futuro di guerra, e balza verso il traguardo sorpassando il numero quattro che ingoia un chilo di terra. Nel cielo uno stormo di uccelli canta l’incanto insensato del mondo.
Ho vinto, dopo migliaia di sconfitte ho vinto.

Marco Di Memmo

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